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Erri De Luca (Ansa)
La nemesi dello scrittore: da Lotta continua all’essere censurato per aver sfidato l’ortodossia di sinistra. Quando incitò al vandalismo contro la Tav, fu assolto. Per sua fortuna, a processarlo non fu il «tribunale del popolo» a cui inneggiava durante gli anni di piombo.
Cognome e nome: De Luca Erri. Oggi beatificato perché «imbavagliato».
Doveva inaugurare la rassegna letteraria di Salerno con una sua lectio magistralis.
È intervenuta la scomunica.
Si è dichiarato «sionista» e contrario all’(ab)uso del termine «genocidio» per Gaza.
E quindi la fatwa lo colga!
«Ma non è censura», macché: «Gli abbiamo proposto una diversa collocazione» hanno annunciato gli organizzatori (avrebbe potuto parlare, chissà, nel cuore della notte, in qualche quartiere periferico, per «evitare di connotare ideologicamente la manifestazione», anche se c’è da chiedersi: se la prolusione fosse stata assegnata a Tomaso Montanari o a Francesca Albanese, scommettiamo che il loro - libero e legittimo - punto di vista non avrebbe «disturbato» il profilo della kermesse?).
De Luca ce li ha mandati: «È il festival che si è escluso da me, meglio così: mi risparmio la trasferta».
All’anagrafe Enrico. Negli anni degli «opposti estremisti», uno dei non pochi «cattivi maestri», i pifferai di Hamelin de «la meglio gioventù», la sinistra extraparlamentare dura e pura.
Erri. Versione italiana di Harry, il nome dello zio.
Da Harry ti presento Sally a «Erri, ti presento Inès de la Fressange» è un attimo.
Insieme - il napoletano già rivoluzionario barricadero, e la francese già modella musa di Karl Lagerfeld, stilista, imprenditrice - hanno pubblicato L’età sperimentale (Feltrinelli, 2024), divagazioni sulla vecchiaia.
Lei, classe 1957: «Vecchio è quando capisci che le persone che sembrano vecchie hanno la tua stessa età».
Lui, classe 1950: «Considero questo il mio tempo migliore, in cui sono più lucido, preciso, calmo».
Non è stato sempre così «zen».
La sua militanza è stata tutta una «lotta continua». Quando a 18 anni sbarca nella Capitale aderisce al Gaos, il Gruppo di agitazione operai e studenti, che confluirà nella nascente Lotta Continua.
Formazione politica di cui diventerà un dirigente di primo piano, come responsabile del servizio d’ordine sulla piazza di Roma.
Non pentito: «Ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione, esponendomi e pagandone le conseguenze», ipse dixit nel film documentario basato sul libro di Aldo Cazzullo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Mondadori 1998.
«Hai fatto qualcosa che se ti avessero beccato ti avrebbe portato in galera?», gli ha chiesto Claudio Sabelli Fioretti il 9 settembre 2004 per Sette, il magazine del Corriere della sera.
«Come tutti. Abbiamo condiviso il peggio di quel tempo. Non piace ai reduci che io definisca Lc, Lotta continua, un organismo rivoluzionario. O che dica: “Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere il commissario Luigi Calabresi”».
E chi sarebbero coloro che si dissociano «dalla loro storia, dalla loro evidenza»?
Sabelli Fioretti, volendo inzigare, butta giù una compilation: «Andrea Marcenaro, Claudio Rinaldi, Paolo Liguori, Gad Lerner, Toni Capuozzo, Ninì Briglia, Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri, Lidia Ravera, Mario Deaglio...».
De Luca: «Li perseguito ricordandogli i dettagli, gli guasto qualche momento di digestione, tanto poi gli passa subito». E comunque «Paolo Liguori, detto Straccio, era un bravissimo capo, uno a cui piaceva parlare e che ci sapeva fare. Era ambizioso e Lc lo mortificò. Venne a Roma Pietrostefani (che era il peggiore di tutti, come persona e come atti, non mi è mai piaciuto e gliel’ho sempre detto in faccia) e lo sbatté a fare il volantinaggio davanti all’Alfa Sud di Secondigliano».
Parentesi. Sofri (De Luca: «Non sono più in buoni rapporti con lui da molto tempo»), Pietrostefani e Ovidio Bompressi («siamo stati amici per la pelle») sono stati condannati per l’omicidio di Calabresi.
