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2019-03-10
L’avvocato Conte ha trovato il cavillo. La Tav proseguirà, ma senza i bandi
Ansa
Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini.
E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato.
E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro.
E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte).
Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto.
Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav».
Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno».
Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani».
Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». Così parlò il Pd.
Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee
In Conte stat virtus: la lettera del premier Giuseppe Conte alla Telt ottiene l'effetto sperato, quello di un rinvio della pubblicazione dei bandi per la realizzazione della Tav, e così la prima partita dall'esito veramente incerto giocata da M5s e Lega finisce con un pareggio. Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon.
«Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi.
Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico.
Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
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Il premier scrive a Telt per bloccare le gare. La società italo-francese acconsente: domani, al loro posto, il cda autorizzerà gli «inviti» alle aziende a partecipare. Non si impegnano soldi pubblici e non si perdono quelli Ue. Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee. I leader delle anime dell'esecutivo salvano la faccia con le rispettive opposizioni interne. Ma il 26 maggio, sulla Torino-Lione, si combatterà gran parte della guerra dei consensi.Lo speciale comprende due articoli. Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini. E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato. E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro. E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte). Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto. Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav». Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno». Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani». Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». 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Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon. «Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi. Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico. Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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