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2019-03-10
L’avvocato Conte ha trovato il cavillo. La Tav proseguirà, ma senza i bandi
Ansa
Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini.
E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato.
E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro.
E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte).
Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto.
Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav».
Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno».
Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani».
Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». Così parlò il Pd.
Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee
In Conte stat virtus: la lettera del premier Giuseppe Conte alla Telt ottiene l'effetto sperato, quello di un rinvio della pubblicazione dei bandi per la realizzazione della Tav, e così la prima partita dall'esito veramente incerto giocata da M5s e Lega finisce con un pareggio. Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon.
«Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi.
Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico.
Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
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Il premier scrive a Telt per bloccare le gare. La società italo-francese acconsente: domani, al loro posto, il cda autorizzerà gli «inviti» alle aziende a partecipare. Non si impegnano soldi pubblici e non si perdono quelli Ue. Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee. I leader delle anime dell'esecutivo salvano la faccia con le rispettive opposizioni interne. Ma il 26 maggio, sulla Torino-Lione, si combatterà gran parte della guerra dei consensi.Lo speciale comprende due articoli. Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini. E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato. E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro. E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte). Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto. Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav». Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno». Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani». Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». 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Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon. «Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi. Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico. Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.