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2023-10-05
L’Azerbaijan boicotta il tavolo sul Nagorno
Ansa
Come si temeva l’Azerbaijan ha boicottato, con una mossa dell’ultimo momento, l’incontro che si doveva tenere oggi a Granada (Spagna) e dove si doveva discutere della gravissima situazione nel Nagorno Karabakh, oggetto dell’operazione di pulizia etnica compiuta dagli azeri, e dei rapporti tra Baku e Erevan. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Apa, le autorità di Baku hanno respinto l’invito a partecipare all’incontro dove attorno al tavolo avrebbero trovato i rappresentanti di Armenia, Ue, Francia e Germania.
Secondo quanto riportato, gli azeri hanno proposto all’ultimo momento la partecipazione della Turchia all’incontro, ben sapendo che avrebbero incontrato delle logiche resistenze. Cosa che è puntualmente avvenuta da parte di Francia e Germania, che hanno ritenuto del tutto arbitraria la presenza dei turchi visto che questi approvano da sempre gli interventi militari e gli orrori dei quali sono capaci i militari azeri. Il regime di Ankara non vede l’ora alla pari dell’Azerbaijan, di far scomparire tutta l’Armenia cristiana e con essa la sua storia e cultura millenaria.
La motivazione della mancata partecipazione da parte degli azeri è a dir poco grottesca visto che da Baku, come scrive l’Agenzia Nova, hanno fatto sapere che «si è creata un’atmosfera anti azera nel formato a cinque proposto dall’Ue come emerso dalle dichiarazioni filo armene dei funzionari francesi (ministro della Difesa, ministro degli Affari esteri), dalla visita del ministro degli Affari esteri di Parigi in Armenia e della cooperazione militare, delle dichiarazioni sulla fornitura di armi e munizioni, dalla dichiarazione di ieri del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che accusa l’Azerbaijan». Probabilmente a Baku si aspettavano di essere ringraziati per aver fatto fuggire dalle loro case 100.000 armeni su 120.000 abitanti del Nagorno Karabakh e, perché no, di aver ammazzato con i bombardamenti sulla popolazione civile almeno 200 persone.
Visto tutto questo, il presidente azero Ilham Aliyev «ha deciso di non recarsi a Granada, in quanto non vede alcuna necessità di partecipare ai negoziati in questo formato». Il premier armeno Nikol Pashinyan sarà comunque presente a Granada: lo ha detto parlando al Parlamento armeno: «Abbiamo confermato fino all’ultimo momento la nostra visita a Granada. Eravamo molto costruttivi e ottimisti ma si è scoperto che l’incontro programmato non si terrà e non per colpa nostra». Pashinyan ha anche aperto alla possibilità di dimettersi «qualora questa decisione aiutasse a stabilizzare la situazione nel Paese». Non si capisce il come visto che è il suo Paese a essere stato attaccato e che ora rischia di sparire e che mai come oggi necessita che tutti restino al loro posto e non certo di dimissioni.
Sempre a proposito di brutte notizie, lascia sbalorditi l’assenza delle istituzioni europee ed è un fatto che pochi denunciano ma tra coloro che non si rassegnano c’è Massimiliano Salini europarlamentare di Forza Italia che si batte da anni per l’Armenia: «È gravissimo il colpevole silenzio dell’Europa e dell’Occidente davanti alla cancellazione di un popolo cristiano dal Nagorno Karabakh, sradicato con violenza da una terra dove vive da migliaia di anni. La drammatica inadeguatezza di Commissione e Consiglio non può coprire la voce di questo Parlamento, che sta invece denunciando con chiarezza quanto sia inaccettabile quel che è accaduto al popolo armeno, che rappresenta oggi anche la cultura europea: un popolo cristiano perseguitato».
