True
2023-10-05
L’Azerbaijan boicotta il tavolo sul Nagorno
Ansa
Come si temeva l’Azerbaijan ha boicottato, con una mossa dell’ultimo momento, l’incontro che si doveva tenere oggi a Granada (Spagna) e dove si doveva discutere della gravissima situazione nel Nagorno Karabakh, oggetto dell’operazione di pulizia etnica compiuta dagli azeri, e dei rapporti tra Baku e Erevan. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Apa, le autorità di Baku hanno respinto l’invito a partecipare all’incontro dove attorno al tavolo avrebbero trovato i rappresentanti di Armenia, Ue, Francia e Germania.
Secondo quanto riportato, gli azeri hanno proposto all’ultimo momento la partecipazione della Turchia all’incontro, ben sapendo che avrebbero incontrato delle logiche resistenze. Cosa che è puntualmente avvenuta da parte di Francia e Germania, che hanno ritenuto del tutto arbitraria la presenza dei turchi visto che questi approvano da sempre gli interventi militari e gli orrori dei quali sono capaci i militari azeri. Il regime di Ankara non vede l’ora alla pari dell’Azerbaijan, di far scomparire tutta l’Armenia cristiana e con essa la sua storia e cultura millenaria.
La motivazione della mancata partecipazione da parte degli azeri è a dir poco grottesca visto che da Baku, come scrive l’Agenzia Nova, hanno fatto sapere che «si è creata un’atmosfera anti azera nel formato a cinque proposto dall’Ue come emerso dalle dichiarazioni filo armene dei funzionari francesi (ministro della Difesa, ministro degli Affari esteri), dalla visita del ministro degli Affari esteri di Parigi in Armenia e della cooperazione militare, delle dichiarazioni sulla fornitura di armi e munizioni, dalla dichiarazione di ieri del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che accusa l’Azerbaijan». Probabilmente a Baku si aspettavano di essere ringraziati per aver fatto fuggire dalle loro case 100.000 armeni su 120.000 abitanti del Nagorno Karabakh e, perché no, di aver ammazzato con i bombardamenti sulla popolazione civile almeno 200 persone.
Visto tutto questo, il presidente azero Ilham Aliyev «ha deciso di non recarsi a Granada, in quanto non vede alcuna necessità di partecipare ai negoziati in questo formato». Il premier armeno Nikol Pashinyan sarà comunque presente a Granada: lo ha detto parlando al Parlamento armeno: «Abbiamo confermato fino all’ultimo momento la nostra visita a Granada. Eravamo molto costruttivi e ottimisti ma si è scoperto che l’incontro programmato non si terrà e non per colpa nostra». Pashinyan ha anche aperto alla possibilità di dimettersi «qualora questa decisione aiutasse a stabilizzare la situazione nel Paese». Non si capisce il come visto che è il suo Paese a essere stato attaccato e che ora rischia di sparire e che mai come oggi necessita che tutti restino al loro posto e non certo di dimissioni.
Sempre a proposito di brutte notizie, lascia sbalorditi l’assenza delle istituzioni europee ed è un fatto che pochi denunciano ma tra coloro che non si rassegnano c’è Massimiliano Salini europarlamentare di Forza Italia che si batte da anni per l’Armenia: «È gravissimo il colpevole silenzio dell’Europa e dell’Occidente davanti alla cancellazione di un popolo cristiano dal Nagorno Karabakh, sradicato con violenza da una terra dove vive da migliaia di anni. La drammatica inadeguatezza di Commissione e Consiglio non può coprire la voce di questo Parlamento, che sta invece denunciando con chiarezza quanto sia inaccettabile quel che è accaduto al popolo armeno, che rappresenta oggi anche la cultura europea: un popolo cristiano perseguitato».
