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2019-01-15
Le ultime bugie di Battisti per cercare di salvarsi
Ansa
Si sa che
Cesare Battisti preferisce definirsi scrittore più che terrorista, ma il suo ultimo capolavoro, la richiesta di asilo in quattro pagine al governo boliviano, respinta dalla Commissione nazionale per i rifugiati, è uno straordinario esempio di letteratura fantasy.
Una rivisitazione della sua vita e della storia degli anni di piombo per cui qualcuno dovrà certamente segnalarlo per il Nobel. L'immagine dell'Italia degli anni Settanta e Ottanta che il nostro ex latitante più famoso ha provato inutilmente a spacciare ai burocrati di
Evo Morales è del tutto simile a quella che la memorialistica ci ha regalato dell'Argentina dei colonnelli, con i suoi giovani desaparecidos; del Cile di Pinochet con i suoi stadi stracolmi di dissidenti; o del Brasile degli squadroni della morte. Una macedonia che certo risulterà indigesta non solo ai nemici di Battisti, ma anche ai suoi vecchi compagni di lotta.
Nell'incipit,
Battisti racconta di provenire da «una famiglia comunista» e spiega che suo nonno fu «uno dei fondatori del Partito comunista italiano». Ma Battisti non racconta alle autorità boliviane la sua storia di giovane scavezzacollo di provincia, dedito alle scazzottate e alle rapine a mano armata. No: si descrive come un pensoso intellettuale disgustato dal mondo intorno a lui. «Alla fine delle scuole secondarie», si legge nella richiesta di asilo, «presi coscienza che il Partito comunista partecipava alla spartizione del potere e alla corruzione generalizzata nello Stato italiano. All'inizio del 1970, quando il Partito comunista espulse l'intellighenzia di sinistra, mi unii inizialmente a un'organizzazione di sinistra denominata Lotta continua e in quel periodo fui tratto in arresto durante alcune azioni di esproprio proletario per finanziare l'organizzazione e la pubblicazione del periodico Lotta continua».
Da Lotta continua sarebbe transitato in Autonomia operaia e quindi, nel 1976, avrebbe «costituito un'organizzazione armata clandestina denominata Pac». La verità come detto è molto diversa: nel 1972
Battisti viene arrestato a Frascati per il furto di 31 macchine per scrivere, nel 1974 viene denunciato per lesioni personali e «sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace» (una tredicenne con cui lui ventenne fece una fuitina); nello stesso anno viene arrestato per rapina aggravata e sequestro di persona ai danni di un dentista romano. Per questi suoi reati da delinquente comune finisce nel carcere di Udine (è l'inizio del 1977) e qui conosce Arrigo Cavallina (il vero fondatore dei Pac), che in quel momento si trova in galera con l'accusa di eversione e lo converte alla lotta armata. Tornato in libertà, Battisti assalta un ufficio postale in provincia di Latina. Quindi fugge, e trova rifugio a casa di Cavallina a Verona. «Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata» ci aveva detto Vincenzo Battisti, fratello maggiore di Cesare.
Ai boliviani,
Battisti dimentica di raccontare di aver partecipato a tre omicidi e di averne pianificato un quarto, e di aver indirizzato la lotta armata contro obiettivi civili come i commercianti (un macellaio e un gioielliere furono due delle sue vittime). Racconta un'altra storia: «Dopo l'omicidio di Aldo Moro», narra il romanziere Battisti, «nel maggio del 1979 (in realtà 1978 ndr), insieme a molte altre organizzazioni ci riuniamo per decidere se questa azione era compatibile con la linea del progetto politico. Con parte dei militanti dei Pac prendiamo le distanze da questa azione, segnalando che questa non era coerente con i nostri principi rivoluzionari e che anche costituiva un suicidio politico». Per questo si sarebbe allontanato «dal comitato centrale dell'organizzazione».
Nel 1979
Battisti viene arrestato con l'accusa di «associazione sovversiva e possesso di arma da fuoco». A questo punto rientra in gioco la fantasia dello scrittore: «Nel frattempo agenti della Cia insieme con le agenzie di intelligence italiane intensificarono le pratiche di tortura e di sparizione dei prigionieri politici», scrive.