Raggiunto telefonicamente Salini, oltre a esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale situazione, non nasconde che le insidie sono ancora più grandi: «Preoccupa quello che sta accadendo tra Armenia, Azerbaijan, Turchia e Russia. È impossibile non vedere come Mosca abbia abbandonato gli armeni negli ultimi mesi e il timore è che ci sia la volontà da parte dei russi di voler recuperare un territorio dell’ex impero sovietico (l’Armenia, ndr) e quindi, come fatto con la Bielorussia, costruire di fatto uno Stato eterodiretto da Mosca lasciando quella striscia di terra dell’Armenia che confina con l’Iran ai turchi e agli azeri. Quindi i russi si prendono l’Armenia e la Turchia si garantisce un collegamento diretto anche via terra con l’Azerbaigian».
A proposito di fallimenti diplomatici, il quotidiano statunitense Politico racconta di come il 17 settembre, quindi a pochi giorni dall’invasione azera del Nagorno Karabakh, si sono tenuti in Turchia incontri segreti tra alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ue e della Russia. Gli Stati Uniti, scrive Politico, «erano rappresentati da Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati sul Caucaso, l’Ue ha inviato Toivo Klaar, il suo rappresentante per la regione, mentre il Cremlino ha inviato Igor Khovaev, che funge da inviato speciale di Vladimir Putin per le relazioni tra Armenia e Azerbaijan». Impossibile che Igor Khovaev si sia seduto a quel tavolo senza sapere cosa avrebbe ordinato il presidente Ilham Aliyev al suo esercito due giorni dopo.
Amara la conclusione di Massimiliano Salini dopo che si è diffusa la notizia del vertice boicottato: «Stiamo assistendo a una persecuzione dei cristiani e c’è la volontà ossessiva di distruggere tutti i segni di quella presenza secondo il modello ottomano che mira a cancellare interamente in quell’area della Terra la popolazione cristiana».
La fronda nel Gop silura McCarthy. L’indagine su Biden rischia il pantano
Terremoto politico negli Usa. L’altro ieri, lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, è stato destituito a seguito di una mozione introdotta dal suo avversario interno, Matt Gaetz: una mozione che è stata approvata con 216 voti contro 210 (sette deputati, tre repubblicani e quattro dem, non hanno votato). È la prima volta che una simile circostanza si verifica nella storia americana (nel 1910 si registrò un tentativo di estromissione dell’allora Speaker, Joe Cannon, che tuttavia fallì). A votare a favore del siluramento, martedì, sono stati tutti i deputati dem oltre a una fronda di otto repubblicani, capeggiati dallo stesso Gaetz, che non ha perdonato a McCarthy l’accordo anti-shutdown, da lui stretto sabato. La Camera sarà per il momento guidata da uno Speaker ad interim, Patrick McHenry: un deputato repubblicano, considerato vicino allo stesso McCarthy, che - tra i suoi primi atti - ha tolto a Nancy Pelosi l’ufficio privato di cui disponeva in Campidoglio: una circostanza che ha irritato l’ex Speaker dem. Nel frattempo, le votazioni sono state sospese, mentre i repubblicani si riuniranno martedì prossimo per cercare un accordo su un nuovo candidato per la guida della Camera (McCarthy ha annunciato di non volersi ripresentare). Secondo gran parte della stampa italiana, quanto accaduto sarebbe una vittoria dei trumpisti e dello stesso Donald Trump. In realtà, le cose non stanno esattamente così. È pur vero che Gaetz è molto vicino all’ex presidente americano. Tuttavia è altrettanto vero che vari deputati molto legati a Trump, l’altro ieri, hanno votato a sostegno di McCarthy: si pensi solo a Jim Jordan, Elise Stefanik, James Comer, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene. Lo stesso ex presidente, poco prima del voto di martedì, si era lamentato su Truth delle divisioni in seno al Gop. Trump non ha molto da guadagnare da questa situazione che, di fatto, rischia di impantanare l’indagine per impeachment su Joe Biden e le inchieste parlamentari in corso su suo figlio Hunter.Nel frattempo si sta ragionando sulla successione. Al