2019-01-30
Andriy Yermak (Ansas)
- Dopo l’arresto per corruzione, Andriy Yermak esce su cauzione da ben 2,7 milioni. Il Cremlino: «Trattative in stallo. L’Ue rema contro la mediazione americana». Riappare Angela Merkel: «L’Europa aumenti gli sforzi diplomatici».
- Salutato Donald Trump, oggi atterra a Pechino Vladimir Putin con una folta delegazione. Sul tavolo patti energetici e tanti dossier. Obiettivo: saldare l’asse e costruire un «mondo multipolare».
Lo speciale contiene due articoli
Nell’ennesimo caso di corruzione che coinvolge figure ucraine di alto profilo, l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, è già uscito dal carcere, nonostante penda su di lui l’accusa di riciclaggio di denaro. È stato rilasciato grazie ad alcuni benefattori che hanno pagato la cauzione fissata a 2,7 milioni di euro.
La scarcerazione arriva dopo che la scorsa settimana un tribunale anticorruzione di Kiev aveva disposto la detenzione preventiva per 60 giorni, fissando anche la somma della cauzione. Con Yermak che pochi giorni fa sperava nell’aiuto di «amici e conoscenti», sono stati in diversi a rispondere all’appello, tra singoli individui come l’ex allenatore della nazionale di calcio ucraina, Serhij Rebrov, aziende private e studi legali.
Il sospetto avanzato dall’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e dalla Procura specializzata anticorruzione (Sapo) è che Yermak abbia riciclato 10 milioni di dollari durante la realizzazione del progetto edilizio di lusso Dynastiia a Kozyn. E gli inquirenti non escludono che i fondi provengano anche dallo schema corruttivo legato all’azienda statale Energoatom, ovvero lo scandalo che ha costretto l’ex capo di gabinetto a dimettersi il 28 novembre. Zelensky però non sembra badare troppo alle questioni interne, preferendo concentrarsi su quello che accade dentro la Russia. Ha quindi sostenuto che Mosca sta affrontando perdite statali «significative», tenute volutamente nascoste. A dirlo sarebbe l’intelligence ucraina sulla base di alcuni documenti ottenuti. A detta del leader di Kiev «una sola compagnia petrolifera russa è stata costretta a chiudere circa 400 pozzi» e sarebbe stata notata «una riduzione della raffinazione petrolifera di almeno il 10% in pochi mesi solo quest’anno». Intanto Zelensky è costretto a incassare la richiesta «del rispetto dei diritti della minoranza ungherese che vive in Ucraina». A chiederlo è stato lo stesso presidente del Consiglio europeo, António Costa, incalzato dal nuovo premier ungherese, Péter Magyar, che ha scritto su X: «Prima dell’inizio della riunione di gabinetto di oggi (ieri, ndr), ho informato telefonicamente il presidente del Consiglio europeo che abbiamo avviato un ciclo di colloqui a livello tecnico con la parte Ucraina volti ad assicurare garanzie legali per i diritti linguistici, educativi e culturali della comunità ungherese in Transcarpazia».
Sul fronte delle trattative, a seguito dell’escalation degli attacchi reciproci tra Mosca e Kiev, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dopo il massiccio raid su Kiev, il tycoon aveva infatti adombrato la possibilità di rallentamenti negli sforzi diplomatici. E Peskov ieri ha confermato: «Attualmente il processo di pace è in pausa, ci aspettiamo che venga ripreso». La speranza è che «i colleghi americani continueranno i loro sforzi di mediazione». Nei confronti dell’Europa non c’è lo stesso livello di speranza. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha sostenuto che «i radicali europei, i neoliberisti e i neonazisti, insieme al regime di Zelensky, sono decisi a impedire l’attuazione dei piani di pace che stanno elaborando gli Stati Uniti».