Raggiunto telefonicamente Salini, oltre a esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale situazione, non nasconde che le insidie sono ancora più grandi: «Preoccupa quello che sta accadendo tra Armenia, Azerbaijan, Turchia e Russia. È impossibile non vedere come Mosca abbia abbandonato gli armeni negli ultimi mesi e il timore è che ci sia la volontà da parte dei russi di voler recuperare un territorio dell’ex impero sovietico (l’Armenia, ndr) e quindi, come fatto con la Bielorussia, costruire di fatto uno Stato eterodiretto da Mosca lasciando quella striscia di terra dell’Armenia che confina con l’Iran ai turchi e agli azeri. Quindi i russi si prendono l’Armenia e la Turchia si garantisce un collegamento diretto anche via terra con l’Azerbaigian».
A proposito di fallimenti diplomatici, il quotidiano statunitense Politico racconta di come il 17 settembre, quindi a pochi giorni dall’invasione azera del Nagorno Karabakh, si sono tenuti in Turchia incontri segreti tra alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ue e della Russia. Gli Stati Uniti, scrive Politico, «erano rappresentati da Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati sul Caucaso, l’Ue ha inviato Toivo Klaar, il suo rappresentante per la regione, mentre il Cremlino ha inviato Igor Khovaev, che funge da inviato speciale di Vladimir Putin per le relazioni tra Armenia e Azerbaijan». Impossibile che Igor Khovaev si sia seduto a quel tavolo senza sapere cosa avrebbe ordinato il presidente Ilham Aliyev al suo esercito due giorni dopo.
Amara la conclusione di Massimiliano Salini dopo che si è diffusa la notizia del vertice boicottato: «Stiamo assistendo a una persecuzione dei cristiani e c’è la volontà ossessiva di distruggere tutti i segni di quella presenza secondo il modello ottomano che mira a cancellare interamente in quell’area della Terra la popolazione cristiana».
La fronda nel Gop silura McCarthy. L’indagine su Biden rischia il pantano
Terremoto politico negli Usa. L’altro ieri, lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, è stato destituito a seguito di una mozione introdotta dal suo avversario interno, Matt Gaetz: una mozione che è stata approvata con 216 voti contro 210 (sette deputati, tre repubblicani e quattro dem, non hanno votato). È la prima volta che una simile circostanza si verifica nella storia americana (nel 1910 si registrò un tentativo di estromissione dell’allora Speaker, Joe Cannon, che tuttavia fallì). A votare a favore del siluramento, martedì, sono stati tutti i deputati dem oltre a una fronda di otto repubblicani, capeggiati dallo stesso Gaetz, che non ha perdonato a McCarthy l’accordo anti-shutdown, da lui stretto sabato. La Camera sarà per il momento guidata da uno Speaker ad interim, Patrick McHenry: un deputato repubblicano, considerato vicino allo stesso McCarthy, che - tra i suoi primi atti - ha tolto a Nancy Pelosi l’ufficio privato di cui disponeva in Campidoglio: una circostanza che ha irritato l’ex Speaker dem. Nel frattempo, le votazioni sono state sospese, mentre i repubblicani si riuniranno martedì prossimo per cercare un accordo su un nuovo candidato per la guida della Camera (McCarthy ha annunciato di non volersi ripresentare). Secondo gran parte della stampa italiana, quanto accaduto sarebbe una vittoria dei trumpisti e dello stesso Donald Trump. In realtà, le cose non stanno esattamente così. È pur vero che Gaetz è molto vicino all’ex presidente americano. Tuttavia è altrettanto vero che vari deputati molto legati a Trump, l’altro ieri, hanno votato a sostegno di McCarthy: si pensi solo a Jim Jordan, Elise Stefanik, James Comer, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene. Lo stesso ex presidente, poco prima del voto di martedì, si era lamentato su Truth delle divisioni in seno al Gop. Trump non ha molto da guadagnare da questa situazione che, di fatto, rischia di impantanare l’indagine per impeachment su Joe Biden e le inchieste parlamentari in corso su suo figlio Hunter.Nel frattempo si sta ragionando sulla