«Erri, tu sai chi l’ha ammazzato?».
«Preferisco non rispondere. Non mi sento libero di parlare di questo».
Chiusa parentesi.
A Bompressi, in un carteggio pubblicato da Micromega nel 1995, rinfaccerà: «Tu sei estraneo. Ma non sei innocente». Perché «nessuno di noi lo era, siamo tutti corresponsabili».
Soprattutto: niente autoassoluzioni in nome del clima socio-politico.
«Sono contrario alla giustificazione del contesto, è come se gli atti che ho compiuto me li avessero fatti fare gli altri. No: le mie azioni erano frutto di una piena consapevolezza». Uscito dal movimento nel 1976, quando Lc si sciolse (lui era contrario: «fu diserzione»), si arrabatterà facendo mille mestieri.
Operaio. Muratore. Giornalista. Saggista. Poeta. Traduttore.
Studioso dell’ebraismo, poliglotta, ha imparato l’ yiddish e l’ebraico antico («è stata la solitudine ad avvicinarmi a questa lingua»), insieme al russo e lo swahili.
A suo agio con il vernacolo partenopeo. «È la mia lingua madre. È una lingua svelta, che risparmia tempo e spazio. Abbiamo conquistato il record mondiale della brevità con l’infinito del verbo andare: i', una vocale appena. Io l’ho imparata da bambino, quando in famiglia di sera leggevamo a voce alta le commedie di Eduardo De Filippo e le poesie di Salvatore Di Giacomo», altro che «Carosello!, e poi tutti a nanna».
De Filippo. Con cui De Luca avrebbe avuto una certa qual rassomiglianza.
Tanto da legittimare un atroce sospetto.
Nell’agguato delle Brigate Rosse in via Fani a Roma - scorta massacrata, Aldo Moro sequestrato - più di una testimonianza oculare attestò la partecipazione anche di due individui, mai identificati, su una moto Honda, uno dei quali «pur essendo giovane, ricordava in modo impressionante Eduardo De Filippo» (la deposizione è agli atti della Commissione Moro, VIII legislatura, volume XLI, pag. 403).
Non basta: il 28 marzo 1978, 12 giorni il rapimento, il Sismi, cioè il servizio segreto militare, segnalò (l’appunto è del suo capo, il generale Giuseppe Santovito, tessera n. 527 della Loggia P2) che «una fonte aveva riferito di aver visto subito dopo l’eccidio in via Fani un giovane dalle caratteristiche identiche a quelle di Henry (sic) De Luca, già da tempo ritenuto «elemento irregolare» delle Br».
Ma «la precoce annotazione, evidentemente infondata, cadde nel vuoto» (così Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi 2019).
«Io sono numeroso» ha rivendicato lui più di vent'anni fa, scimmiottando un po' il «Contengo moltitudini» di Walt Whitman, oggi ultra citato ma solo perché l’ha evocato Francesco De Gregori.
Entrambi, Erri e il Principe dello spartito, accomunati nell’ultima settimana dalla stessa sorte: la condanna al rogo per le loro riflessioni eterodosse e «fuori linea» su Israele, Gaza e l’impegno ostentato sul palco, la forma più comoda e confortevole di esibizionismo etico.
Però, a ben guardare: che nemesi, per De Luca.
Diventare la vittima di un pre-giudizio ideologico, dopo aver militato in un movimento che voleva processare gli avversari davanti al «tribunale del popolo», perché nemici del medesimo.
Un bell’ambientino «completamente dentro all’illegalità: Lc era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa» ha ricordato, con la civetteria di un acculturato Andy Warhol, sempre a Sabelli.
Tutta l’attività di Lc era «fuori legge»: «Proteggere i compagni latitanti, scontrarsi con la polizia, fabbricare bottiglie molotov».
E naturalmente girare con il «ferro» in tasca: «Avevamo le pistole, facevano parte della necessità della presenza in piazza contro i fascisti e nei cortei. Dopo il 1975 è diventata pratica comune».
Ma non erano mica tutti armati, no: «Solo quelli autorizzati», ah, beh...
Salito a Torino per fare l’operaio alla Fiat, dove rimase fino alla marcia dei 40.000 (la maggioranza silenziosa di operai e dirigenti che affossò l’occupazione della fabbrica di Mirafiori, durata 37 giorni), passò poi in Francia, quindi in Africa come volontario non credente in un’organizzazione cattolica.
