La loggia Ungheria e le calunnie
del massone coccolato dalle toghe
La loggia Ungheria, della quale farebbero parte magistrati, politici e alti esponenti delle istituzioni, con obiettivi che vanno ben oltre quelli della Propaganda due di Licio Gelli, ovvero il condizionamento delle nomine dei magistrati, stando alle propalazioni di Piero Amara, avvocato passato anche dai servizi sociali, aveva sede proprio in piazza Ungheria a Roma.

E si sarebbe riunita, coincidenza, nella residenza di un potentissimo magistrato. Amara, tra contraddizioni, smentite e misteri, ha costruito la sua collaborazione con la giustizia dopo il suo arresto, nel 2018, insieme all’avvocato Giuseppe Calafiore, con contestazioni pesantissime come la corruzione in atti giudiziari e l’associazione per delinquere finalizzata ai reati tributari. Da allora Amara passa da un tribunale all’altro (Milano e Perugia), accusando di volta in volta i manager dell’Eni e Luca Palamara e svelando segreti del calibro della super loggia. Sparando nomi come quello di Filippo Patroni Griffi o dell’ex premier Giuseppe Conte. Oltre a quelli di un giudice della sezione fallimentare e di una pm della Procura di Roma. In nomination anche l’ex capo del Dap Sebastiano Ardita, ora al Csm, e il suo predecessore Gianni Tinebra, deceduto. Il filo conduttore, stando ai racconti del leguleio, non si sa ancora come, sarebbe la loggia Ungheria. Una loggia coperta, a dire di Amara, che proprio per questa caratteristica ha portato la Procura guidata da Raffaele Cantone a ipotizzare la violazione della legge Anselmi, con sei persone, i cui nomi non sono ancora noti, iscritte sul registro degli indagati. Le dichiarazioni rese nel 2019 sono state consegnate nell’aprile del 2020, nonostante fossero coperte da segreto, dal pm milanese Paolo Storari al consigliere del Csm Piercamillo Davigo per ragioni di autotutela dopo che, a dire del pm, aveva invano chiesto per sei mesi al procuratore Francesco Greco di procedere all’iscrizione degli indagati. La vicenda, già particolarmente ingarbugliata, si è arricchita di un altro dettaglio, anche questo tutto da chiarire. Uno dei verbali di Amara, sarebbe uscito dalla Procura di Milano già nel febbraio del 2020. Sarebbe stato uno degli indagati nell’inchiesta sul falso complotto Eni, l’ex manager Vincenzo Armanna a dire ai pm di avere quel verbale in cui si parlava della loggia. Amara sarà anche un massone, come dice, e la fantomatica loggia ungherese sarà anche vera, ma da superteste coccolato da più di una toga l’avvocato si è già ritrovato presunto calunniatore in almeno tre occasioni. Nel primo caso la vittima è il giudice Stefano Fava (autore dell’esposto contro il suo capo Giuseppe Pignatone quando lavorava in Procura a Roma), l’unico che lo voleva arrestare. Interrogato dalla Procura di Roma il 17 luglio 2018 sulle fonti che gli consentivano di avere notizie sulle indagini a suo carico, Amara fece il nome di un carabiniere distaccato all’Aise, Antonio Loreto Sarcina. Ma il carabiniere non era tra coloro che indagavano. E a quel punto Amara, posto che Fava non l’aveva mai conosciuto, disse che Sarcina otteneva le notizie da Fava. Ma Amara era in possesso dei file delle informative prima che arrivassero ai pm. La sua fonte, quindi, non poteva che essere tra gli investigatori delegati alle indagini e che, però, non ha mai accusato. Sarcina, a sua volta, interrogato dopo il suo arresto, ha dichiarato di aver ottenuto le notizie che aveva rivenduto ad Amara per 30.000 euro da un dipendente della Procura generale di Roma, tirando in ballo il pm che lo stava interrogando, Paolo Ielo, e finanzieri.

La seconda vittima di Amara è il giudice milanese Marco Tremolada. Questa calunnia ha innescato un procedimento penale a Brescia proprio alla vigilia della sentenza del processo Eni, che doveva emettere proprio Tremolada. In questo caso Amara si è esibito coinvolgendo l’ex ministro della giustizia Paola Severino. Il terzo bersaglio è il procuratore generale di Messina Vincenzo Barbaro che, interrogato l’11 marzo 2021 da Cantone a Perugia, ha dichiarato senza mezzi termini di «considerare calunniose le dichiarazioni di Amara» su asseriti incontri con Palamara dopo le riunioni di coordinamento in Procura a Roma.

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