successione. Al momento, i papabili per diventare Speaker sono il leader della maggioranza, Steve Scalise, il presidente della conferenza repubblicana della Camera, Elise Stefanik, e il capo della commissione Giustizia, Jim Jordan (che ieri ha ufficializzato la sua candidatura). In tutto questo, tre deputati che hanno votato a favore di McCarthy l’altro ieri - Troy Nehls, Greg Steube e la stessa Taylor Greene - hanno espresso l’intenzione di proporre Trump come nuovo Speaker. Si tratta di uno scenario teoricamente possibile, visto che non è formalmente richiesto che a ricoprire la carica sia un deputato. Inoltre tale ipotesi era già circolata l’anno scorso sebbene, a un certo punto, Trump avesse dichiarato di non essere interessato. Sia chiaro: l’eventualità che l’ex presidente possa diventare Speaker è al momento assai improbabile. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di un’ipotesi sul tavolo.Il punto vero sarà riuscire a trovare una figura in grado di mettere d’accordo tutte le correnti del gruppo parlamentare repubblicano. Non sarà facile. Non è d’altronde un mistero che gli ultimi tre Speaker del Gop - John Boehner, Paul Ryan e lo stesso McCarthy - hanno tutti dovuto affrontare significative fibrillazioni a causa di fronde, promosse da deputati intransigenti. I ribelli attuali puntano soprattutto a drastici tagli alla spesa pubblica. Si tratta di richieste difficilmente conseguibili in toto, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera oggi è risicata. Non è quindi affatto detto che la poltrona di Speaker sia al momento troppo ambita.Come che sia, il governo italiano dovrebbe seguire con attenzione questa successione. Giorgia Meloni aveva ottimi rapporti con McCarthy: è bene che li abbia anche con chi ne prenderà il posto. Palazzo Chigi deve mantenere relazioni solide con il Gop: soprattutto in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.
Continua a leggereRiduci
Oggi le autorità di Baku diserteranno il vertice con i rappresentanti armeni a Granada. Secondo «Politico» Russia, Stati Uniti e Ue si sono incontrati segretamente prima dell’invasione per mediare la pace. L’eurodeputato Massimiliano Salini (Fi): «È persecuzione di cristiani».Otto repubblicani votano con i dem per destituire lo Speaker: un ostacolo per Trump. Lo speciale contiene due articoli.Come si temeva l’Azerbaijan ha boicottato, con una mossa dell’ultimo momento, l’incontro che si doveva tenere oggi a Granada (Spagna) e dove si doveva discutere della gravissima situazione nel Nagorno Karabakh, oggetto dell’operazione di pulizia etnica compiuta dagli azeri, e dei rapporti tra Baku e Erevan. Nel primo pomeriggio di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Apa, le autorità di Baku hanno respinto l’invito a partecipare all’incontro dove attorno al tavolo avrebbero trovato i rappresentanti di Armenia, Ue, Francia e Germania.Secondo quanto riportato, gli azeri hanno proposto all’ultimo momento la partecipazione della Turchia all’incontro, ben sapendo che avrebbero incontrato delle logiche resistenze. Cosa che è puntualmente avvenuta da parte di Francia e Germania, che hanno ritenuto del tutto arbitraria la presenza dei turchi visto che questi approvano da sempre gli interventi militari e gli orrori dei quali sono capaci i militari azeri. Il regime di Ankara non vede l’ora alla pari dell’Azerbaijan, di far scomparire tutta l’Armenia cristiana e con essa la sua storia e cultura millenaria.La motivazione della mancata partecipazione da parte degli azeri è a dir poco grottesca visto che da Baku, come scrive l’Agenzia Nova, hanno fatto sapere che «si è creata un’atmosfera anti azera nel formato a cinque proposto dall’Ue come emerso dalle dichiarazioni filo armene dei funzionari francesi (ministro della Difesa, ministro degli Affari esteri), dalla visita del ministro degli Affari esteri di Parigi in Armenia e della cooperazione militare, delle dichiarazioni sulla fornitura di armi e munizioni, dalla dichiarazione di ieri del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che