Poi traslocò a Sigonella, dove fu facchino per una ditta che lavorava con gli americani della base militare, quindi in cantiere a Milano, di nuovo a Roma in una cooperativa, «ero un manovale, sturavo le fogne» (così a Silvana Mazzocchi di Repubblica, 29 luglio 2012), infine autista di convogli umanitari in Bosnia.
Il primo settembre 2013, lo scapigliato «rosso» che fu, improvvisamente si risvegliò. Per commentare, con Laura Eduati dell’HuffPost, le accuse del procuratore Giancarlo Caselli agli intellettuali che a sinistra «sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo» in Val di Susa.
De Luca non solo si schierò con i No Tav, ma inneggiò: «La Tav va fermata, sabotaggi e vandalismi sono necessari perché è un’opera devastante, nociva e inutile».
Per queste frasi finirà sul banco degli imputati, accusato di istigazione a delinquere.
Ma nel 2016 il tribunale di Torino lo assolverà con formula piena.
«Il fatto non sussiste»: talune prese di posizione sono sanzionabili solo se creano un effettivo e concreto pericolo per l’ordine pubblico.
Altrimenti ricadono nel perimetro della libertà di espressione.
Per sua fortuna, a processarlo è stata la giustizia borghese. Nella democrazia popolare vagheggiata da Lc, la sua dissidenza sarebbe stata bollata come controrivoluzionaria.
Non credo che in quel caso gli sarebbe andata altrettanto bene.
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2026-06-07
La sterlina sarà «inclusiva». Via Churchill e Alan Turing: al loro posto, uccelli e pesci
La Banca centrale, a marzo, aveva deciso di eliminare i grandi inglesi dalle banconote Ora si scopre perché: un report li dipinge come «divisivi». Banditi persino i monumenti.
«Bulldog britannico», «Vecchio leone», o più semplicemente - e affettuosamente - «Porcellino». Dato che a Winston Churchill fu affibbiata una serie di soprannomi a sfondo faunistico, forse c’è ancora qualche speranza di rivederlo sulle banconote da 5 sterline.
Già a marzo, la Banca d’Inghilterra aveva annunciato l’intenzione di sostituire lui e altri personaggi storici, ritratti su cartamoneta, con le immagini di animali. Fino al prossimo 3 luglio, i cittadini potranno partecipare a una consultazione per decidere quali bestioline andranno raffigurate al posto degli uomini e delle donne illustri del Regno Unito. Tra i candidati ci sono la lepre, il riccio, il martin pescatore, il pulcinella di mare, la libellula imperatore, il salmone e il bombo. Fuori il pittore Turner; ecce bombo.
La Bank of England preferisce l’aquila di mare coda bianca al primo ministro che resse il Paese durante la guerra al nazismo; e anche ad Alan Turing (50 sterline), che decrittò il linguaggio in codice dei tedeschi; nonché alla scrittrice e antesignana del femminismo, Jane Austen (10 sterline). Ufficialmente - così dissero i funzionari tre mesi fa - perché le effigi di uccelli, pesci e mammiferi sarebbero più difficili da contraffare. Lo ha ribadito pochi giorni fa il governatore, Andrew Bailey: «L’obiettivo principale è la sicurezza». In realtà, stando a ciò che è emerso da alcuni documenti consultati dal Telegraph, a convincere l’istituto centrale potrebbe essere stato un report redatto da Savanta, una società che si occupa di ricerche di mercato. I risultati di quell’indagine, infatti, avrebbero mostrato che i giganti della nazione sono ormai percepiti come «elitari e divisivi», «controversi e non rappresentativi della diversità culturale e naturale del Regno Unito».
L’azienda, che ha consegnato la sua relazione a ottobre 2025, aveva organizzato una serie di gruppi di discussione, per sondare il giudizio dei cittadini sui loro avi memorabili. È venuto fuori che persino Turing, capostipite delle ricerche sui computer, peraltro perseguitato dalle autorità dell’epoca in quanto omosessuale e costretto a sottoporsi alla castrazione chimica, è considerato «un po’ imperialista». La sua colpa? Aver agito «nel contesto della vittoria nella Seconda guerra mondiale». Pensate se, anziché vincerla, l’Inghilterra l’avesse persa.
