2025-09-21
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: il ricevimento dai Windsor
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«Questa idea di compagnia che don Luigi Giussani lanciò più di cinquant’anni fa è la cosa di cui oggi, anche nella Chiesa, abbiamo più bisogno». Lo dice Franco Nembrini, insegnante e saggista, educatore, cantore di Dante, bergamasco di ferro. Si sente particolarmente interpellato dalla chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio monsignor Luigi Giussani (1922-2005) che avviene oggi, alle 17, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, con la recita dei Vespri presieduta dall’arcivescovo Mario Delpini. Perché Giussani ha cambiato la vita di Franco Nembrini, come ha fatto con quella di alcune generazioni di persone che attraverso il carisma di questo prete e, appunto, la «compagnia» che ha generato, hanno incontrato la «realtà di Cristo».
Era il 1954 quando don Giussani lasciò la docenza teologica per dedicarsi a tempo pieno ai ragazzi del liceo Berchet di Milano, da quel momento fu un crescendo irresistibile fino alla nascita di Comunione e Liberazione. Franco, ma don Giussani voleva davvero creare qualcosa?
«Lo ha detto lui più volte: “Non ho inteso creare niente, ma solo richiamare all’essenziale del cristianesimo”. La caratteristica di Giussani è che non ha niente di particolare di cui occuparsi. Si occupa di tutto. Perché scommette sulla possibilità che il cuore dell’uomo sia fatto bene, sia fatto da Dio e viva della ricerca di Dio. La definizione secondo me più bella l’ha data lui stesso davanti a Giovanni Paolo II nel 1998: il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo. È la sintesi del suo carisma, per quel che ho potuto vedere e capire io. Insomma, gli interessava l’uomo, l’uomo così come Dio l’ha fatto».
Però lo hanno accusato spesso di fare politica: lo hanno frainteso o forse proprio chi lo accusava era lui a fare politica?
«Non si può accusare Giussani di fare un uso politico dei rapporti, questa veramente è un’accusa che non gli si può fare. Faceva un uso religioso, nel senso profondo del termine, anche dei rapporti politici. Questo sì: perché la politica è dimensione della vita dell’uomo, è dimensione dell’espressività dell’uomo quando cerca di costruire qualcosa di buono. Quindi non gli è mai stata estranea l’azione politica. Ma assolutamente funzionale al realizzarsi del destino, della vocazione di tutti quelli che incontrava. Ripeto: dire che faceva politica nel senso ordinario con cui usiamo la parola è proprio tradirne l’intenzione e la spiritualità».
Come ha conosciuto don Giussani?
«Io l’ho conosciuto in un momento di crisi di fede, in tutto il caos del Sessantotto. Tra i 15 e i 17 anni non andavo più in chiesa, ero molto in crisi. Ed è stato un modo molto particolare, ma è una storia un po’ lunga».
Prego.
«Una mia sorella aveva incontrato uno del Clu di Milano, i ciellini universitari, che veniva in vacanza qui in paese. L’ha invitata - anche lei era in crisi - a partecipare agli incontri con un giovane prete di Milano, che era appunto don Giussani. Ha maturato in breve tempo una vocazione molto radicale: monaca di clausura tra le benedettine. Giussani la seguiva spiritualmente, e pochi mesi prima dell’ingresso in monastero decide di venire a conoscere la famiglia di questa ragazzina bergamasca che dice di avere nove fratelli. Capita qui a casa un giorno. Mia madre chiede di confessarsi da lui e gli confida il dolore che la accompagnava da tempo: il primo figlio maschio era stato in seminario sette anni, ne era uscito dopo l’estate del quinto ginnasio, e in brevissimo tempo era diventato un extraparlamentare, nemico dichiarato della Chiesa e del cristianesimo. Per lei, cattolica e contadina bergamasca, che il primogenito diventasse prete era il coronamento della sua vocazione. Invece era accaduto esattamente il contrario. Lo confida a don Giussani. Non so cosa si siano detti. Fatto sta che qualche giorno dopo arriva a casa mia un pacco di libri per questo mio fratello, con biglietto autografo firmato da don Giussani. Lo si chiama, gli si fa sapere che è arrivato questo regalo da Milano. La sera viene a casa a prendere il pacco, che nessuno aveva osato aprire. Ricordo la scena attorno al tavolo: i dieci fratelli, papà e la mamma, con Angelo che apre questo pacco arrivato da Milano. Il mio pensiero era: ecco il solito prete che cerca di recuperare la pecorella smarrita, gli avrà regalato la Bibbia, il Vangelo, le vite dei Santi... Invece, il primo libro che mio fratello tira fuori è Il capitale di Karl Marx. E poi ricordo altri libri, anche peggio del Capitale, ebbene questi sono i libri che Giussani ha regalato a mio fratello comunista. E io lì mi sono convertito».