accusa l’Azerbaijan». Probabilmente a Baku si aspettavano di essere ringraziati per aver fatto fuggire dalle loro case 100.000 armeni su 120.000 abitanti del Nagorno Karabakh e, perché no, di aver ammazzato con i bombardamenti sulla popolazione civile almeno 200 persone.Visto tutto questo, il presidente azero Ilham Aliyev «ha deciso di non recarsi a Granada, in quanto non vede alcuna necessità di partecipare ai negoziati in questo formato». Il premier armeno Nikol Pashinyan sarà comunque presente a Granada: lo ha detto parlando al Parlamento armeno: «Abbiamo confermato fino all’ultimo momento la nostra visita a Granada. Eravamo molto costruttivi e ottimisti ma si è scoperto che l’incontro programmato non si terrà e non per colpa nostra». Pashinyan ha anche aperto alla possibilità di dimettersi «qualora questa decisione aiutasse a stabilizzare la situazione nel Paese». Non si capisce il come visto che è il suo Paese a essere stato attaccato e che ora rischia di sparire e che mai come oggi necessita che tutti restino al loro posto e non certo di dimissioni.Sempre a proposito di brutte notizie, lascia sbalorditi l’assenza delle istituzioni europee ed è un fatto che pochi denunciano ma tra coloro che non si rassegnano c’è Massimiliano Salini europarlamentare di Forza Italia che si batte da anni per l’Armenia: «È gravissimo il colpevole silenzio dell’Europa e dell’Occidente davanti alla cancellazione di un popolo cristiano dal Nagorno Karabakh, sradicato con violenza da una terra dove vive da migliaia di anni. La drammatica inadeguatezza di Commissione e Consiglio non può coprire la voce di questo Parlamento, che sta invece denunciando con chiarezza quanto sia inaccettabile quel che è accaduto al popolo armeno, che rappresenta oggi anche la cultura europea: un popolo cristiano perseguitato».Raggiunto telefonicamente Salini, oltre a esprimere le sue preoccupazioni sull’attuale situazione, non nasconde che le insidie sono ancora più grandi: «Preoccupa quello che sta accadendo tra Armenia, Azerbaijan, Turchia e Russia. È impossibile non vedere come Mosca abbia abbandonato gli armeni negli ultimi mesi e il timore è che ci sia la volontà da parte dei russi di voler recuperare un territorio dell’ex impero sovietico (l’Armenia, ndr) e quindi, come fatto con la Bielorussia, costruire di fatto uno Stato eterodiretto da Mosca lasciando quella striscia di terra dell’Armenia che confina con l’Iran ai turchi e agli azeri. Quindi i russi si prendono l’Armenia e la Turchia si garantisce un collegamento diretto anche via terra con l’Azerbaigian».A proposito di fallimenti diplomatici, il quotidiano statunitense Politico racconta di come il 17 settembre, quindi a pochi giorni dall’invasione azera del Nagorno Karabakh, si sono tenuti in Turchia incontri segreti tra alti funzionari degli Stati Uniti, dell’Ue e della Russia. Gli Stati Uniti, scrive Politico, «erano rappresentati da Louis Bono, consigliere senior di Washington per i negoziati sul Caucaso, l’Ue ha inviato Toivo Klaar, il suo rappresentante per la regione, mentre il Cremlino ha inviato Igor Khovaev, che funge da inviato speciale di Vladimir Putin per le relazioni tra Armenia e Azerbaijan». Impossibile che Igor Khovaev si sia seduto a quel tavolo senza sapere cosa avrebbe ordinato il presidente Ilham Aliyev al suo esercito due giorni dopo.Amara la conclusione di Massimiliano Salini dopo che si è diffusa la notizia del vertice boicottato: «Stiamo assistendo a una persecuzione dei cristiani e c’è la volontà ossessiva di distruggere tutti i segni di quella presenza secondo il modello ottomano che mira a cancellare interamente in quell’area della Terra la popolazione cristiana».