La tesi di uno dei partecipanti più giovani al sondaggio di Savanta è che Turing ricordi «quella specie di boomer, imperialista», attraverso il quale lo Stato cerca di trasmettere un messaggio nocivo: «Noi siamo quelli che hanno vinto la Seconda guerra mondiale e hanno salvato il mondo». Già: dev’essere proprio una vergogna aver sconfitto Hitler.
Gli esponenti della generazione Z, annotava Savanta, pensano che certe figure siano «disconnesse dalle loro esperienze personali» e ne hanno «messo in questione la rilevanza, suggerendo che il tema sia percepito come superato». Dal report dello scorso anno, sarebbe emerso «il chiaro desiderio che le immagini sulle banconote evolvano e riflettano meglio la Gran Bretagna moderna, diventando più inclusive». Il lavaggio del cervello, al culmine della distopia progressista, ha funzionato: i giovani inglesi, oggi, trovano più interessante il bombo rispetto alla «Bomba», la macchina per le comunicazioni segrete dei tedeschi Enigma, che Turing riuscì a decifrare costruendo un altro supercalcolatore. Churchill? Jane Austen? «Superati». Fuori moda. L’uomo ideale, nel Regno di Keir Starmer, il Paese che quando le rivoluzioni politiche del Vecchio continente pretendevano di fare piazza pulita del passato in nome dell’ideologia, invece, continuava indefesso a venerare tradizioni giuridiche e usi antichi, è un individuo appiattito sul presente; condizionato da nevrosi psicopolitiche e divieti (niente social, niente sigarette); ma soprattutto, è «inclusivo».
Per questo Savanta aveva sollecitato la Banca centrale a prestare attenzione non solo ai faccini dei personaggi storici, ma pure agli scorci architettonici: c’è il rischio che i monumenti dell’era vittoriana vengano associati «a colonialismo/schiavitù».
Nei gruppi di discussione, ad esempio, un nordirlandese aveva sostenuto che, in Gran Bretagna, ci sono «di sicuro edifici che sono stati eretti sul fondamento dei proventi della tratta degli schiavi». Bandito Alan Turing, anatema sul Big Ben. Cosa rimane di tipicamente british, che sia anche abbastanza inclusivo? Forse, il chiurlo maggiore, noto in inglese come Eurasian curlew: in quanto euroasiatico, è più inclusivo delle pericolosissime bianche scogliere di Dover, che alla Bank of England è stato sconsigliato di riprodurre su cartamoneta, «per via della loro associazione al confine del Regno Unito». Quello che i nazisti non riuscirono mai a varcare: evidentemente, all’epoca, Churchill e compagnia non furono abbastanza inclusivi.
E pensare che Savanta - interpellata dal Telegraph, ha preferito non commentare - nega qualunque intento censorio: questa non è mica cancel culture.
Si può dare torto alla società? Un’altra rilevazione dell’istituto, avviata lo scorso anno, aveva certificato che la maggior parte delle persone preferisce rappresentazioni della natura sia alle icone dell’architettura nazionale, sia ai miti britannici della storia, dell’arte, o addirittura dello sport. William Shakespeare è roba per imperialisti. I monumenti sono retaggi coloniali. Vuoi mettere con la foca grigia e il delfino Tursiops?
La nuova Inghilterra è questa roba qua. Dio solo sa cosa accadrà quando la minoranza islamica prenderà il sopravvento: ora l’imam canta in Consiglio comunale a Birmingham; domani, sulle sterline, al posto del re, comparirà Maometto?
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Dall’inizio dell’umanità, ci si è sempre posti la fatidica domanda: il «sangue dell’uva» fa bene o male? Bibbia, Greci, Romani e pure molti nutrizionisti moderni predicano l’uso consapevole dell’inebriante bevanda. Ma l’esercito dei detrattori è altrettanto numeroso.
Domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Abbiamo sottoposto il quesito - papale papale - all’Intelligenza artificiale, IA per gli amici. Ecco la risposta: «Questa è davvero la domanda da un milione di euro, il dilemma che fa litigare cardiologi, ricercatori e appassionati di vino da decenni».
Solo da decenni? Ma se è dall’inizio della mitica storia della vigna e del vino che sono nati i pro e i contro il «sangue dell’uva», come il vino è definito nella Bibbia (Genesi, 49, 11-12).