In che senso?
«Perché in un attimo mi ha fulminato il cervello l’idea: questo prete ha a che fare con Dio. Solo Dio è misericordia. Solo Dio è la definizione dell’amore che avevo imparato da bambino al catechismo: Dio ci ha amati per primo. Tre mesi dopo partecipavo al primo raduno di Cl a Pesaro».
E l’ultima volta che lo ha incontrato?
«Il 21 gennaio 2003. Rientro da un viaggio in Sierra Leone. Era qualche tempo che non lo sentivo più. Mi ha chiamato: “Ho saputo che sei stato in Sierra Leone, vieni a trovarmi che mi racconti”. Pranzai con lui. Per mesi non sono riuscito a parlarne a nessuno. Scoppiavo a piangere quando mi chiedevano come era andato quel pranzo. Ne riportai un’impressione fortissima, analoga a quella della prima volta. Mi parve che quell’uomo in quel momento preciso avrebbe dato la vita per me. L’ultima volta che l’ho visto mi ha lasciato in eredità questo sguardo».
Se un giorno don Giussani dovesse essere canonizzato cosa potrà dare un Santo come lui a tutta la Chiesa, anche fuori dalla “compagnia” di CL?
«Quel che può già dare a tutta la Chiesa è esattamente quel che ha dato a noi che l’abbiamo conosciuto: un un ricentramento sull’essenziale, cioè su Cristo. E quindi la compagnia necessaria per vivere oggi questo incontro con il fatto di Cristo vivo, una compagnia che ti educa, ti accompagna, ti perdona».
In un tempo che troppo spesso misura il valore del femminile attraverso la lente deformante degli stereotipi e delle banalizzazioni, emerge una forza silenziosa e tenace, capace di insinuarsi nelle pieghe della società per scuoterne le fondamenta più profonde. È la forza delle donne che non attendono concessioni, che non chiedono il permesso di esistere, di affermarsi, di lasciare un segno. Donne che si sono costruite da sole, attraversando ostacoli, solitudini e responsabilità senza mai trasformare la fatica in vittimismo, ma piuttosto in disciplina interiore, in desiderio di crescita, in incessante tensione verso il miglioramento. Le pagine di questo numero di Valore Donna restituiscono il ritratto di un’Italia al femminile che resiste, crea, guida, cura, giudica, denuncia, innova. Un mosaico di voci autorevoli compone questa fotografia vivida: magistrate, giornaliste, avvocate, imprenditrici, rappresentanti delle istituzioni. Donne che hanno scelto di non arretrare davanti alle difficoltà, ma di trasformarle in testimonianza concreta.
Una rivoluzione culturale Le donne della giustizia non solo applicano le leggi, ma ogni giorno si confrontano con la fragilità umana, la paura, il dolore e quella sottile linea che separa il diritto dalla coscienza. Pioniera nella lotta contro la violenza di genere in Italia e fondatrice dell’associazione Doppia Difesa, la senatrice e presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno conduce questa battaglia senza retorica, con lucidità e concretezza, lontana dalle semplificazioni ideologiche. Oggi guida il confronto parlamentare per rafforzare la normativa sulla violenza contro le donne attraverso l’istituzione di un comitato ristretto «che lavorerà sia per tentare una mediazione politica sia su aspetti tecnici che riguardino non solo l’articolo 609 bis del codice penale, ma anche altre figure come la violenza di gruppo».
