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2022-06-08
Lavrov va a benedire la guerra di Erdogan
Sergej Lavrov e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
L’asse tra Russia e Turchia è destinato a rafforzarsi? Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si incontrerà oggi ad Ankara con l’omologo turco, Mevlut Cavusoglu, per colloqui che riguarderanno vari dossier interconnessi. Il principale problema a essere affrontato sarà quello della crisi ucraina. Ankara sta da tempo cercando di ritagliarsi il ruolo di mediatrice nel conflitto in corso ed è recentemente tornata a proporre l’ipotesi di un incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, da tenersi a Istanbul. In questo quadro, l’altro ieri il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo ucraino, Oleksii Reznikov, auspicando un cessate il fuoco e discutendo l’invio di aiuti umanitari.
Nello specifico, al di là del lato puramente diplomatico, la visita di Lavrov si concentrerà sulla delicata questione dello sblocco dei porti ucraini: un obiettivo urgente, soprattutto alla luce della crisi alimentare che rischia di aggravarsi ogni giorno di più. Ieri, Mosca ha affermato che il porto di Mariupol «sta funzionando normalmente e ha iniziato a ricevere le navi da carico» .Sul tema è intervenuto lo stesso Akar, secondo cui Turchia e Russia si starebbero coordinando per approntare un piano volto a far riprendere l’export di grano dai centri portuali dell’Ucraina: un piano che, sotto l’egida delle Nazioni Unite, punterebbe ad aprire un apposito corridoio marittimo nel Mar Nero, con le navi turche che - secondo il Daily Sabah - contribuirebbero allo sminamento e scorterebbero le imbarcazioni ucraine. «Sono stati compiuti molti progressi su questo problema», ha detto Akar.
La situazione resta tuttavia significativamente grave, mentre Kiev si mostra scettica sull’intesa russo-turca dedicata a risolvere la questione del grano. Secondo il Guardian, il viceministro ucraino per la politica agraria e l’alimentazione, Taras Vysotskyi, ha affermato ieri che, anche qualora la Russia revocasse il blocco, migliaia di mine rimarrebbero galleggianti al largo del porto di Odessa. Vysotskyi ha anche aggiunto che occorreranno non meno di sei mesi per completare lo sminamento e che al momento l’Ucraina sarebbe in grado di esportare circa 2 milioni di tonnellate di grano al mese: molto meno dei 6 milioni del periodo antecedente all’avvio dell’invasione russa.
Tuttavia, secondo quanto riferito dalla testata Al Monitor, la visita turca di Lavrov affronterà anche un altro problema: la futura incursione militare in Siria che Recep Tayyip Erdogan ha recentemente annunciato. Con questa mossa, il sultano punta a infliggere un duro colpo ai curdi e a ricollocare parte dei numerosi profughi siriani attualmente presenti in Turchia: profughi che hanno creato svariati problemi socioeconomici al Paese, pesando negativamente sul consenso di un Erdogan che l’anno prossimo punta ad essere rieletto. Tra l’altro, dal 2016, il presidente turco ha già effettuato tre incursioni in Siria. Ora, non è esattamente chiaro quale sarà la posizione di Mosca davanti a questo (pare imminente) attacco: quella stessa Mosca che, ricordiamolo, è una stretta alleata del presidente siriano Bashar Al Assad. Ieri Reuters riferiva di un rafforzamento delle truppe russe e di Damasco nel Nord della Siria: il che lascerebbe intendere una certa freddezza da parte del Cremlino verso le mire del presidente turco. «Ci auguriamo che Ankara si astenga da azioni che potrebbero portare a un pericoloso deterioramento della già difficile situazione in Siria», aveva d’altronde dichiarato la settimana scorsa il ministero degli Esteri russo.