All’indomani della prima vendemmia di Noè dopo il diluvio (Genesi, 9), il Gran patriarca diventato agricoltore e viticoltore, dopo aver spremuto il succo dei primi grappoli, bevve e ribevve quel vino novello fino a ubriacarsi, a spogliarsi completamente nudo nella sua tenda, a essere rispettosamente ricoperto con un mantello dai figli Sem e Jafet che camminarono all’indietro pur di non vedere la nudità del padre e mancargli di rispetto. Noè, passata la sbornia, maledì Cam, il terzo figlio, il quale, avendolo visto nudo era andato a strombazzare la notizia ai fratelli. «Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!», lo bollò Noè. Una maledizione che costò cara ai poveri discendenti africani di Cam: fu presa a pretesto dai negrieri per giustificare per secoli la tratta degli schiavi.
Sia il Vecchio Testamento sia il Nuovo, a differenza di molte teorie scientifiche moderne, non condannano il vino, ma l’uso sconveniente che ne fa l’uomo. «Il vino è beffardo, la bevanda alcolica è turbolenta; chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio». Tra la Bibbia e il Vinitaly di Verona, edizione 58 (2026), ci sta tutta la storia dell’umanità aggrappata ai tralci di quell’alberello stortignaccolo e tozzo di vitis vinifera, vite che oggi si mostra ordinata in moderne spalliere come i soldati alla parata del 2 giugno, lungo le coste, nelle pianure, sui declivi delle colline, sui fianchi delle vallate e ancora più su fino all’alta montagna dove la vite tocca il cielo dopo aver toccato il mare. Vitigni eroici, li chiamano. Lungo questa linea storica millenaria c’è di tutto e di più: la Genesi, il salmo 104, il profeta Isaia, le nozze di Cana, l’Ultima cena. Ci sono il vino farmaco degli antichi Egizi, il vino filosofo dei Greci, Ippocrate, Galeno, i monaci benedettini, Santa Ildegarda, il Rinascimento, Galileo Galilei, i proverbi, la saggezza popolare, la poesia, Khayyam, Pablo Neruda, Giuseppe Verdi con il «Libiamo ne’ lieti calici», il paradosso francese, il resveratrolo, la dieta mediterranea, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Europa che tratta il vino alla stregua delle sigarette («Nuoce gravemente alla salute»), il ricercatore Silvio Garattini e l’immunologa padovana Antonella Viola («Vade retro vino»), il nutrizionista Giorgio Calabrese e il docente universitario di chimica biologica Fulvio Ursini che predicano in tutto il mondo, su basi altrettanto scientifiche, contro l’inutile e, a loro giudizio, dannoso neoproibizionismo.
«Benedici il Signore, anima mia», inneggia il salmo 104 che canta la grandezza di Dio e gli splendori della sua Creazione. Al verso 15 leggiamo: «Il vino che allieta il cuore dell’uomo; l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore». Non è forse, con millenni d’anticipo, la triade dei cibi sui quali poggia la dieta mediterranea? Il profeta Isaia (25, 6) predice il banchetto che il Signore preparerà per tutti i popoli: «Un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti». E conclude il versetto rimarcando: «Di cibi succulenti, di vini raffinati».
Riprenderemo la galoppata storica ma, visto che parliamo di grasse vivande e vini eccellenti, saltiamo qualche millennio per planare nel 1992, anno in cui la rivista scientifica The Lancet pubblicò uno studio di due ricercatori francesi, Serge Renaud e Michel de Longeril. Epidemiologo il primo, cardiologo il secondo, avevano constatato come i francesi, nonostante le pappate di burro, di formaggi grassissimi tipo Reblochon, Camembert, Brie, il consumo di foie gras, di lardo e compagnia butirrosa, fossero meno colpiti dall’infarto e dalle malattie cardiovascolari di altri popoli che, come loro, amavano cibi pieni di grassi saturi. Ohibò, si chiesero i due scienziati, come può accadere questo? Qual è l’armatura, la difesa che i francesi hanno e altri popoli no? Credettero di individuarla nel vino rosso. I francesi amanti di Borgogna, Bordeaux, Beaujolais e altri tannici prodotti di «sangue dell’uva», conclusero Renaud e Longeril, trovavano protezione nel resveratrolo, un polifenolo con qualità antiossidanti, antinfiammatorie, protettore cardiovascolare che, potenziando le sirtuine - sono gli enzimi della longevità - riduce l’invecchiamento delle cellule. Tanta roba, per usare un brutto modo di dire oggidì in voga.