Dietro ogni fascicolo aperto sulla violenza di genere non esistono soltanto numeri, statistiche o atti giudiziari: esistono vite spezzate, libertà negate, paure taciute, denunce rimaste senza voce. Eppure, accanto a questo dolore, si sta delineando una nuova idea di giustizia: non più soltanto repressiva, ma anche culturale, educativa e preventiva. Tutte le forme di violenza contro le donne affondano infatti le proprie radici in una concezione patriarcale che continua, ancora oggi, a sopravvivere nel tessuto sociale. E se ne potrà uscire soltanto attraverso una rivoluzione culturale profonda, che procede ancora troppo lentamente e in modo discontinuo. In questo processo, il ruolo dell’informazione è decisivo. La magistrata Paola Di Nicola Travaglini lo ricorda con chiarezza: «Le parole non sono neutre: riflettono e rafforzano stereotipi radicati. Partire dall’educazione e dal linguaggio è fondamentale: è lì che si costruisce, o si ostacola, un cambiamento reale». Allo stesso modo, Vittoriana Abate — giornalista, autrice e conduttrice televisiva — rivendica la necessità di «un linguaggio calibrato e responsabile», capace di raccontare i femminicidi senza spettacolarizzare il dolore, ma contribuendo piuttosto alla prevenzione, alla consapevolezza e alla tutela delle vittime. Anche Albina Perri, direttore di Giallo, riflette sul ruolo dei media nella narrazione della violenza di genere, tra responsabilità etica, linguaggio e necessità di un’informazione più consapevole e rispettosa. La vera partita si gioca dunque nella società, a ogni livello, in ogni suo risvolto. Lo testimoniano le riflessioni della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno; del magistrato Valerio De Gioia; del presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia; di Francesco Menditto, che alla guida della Procura di Tivoli ha introdotto modelli operativi e buone pratiche divenuti riferimento nazionale. E ancora le avvocate Claudia Eccher ed Elena Biaggioni; Cristina Carelli, presidente della rete dei centri antiviolenza; e infine Daniela Ferolla, presidente della Fondazione Le Stelle di Marisa ETS; e Roberta Beolchi, alla guida dell’associazione Edela, realtà che stanno accanto agli orfani di femminicidio. Ognuno di loro, attraverso il proprio lavoro e la propria esperienza sul campo, contribuisce a comporre il quadro complesso e doloroso di una delle emergenze civili più profonde del nostro tempo.
Donne e giustizia: presidio di coscienza civile La giustizia può restare credibile solo se riesce a sottrarsi alle distorsioni della spettacolarizzazione, delle appartenenze e delle pressioni esterne. La penalista Giada Bocellari, entrata giovanissima nel team difensivo di Alberto Stasi nel caso Garlasco, affronta il tema dell’errore giudiziario e del peso del processo mediatico. A muoverla è sempre stata un profondo bisogno di giustizia. «Per me la condanna di Alberto Stasi è stata processualmente un’ingiustizia, perché non pronunciata oltre ogni ragionevole dubbio». Su questo principio si pronuncia anche Stefano Vitelli, il giudice che ha assolto Alberto Stasi nel 2009. Il suo libro è una potente riflessione sul valore del dubbio nella società contemporanea. Natalia Ceccarelli affronta invece il tema della crisi di autorevolezza della magistratura e delle derive associative interne all’Anm, da cui ha preso le distanze dopo la vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia. La giudice denuncia il rischio di una crescente politicizzazione delle correnti e di una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti dell’ordine giudiziario. La magistratura deve recuperare prestigio attraverso meritocrazia, indipendenza e responsabilità etica, evitando logiche di appartenenza o dinamiche di potere che finiscono per indebolire l’immagine stessa della giustizia.