Tuttavia, non è detto che Putin dirà automaticamente di no all’incursione turca. Innanzitutto Erdogan ha già fatto sapere di non essere intenzionato ad attendere alcuna concessione da parte di Washington; una Washington che, dal canto suo, ha già mostrato una certa irritazione verso l’ipotesi di un nuovo attacco turco in territorio siriano. Mosca potrebbe quindi dare il suo assenso con lo scopo di acuire la tensione nel già difficile rapporto che intercorre tra Turchia e Stati Uniti. In secondo luogo, lo zar sa bene che, nella situazione in cui si trova, ha bisogno della sponda politica turca. Un fattore che lo porterà prevedibilmente a evitare di irritare Erdogan, il quale, guarda caso, al momento non ha ancora revocato il proprio veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. D’altronde, il sultano sa perfettamente che, in questo momento, il capo del Cremlino non può permettersi eccessiva ostilità nei confronti delle sue pretese: non è un caso che Ankara abbia annunciato l’incursione nel pieno della crisi ucraina.
Tra l’altro, nonostante gli interessi contrastanti, Putin ed Erdogan hanno già mostrato in passato di essere disposti a collaborare pragmaticamente sul dossier siriano. Bisognerà quindi capire che cosa partorirà il vertice tra Lavrov e Cavusoglu. È proprio questo significativo dossier che misurerà infatti la temperatura effettiva dei rapporti che attualmente intercorrono tra Mosca e Ankara. La Turchia conferma la sua condotta spregiudicata. Una condotta da cui l’Occidente dovrebbe guardarsi, ma che invece sembra sempre più disposto a subire.
Severodonetsk quasi in mano russa. Pronto pure l’assedio a Sloviansk
L’impianto chimico Azot, a Severodonestk, potrebbe diventare uno scenario simile a quello già visto per l’acciaieria Azovstal di Mariupol. Le forze ucraine, secondo quanto comunicato dall’ambasciatore dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk, Rodion Miroshnik, sarebbero state quasi completamente cacciate dalla zona industriale della città contesa situata nel Lugansk e costrette a riparare, appunto, nella fabbrica chimica. I pesanti combattimenti continuano strada per strada. Le truppe russe hanno ripreso il controllo di diverse parti di Severodonetsk, dopo un primo tentativo di contrattacco da parte ucraina che sembrava aver dato qualche risultato. Secondo l’intelligence britannica Mosca mira d isolare ancora di più l’area della città sia dal Nord (Izyum) che dal Sud (Popasna). Notizie di pesanti bombardamenti vicino a Izyum indicherebbero che Mosca si sta preparando a riprendere l’offensiva lungo l’asse settentrionale: la Russia ha bisogno di sfondare su almeno uno di questi due assi - quello meridionale di Popasna o quello settentrionale di Izyum - per proseguire la sua marcia verso l’obiettivo politico di conquistare tutto il Donbass.
L’ultimo aggiornamento fornito dal capo militare regionale del Lugansk, Sergiy Gaidai, afferma comunque che gli attacchi russi in direzione di Novookhtyrka e Voronove sono stati respinti. Lo stesso governatore, però, annuncia che è in corso la «distruzione totale» della città di Lysychansk, uno degli ultimi bastioni ucraini nel Lugansk. «I bombardamenti russi si sono intensificati in modo significativo nelle ultime 24 ore e i russi stanno utilizzando tattiche di terra bruciata». Mosca, intanto, esulta per la conquista di Svyatogorsk. Il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu, ha infatti annunciato la «liberazione» della città, che si trova nella parte settentrionale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk nella regione di Kharkiv, che è già sotto il controllo russo. «Una parte significativa delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk lungo la riva sinistra del fiume Seversky Donec, comprese le città di Krasny Liman e Svyatogorsk, insieme ad altri 15 insediamenti, sono state liberate», ha annunciato Shoigu. Tra gli insediamenti conquistati dalle truppe russe, il ministro ha citato Studenok, Yarovaya, Kirovsk, Yampol e Drobyshevo. Presto potrebbe partire l’assedio alla città strategica di Sloviansk.