momento, i papabili per diventare Speaker sono il leader della maggioranza, Steve Scalise, il presidente della conferenza repubblicana della Camera, Elise Stefanik, e il capo della commissione Giustizia, Jim Jordan (che ieri ha ufficializzato la sua candidatura). In tutto questo, tre deputati che hanno votato a favore di McCarthy l’altro ieri - Troy Nehls, Greg Steube e la stessa Taylor Greene - hanno espresso l’intenzione di proporre Trump come nuovo Speaker. Si tratta di uno scenario teoricamente possibile, visto che non è formalmente richiesto che a ricoprire la carica sia un deputato. Inoltre tale ipotesi era già circolata l’anno scorso sebbene, a un certo punto, Trump avesse dichiarato di non essere interessato. Sia chiaro: l’eventualità che l’ex presidente possa diventare Speaker è al momento assai improbabile. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di un’ipotesi sul tavolo.Il punto vero sarà riuscire a trovare una figura in grado di mettere d’accordo tutte le correnti del gruppo parlamentare repubblicano. Non sarà facile. Non è d’altronde un mistero che gli ultimi tre Speaker del Gop - John Boehner, Paul Ryan e lo stesso McCarthy - hanno tutti dovuto affrontare significative fibrillazioni a causa di fronde, promosse da deputati intransigenti. I ribelli attuali puntano soprattutto a drastici tagli alla spesa pubblica. Si tratta di richieste difficilmente conseguibili in toto, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera oggi è risicata. Non è quindi affatto detto che la poltrona di Speaker sia al momento troppo ambita.Come che sia, il governo italiano dovrebbe seguire con attenzione questa successione. Giorgia Meloni aveva ottimi rapporti con McCarthy: è bene che li abbia anche con chi ne prenderà il posto. Palazzo Chigi deve mantenere relazioni solide con il Gop: soprattutto in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.
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Oggi le autorità di Baku diserteranno il vertice con i rappresentanti armeni a Granada. Secondo «Politico» Russia, Stati Uniti e Ue si sono incontrati segretamente prima dell’invasione per mediare la pace. L’eurodeputato Massimiliano Salini (Fi): «È persecuzione di cristiani».Otto repubblicani votano con i dem per destituire lo Speaker: un ostacolo per Trump. Lo speciale contiene due articoli.Come si temeva l’Azerbaijan ha boicottato, con una mossa dell’ultimo momento, l’incontro che si doveva tenere oggi a Granada (Spagna) e dove si doveva discutere della gravissima situazione nel Nagorno Karabakh, oggetto dell’operazione di pulizia etnica compiuta dagli azeri, e dei rapporti tra Baku e Erevan. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Apa, le autorità di Baku hanno respinto l’invito a partecipare all’incontro dove attorno al tavolo avrebbero trovato i rappresentanti di Armenia, Ue, Francia e Germania.Secondo quanto riportato, gli azeri hanno proposto all’ultimo momento la partecipazione della Turchia all’incontro, ben sapendo che avrebbero incontrato delle logiche resistenze. Cosa che è puntualmente avvenuta da parte di Francia e Germania, che hanno ritenuto del tutto arbitraria la presenza dei turchi visto che questi approvano da sempre gli interventi militari e gli orrori dei quali sono capaci i militari azeri. Il regime di Ankara non vede l’ora alla pari dell’Azerbaijan, di far scomparire tutta l’Armenia cristiana e con essa la sua storia e cultura millenaria.La motivazione della mancata partecipazione da parte degli azeri è a dir poco grottesca visto che da Baku, come scrive l’Agenzia Nova, hanno fatto sapere che «si è creata un’atmosfera anti azera nel formato a cinque proposto dall’Ue come emerso dalle dichiarazioni filo armene dei funzionari francesi (ministro della Difesa, ministro degli Affari esteri), dalla visita del ministro degli Affari esteri di Parigi in Armenia e della cooperazione militare, delle dichiarazioni sulla fornitura di armi e munizioni, dalla dichiarazione di ieri del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che accusa