Si arriva così all'evasione. Per
Battisti non fu una fuga organizzata da ex compagni quasi a livello amicale e in cui lui portò con sé un camorrista. Per lo scrittore fu un clamoroso gesto politico: «Costituì un atto di giustizia di fatto e un'azione pulita giacché non fu necessario l'uso della violenza». Quasi un Martin Luther King degli anni di piombo.
«E così», prosegue
Battisti nella richiesta di asilo, «insieme a un gruppo di militanti che come me sostenevamo la ritirata strategica nel mezzo dell'avanzata fascista trovammo rifugio in Francia. Poi sono stato trasferito in Messico dove risiedetti sino al 1990».
A questo punto
Battisti riassume la sua biografia da latitante, il ritorno in Francia grazie alla cosiddetta dottrina Mitterrand. Arriva il 2004, il presidente francese Jacques Chirac concede l'estradizione, a Palazzo Chigi c'è Silvio Berlusconi. «In realtà», farnetica Battisti, «si trattò di un accordo milionario realizzato tra gli stati francese e italiano, governati dalla destra». Quindi la fuga in Brasile, la nuova famiglia, altri cinque libri, la residenza permanente concessa dal presidente Lula nel 2010. Ma ecco di nuovo la terribile internazionale sovranista: «Ancora una volta, altra nefasta coincidenza, nel 2018, un governo eletto di ultradestra in Italia e un altro in Brasile, quello del presidente Bolsonaro rendono necessario chiedere aiuto da un Paese di principi democratici come la Bolivia». Che domenica ce lo ha gentilmente rispedito a casa. Lui e le sue balle.
L’ultimo ghigno del killer che finirà i suoi giorni in isolamento a Oristano
Hanno aperto la gabbia per farlo allontanare dal Brasile, per catturarlo in un Paese dal quale lo avrebbero rispedito subito in Italia senza troppi fronzoli e intoppi burocratici. Così è stato: catturato in Bolivia, Cesare Battisti è stato immediatamente espulso e consegnato all'Italia. L'assassino così sconterà l'ergastolo, mentre se fosse arrivato dal Brasile la sua pena sarebbe stata di 30 anni, così come previsto dall'accordo firmato nell'ottobre del 2017 dall'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando del Pd, con il governo brasiliano. Fa sorridere che l'ex premier Matteo Renzi definisca «una bella notizia» la consegna del terrorista all'Italia: se non fosse stato per il nuovo presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, Battisti starebbe ancora brindando alla faccia delle sue vittime, tracannando una Caipirinha dopo l'altra, stravaccato in spiaggia a Rio de Janeiro. Lo stesso Renzi, infatti, conserva ancora gelosamente la maglia della nazionale di calcio brasiliana che Lula gli regalò nel marzo 2014. A Renzi toccò la maglia con il numero 9: Lula aveva già donato la 6 all'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton; la 7 a Fidel Castro e la 8 al fratello del lider maximo, Raul.
Altro che «battaglia di tutti»: ogni volta che la lunga latitanza di Battisti è sembrata vicina alla fine, è stato ad opera di capi di Stato di destra, così come avvenne quando - tra l'estate e l'autunno del 2004 - l'allora presidente francese di destra, Jacques Chirac, diede il via libera all'estradizione di Battisti verso l'Italia, capovolgendo la «dottrina Miterrand»: il terrorista fuggì così in Brasile, lasciando la Francia, dove si trovava dal 1981, anno in cui evase dal carcere di Frosinone.