Nelle ultime 24 ore, come comunica la polizia nazionale ucraina, sono stati contati 21 bombardamenti russi nella regione di Donetsk e ci sono bambini tra le vittime. Non si arresta, dunque, l’avanzata di Mosca e Natalia Nikonorova, ministro degli Esteri dell’autoproclamata Repubblica popolare del Donetsk, ha affermato che i separatisti e i loro alleati russi controllano oltre il 70% del territorio della regione. In precedenza il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu, aveva affermato che il Lugansk, l’altra Oblast contesa del Donbass, era «al 97%» sotto il controllo russo. Alle conquiste russe si affianca però una perdita notevole. Roman Kutuzov, uno dei più alti generali di Mosca, è morto durante i combattimenti nel Donbass, come confermato dal leader separatista a Donetsk, Denis Pushilin. Intanto, si registra anche il decesso del primo volontario tedesco. Björn C., 39 anni, era combattente nella Ildu - Legione internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina. Il ministero degli Esteri tedesco si sta impegnando per chiarire il caso. Mariupol, nel frattempo, è sull’orlo di un’epidemia di colera. La città, come descritto dal vicesindaco Sergei Orlovio, «sta annegando nelle acque contaminate dai rifiuti e dalla decomposizione di sepolture improvvisate». Decine di corpi di combattenti ucraini uccisi nelle acciaierie Azovstal sono stati invece restituiti a Kiev. I cadaveri sono stati trasferiti nella capitale ucraina, dove è in corso il test del Dna per identificarli. Anche a Sud proseguono i bombardamenti dell’esercito russo. Due civili sono rimasti uccisi e tre feriti nella regione di Mykolaiv, al confine con l’Oblast di Kherson.
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Benché sostenga il regime di Assad, il ministro di Putin, ad Ankara, potrebbe dare l’ok alla campagna contro i curdi in Siria Si dovrebbe sbloccare anche l’operazione di sminamento dei porti per far partire l’export di grano. Kiev, però, ancora non si fida.In città, milizie ammassate in una fabbrica come a Mariupol. Dove ora si teme il colera.Lo speciale contiene due articoliL’asse tra Russia e Turchia è destinato a rafforzarsi? Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si incontrerà oggi ad Ankara con l’omologo turco, Mevlut Cavusoglu, per colloqui che riguarderanno vari dossier interconnessi. Il principale problema a essere affrontato sarà quello della crisi ucraina. Ankara sta da tempo cercando di ritagliarsi il ruolo di mediatrice nel conflitto in corso ed è recentemente tornata a proporre l’ipotesi di un incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, da tenersi a Istanbul. In questo quadro, l’altro ieri il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo ucraino, Oleksii Reznikov, auspicando un cessate il fuoco e discutendo l’invio di aiuti umanitari. Nello specifico, al di là del lato puramente diplomatico, la visita di Lavrov si concentrerà sulla delicata questione dello sblocco dei porti ucraini: un obiettivo urgente, soprattutto alla luce della crisi alimentare che rischia di aggravarsi ogni giorno di più. Ieri, Mosca ha affermato che il porto di Mariupol «sta funzionando normalmente e ha iniziato a ricevere le navi da carico» .Sul tema è intervenuto lo stesso Akar, secondo cui Turchia e Russia si starebbero coordinando per approntare un piano volto a far riprendere l’export di grano dai centri portuali dell’Ucraina: un piano che, sotto l’egida delle Nazioni Unite, punterebbe ad aprire un apposito corridoio marittimo nel Mar Nero, con le navi turche che - secondo il Daily Sabah - contribuirebbero allo sminamento e scorterebbero le imbarcazioni ucraine. «Sono stati compiuti molti progressi su questo problema», ha detto Akar. La situazione resta tuttavia significativamente grave, mentre Kiev si mostra scettica sull’intesa russo-turca dedicata a risolvere la questione del grano. Secondo il Guardian, il viceministro ucraino per la politica agraria e l’alimentazione, Taras Vysotskyi, ha