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2019-03-10
L’avvocato Conte ha trovato il cavillo. La Tav proseguirà, ma senza i bandi
Ansa
Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini.
E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato.
E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro.
E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte).
Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto.
Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav».
Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno».
Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani».
Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». Così parlò il Pd.
Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee
In Conte stat virtus: la lettera del premier Giuseppe Conte alla Telt ottiene l'effetto sperato, quello di un rinvio della pubblicazione dei bandi per la realizzazione della Tav, e così la prima partita dall'esito veramente incerto giocata da M5s e Lega finisce con un pareggio. Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon.
«Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi.
Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico.
Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
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Il premier scrive a Telt per bloccare le gare. La società italo-francese acconsente: domani, al loro posto, il cda autorizzerà gli «inviti» alle aziende a partecipare. Non si impegnano soldi pubblici e non si perdono quelli Ue. Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee. I leader delle anime dell'esecutivo salvano la faccia con le rispettive opposizioni interne. Ma il 26 maggio, sulla Torino-Lione, si combatterà gran parte della guerra dei consensi.Lo speciale comprende due articoli. Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini. E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato. E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro. E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte). Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto. Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav». Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno». Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani». Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». 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Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon. «Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi. Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico. Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.