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2023-10-05
L’Azerbaijan boicotta il tavolo sul Nagorno
Ansa
Come si temeva l’Azerbaijan ha boicottato, con una mossa dell’ultimo momento, l’incontro che si doveva tenere oggi a Granada (Spagna) e dove si doveva discutere della gravissima situazione nel Nagorno Karabakh, oggetto dell’operazione di pulizia etnica compiuta dagli azeri, e dei rapporti tra Baku e Erevan. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Apa, le autorità di Baku hanno respinto l’invito a partecipare all’incontro dove attorno al tavolo avrebbero trovato i rappresentanti di Armenia, Ue, Francia e Germania.
Secondo quanto riportato, gli azeri hanno proposto all’ultimo momento la partecipazione della Turchia all’incontro, ben sapendo che avrebbero incontrato delle logiche resistenze. Cosa che è puntualmente avvenuta da parte di Francia e Germania, che hanno ritenuto del tutto arbitraria la presenza dei turchi visto che questi approvano da sempre gli interventi militari e gli orrori dei quali sono capaci i militari azeri. Il regime di Ankara non vede l’ora alla pari dell’Azerbaijan, di far scomparire tutta l’Armenia cristiana e con essa la sua storia e cultura millenaria.
La motivazione della mancata partecipazione da parte degli azeri è a dir poco grottesca visto che da Baku, come scrive l’Agenzia Nova, hanno fatto sapere che «si è creata un’atmosfera anti azera nel formato a cinque proposto dall’Ue come emerso dalle dichiarazioni filo armene dei funzionari francesi (ministro della Difesa, ministro degli Affari esteri), dalla visita del ministro degli Affari esteri di Parigi in Armenia e della cooperazione militare, delle dichiarazioni sulla fornitura di armi e munizioni, dalla dichiarazione di ieri del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che accusa l’Azerbaijan». Probabilmente a Baku si aspettavano di essere ringraziati per aver fatto fuggire dalle loro case 100.000 armeni su 120.000 abitanti del Nagorno Karabakh e, perché no, di aver ammazzato con i bombardamenti sulla popolazione civile almeno 200 persone.
Visto tutto questo, il presidente azero Ilham Aliyev «ha deciso di non recarsi a Granada, in quanto non vede alcuna necessità di partecipare ai negoziati in questo formato». Il premier armeno Nikol Pashinyan sarà comunque presente a Granada: lo ha detto parlando al Parlamento armeno: «Abbiamo confermato fino all’ultimo momento la nostra visita a Granada. Eravamo molto costruttivi e ottimisti ma si è scoperto che l’incontro programmato non si terrà e non per colpa nostra». Pashinyan ha anche aperto alla possibilità di dimettersi «qualora questa decisione aiutasse a stabilizzare la situazione nel Paese». Non si capisce il come visto che è il suo Paese a essere stato attaccato e che ora rischia di sparire e che mai come oggi necessita che tutti restino al loro posto e non certo di dimissioni.
Sempre a proposito di brutte notizie, lascia sbalorditi l’assenza delle istituzioni europee ed è un fatto che pochi denunciano ma tra coloro che non si rassegnano c’è Massimiliano Salini europarlamentare di Forza Italia che si batte da anni per l’Armenia: «È gravissimo il colpevole silenzio dell’Europa e dell’Occidente davanti alla cancellazione di un popolo cristiano dal Nagorno Karabakh, sradicato con violenza da una terra dove vive da migliaia di anni. La drammatica inadeguatezza di Commissione e Consiglio non può coprire la voce di questo Parlamento, che sta invece denunciando con chiarezza quanto sia inaccettabile quel che è accaduto al popolo armeno, che rappresenta oggi anche la cultura europea: un popolo cristiano perseguitato».