Autorevolezza femminile, oltre le quote rosa Il vero cambiamento, però, non risiede soltanto nelle norme, pur necessarie, ma nello sguardo collettivo. Nella capacità di riconoscere il talento femminile senza considerarlo un’eccezione. Nella maturità culturale di comprendere che l’autorevolezza non appartiene a un genere, ma alla qualità delle persone. E mentre il mondo continua a interrogarsi sulla leadership femminile, molte donne spostano più avanti la barra del progresso, con la forza delle idee e con una determinazione che lascia tracce profonde. Lo fanno nei tribunali, nelle redazioni, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni. Dal sottosegretario di Stato alla Difesa, Isabella Rauti alla presidente di Ance, Federica Brancaccio; dalla giornalista Chiara di Cristofaro alla deputata europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint; dalla comandante della Nave Alpino della Marina Militare, Sara Vinci, a Romina Nicoletti, presidente della Italian Delegation Made in Italy; dal direttore generale di Cisambiente Confindustria, Lucia Leonessi alla deputata Mara Carfagna; dalla presidente Fondazione Enasarco, Patrizia De Luise, al direttore generale ENIT, Elena Nembrini. E ancora attraverso le storie imprenditoriali di Diana Bracco, Debora Paglieri, Eleonora Calavalle, Elisabetta Fabri, Maria Criscuolo, Cristina Rigoni, Monica Pedrali e Albiera Antinori. La migliore espressione del made in Italy. Forse è proprio qui il significato più profondo della parola valore: non il potere ostentato, ma quello conquistato con competenza e coraggio. Un valore che non ha bisogno di imporsi con le quote rosa, perché si afferma attraverso la credibilità. Che si nutre di talento, impegno e perseveranza.
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Siamo una cultura di morte. È cominciata con il femminismo. Semplificando molto, veramente molto, possiamo affermare che il nostro cervello ha due emisferi, destro e sinistro, diversi e complementari, due modi di guardare il mondo, due verità che convivono senza mai fondersi davvero. Il sinistro è un ragioniere inflessibile: pretende che due più due faccia quattro, sempre e soltanto quattro. Non ama le distrazioni, procede in fila indiana.
Il destro non fa addizioni, intuisce. Non dimostra: collega. Dove il sinistro costruisce, il destro indovina. È affollato, simultaneo, quasi chiassoso: tiene insieme immagini, simboli, analogie. È lì che nascono le fiabe, i miti, la letteratura fantastica. Ed è forse lì che si nasconde una forma di conoscenza più inquietante, perché meno dichiarata: quella che non si lascia dire, ma si lascia intravedere. Se si vuole capire davvero un popolo, non bisogna leggere i suoi codici civili, ma la sua letteratura fantastica: la realtà è lì. Lo intuisce Kafka. Franz Kafka muore nel 1924, quando i lager non esistono ancora, quando l’antisemitismo non ha ancora assunto la sua forma industriale, quando il nazismo è soltanto un’ombra lontana.
Eppure qualcosa, nel suo emisfero destro, registra. Non grandi eventi, quelli sono ancora di là da venire, ma minimi scarti: un saluto meno cordiale, uno sguardo appena inclinato verso il disprezzo, certe righe di giornale dove la lingua comincia a farsi torbida. Sono dettagli insignificanti, quasi invisibili, ma è proprio di questi che si nutre la profezia, non la profezia religiosa, che scende dall’alto, bensì emerge dal basso, come una febbre leggera, come fantasticheria cupa e senza senso. Queste due parole sono fondamentali: senza senso. Kafka racconta storie senza senso. Uomini senza colpa condannati a morte senza sapere perché. Racconta di uomini che si svegliano trasformati in insetti. E gli insetti, si sa, si eliminano. Con cura, con metodo, con prodotti dal nome tecnico e rassicurante, il cianuro di idrogeno ribattezzato Zyklon B. La letteratura fantastica, in questo senso, è un deposito: il luogo dove nascondiamo i mostri quando sono troppo orrendi per essere guardati direttamente, così possiamo parlarne senza esserne distrutti.