l’Azerbaijan». Probabilmente a Baku si aspettavano di essere ringraziati per aver fatto fuggire dalle loro case 100.000 armeni su 120.000 abitanti del Nagorno Karabakh e, perché no, di aver ammazzato con i bombardamenti sulla popolazione civile almeno 200 persone.Visto tutto questo, il presidente azero Ilham Aliyev «ha deciso di non recarsi a Granada, in quanto non vede alcuna necessità di partecipare ai negoziati in questo formato». Il premier armeno Nikol Pashinyan sarà comunque presente a Granada: lo ha detto parlando al Parlamento armeno: «Abbiamo confermato fino all’ultimo momento la nostra visita a Granada. Eravamo molto costruttivi e ottimisti ma si è scoperto che l’incontro programmato non si terrà e non per colpa nostra». Pashinyan ha anche aperto alla possibilità di dimettersi «qualora questa decisione aiutasse a stabilizzare la situazione nel Paese». Non si capisce il come visto che è il suo Paese a essere stato attaccato e che ora rischia di sparire e che mai come oggi necessita che tutti restino al loro posto e non certo di dimissioni.Sempre a proposito di brutte notizie, lascia sbalorditi l’assenza delle istituzioni europee ed è un fatto che pochi denunciano ma tra coloro che non si rassegnano c’è Massimiliano Salini europarlamentare di Forza Italia che si batte da anni per l’Armenia: «È gravissimo il colpevole silenzio dell’Europa e dell’Occidente davanti alla cancellazione di un popolo cristiano dal Nagorno Karabakh, sradicato con violenza da una terra dove vive da migliaia di anni. La drammatica inadeguatezza di Commissione e Consiglio non può coprire la voce di questo Parlamento, che sta invece denunciando con chiarezza quanto sia inaccettabile quel che è accaduto al popolo armeno, che rappresenta oggi anche la cultura europea: un popolo cristiano perseguitato».Raggiunto telefonicamente Salini, oltre a esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale situazione, non nasconde che le insidie sono ancora più grandi: «Preoccupa quello che sta accadendo tra Armenia, Azerbaijan, Turchia e Russia. È impossibile non vedere come Mosca abbia abbandonato gli armeni negli ultimi mesi e il timore è che ci sia la volontà da parte dei russi di voler recuperare un territorio dell’ex impero sovietico (l’Armenia, ndr) e quindi, come fatto con la Bielorussia, costruire di fatto uno Stato eterodiretto da Mosca lasciando quella striscia di terra dell’Armenia che confina con l’Iran ai turchi e agli azeri. Quindi i russi si prendono l’Armenia e la Turchia si garantisce un collegamento diretto anche via terra con l’Azerbaigian».A proposito di fallimenti diplomatici, il quotidiano statunitense Politico racconta di come il 17 settembre, quindi a pochi giorni dall’invasione azera del Nagorno Karabakh, si sono tenuti in Turchia incontri segreti tra alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ue e della Russia. Gli Stati Uniti, scrive Politico, «erano rappresentati da Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati sul Caucaso, l’Ue ha inviato Toivo Klaar, il suo rappresentante per la regione, mentre il Cremlino ha inviato Igor Khovaev, che funge da inviato speciale di Vladimir Putin per le relazioni tra Armenia e Azerbaijan». Impossibile che Igor Khovaev si sia seduto a quel tavolo senza sapere cosa avrebbe ordinato il presidente Ilham Aliyev al suo esercito due giorni dopo.Amara la conclusione di Massimiliano Salini dopo che si è diffusa la notizia del vertice boicottato: «Stiamo assistendo a una persecuzione dei cristiani e c’è la volontà ossessiva di distruggere tutti i segni di quella presenza secondo il modello ottomano che mira a cancellare interamente in quell’area della Terra la popolazione cristiana».