Raggiunto telefonicamente Salini, oltre a esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale situazione, non nasconde che le insidie sono ancora più grandi: «Preoccupa quello che sta accadendo tra Armenia, Azerbaijan, Turchia e Russia. È impossibile non vedere come Mosca abbia abbandonato gli armeni negli ultimi mesi e il timore è che ci sia la volontà da parte dei russi di voler recuperare un territorio dell’ex impero sovietico (l’Armenia, ndr) e quindi, come fatto con la Bielorussia, costruire di fatto uno Stato eterodiretto da Mosca lasciando quella striscia di terra dell’Armenia che confina con l’Iran ai turchi e agli azeri. Quindi i russi si prendono l’Armenia e la Turchia si garantisce un collegamento diretto anche via terra con l’Azerbaigian».
A proposito di fallimenti diplomatici, il quotidiano statunitense Politico racconta di come il 17 settembre, quindi a pochi giorni dall’invasione azera del Nagorno Karabakh, si sono tenuti in Turchia incontri segreti tra alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ue e della Russia. Gli Stati Uniti, scrive Politico, «erano rappresentati da Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati sul Caucaso, l’Ue ha inviato Toivo Klaar, il suo rappresentante per la regione, mentre il Cremlino ha inviato Igor Khovaev, che funge da inviato speciale di Vladimir Putin per le relazioni tra Armenia e Azerbaijan». Impossibile che Igor Khovaev si sia seduto a quel tavolo senza sapere cosa avrebbe ordinato il presidente Ilham Aliyev al suo esercito due giorni dopo.
Amara la conclusione di Massimiliano Salini dopo che si è diffusa la notizia del vertice boicottato: «Stiamo assistendo a una persecuzione dei cristiani e c’è la volontà ossessiva di distruggere tutti i segni di quella presenza secondo il modello ottomano che mira a cancellare interamente in quell’area della Terra la popolazione cristiana».
La fronda nel Gop silura McCarthy. L’indagine su Biden rischia il pantano
Terremoto politico negli Usa. L’altro ieri, lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, è stato destituito a seguito di una mozione introdotta dal suo avversario interno, Matt Gaetz: una mozione che è stata approvata con 216 voti contro 210 (sette deputati, tre repubblicani e quattro dem, non hanno votato). È la prima volta che una simile circostanza si verifica nella storia americana (nel 1910 si registrò un tentativo di estromissione dell’allora Speaker, Joe Cannon, che tuttavia fallì). A votare a favore del siluramento, martedì, sono stati tutti i deputati dem oltre a una fronda di otto repubblicani, capeggiati dallo stesso Gaetz, che non ha perdonato a McCarthy l’accordo anti-shutdown, da lui stretto sabato. La Camera sarà per il momento guidata da uno Speaker ad interim, Patrick McHenry: un deputato repubblicano, considerato vicino allo stesso McCarthy, che - tra i suoi primi atti - ha tolto a Nancy Pelosi l’ufficio privato di cui disponeva in Campidoglio: una circostanza che ha irritato l’ex Speaker dem. Nel frattempo, le votazioni sono state sospese, mentre i repubblicani si riuniranno martedì prossimo per cercare un accordo su un nuovo candidato per la guida della Camera (McCarthy ha annunciato di non volersi ripresentare). Secondo gran parte della stampa italiana, quanto accaduto sarebbe una vittoria dei trumpisti e dello stesso Donald Trump. In realtà, le cose non stanno esattamente così. È pur vero che Gaetz è molto vicino all’ex presidente americano. Tuttavia è altrettanto vero che vari deputati molto legati a Trump, l’altro ieri, hanno votato a sostegno di McCarthy: si pensi solo a Jim Jordan, Elise Stefanik, James Comer, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene. Lo stesso ex presidente, poco prima del voto di martedì, si era lamentato su Truth delle divisioni in seno al Gop. Trump non ha molto da guadagnare da questa situazione che, di fatto, rischia di impantanare l’indagine per impeachment su Joe Biden e le inchieste parlamentari in corso su suo figlio Hunter.Nel frattempo si sta ragionando sulla successione. Al