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2019-03-10
L’avvocato Conte ha trovato il cavillo. La Tav proseguirà, ma senza i bandi
Ansa
Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini.
E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato.
E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro.
E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte).
Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto.
Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav».
Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno».
Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani».
Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». Così parlò il Pd.
Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee
In Conte stat virtus: la lettera del premier Giuseppe Conte alla Telt ottiene l'effetto sperato, quello di un rinvio della pubblicazione dei bandi per la realizzazione della Tav, e così la prima partita dall'esito veramente incerto giocata da M5s e Lega finisce con un pareggio. Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon.
«Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi.
Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico.
Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
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Il premier scrive a Telt per bloccare le gare. La società italo-francese acconsente: domani, al loro posto, il cda autorizzerà gli «inviti» alle aziende a partecipare. Non si impegnano soldi pubblici e non si perdono quelli Ue. Ai gialloblù serviva un compromesso: conta rinviata a regionali e europee. I leader delle anime dell'esecutivo salvano la faccia con le rispettive opposizioni interne. Ma il 26 maggio, sulla Torino-Lione, si combatterà gran parte della guerra dei consensi.Lo speciale comprende due articoli. Con 24 ore d'anticipo, smarcandosi dal grosso dei media italiani, ieri La Verità aveva anticipato la successiva puntata della telenovela Tav: M5s su un binario morto, crisi di governo assolutamente improbabile (e invece strombazzata da molti giornaloni), e attesa (così scriveva il direttore Maurizio Belpietro) di una «soluzione da leguleio» che Giuseppe Conte avrebbe dovuto far digerire ai clienti grillini. E sempre ieri questo giornale aveva previsto l'escamotage su cui il governo avrebbe puntato: valorizzare la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, quella per cui i bandi, pur pubblicati, possono essere revocati in qualunque momento. Così, ognuno dei due contraenti avrebbe potuto rivendicare qualcosa. Un successo almeno parziale per la Lega, che avrebbe potuto a buon diritto sostenere di aver impedito il blocco dell'opera. E faccia (più o meno) salvata in extremis per i grillini, che avevano il problema di uscire dal vicolo cieco in cui Di Maio s'era infilato. E le cose sono andate esattamente così. Ieri pomeriggio, Conte ha reso pubblica la sua lettera inviata a Telt, società francese posseduta a metà dal governo di Parigi e a metà da Ferrovie dello Stato. Il premier ha invitato la società ad «astenersi, con effetti immediati, da ogni ulteriore attività che possa produrre, a carico dello Stato italiano, vincoli giuridici di sorta». Conte ha chiesto a Telt di «soprassedere dalla comunicazione dei capitolati di gara» in modo che non siano condizionate «le libere e definitive determinazioni che il mio governo si riserva di assumere nel prossimo futuro». Ed ecco la frasetta libera-tutti: «…avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Nostra traduzione: avviate pure la procedura, ma attivate la clausola di dissolvenza, e soprattutto consentite a una parte della mia maggioranza di poter dire che sia eventualmente possibile tornare indietro. E a stretto giro di posta è giunta la risposta di Telt, secondo copione. La società esordisce ricordando di aver già in passato rinviato la pubblicazione dei bandi. Ma ora non è più possibile, perché un rinvio ulteriore farebbe perdere consistenti fondi Ue. Morale della favola: «Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l'11 marzo autorizzi la Direzione a pubblicare gli "avis de marchés"». Insomma, con ammirevole garbo, anziché ribadire la parola «bandi», Telt parla di «avvisi» a presentare candidatura, e soprattutto si impegna a legare «la successiva fase di trasmissione dei capitolati per la presentazione delle offerte al preventivo avallo dei due governi». Ed ecco la clausola di dissolvenza: ci sarà «l'esplicito riferimento alla facoltà per la stazione appaltante in qualunque momento di non dare seguito alla procedura senza che ciò generi oneri per la stazione appaltante stessa, né per gli Stati». Altro aspetto qualificante, così come - con questo cavillo - non si impegnano soldi del contribuente italiano (aspetto qualificante per il M5s), allo stesso tempo Telt specifica che questa procedura consentirà di non perdere i 300 milioni di finanziamenti Ue (cosa che voleva la Lega in massima parte). Naturalmente, i pasdaran grillini hanno cercato di vendere la cosa come un successo pieno della loro impostazione, ma il bluff appare evidente. Provocatorio il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli: «Salvini ha aderito alle posizioni M5s». Rinnova il suo «questo lo dice lei», ormai una specie di marchio di fabbrica per l'esponente grillina, la sottosegretaria al Mef Laura Castelli: «Abbiamo ottenuto il rinvio dei bandi per il Tav che partiranno tra 6 mesi solo se Italia e Francia raggiungeranno un accordo serio». Tutto ciò mentre Telt metteva nero su bianco qualcosa di molto diverso, come abbiamo visto. Ma il più scatenato dei