Il paradoxe français scatenò la corsa all’acquisto dei vini rossi anche in Italia dove non sono mai mancati i grandi vini granati, di grande corpo, taluni ancora più ricchi di resveratrolo di quelli d’Oltralpe. Per esempio, il veronese Amarone che, nascendo dalle uve appassite della Valpolicella - Corvina, Corvinone, Rondinella - succhia dalle bucce quantità industriali di resveratrolo. Altri vini italiani primatisti di sostanze antiossidanti sono il Sagrantino, la Croatina, l’Aglianico, il Primitivo, il Perricone siciliano. Naturalmente, paradosso o no, valgono sempre le solite raccomandazioni: consumo consapevole, preferire il vino rosso al bianco, fratello pallido e smunto di polifenoli, berlo durante i pasti, non assumerlo come medicina. Il vino è cultura? Allora godetevelo così, cari buongustai, magari abbinandolo a buoni piatti.
Il paradosso durò poco, suppergiù una dozzina d’anni. Intorno al 2000 avanzò l’ipotesi che le statistiche dei due francesi fossero sbagliate. Non truccate, ma male impostate e male interpretate: non era solo il vino, ma i cibi freschi, mediterranei, lo stile di vita ad aiutare il cuore, le arterie e gli altri vasi sanguigni dei cugini gallici. Prove in laboratorio con i topi dimostrarono che il resveratrolo, in un bicchiere di rosso, non era sufficiente a scongiurare le malattie cardiache: per avere antiossidanti in misura ideale dal vino, uno dovrebbe bere una damigiana di Amarone o di Nero d’Avola o di Barolo al giorno. E qui casca l’asino: i danni sarebbero infinitamente più gravi dei vantaggi. Cosa accadde dopo il 2000? Tutti a dare addosso al vino. L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, ricorda che l’alcol etilico è cancerogeno, che l’abuso dell’alcol può provocare ipertensione, aritmie cardiache. Scienziati e ricercatori, vedi i citati Garattini e Viola, che raccomandano: «Nemmeno una goccia».
Finisce così? Aboliamo il vino per tutta la vita per vivere, come sottolineava argutamente lo scrittore Cesare Marchi, «un’esistenza da ammalati per morire sani»? Cancelliamo dai libri della saggezza popolare proverbi come «Carne fa carne, vino fa sangue»? E ancora: «L’acqua divide gli uomini, il vino li unisce»? E pure l’assennato: «Pane finché dura, ma il vino a misura». E magari aboliamo anche il saggio motto veneto rivolto agli uomini che invecchiano: «Quando la barba la tira al grisin, lassa la dona e butate al vin». Cancelliamo dal Vangelo il miracolo delle nozze di Cana dove Gesù trasformò 600 litri di acqua in ottimo vino? O, Dio ci scampi, l’offerta che Cristo fa agli Apostoli nell’Ultima cena (Matteo 26, 27-28) porgendo loro il calice del vino: «Bevetene tutti perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati»?
No, nessuna rinuncia, nessun brano evangelico ritoccato a cancellato. Sulla vigna, la vite e il vino la ricerca e il dibattito sono ancora aperti. Perfino la Società europea di cardiologia riconosce che un moderato consumo di vino, in una dieta giusta (come la mediterranea) e con un sano stile di vita e di attività fisica, vanno bene. Cardiologi, epidemiologi illustri consigliano: «Due bicchieri di vino rosso al giorno per gli uomini e uno per le donne sono associati a un minor rischio di malattie e mortalità cardiovascolari». La storia tra il vino e il cuore continua.
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Geox
Il marchio italiano presenta Climasandal, una calzatura estiva con una suola del 40% più leggera del normale, ma soprattutto con una micro pompa che rinfresca il piede anche sotto al solleone.
Le temperature record e le estati sempre più lunghe stanno cambiando abitudini, consumi e persino le condizioni in cui si svolgono le attività sportive. Nelle competizioni di corsa e marcia, il caldo è diventato un avversario sempre più difficile da affrontare, al punto da costringere gli organizzatori a programmare partenze all’alba e gli atleti a utilizzare dispositivi refrigeranti come gilet, bracciali e cappellini tecnici.