momento, i papabili per diventare Speaker sono il leader della maggioranza, Steve Scalise, il presidente della conferenza repubblicana della Camera, Elise Stefanik, e il capo della commissione Giustizia, Jim Jordan (che ieri ha ufficializzato la sua candidatura). In tutto questo, tre deputati che hanno votato a favore di McCarthy l’altro ieri - Troy Nehls, Greg Steube e la stessa Taylor Greene - hanno espresso l’intenzione di proporre Trump come nuovo Speaker. Si tratta di uno scenario teoricamente possibile, visto che non è formalmente richiesto che a ricoprire la carica sia un deputato. Inoltre tale ipotesi era già circolata l’anno scorso sebbene, a un certo punto, Trump avesse dichiarato di non essere interessato. Sia chiaro: l’eventualità che l’ex presidente possa diventare Speaker è al momento assai improbabile. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di un’ipotesi sul tavolo.Il punto vero sarà riuscire a trovare una figura in grado di mettere d’accordo tutte le correnti del gruppo parlamentare repubblicano. Non sarà facile. Non è d’altronde un mistero che gli ultimi tre Speaker del Gop - John Boehner, Paul Ryan e lo stesso McCarthy - hanno tutti dovuto affrontare significative fibrillazioni a causa di fronde, promosse da deputati intransigenti. I ribelli attuali puntano soprattutto a drastici tagli alla spesa pubblica. Si tratta di richieste difficilmente conseguibili in toto, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera oggi è risicata. Non è quindi affatto detto che la poltrona di Speaker sia al momento troppo ambita.Come che sia, il governo italiano dovrebbe seguire con attenzione questa successione. Giorgia Meloni aveva ottimi rapporti con McCarthy: è bene che li abbia anche con chi ne prenderà il posto. Palazzo Chigi deve mantenere relazioni solide con il Gop: soprattutto in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.
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Oggi le autorità di Baku diserteranno il vertice con i rappresentanti armeni a Granada. Secondo «Politico» Russia, Stati Uniti e Ue si sono incontrati segretamente prima dell’invasione per mediare la pace. L’eurodeputato Massimiliano Salini (Fi): «È persecuzione di cristiani».Otto repubblicani votano con i dem per destituire lo Speaker: un ostacolo per Trump. Lo speciale contiene due articoli.Come si temeva l’Azerbaijan ha boicottato, con una mossa dell’ultimo momento, l’incontro che si doveva tenere oggi a Granada (Spagna) e dove si doveva discutere della gravissima situazione nel Nagorno Karabakh, oggetto dell’operazione di pulizia etnica compiuta dagli azeri, e dei rapporti tra Baku e Erevan. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Apa, le autorità di Baku hanno respinto l’invito a partecipare all’incontro dove attorno al tavolo avrebbero trovato i rappresentanti di Armenia, Ue, Francia e Germania.Secondo quanto riportato, gli azeri hanno proposto all’ultimo momento la partecipazione della Turchia all’incontro, ben sapendo che avrebbero incontrato delle logiche resistenze. Cosa che è puntualmente avvenuta da parte di Francia e Germania, che hanno ritenuto del tutto arbitraria la presenza dei turchi visto che questi approvano da sempre gli interventi militari e gli orrori dei quali sono capaci i militari azeri. Il regime di Ankara non vede l’ora alla pari dell’Azerbaijan, di far scomparire tutta l’Armenia cristiana e con essa la sua storia e cultura millenaria.La motivazione della mancata partecipazione da parte degli azeri è a dir poco grottesca visto che da Baku, come scrive l’Agenzia Nova, hanno fatto sapere che «si è creata un’atmosfera anti azera nel formato a cinque proposto dall’Ue come emerso dalle dichiarazioni filo armene dei funzionari francesi (ministro della Difesa, ministro degli Affari esteri), dalla visita del ministro degli Affari esteri di Parigi in Armenia e della cooperazione militare, delle dichiarazioni sulla fornitura di armi e munizioni, dalla dichiarazione di ieri del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che accusa