Il Novecento ha fatto della letteratura fantastica il proprio specchio più tragicamente vero. Le grandi saghe, mondi lontani, guerre cosmiche, battaglie tra bene e male, non erano evasione, ma traduzione. Raccontavano, con altri nomi e altri volti, uno scontro reale: quello tra culture della vita e culture della morte. Oggi, però, lo scenario è cambiato. Il fantastico contemporaneo ha perso la nobiltà tragica di quelle narrazioni epiche. Non ci sono più grandi eroi, dinastie millenarie che collegano il presente al passato, e che continueranno nei secoli a venire dopo che la battaglia è stata vinta.
Non ci sono nemmeno grandi e oscuri signori, orde che non sono però prive di un qualche valore militare e che si potrebbero anche convertire, chissà, prima o poi. Il secolo Ventesimo è il secolo dell’horror, la fantascienza diventa horror. Se è vero che il fantastico rivela ciò che la realtà nasconde, allora questa proliferazione di corpi senza identità, di decomposizioni senza senso, racconta qualcosa di preciso: una familiarità crescente con la morte, una specie di assuefazione, una familiarità con l’orrore, per esempio un corpicino smembrato nell’aborto. Le sedi di Pro vita e famiglia vengono vandalizzate e colpite da bombe incendiarie. L’orrore non è più confinato nelle storie: trabocca. Lo si ritrova nelle decorazioni grottesche di Halloween, nell’estetica deliberatamente sgradevole, nella bruttezza esibita come linguaggio, nei giocattoli ripugnanti. Non è provocazione: è sintomo. Una cultura che smette di cercare la forma, che rifiuta di festeggiare la vita, finisce per celebrare la decomposizione. E quando questo accade, bisogna tornare all’origine.
Perché ogni civiltà si regge su un punto iniziale, semplice e irriducibile: la vita che nasce. E la vita, nella sua forma elementare, è relazione tra uomo e donna. Quando questo nucleo viene deformato, anche tutto il resto si incrina. La grande ideologia criminale del Novecento, il marxismo, non ha prodotto solo errori politici o economici, enormi e tragici, essendo l’ideologia che ha generato i due gemelli eterozigoti, per citare la definizione dello storico francese Alain Besançon (Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, 2000 Lindau editore): comunismo e nazismo sono rispettivamente internazionalsocialismo e nazionalsocialismo, figli dello stesso odio: l’odio contro l’uomo, contro il cristianesimo, contro la vita, contro le libertà elementari, contro il diritto dei genitori di educare i propri figli. Hanno aggredito, sporcato l’origine della vita: l’amore tra uomo e donna. «Crescete e moltiplicatevi», aveva detto Dio. Odiatevi così da non generare, dice il comunismo.
Comincia Friedrich Engels che in un ridicolo libercolo pubblicato nel 1884, L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, vede il maschio come proprietario e la donna come proprietà. La famiglia, da cellula della società, diventa il nemico da abbattere. Gli uomini sono considerati proprietari e le donne schiave, ma nessun padrone muore per lo schiavo. È proprio lì che si è aperta una frattura. La nostra natalità è crollata. Abbiamo sostituito i figli con cani e gatti, abortire è un diritto, mangiare una bistecca è un crimine. Noi siamo una cultura di morte perché è stata ferita l’origine della vita, e l’origine della vita è l’unione di un uomo e di una donna.
Il marxismo è stato una tragedia non solo dal punto di vista politico ed economico, la causa diretta in Ucraina, ma anche nel resto dell’unione sovietica, nella Cina di Mao, nella Cambogia di Pol Pot, delle più grandi carestie dell’umanità. Il marxismo non è stato solo criminale imbecillità politica ed economica, la più grande causa di morti ammazzati. È stato anche una tragedia di atroce imbecillità antropologica: ha colpito l’origine della vita. Ha dato della famiglia, l’unica possibile, l’unione di un uomo e una donna e dei bambini che hanno messo al mondo, una visione deformata. La famiglia è vista come la cellula malata di una società malata: da abbattere. I servizi sociali e la scuola, fulgida fucina di indottrinamento, come spiega il filosofo Ellul nel libro Propaganda, altro non sono che il braccio molto armato di questa teoria.
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