Un carcere, quello di Frosinone, molto ma molto diverso da quello di Massama, frazione di 600 anime della città sarda di Oristano, dove Battisti è entrato ieri pomeriggio alle cinque e dove sconterà la sua pena. Battisti, come spiega alla Verità Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), sarà sorvegliato da guardie carcerarie e specialisti del Gom, il reparto mobile del corpo, che si occupa delle situazioni più delicate, comprese le rivolte nelle carceri e la custodia e il controllo dei detenuti ad altissimo indice di pericolosità. Il Gom stesso ha portato Battisti in Sardegna anziché nel penitenziario romano di Rebibbia, come era stato previsto in un primo momento, per «ragioni di sicurezza». Il carcere di Oristano è l'incubo dei galeotti: su sei sezioni, cinque rientrano nel circuito di alta sicurezza e una sola contiene detenuti comuni: Battisti alloggerà nella sezione As2 - comparto di massima sicurezza - riservata ai terroristi. Una sistemazione adeguata agli standard di vita che il criminale godeva in Francia e Brasile? Non esattamente: il luogo in cui Battisti trascorrerà gli anni che gli restano da vivere, stando ai racconti di qualche ex «ospite», pur essendo stato completato appena 7 anni fa è umido (l'intonaco presenta incrostazioni importanti), le attività per i detenuti sono scarse, la palestra è utilizzata come magazzino, le aree esterne di passeggio sono esposte alle intemperie. «Vedrete», confida alla Verità un testimone che quel carcere lo conosce, «che la voglia di sorridere gli passerà in fretta». Per i primi sei mesi Battisti resterà in isolamento diurno. Il suo rientra nei casi di ergastolo ostativo, ossia senza la possibilità di ottenere benefici nell'esecuzione della pena, come hanno spiegato il procuratore generale di Milano, Roberto Alfonso, e il sostituto pg Antonio Lamanna.
Battisti è stato trasferito a Oristano dopo essere atterrato all'aeroporto di Ciampino alle 11.40 di ieri mattina, proveniente da Santa Cruz, in Bolivia. Ha viaggiato a bordo di un Falcon 900 del governo italiano.
Ad attendere l'arrivo dell'ex terrorista, sulla pista dello scalo, c'erano il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. «Ora so che andrò in carcere», ha detto il prigioniero parlando con gli agenti dell'antiterrorismo. Al momento dell'arresto, aveva in tasca la tessera sanitaria, una carta di credito a suo nome, una banconota, cinque foto e otto fogli manoscritti. «Spero», ha commentato Salvini, «di non incontrarlo da vicino. Oggi penso che l'Italia debba festeggiare, con troppo ritardo. È una giornata nel nome della giustizia, dell'onore, del buonsenso. L'Italia ha ritrovato centralità, rispetto e rispettabilità. Sono contento che abbiate potuto vedere ovunque queste immagini, segnale di rinnovata fiducia e giustizia».
Il ministro dell'Interno ha poi avuto una «lunga, cordiale e costruttiva telefonata» con il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro: «Gli ho ribadito», ha spiegato Salvini, «l'enorme grazie a nome di 60 milioni di italiani per averci permesso di chiudere positivamente la questione Battisti e ci siamo impegnati ad incontrarci presto in Brasile o in Italia per rinsaldare i legami tra i nostri popoli, i nostri governi e la nostra amicizia personale».
Per il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, «è un risultato storico per l'intero Paese: quando le istituzioni italiane sono compatte non ci ferma nessuno. Parliamo di un pluriomicida che si è macchiato di reati gravissimi e con la sua fuga ha offeso il Paese. Il momento in cui la giustizia farà il suo corso è quando varcherà la porta del carcere: a quel punto sconterà la pena dell'ergastolo».
Parole simili anche da parte del premier, Giuseppe Conte, che ha tenuto una conferenza stampa a Palazzo Chigi: «La cattura di Battisti è un grande risultato che dovevamo non solo in astratto, perché avesse effettività la giustizia, ma lo dovevamo ai familiari delle vittime». L'ex terrorista, a quanto si è appreso, durante la sua fuga ha usato anche il suo profilo Skype «Cesare 1900», pensando di riuscire a evitare le intercettazioni. Non è stato così: «In questo momento è prematura qualsiasi valutazione». Queste le poche parole di Davide Steccanella, l'avvocato difensore di Cesare Battisti.