l’Azerbaijan». Probabilmente a Baku si aspettavano di essere ringraziati per aver fatto fuggire dalle loro case 100.000 armeni su 120.000 abitanti del Nagorno Karabakh e, perché no, di aver ammazzato con i bombardamenti sulla popolazione civile almeno 200 persone.Visto tutto questo, il presidente azero Ilham Aliyev «ha deciso di non recarsi a Granada, in quanto non vede alcuna necessità di partecipare ai negoziati in questo formato». Il premier armeno Nikol Pashinyan sarà comunque presente a Granada: lo ha detto parlando al Parlamento armeno: «Abbiamo confermato fino all’ultimo momento la nostra visita a Granada. Eravamo molto costruttivi e ottimisti ma si è scoperto che l’incontro programmato non si terrà e non per colpa nostra». Pashinyan ha anche aperto alla possibilità di dimettersi «qualora questa decisione aiutasse a stabilizzare la situazione nel Paese». Non si capisce il come visto che è il suo Paese a essere stato attaccato e che ora rischia di sparire e che mai come oggi necessita che tutti restino al loro posto e non certo di dimissioni.Sempre a proposito di brutte notizie, lascia sbalorditi l’assenza delle istituzioni europee ed è un fatto che pochi denunciano ma tra coloro che non si rassegnano c’è Massimiliano Salini europarlamentare di Forza Italia che si batte da anni per l’Armenia: «È gravissimo il colpevole silenzio dell’Europa e dell’Occidente davanti alla cancellazione di un popolo cristiano dal Nagorno Karabakh, sradicato con violenza da una terra dove vive da migliaia di anni. La drammatica inadeguatezza di Commissione e Consiglio non può coprire la voce di questo Parlamento, che sta invece denunciando con chiarezza quanto sia inaccettabile quel che è accaduto al popolo armeno, che rappresenta oggi anche la cultura europea: un popolo cristiano perseguitato».Raggiunto telefonicamente Salini, oltre a esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale situazione, non nasconde che le insidie sono ancora più grandi: «Preoccupa quello che sta accadendo tra Armenia, Azerbaijan, Turchia e Russia. È impossibile non vedere come Mosca abbia abbandonato gli armeni negli ultimi mesi e il timore è che ci sia la volontà da parte dei russi di voler recuperare un territorio dell’ex impero sovietico (l’Armenia, ndr) e quindi, come fatto con la Bielorussia, costruire di fatto uno Stato eterodiretto da Mosca lasciando quella striscia di terra dell’Armenia che confina con l’Iran ai turchi e agli azeri. Quindi i russi si prendono l’Armenia e la Turchia si garantisce un collegamento diretto anche via terra con l’Azerbaigian».A proposito di fallimenti diplomatici, il quotidiano statunitense Politico racconta di come il 17 settembre, quindi a pochi giorni dall’invasione azera del Nagorno Karabakh, si sono tenuti in Turchia incontri segreti tra alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ue e della Russia. Gli Stati Uniti, scrive Politico, «erano rappresentati da Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati sul Caucaso, l’Ue ha inviato Toivo Klaar, il suo rappresentante per la regione, mentre il Cremlino ha inviato Igor Khovaev, che funge da inviato speciale di Vladimir Putin per le relazioni tra Armenia e Azerbaijan». Impossibile che Igor Khovaev si sia seduto a quel tavolo senza sapere cosa avrebbe ordinato il presidente Ilham Aliyev al suo esercito due giorni dopo.Amara la conclusione di Massimiliano Salini dopo che si è diffusa la notizia del vertice boicottato: «Stiamo assistendo a una persecuzione dei cristiani e c’è la volontà ossessiva di distruggere tutti i segni di quella presenza secondo il modello ottomano che mira a cancellare interamente in quell’area della Terra la popolazione cristiana».