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazerbaijan-boicotta-tavolo-sul-nagorno-2665805841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fronda-nel-gop-silura-mccarthy-lindagine-su-biden-rischia-il-pantano" data-post-id="2665805841" data-published-at="1696526552" data-use-pagination="False"> La fronda nel Gop silura McCarthy. L’indagine su Biden rischia il pantano Terremoto politico negli Usa. L’altro ieri, lo Speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy, è stato destituito a seguito di una mozione introdotta dal suo avversario interno, Matt Gaetz: una mozione che è stata approvata con 216 voti contro 210 (sette deputati, tre repubblicani e quattro dem, non hanno votato). È la prima volta che una simile circostanza si verifica nella storia americana (nel 1910 si registrò un tentativo di estromissione dell’allora Speaker, Joe Cannon, che tuttavia fallì). A votare a favore del siluramento, martedì, sono stati tutti i deputati dem oltre a una fronda di otto repubblicani, capeggiati dallo stesso Gaetz, che non ha perdonato a McCarthy l’accordo anti-shutdown, da lui stretto sabato. La Camera sarà per il momento guidata da uno Speaker ad interim, Patrick McHenry: un deputato repubblicano, considerato vicino allo stesso McCarthy, che - tra i suoi primi atti - ha tolto a Nancy Pelosi l’ufficio privato di cui disponeva in Campidoglio: una circostanza che ha irritato l’ex Speaker dem. Nel frattempo, le votazioni sono state sospese, mentre i repubblicani si riuniranno martedì prossimo per cercare un accordo su un nuovo candidato per la guida della Camera (McCarthy ha annunciato di non volersi ripresentare). Secondo gran parte della stampa italiana, quanto accaduto sarebbe una vittoria dei trumpisti e dello stesso Donald Trump. In realtà, le cose non stanno esattamente così. È pur vero che Gaetz è molto vicino all’ex presidente americano. Tuttavia è altrettanto vero che vari deputati molto legati a Trump, l’altro ieri, hanno votato a sostegno di McCarthy: si pensi solo a Jim Jordan, Elise Stefanik, James Comer, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene. Lo stesso ex presidente, poco prima del voto di martedì, si era lamentato su Truth delle divisioni in seno al Gop. Trump non ha molto da guadagnare da questa situazione che, di fatto, rischia di impantanare l’indagine per impeachment su Joe Biden e le inchieste parlamentari in corso su suo figlio Hunter.Nel frattempo si sta ragionando sulla successione. Al momento, i papabili per diventare Speaker sono il leader della maggioranza, Steve Scalise, il presidente della conferenza repubblicana della Camera, Elise Stefanik, e il capo della commissione Giustizia, Jim Jordan (che ieri ha ufficializzato la sua candidatura). In tutto questo, tre deputati che hanno votato a favore di McCarthy l’altro ieri - Troy Nehls, Greg Steube e la stessa Taylor Greene - hanno espresso l’intenzione di proporre Trump come nuovo Speaker. Si tratta di uno scenario teoricamente possibile, visto che non è formalmente richiesto che a ricoprire la carica sia un deputato. Inoltre tale ipotesi era già circolata l’anno scorso sebbene, a un certo punto, Trump avesse dichiarato di non essere interessato. Sia chiaro: l’eventualità che l’ex presidente possa diventare Speaker è al momento assai improbabile. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di un’ipotesi sul tavolo.Il punto vero sarà riuscire a trovare una figura in grado di mettere d’accordo tutte le correnti del gruppo parlamentare repubblicano. Non sarà facile. Non è d’altronde un mistero che gli ultimi tre Speaker del Gop - John Boehner, Paul Ryan e lo stesso McCarthy - hanno tutti dovuto affrontare significative fibrillazioni a causa di fronde, promosse da deputati intransigenti. I ribelli attuali puntano soprattutto a drastici tagli alla spesa pubblica. Si tratta di richieste difficilmente conseguibili in toto, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera oggi è risicata. Non è quindi affatto detto che la poltrona di Speaker sia al momento troppo ambita.Come che sia, il governo italiano dovrebbe seguire con attenzione questa successione. Giorgia Meloni aveva ottimi rapporti con McCarthy: è bene che li abbia anche con chi ne prenderà il posto. Palazzo Chigi deve mantenere relazioni solide con il Gop: soprattutto in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
Continua a leggereRiduci