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2019-03-10
L’avvocato Conte ha trovato il cavillo. La Tav proseguirà, ma senza i bandi
Ansa
Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini.
E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato.
E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro.
E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte).
Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto.
Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav».
Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno».
Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani».
Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». Così parlò il Pd.
Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee
In Conte stat virtus: la lettera del premier Giuseppe Conte alla Telt ottiene l'effetto sperato, quello di un rinvio della pubblicazione dei bandi per la realizzazione della Tav, e così la prima partita dall'esito veramente incerto giocata da M5s e Lega finisce con un pareggio. Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon.
«Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi.
Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico.
Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
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Il premier scrive a Telt per bloccare le gare. La società italo-francese acconsente: domani, al loro posto, il cda autorizzerà gli «inviti» alle aziende a partecipare. Non si impegnano soldi pubblici e non si perdono quelli Ue. Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee. I leader delle anime dell'esecutivo salvano la faccia con le rispettive opposizioni interne. Ma il 26 maggio, sulla Torino-Lione, si combatterà gran parte della guerra dei consensi.Lo speciale comprende due articoli. Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini. E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato. E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro. E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte). Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto. Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav». Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno». Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani». Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». 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Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon. «Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi. Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico. Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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