Nonostante il clima di sfiducia russo, in Europa prosegue il dibattito sull’apertura del dialogo con Mosca per evitare di stare in panchina nei futuri negoziati. Politico ha ipotizzato alcuni nomi che potrebbero guidare i colloqui, individuando però allo stesso tempo elementi di criticità: cita l’ex cancelliere tedesco, Angela Merkel, l’ex premier Mario Draghi e l’attuale presidente finlandese, Alexander Stubb. A frenare sul toto nomi è stata la portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper: settimana prossima, ha dichiarato, in occasione della riunione informale dei ministri degli Esteri, «verrà discussa la posizione europea in termini di richieste e di condizioni». «Si guarderà al “cosa”», ha aggiunto, «non al “chi”».
Chi ha tirato le orecchie a Bruxelles è la Merkel, «rammaricata» dal fatto che «l’Europa non stia sfruttando a sufficienza il proprio potenziale diplomatico» nel contesto della guerra in Ucraina. Ha poi aggiunto che «non è sufficiente» che solo il presidente degli Stati Uniti abbia contatti con Mosca, visto che «anche gli europei contano».
Sul campo di battaglia, intanto, Zelensky ha accusato Mosca, a ridosso della visita di Putin in Cina, di aver colpito una nave cinese con un drone a Odessa. Altri raid russi si sono registrati a Dnipro, Zaporizhzhia, Kherson: gli attacchi sul territorio ucraino hanno interessato 524 droni e 22 missili, causando oltre 30 feriti e almeno due morti, dopo che, il giorno precedente, Mosca era stata colpita con un maxi blitz di droni in cui hanno perso la vita almeno quattro civili. Ieri, invece, in Russia è stata colpita la regione di Belgorod, ma raid ucraini sono stati diretti anche contro la regione del Donetsk.
Xi al centro del globo: arriva Putin
A pochi giorni dalla visita di Donald Trump in Cina, Vladimir Putin vola a sua volta a Pechino per un vertice che il Cremlino presenta come un ulteriore rafforzamento dell’asse strategico tra Russia e Cina. Putin atterrerà stasera nella capitale cinese e domani mattina incontrerà Xi Jinping nella Grande sala del popolo, in Piazza Tiananmen. Sul tavolo di questo delicato summit ci saranno energia, commercio, trasporti, cooperazione industriale e, soprattutto, il consolidamento del partenariato tra Mosca e Pechino, che nel 2026 compie 30 anni.
Il Cremlino, che ha parlato di «aspettative alte», ha annunciato che Putin e Xi firmeranno una lunga dichiarazione congiunta sull’«interazione strategica» tra le due nazioni, oltre a un secondo documento dedicato alla costruzione di «un mondo multipolare» e di «un nuovo tipo di relazioni internazionali», come ha dichiarato Yuri Ushakov, il consigliere diplomatico del Cremlino. Secondo lo stesso Ushakov, il testo principale sarà un documento «programmatico» di 47 pagine destinato a definire le linee guida della cooperazione futura tra Mosca e Pechino. Complessivamente, durante la visita dovrebbero essere firmati circa 40 accordi nei settori dell’industria, dei trasporti, dell’energia nucleare, dell’istruzione, del cinema e della cooperazione tra agenzie di stampa.
La delegazione russa sarà imponente: cinque vicepremier, otto ministri, la governatrice della Banca centrale (Elvira Nabiullina), dirigenti delle grandi banche, manager delle imprese di Stato e rappresentanti dei principali gruppi industriali. «Molto, molto rappresentativa», l’ha definita Ushakov. Da parte sua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha invece respinto ogni paragone con la visita di Trump, sostenendo che Mosca «non compete con nessuno» sulla composizione delle delegazioni. Sarà, ma resta il fatto che Putin arriverà a Pechino appena quattro giorni dopo la partenza del tycoon, reduce da un cauto riavvicinamento con Xi dopo mesi di tensioni commerciali e politiche tra Washington e la Repubblica popolare.