Ignazio Mangrano
Continua a leggereRiduci
Prima del blitz dell'Interpol il latitante Cesare Battisti aveva chiesto l'asilo politico in Bolivia: «Aiutatemi, voi siete una democrazia. In Italia la Cia tortura i prigionieri». Il terrorista è sceso dal jet sorridendo alle telecamere, poi è stato rinchiuso. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede: «Nessuno può sottrarsi alla giustizia italiana». Lo speciale contiene due articoli. Si sa che Cesare Battisti preferisce definirsi scrittore più che terrorista, ma il suo ultimo capolavoro, la richiesta di asilo in quattro pagine al governo boliviano, respinta dalla Commissione nazionale per i rifugiati, è uno straordinario esempio di letteratura fantasy. Una rivisitazione della sua vita e della storia degli anni di piombo per cui qualcuno dovrà certamente segnalarlo per il Nobel. L'immagine dell'Italia degli anni Settanta e Ottanta che il nostro ex latitante più famoso ha provato inutilmente a spacciare ai burocrati di Evo Morales è del tutto simile a quella che la memorialistica ci ha regalato dell'Argentina dei colonnelli, con i suoi giovani desaparecidos; del Cile di Pinochet con i suoi stadi stracolmi di dissidenti; o del Brasile degli squadroni della morte. Una macedonia che certo risulterà indigesta non solo ai nemici di Battisti, ma anche ai suoi vecchi compagni di lotta. Nell'incipit, Battisti racconta di provenire da «una famiglia comunista» e spiega che suo nonno fu «uno dei fondatori del Partito comunista italiano». Ma Battisti non racconta alle autorità boliviane la sua storia di giovane scavezzacollo di provincia, dedito alle scazzottate e alle rapine a mano armata. No: si descrive come un pensoso intellettuale disgustato dal mondo intorno a lui. «Alla fine delle scuole secondarie», si legge nella richiesta di asilo, «presi coscienza che il Partito comunista partecipava alla spartizione del potere e alla corruzione generalizzata nello Stato italiano. All'inizio del 1970, quando il Partito comunista espulse l'intellighenzia di sinistra, mi unii inizialmente a un'organizzazione di sinistra denominata Lotta continua e in quel periodo fui tratto in arresto durante alcune azioni di esproprio proletario per finanziare l'organizzazione e la pubblicazione del periodico Lotta continua». Da Lotta continua sarebbe transitato in Autonomia operaia e quindi, nel 1976, avrebbe «costituito un'organizzazione armata clandestina denominata Pac». La verità come detto è molto diversa: nel 1972 Battisti viene arrestato a Frascati per il furto di 31 macchine per scrivere, nel 1974 viene denunciato per lesioni personali e «sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace» (una tredicenne con cui lui ventenne fece una fuitina); nello stesso anno viene arrestato per rapina aggravata e sequestro di persona ai danni di un dentista romano. Per questi suoi reati da delinquente comune finisce nel carcere di Udine (è l'inizio del 1977) e qui conosce Arrigo Cavallina (il vero fondatore dei Pac), che in quel momento si trova in galera con l'accusa di eversione e lo converte alla lotta armata. Tornato in libertà, Battisti assalta un ufficio postale in provincia di Latina. Quindi fugge, e trova rifugio a casa di Cavallina a Verona. «Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata» ci aveva detto Vincenzo Battisti, fratello maggiore di Cesare. Ai boliviani, Battisti dimentica di raccontare di aver partecipato a tre omicidi e di averne pianificato un quarto, e di aver indirizzato la lotta armata contro obiettivi civili come i commercianti (un macellaio e un gioielliere furono due delle sue vittime). Racconta un'altra storia: «Dopo l'omicidio di Aldo Moro», narra il romanziere Battisti, «nel maggio del 1979 (in realtà 1978 ndr), insieme a molte altre organizzazioni ci riuniamo per decidere se questa azione era compatibile con la linea del progetto politico. Con parte dei militanti dei Pac prendiamo le distanze da questa azione, segnalando che questa non era coerente con i nostri principi rivoluzionari e che anche costituiva un suicidio politico». Per questo si sarebbe allontanato «dal comitato centrale dell'organizzazione». Nel 1979 Battisti