affermato ieri che, anche qualora la Russia revocasse il blocco, migliaia di mine rimarrebbero galleggianti al largo del porto di Odessa. Vysotskyi ha anche aggiunto che occorreranno non meno di sei mesi per completare lo sminamento e che al momento l’Ucraina sarebbe in grado di esportare circa 2 milioni di tonnellate di grano al mese: molto meno dei 6 milioni del periodo antecedente all’avvio dell’invasione russa. Tuttavia, secondo quanto riferito dalla testata Al Monitor, la visita turca di Lavrov affronterà anche un altro problema: la futura incursione militare in Siria che Recep Tayyip Erdogan ha recentemente annunciato. Con questa mossa, il sultano punta a infliggere un duro colpo ai curdi e a ricollocare parte dei numerosi profughi siriani attualmente presenti in Turchia: profughi che hanno creato svariati problemi socioeconomici al Paese, pesando negativamente sul consenso di un Erdogan che l’anno prossimo punta ad essere rieletto. Tra l’altro, dal 2016, il presidente turco ha già effettuato tre incursioni in Siria. Ora, non è esattamente chiaro quale sarà la posizione di Mosca davanti a questo (pare imminente) attacco: quella stessa Mosca che, ricordiamolo, è una stretta alleata del presidente siriano Bashar Al Assad. Ieri Reuters riferiva di un rafforzamento delle truppe russe e di Damasco nel Nord della Siria: il che lascerebbe intendere una certa freddezza da parte del Cremlino verso le mire del presidente turco. «Ci auguriamo che Ankara si astenga da azioni che potrebbero portare a un pericoloso deterioramento della già difficile situazione in Siria», aveva d’altronde dichiarato la settimana scorsa il ministero degli Esteri russo. Tuttavia, non è detto che Putin dirà automaticamente di no all’incursione turca. Innanzitutto Erdogan ha già fatto sapere di non essere intenzionato ad attendere alcuna concessione da parte di Washington; una Washington che, dal canto suo, ha già mostrato una certa irritazione verso l’ipotesi di un nuovo attacco turco in territorio siriano. Mosca potrebbe quindi dare il suo assenso con lo scopo di acuire la tensione nel già difficile rapporto che intercorre tra Turchia e Stati Uniti. In secondo luogo, lo zar sa bene che, nella situazione in cui si trova, ha bisogno della sponda politica turca. Un fattore che lo porterà prevedibilmente a evitare di irritare Erdogan, il quale, guarda caso, al momento non ha ancora revocato il proprio veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. D’altronde, il sultano sa perfettamente che, in questo momento, il capo del Cremlino non può permettersi eccessiva ostilità nei confronti delle sue pretese: non è un caso che Ankara abbia annunciato l’incursione nel pieno della crisi ucraina. Tra l’altro, nonostante gli interessi contrastanti, Putin ed Erdogan hanno già mostrato in passato di essere disposti a collaborare pragmaticamente sul dossier siriano. Bisognerà quindi capire che cosa partorirà il vertice tra Lavrov e Cavusoglu. È proprio questo significativo dossier che misurerà infatti la temperatura effettiva dei rapporti che attualmente intercorrono tra Mosca e Ankara. La Turchia conferma la sua condotta spregiudicata. Una condotta da cui l’Occidente dovrebbe guardarsi, ma che invece sembra sempre più disposto a subire. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavrov-va-a-benedire-la-guerra-di-erdogan-2657472079.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="severodonetsk-quasi-in-mano-russa-pronto-pure-lassedio-a-sloviansk" data-post-id="2657472079" data-published-at="1654638461" data-use-pagination="False"> Severodonetsk quasi in mano russa. Pronto pure l’assedio a Sloviansk L’impianto chimico Azot, a Severodonestk, potrebbe diventare uno scenario simile a quello già visto per l’acciaieria Azovstal di Mariupol. Le forze ucraine, secondo quanto comunicato dall’ambasciatore dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk, Rodion Miroshnik, sarebbero state quasi completamente cacciate dalla zona industriale della