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazerbaijan-boicotta-tavolo-sul-nagorno-2665805841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fronda-nel-gop-silura-mccarthy-lindagine-su-biden-rischia-il-pantano" data-post-id="2665805841" data-published-at="1696526552" data-use-pagination="False"> La fronda nel Gop silura McCarthy. L’indagine su Biden rischia il pantano Terremoto politico negli Usa. L’altro ieri, lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, è stato destituito a seguito di una mozione introdotta dal suo avversario interno, Matt Gaetz: una mozione che è stata approvata con 216 voti contro 210 (sette deputati, tre repubblicani e quattro dem, non hanno votato). È la prima volta che una simile circostanza si verifica nella storia americana (nel 1910 si registrò un tentativo di estromissione dell’allora Speaker, Joe Cannon, che tuttavia fallì). A votare a favore del siluramento, martedì, sono stati tutti i deputati dem oltre a una fronda di otto repubblicani, capeggiati dallo stesso Gaetz, che non ha perdonato a McCarthy l’accordo anti-shutdown, da lui stretto sabato. La Camera sarà per il momento guidata da uno Speaker ad interim, Patrick McHenry: un deputato repubblicano, considerato vicino allo stesso McCarthy, che - tra i suoi primi atti - ha tolto a Nancy Pelosi l’ufficio privato di cui disponeva in Campidoglio: una circostanza che ha irritato l’ex Speaker dem. Nel frattempo, le votazioni sono state sospese, mentre i repubblicani si riuniranno martedì prossimo per cercare un accordo su un nuovo candidato per la guida della Camera (McCarthy ha annunciato di non volersi ripresentare). Secondo gran parte della stampa italiana, quanto accaduto sarebbe una vittoria dei trumpisti e dello stesso Donald Trump. In realtà, le cose non stanno esattamente così. È pur vero che Gaetz è molto vicino all’ex presidente americano. Tuttavia è altrettanto vero che vari deputati molto legati a Trump, l’altro ieri, hanno votato a sostegno di McCarthy: si pensi solo a Jim Jordan, Elise Stefanik, James Comer, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene. Lo stesso ex presidente, poco prima del voto di martedì, si era lamentato su Truth delle divisioni in seno al Gop. Trump non ha molto da guadagnare da questa situazione che, di fatto, rischia di impantanare l’indagine per impeachment su Joe Biden e le inchieste parlamentari in corso su suo figlio Hunter.Nel frattempo si sta ragionando sulla successione. Al momento, i papabili per diventare Speaker sono il leader della maggioranza, Steve Scalise, il presidente della conferenza repubblicana della Camera, Elise Stefanik, e il capo della commissione Giustizia, Jim Jordan (che ieri ha ufficializzato la sua candidatura). In tutto questo, tre deputati che hanno votato a favore di McCarthy l’altro ieri - Troy Nehls, Greg Steube e la stessa Taylor Greene - hanno espresso l’intenzione di proporre Trump come nuovo Speaker. Si tratta di uno scenario teoricamente possibile, visto che non è formalmente richiesto che a ricoprire la carica sia un deputato. Inoltre tale ipotesi era già circolata l’anno scorso sebbene, a un certo punto, Trump avesse dichiarato di non essere interessato. Sia chiaro: l’eventualità che l’ex presidente possa diventare Speaker è al momento assai improbabile. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di un’ipotesi sul tavolo.Il punto vero sarà riuscire a trovare una figura in grado di mettere d’accordo tutte le correnti del gruppo parlamentare repubblicano. Non sarà facile. Non è d’altronde un mistero che gli ultimi tre Speaker del Gop - John Boehner, Paul Ryan e lo stesso McCarthy - hanno tutti dovuto affrontare significative fibrillazioni a causa di fronde, promosse da deputati intransigenti. I ribelli attuali puntano soprattutto a drastici tagli alla spesa pubblica. Si tratta di richieste difficilmente conseguibili in toto, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera oggi è risicata. Non è quindi affatto detto che la poltrona di Speaker sia al momento troppo ambita.Come che sia, il governo italiano dovrebbe seguire con attenzione questa successione. Giorgia Meloni aveva ottimi rapporti con McCarthy: è bene che li abbia anche con chi ne prenderà il posto. Palazzo Chigi deve mantenere relazioni solide con il Gop: soprattutto in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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