Ad ogni modo, il tema forte dei colloqui sino-russi sarà l’energia. Putin e Xi discuteranno della cooperazione sugli idrocarburi e in particolare del progetto Power of Siberia 2, il grande gasdotto destinato a collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Mosca spinge da tempo per chiudere definitivamente l’accordo, che prevedrebbe forniture per 30 anni e una capacità aggiuntiva di 50 miliardi di metri cubi di gas. Ushakov ha confermato che il dossier sarà affrontato «in modo molto approfondito».
Negli ultimi anni, infatti, Pechino è diventata uno dei principali sbocchi economici della Russia colpita dalle sanzioni occidentali: gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto livelli record dopo il 2022 e la Cina acquista ormai oltre un quarto delle esportazioni russe. In questo modo, Mosca può contare su entrate di vitale importanza, mentre Pechino si è dotata di una vera e propria garanzia sul piano energetico (oggi ancora più strategica a causa della crisi dello Stretto di Hormuz).
I colloqui tra Putin e Xi, peraltro, si svolgeranno in formato sia ristretto sia allargato. Domani, infatti, i due leader avranno anche un incontro informale che il Cremlino considera particolarmente significativo, perché consentirà di discutere «apertamente e in via riservata» i principali dossier internazionali. Dopo i negoziati, infine, i due presidenti rilasceranno dichiarazioni alla stampa e parteciperanno a un ricevimento ufficiale ospitato dal leader cinese.
Secondo Joseph Webster, ricercatore dell’Atlantic council, «Taiwan potrebbe essere il tema sottinteso dell’incontro tra Xi e Putin». L’ipotesi dell’autorevole think tank americano è che Pechino voglia rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con Mosca proprio per garantirsi approvvigionamenti più sicuri in caso di una futura crisi nello Stretto di Taiwan. In quest’ottica, pertanto, il progetto Power of Siberia 2 assumerebbe non soltanto un valore prettamente economico, ma anche una chiara valenza strategica e geopolitica.
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Gli psichiatri Giuseppe Nicolò e Tonino Cantelmi (Imagoeconomica)
Pur di «scagionare» Salim El Koudri, è corsa a incolpare la sanità. Eppure, fu lui a interrompere le terapie. Lo psichiatra Giuseppe Nicolò: «Chi ha questi disturbi di solito non desta il nostro allarme». Il dottor Tonino Cantelmi: «Mix letale fra condizioni psichiche e mancata integrazione».
Salim El Koudri, il marocchino autore della strage nel centro storico di Modena, era stato seguito un paio d’anni dal centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbo schizoide della personalità. Dal 2024 aveva interrotto il percorso terapeutico. «Purtroppo, ha sospeso questa terapia: non è più andato e ha smesso di prendere le medicine prescritte. Questo è stato l’inizio di un progressivo deterioramento […] Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha dichiarato il suo avvocato, Fausto Giannelli».
Da più parti si è già cercato di accusare la sanità di scarsa attenzione per le problematiche psichiche, o di essere comunque corresponsabile della folle devianza del trentunenne di Ravarino, che avrebbe dovuto essere segnalata e controllata. «Ci diranno e ci diremo che Salim El Koudri è un folle, una variabile imprevedibile che poteva abbattersi ovunque e comunque […] ma è solo la parte più evidente e più tragica di una storia che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto siamo disposti ad ammettere», scriveva ieri La Stampa.
Un po’ di numeri aiutano a inquadrare la situazione problemi mentali. Nell’ultimo Rapporto sulla salute mentale in Italia, riferito al 2024 e a cura dell’Ufficio statistica del ministero della Salute, gli assistiti sul territorio nazionale con almeno un contatto presso strutture territoriali psichiatriche sono 760.601, ovvero 154,6 per 10.000 abitanti adulti. Gli utenti di nazionalità non italiana sono 40.485 (5,6%).