città contesa situata nel Lugansk e costrette a riparare, appunto, nella fabbrica chimica. I pesanti combattimenti continuano strada per strada. Le truppe russe hanno ripreso il controllo di diverse parti di Severodonetsk, dopo un primo tentativo di contrattacco da parte ucraina che sembrava aver dato qualche risultato. Secondo l’intelligence britannica Mosca mira d isolare ancora di più l’area della città sia dal Nord (Izyum) che dal Sud (Popasna). Notizie di pesanti bombardamenti vicino a Izyum indicherebbero che Mosca si sta preparando a riprendere l’offensiva lungo l’asse settentrionale: la Russia ha bisogno di sfondare su almeno uno di questi due assi - quello meridionale di Popasna o quello settentrionale di Izyum - per proseguire la sua marcia verso l’obiettivo politico di conquistare tutto il Donbass. L’ultimo aggiornamento fornito dal capo militare regionale del Lugansk, Sergiy Gaidai, afferma comunque che gli attacchi russi in direzione di Novookhtyrka e Voronove sono stati respinti. Lo stesso governatore, però, annuncia che è in corso la «distruzione totale» della città di Lysychansk, uno degli ultimi bastioni ucraini nel Lugansk. «I bombardamenti russi si sono intensificati in modo significativo nelle ultime 24 ore e i russi stanno utilizzando tattiche di terra bruciata». Mosca, intanto, esulta per la conquista di Svyatogorsk. Il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu, ha infatti annunciato la «liberazione» della città, che si trova nella parte settentrionale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk nella regione di Kharkiv, che è già sotto il controllo russo. «Una parte significativa delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk lungo la riva sinistra del fiume Seversky Donec, comprese le città di Krasny Liman e Svyatogorsk, insieme ad altri 15 insediamenti, sono state liberate», ha annunciato Shoigu. Tra gli insediamenti conquistati dalle truppe russe, il ministro ha citato Studenok, Yarovaya, Kirovsk, Yampol e Drobyshevo. Presto potrebbe partire l’assedio alla città strategica di Sloviansk. Nelle ultime 24 ore, come comunica la polizia nazionale ucraina, sono stati contati 21 bombardamenti russi nella regione di Donetsk e ci sono bambini tra le vittime. Non si arresta, dunque, l’avanzata di Mosca e Natalia Nikonorova, ministro degli Esteri dell’autoproclamata Repubblica popolare del Donetsk, ha affermato che i separatisti e i loro alleati russi controllano oltre il 70% del territorio della regione. In precedenza il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu, aveva affermato che il Lugansk, l’altra Oblast contesa del Donbass, era «al 97%» sotto il controllo russo. Alle conquiste russe si affianca però una perdita notevole. Roman Kutuzov, uno dei più alti generali di Mosca, è morto durante i combattimenti nel Donbass, come confermato dal leader separatista a Donetsk, Denis Pushilin. Intanto, si registra anche il decesso del primo volontario tedesco. Björn C., 39 anni, era combattente nella Ildu - Legione internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina. Il ministero degli Esteri tedesco si sta impegnando per chiarire il caso. Mariupol, nel frattempo, è sull’orlo di un’epidemia di colera. La città, come descritto dal vicesindaco Sergei Orlovio, «sta annegando nelle acque contaminate dai rifiuti e dalla decomposizione di sepolture improvvisate». Decine di corpi di combattenti ucraini uccisi nelle acciaierie Azovstal sono stati invece restituiti a Kiev. I cadaveri sono stati trasferiti nella capitale ucraina, dove è in corso il test del Dna per identificarli. Anche a Sud proseguono i bombardamenti dell’esercito russo. Due civili sono rimasti uccisi e tre feriti nella regione di Mykolaiv, al confine con l’Oblast di Kherson.
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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Imagoeconomica
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
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