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazerbaijan-boicotta-tavolo-sul-nagorno-2665805841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fronda-nel-gop-silura-mccarthy-lindagine-su-biden-rischia-il-pantano" data-post-id="2665805841" data-published-at="1696526552" data-use-pagination="False"> La fronda nel Gop silura McCarthy. L’indagine su Biden rischia il pantano Terremoto politico negli Usa. L’altro ieri, lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, è stato destituito a seguito di una mozione introdotta dal suo avversario interno, Matt Gaetz: una mozione che è stata approvata con 216 voti contro 210 (sette deputati, tre repubblicani e quattro dem, non hanno votato). È la prima volta che una simile circostanza si verifica nella storia americana (nel 1910 si registrò un tentativo di estromissione dell’allora Speaker, Joe Cannon, che tuttavia fallì). A votare a favore del siluramento, martedì, sono stati tutti i deputati dem oltre a una fronda di otto repubblicani, capeggiati dallo stesso Gaetz, che non ha perdonato a McCarthy l’accordo anti-shutdown, da lui stretto sabato. La Camera sarà per il momento guidata da uno Speaker ad interim, Patrick McHenry: un deputato repubblicano, considerato vicino allo stesso McCarthy, che - tra i suoi primi atti - ha tolto a Nancy Pelosi l’ufficio privato di cui disponeva in Campidoglio: una circostanza che ha irritato l’ex Speaker dem. Nel frattempo, le votazioni sono state sospese, mentre i repubblicani si riuniranno martedì prossimo per cercare un accordo su un nuovo candidato per la guida della Camera (McCarthy ha annunciato di non volersi ripresentare). Secondo gran parte della stampa italiana, quanto accaduto sarebbe una vittoria dei trumpisti e dello stesso Donald Trump. In realtà, le cose non stanno esattamente così. È pur vero che Gaetz è molto vicino all’ex presidente americano. Tuttavia è altrettanto vero che vari deputati molto legati a Trump, l’altro ieri, hanno votato a sostegno di McCarthy: si pensi solo a Jim Jordan, Elise Stefanik, James Comer, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene. Lo stesso ex presidente, poco prima del voto di martedì, si era lamentato su Truth delle divisioni in seno al Gop. Trump non ha molto da guadagnare da questa situazione che, di fatto, rischia di impantanare l’indagine per impeachment su Joe Biden e le inchieste parlamentari in corso su suo figlio Hunter.Nel frattempo si sta ragionando sulla successione. Al momento, i papabili per diventare Speaker sono il leader della maggioranza, Steve Scalise, il presidente della conferenza repubblicana della Camera, Elise Stefanik, e il capo della commissione Giustizia, Jim Jordan (che ieri ha ufficializzato la sua candidatura). In tutto questo, tre deputati che hanno votato a favore di McCarthy l’altro ieri - Troy Nehls, Greg Steube e la stessa Taylor Greene - hanno espresso l’intenzione di proporre Trump come nuovo Speaker. Si tratta di uno scenario teoricamente possibile, visto che non è formalmente richiesto che a ricoprire la carica sia un deputato. Inoltre tale ipotesi era già circolata l’anno scorso sebbene, a un certo punto, Trump avesse dichiarato di non essere interessato. Sia chiaro: l’eventualità che l’ex presidente possa diventare Speaker è al momento assai improbabile. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di un’ipotesi sul tavolo.Il punto vero sarà riuscire a trovare una figura in grado di mettere d’accordo tutte le correnti del gruppo parlamentare repubblicano. Non sarà facile. Non è d’altronde un mistero che gli ultimi tre Speaker del Gop - John Boehner, Paul Ryan e lo stesso McCarthy - hanno tutti dovuto affrontare significative fibrillazioni a causa di fronde, promosse da deputati intransigenti. I ribelli attuali puntano soprattutto a drastici tagli alla spesa pubblica. Si tratta di richieste difficilmente conseguibili in toto, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera oggi è risicata. Non è quindi affatto detto che la poltrona di Speaker sia al momento troppo ambita.Come che sia, il governo italiano dovrebbe seguire con attenzione questa successione. Giorgia Meloni aveva ottimi rapporti con McCarthy: è bene che li abbia anche con chi ne prenderà il posto. Palazzo Chigi deve mantenere relazioni solide con il Gop: soprattutto in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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