pentastellati è stato proprio chi, per funzione istituzionale, avrebbe dovuto astenersi da interventi a gamba tesa: il presidente della Camera Roberto Fico, secondo cui il no «non è un atto ideologico», ma una «battaglia identitaria del M5s e quindi ne comprendo bene la durezza». Con toni militanti, Fico ha rievocato la prima riunione dei Meetup nascenti, nel 2005, che «fu fatta a Torino perché quel giorno c'era la grande manifestazione per dire no alla Tav». Più cauto Di Maio, che ha pubblicato su Facebook un post che assomiglia a un sospiro di sollievo: «Sulla Tav la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo d'altro e andiamo avanti con quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il reddito di cittadinanza e con tutto ciò di cui il paese ha bisogno». Sul versante leghista, da registrare la reazione del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri, che ha sottolineato il risultato di aver salvaguardato il finanziamento Ue, e soprattutto la dichiarazione di Matteo Salvini: «Farò di tutto perché coinvolgendo Francia e Ue questa opera si faccia». E sul governo: «Non c'è nessuna crisi in vista. Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in 9 mesi e voglio fare ancora di più in 5 anni. La situazione economica è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani». Da un'opposizione abbastanza spiazzata è arrivato un tweet di Nicola Zingaretti: «Sulla Tav un pasticcio indecente e un danno immenso alla credibilità dell'Italia. Spero provino vergogna. È tempo di cambiare». 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Si va ai supplementari: «Non c'è nessuno che vince o che perde, la Lega governa perché vincano gli italiani», commenta il vicepremier Matteo Salvini, mentre fioccano le esternazioni trionfalistiche del M5s. «Volevo darvi una buona notizia per il Paese: il governo va avanti», esulta da parte sua l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, che ammette quale fosse il suo vero terrore: una crisi di governo con un repentino ritorno alle urne. Al diluvio di dichiarazioni di giubilo e di ringraziamento a Conte e Di Maio da parte di esponenti nazionali e locali del M5s, fa eco il quasi totale silenzio dei leghisti. Gli unici protagonisti del Carroccio che commentano le ultime novità sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e quello al Lavoro, Claudio Durigon. «Ora», dice Siri, «ci siederemo al tavolo con i partner francesi e con l'Unione europea con l'opportunità di riformulare il finanziamento globale dell'opera affinché sia chiaro una volta per tutte che i benefici possono essere superiori ai costi». «La Tav? Il buon senso», aggiunge Durigon, «porterà sicuramente a farla». Per la Lega, quindi, la partita è tutt'altro che chiusa, e l'obiettivo di Salvini resta quello di un via libera a una Tav «low cost»: non è il caso però di inasprire gli animi, e così i leghisti lasciano che Di Maio si goda i frutti del rinvio della pubblicazione dei bandi di gara, ottenuto, si badi bene, «su richiesta del governo italiano e con l'accordo del governo francese», come recita la lettera inviata dalla Telt a Palazzo Chigi. Conte non poteva fare di più, e quel riferimento all'ok del governo francese al rinvio dei bandi lascia intuire che il premier ha interloquito negli ultimi giorni anche con Parigi. Il governo va avanti ed è già un grande risultato: prova ne è l'estremo nervosismo di Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La crisi non c'è, e almeno per ora non c'è nemmeno la Tav: per Luigi Di Maio si tratta di un successo non da poco, soprattutto in chiave interna, considerato che i fedelissimi di Roberto Fico non aspettavano altro che un ulteriore cedimento alle richieste della Lega per lanciare l'assalto finale alla leadership del capo politico. Salvini ha capito che un irrigidimento sulla Tav avrebbe dato il via alla ribellione dei «fichiani» e ha preferito sacrificare il suo «sì e subito» alla Torino-Lione sull'altare della tenuta del governo. Non solo: il prossimo 26 maggio, insieme alle Europee, si svolgeranno anche le elezioni regionali in Piemonte, e per Lega e M5s arrivare a quella scadenza con la questione Tav ancora aperta significa avere la possibilità di intercettare rispettivamente i voti degli elettori favorevoli all'opera e di quelli contrari, senza lasciare al Pd dell'attuale presidente della Regione, Sergio Chiamparino, la bandiera del «sì Tav». Chiamparino, che si ricandida, ha lanciato il suo slogan: «Sì al Piemonte del sì», e non c'è bisogno di una laurea in scienze politiche per comprendere come la sua campagna elettorale si concentrerà tutta sul sì alla Torino-Lione. Non a caso, ieri, Chiamparino ha commentato il rinvio della pubblicazione dei bandi con estremo disappunto: «Se i bandi non partono senza se e senza ma», ha detto Chiamparino a margine di una manifestazione pro Tav, «il governo vada in Parlamento e si assuma le sue responsabilità. Se non è in grado di farlo, se ne vada a casa». «Le regionali in Piemonte del prossimo 26 maggio saranno il vero referendum sulla Tav», si lascia sfuggire, parlando con l'agenzia Nova, il presidente della commissione trasporti della Camera, il leghista Alessandro Morelli, mentre lascia il party di compleanno di Salvini. La Lega per il sì, il M5s per il no. L'importante è che i voti restino in famiglia: per decidere c'è sempre tempo.
Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 marzo 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo le prospettive della guerra in Iran.
Noelia (iStock)
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.