viene arrestato con l'accusa di «associazione sovversiva e possesso di arma da fuoco». A questo punto rientra in gioco la fantasia dello scrittore: «Nel frattempo agenti della Cia insieme con le agenzie di intelligence italiane intensificarono le pratiche di tortura e di sparizione dei prigionieri politici», scrive. Si arriva così all'evasione. Per Battisti non fu una fuga organizzata da ex compagni quasi a livello amicale e in cui lui portò con sé un camorrista. Per lo scrittore fu un clamoroso gesto politico: «Costituì un atto di giustizia di fatto e un'azione pulita giacché non fu necessario l'uso della violenza». Quasi un Martin Luther King degli anni di piombo. «E così», prosegue Battisti nella richiesta di asilo, «insieme a un gruppo di militanti che come me sostenevamo la ritirata strategica nel mezzo dell'avanzata fascista trovammo rifugio in Francia. Poi sono stato trasferito in Messico dove risiedetti sino al 1990». A questo punto Battisti riassume la sua biografia da latitante, il ritorno in Francia grazie alla cosiddetta dottrina Mitterrand. Arriva il 2004, il presidente francese Jacques Chirac concede l'estradizione, a Palazzo Chigi c'è Silvio Berlusconi. «In realtà», farnetica Battisti, «si trattò di un accordo milionario realizzato tra gli stati francese e italiano, governati dalla destra». Quindi la fuga in Brasile, la nuova famiglia, altri cinque libri, la residenza permanente concessa dal presidente Lula nel 2010. Ma ecco di nuovo la terribile internazionale sovranista: «Ancora una volta, altra nefasta coincidenza, nel 2018, un governo eletto di ultradestra in Italia e un altro in Brasile, quello del presidente Bolsonaro rendono necessario chiedere aiuto da un Paese di principi democratici come la Bolivia». Che domenica ce lo ha gentilmente rispedito a casa. Lui e le sue balle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-ultime-bugie-di-battisti-per-cercare-di-salvarsi-2626000854.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lultimo-ghigno-del-killer-che-finira-i-suoi-giorni-in-isolamento-a-oristano" data-post-id="2626000854" data-published-at="1767832798" data-use-pagination="False"> L’ultimo ghigno del killer che finirà i suoi giorni in isolamento a Oristano Hanno aperto la gabbia per farlo allontanare dal Brasile, per catturarlo in un Paese dal quale lo avrebbero rispedito subito in Italia senza troppi fronzoli e intoppi burocratici. Così è stato: catturato in Bolivia, Cesare Battisti è stato immediatamente espulso e consegnato all'Italia. L'assassino così sconterà l'ergastolo, mentre se fosse arrivato dal Brasile la sua pena sarebbe stata di 30 anni, così come previsto dall'accordo firmato nell'ottobre del 2017 dall'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando del Pd, con il governo brasiliano. Fa sorridere che l'ex premier Matteo Renzi definisca «una bella notizia» la consegna del terrorista all'Italia: se non fosse stato per il nuovo presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, Battisti starebbe ancora brindando alla faccia delle sue vittime, tracannando una Caipirinha dopo l'altra, stravaccato in spiaggia a Rio de Janeiro. Lo stesso Renzi, infatti, conserva ancora gelosamente la maglia della nazionale di calcio brasiliana che Lula gli regalò nel marzo 2014. A Renzi toccò la maglia con il numero 9: Lula aveva già donato la 6 all'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton; la 7 a Fidel Castro e la 8 al fratello del lider maximo, Raul. Altro che «battaglia di tutti»: ogni volta che la lunga latitanza di Battisti è sembrata vicina alla fine, è stato ad opera di capi di Stato di destra, così come avvenne quando - tra l'estate e l'autunno del 2004 - l'allora presidente francese di destra, Jacques Chirac, diede il via libera all'estradizione di Battisti verso l'Italia, capovolgendo la «dottrina Miterrand»: il terrorista fuggì così in Brasile, lasciando la Francia, dove si trovava dal 1981, anno in cui evase dal carcere di Frosinone. Un carcere, quello di Frosinone, molto ma molto diverso da quello di Massama, frazione di 600 anime della città sarda di Oristano, dove Battisti è entrato ieri pomeriggio alle cinque e