I tassi di incidenza della schizofrenia e altre psicosi funzionali sono di 3,8 casi su 10.000 abitanti. In Emilia-Romagna, nel 2024 il 52,9% dei pazienti soffriva di schizofrenia. I pazienti con diagnosi di schizofrenia e altre psicosi funzionali (14.690 soggetti) rappresentano la metà dell’utenza delle strutture residenziali (50,2%); con riferimento all’età, la maggior parte risulta di fascia 45-64 anni. Nei centri semiresidenziali, le persone (9.897) con la stessa diagnosi rappresentano quasi la metà dell’utenza (44,3%) e sono soprattutto di fascia 25-64 anni nei maschi, 45-64 anni nelle femmine.
Nel 2024 si registrano 141.317 dimessi adulti con diagnosi di disturbo mentale dalle strutture ospedaliere italiane: 127.897 in regime ordinario (90,5%) e 13.420 in regime diurno (9,5%); il numero dei dimessi dai reparti di psichiatria rappresenta il 73,1% del totale dei dimessi in regime ordinario e il 72,9% della casistica in regime diurno. Nello stesso anno, i pazienti con disturbi schizofrenici e altre psicosi funzionali che hanno abbandonato il trattamento risultano 1.024 (0,6%). Non per questo, tutti questi disturbati mentali in circolazione sono in giro a investire passanti inermi o a progettare stragi come l’italiano di «seconda generazione».
«Normalmente il disturbo schizoide della personalità non dà problemi tali da richiedere il nostro intervento», afferma Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 5, coordinatore vicario del tavolo tecnico nazionale della Salute mentale e vice presidente della Società italiana di psichiatria. Spiega il professore: «È un disturbo abbastanza raro, faccio lo psichiatra da trent’anni e avrò visto 15.000 pazienti, ma non più di dieci con disturbo schizoide della personalità. La persona che ne se soffre non ha interesse nelle relazioni interpersonali, non trova piacere nelle relazioni affettive e in quasi nessuna attività, è indifferente alle lodi e alle critiche. Sono dei solitari, degli asociali, non vengono nemmeno notati perché marginali e quasi mai vengono a contatto con i servizi sanitari».
Lo psichiatra e psicoterapeuta sottolinea che «in questi soggetti non c’è un comportamento anti giuridico, non sono persone che destano allarme o attenzione, solitamente si isolano». Se l’incidenza della violenza in questi individui solitamente distaccati è estremamente bassa, «tra 0,5 e 0,8%, può essere che un gesto sfrenato possa dare emozionalità alla persona con disturbo schizoide della personalità. Può provare piacere e stimolo da situazioni più estreme», dichiara Nicolò.
Nel caso di Salim El Koudri, il professore ritiene che «non solo il disturbo possa spiegare il gesto, ma anche altri fattori quali la marginalizzazione sociale, alcune credenze religiose, forse far parte di qualche gruppo che un po’ esasperava le sue convinzioni. La violenza ha anche un corrispettivo culturale, anche se non è automatico».
Per lo psichiatra Tonino Cantelmi, presidente dell’Istituto di terapia cognitivo comportamentale (Itci) di Roma, se l’attentatore «non sembra aderire esplicitamente ad un movimento terroristico, tuttavia ricalca modalità terroristiche già utilizzate. Per cui nessuna ipotesi esclude l’altra, si tratta di un mix fra condizioni psichiche problematiche, difficoltà di integrazioni che accompagnano le seconde generazioni, stimoli ambientali mal elaborati, rabbia e comportamenti improntati a schemi culturali specifici, sicuramente influenti. Un mix micidiale ed esplosivo».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi
Nel 2010 tra i soggetti giovani in cura c’era il 12% di immigrati, oggi la quota è salita al 24%. Ma il governatore De Pascale, anziché preoccuparsi di una Regione che non sa integrare, attacca il governo e il «razzismo».
Scaricabarile. È lo sport preferito di quel gran pezzo dell’Emilia che guarda a sinistra. Non c’erano dubbi che Regione e sindaci si sarebbero esibiti in salti mortali carpiati per allontanare le evidenti responsabilità nella tragedia modenese.
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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