È da questa nuova realtà climatica che nasce Climasandal, l’ultima innovazione sviluppata da Geox e presentata dal presidente Mario Moretti Polegato. Un progetto che punta a trasferire nel segmento dei sandali la stessa filosofia che ha reso celebre nel mondo la «scarpa che respira», invenzione che ha dato origine a uno dei marchi italiani più riconosciuti nel settore delle calzature, grazie alla possibilità di forare la suola delle scarpe, garantendone allo stesso tempo traspirabilità e impermeabilità. Il resto è storia. Oggi, dopo quel leggendario esordio, Geox scrive il successivo capitolo delle calzature che respirano.
«Oggi siamo qui per ripetere quel successo grazie al lavoro di una squadra di giovani innovatori», ha dichiarato Polegato, sottolineando il ruolo centrale della ricerca e della formazione nella strategia dell’azienda. «L’innovazione è la leva per competere sui mercati globali», sostiene da sempre. Fondato da Polegato, il gruppo Geox ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 608,7 milioni di euro e circa 2.200 dipendenti a livello globale. L’Europa rappresenta il primo mercato dell’azienda con il 47,8% del fatturato, mentre l’Italia pesa per il 29,4%. Oltre il 70% del giro d’affari viene realizzato fuori dai confini nazionali, confermando la forte vocazione internazionale del marchio.
Il nuovo prodotto nasce da una riflessione sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. I tecnici Geox hanno analizzato il comportamento del piede durante la camminata nei periodi più caldi dell’anno e studiato le soluzioni presenti sul mercato internazionale. Da questa attività è emersa l’esigenza di introdurre un sistema capace di migliorare la freschezza del piede senza ricorrere a componenti elettroniche o sensori.
La risposta è una tecnologia meccanica che sfrutta il movimento naturale della camminata. Ventilated Cushioning System: è questo il nome dell’inedita tecnologia capace di offrire alla calzatura un rinnovato modo di respirare. All’interno del sandalo è stata inserita una pompa posizionata nell’area del tallone che, a ogni passo, comprime l’aria e la convoglia attraverso una rete di canalizzazioni fino alla parte anteriore della calzatura. Il flusso viene rilasciato alla base delle dita in modo graduale, generando una sensazione di freschezza continua e non invasiva.
Per amplificare l’efficacia del sistema, Geox ha sviluppato anche una nuova suola ultraleggera, con un peso inferiore del 40% rispetto a quello di una tradizionale suola da sandalo. Un elemento particolarmente rilevante in una categoria di prodotto che rappresenta uno dei segmenti più importanti del mercato estivo delle calzature e che, secondo l’azienda, non ha conosciuto negli ultimi anni innovazioni tecnologiche significative.
Dietro il progetto c’è un percorso di formazione che coinvolge le scuole tecnologiche interne di Geox. «Abbiamo insegnato ai nostri giovani ricercatori a comprendere i bisogni delle persone e a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo», ha spiegato Polegato. Un approccio che, secondo il presidente, fa parte del Dna aziendale e rappresenta una leva competitiva fondamentale in una fase economica globale caratterizzata da forte pressione sui consumi e crescente difficoltà nel generare innovazione di prodotto. Per Geox, Climasandal rappresenta un’ulteriore evoluzione del modello di business costruito negli anni attorno all’innovazione tecnologica e alla valorizzazione dei brevetti tanto che l’intero progetto è stato protetto da brevetti internazionali già estesi nei principali mercati mondiali. Per Geox il Climasandal rappresenta non soltanto un nuovo prodotto, ma anche una conferma della capacità dell’azienda di trasformare ricerca scientifica e proprietà intellettuale in vantaggio competitivo.
«Mi sento fiero di far parlare il mondo della nostra nuova tecnologia», ha affermato Polegato. «E sono altrettanto fiero di continuare a stimolare i giovani verso la ricerca, l’innovazione e la cultura del brevetto».
Il lancio del Climasandal arriva in un momento in cui la capacità di differenziare l’offerta attraverso contenuti tecnologici e innovazione proprietaria è sempre più decisiva per la competitività delle imprese. Una sfida che Geox intende affrontare puntando ancora una volta sul binomio che ne ha segnato la storia: ricerca applicata e tutela della proprietà intellettuale. Da qui l’appello di Polegato a rafforzare il sostegno alla ricerca e all’innovazione. «La proprietà intellettuale, la formazione e la capacità di innovare sono elementi decisivi per il futuro delle imprese e del Paese», ha concluso il presidente, indicando nella collaborazione tra aziende, giovani e istituzioni uno dei fattori chiave per la crescita del sistema produttivo italiano.
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