dove sconterà la sua pena. Battisti, come spiega alla Verità Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), sarà sorvegliato da guardie carcerarie e specialisti del Gom, il reparto mobile del corpo, che si occupa delle situazioni più delicate, comprese le rivolte nelle carceri e la custodia e il controllo dei detenuti ad altissimo indice di pericolosità. Il Gom stesso ha portato Battisti in Sardegna anziché nel penitenziario romano di Rebibbia, come era stato previsto in un primo momento, per «ragioni di sicurezza». Il carcere di Oristano è l'incubo dei galeotti: su sei sezioni, cinque rientrano nel circuito di alta sicurezza e una sola contiene detenuti comuni: Battisti alloggerà nella sezione As2 - comparto di massima sicurezza - riservata ai terroristi. Una sistemazione adeguata agli standard di vita che il criminale godeva in Francia e Brasile? Non esattamente: il luogo in cui Battisti trascorrerà gli anni che gli restano da vivere, stando ai racconti di qualche ex «ospite», pur essendo stato completato appena 7 anni fa è umido (l'intonaco presenta incrostazioni importanti), le attività per i detenuti sono scarse, la palestra è utilizzata come magazzino, le aree esterne di passeggio sono esposte alle intemperie. «Vedrete», confida alla Verità un testimone che quel carcere lo conosce, «che la voglia di sorridere gli passerà in fretta». Per i primi sei mesi Battisti resterà in isolamento diurno. Il suo rientra nei casi di ergastolo ostativo, ossia senza la possibilità di ottenere benefici nell'esecuzione della pena, come hanno spiegato il procuratore generale di Milano, Roberto Alfonso, e il sostituto pg Antonio Lamanna. Battisti è stato trasferito a Oristano dopo essere atterrato all'aeroporto di Ciampino alle 11.40 di ieri mattina, proveniente da Santa Cruz, in Bolivia. Ha viaggiato a bordo di un Falcon 900 del governo italiano. Ad attendere l'arrivo dell'ex terrorista, sulla pista dello scalo, c'erano il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. «Ora so che andrò in carcere», ha detto il prigioniero parlando con gli agenti dell'antiterrorismo. Al momento dell'arresto, aveva in tasca la tessera sanitaria, una carta di credito a suo nome, una banconota, cinque foto e otto fogli manoscritti. «Spero», ha commentato Salvini, «di non incontrarlo da vicino. Oggi penso che l'Italia debba festeggiare, con troppo ritardo. È una giornata nel nome della giustizia, dell'onore, del buonsenso. L'Italia ha ritrovato centralità, rispetto e rispettabilità. Sono contento che abbiate potuto vedere ovunque queste immagini, segnale di rinnovata fiducia e giustizia». Il ministro dell'Interno ha poi avuto una «lunga, cordiale e costruttiva telefonata» con il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro: «Gli ho ribadito», ha spiegato Salvini, «l'enorme grazie a nome di 60 milioni di italiani per averci permesso di chiudere positivamente la questione Battisti e ci siamo impegnati ad incontrarci presto in Brasile o in Italia per rinsaldare i legami tra i nostri popoli, i nostri governi e la nostra amicizia personale». Per il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, «è un risultato storico per l'intero Paese: quando le istituzioni italiane sono compatte non ci ferma nessuno. Parliamo di un pluriomicida che si è macchiato di reati gravissimi e con la sua fuga ha offeso il Paese. Il momento in cui la giustizia farà il suo corso è quando varcherà la porta del carcere: a quel punto sconterà la pena dell'ergastolo». Parole simili anche da parte del premier, Giuseppe Conte, che ha tenuto una conferenza stampa a Palazzo Chigi: «La cattura di Battisti è un grande risultato che dovevamo non solo in astratto, perché avesse effettività la giustizia, ma lo dovevamo ai familiari delle vittime». L'ex terrorista, a quanto si è appreso, durante la sua fuga ha usato anche il suo profilo Skype «Cesare 1900», pensando di riuscire a evitare le intercettazioni. Non è stato così: «In questo momento è prematura qualsiasi valutazione». Queste le poche parole di Davide Steccanella, l'avvocato difensore di Cesare Battisti. Ignazio Mangrano
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.