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Il Pentagono ha chiesto una cifra astronomica per continuare le operazioni contro Teheran. Nonostante i proclami di una «vittoria militare», la realtà parla di scorte di munizioni al limite e di una difesa costretta a usare missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia. È sostenibile?
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha incontrato a Palazzo Giustiniani Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, genitori della cosiddetta «famiglia del bosco».
Israel Katz (Ansa)
Beirut caccia l’ambasciatore iraniano, ma il ministro della Difesa dello Stato ebraico annuncia l’occupazione fino al fiume Litani. I media: «Lite tra Bibi e il vice di Donald sulle violenze dei coloni». La Casa Bianca nega.
Israele tira dritto. I funzionari dello Stato ebraico, interpellati da Reuters, sembrano non scommettere un centesimo sulle possibili trattative tra Donald Trump e almeno un pezzo di classe dirigente iraniana.
Le condizioni poste dagli americani - rinunciare al nucleare e ai programmi missilistici, nonché al sostegno dei ribelli in Libano e Yemen - sono troppo dure e, secondo gli apparati di Tel Aviv, è difficile che il regime sciita le accetti. Tant’è che ieri, benché il tycoon spiegasse che i mullah sono d’accordo ad abbandonare l’atomica, fonti di Teheran hanno rivelato alla testata statunitense che il Paese pretenderà riparazioni di guerra, rassicurazioni contro futuri attacchi e il controllo esclusivo dello Stretto di Hormuz, per il quale gli Usa, invece, proponevano una gestione congiunta. Soluzione che, peraltro, scontenterebbe gli israeliani: il quotidiano Haaretz ha scritto che un’intesa del genere equivarrebbe a una «chiara vittoria politica iraniana».
Le difese aeree israeliane continuano a registrare fiaschi: le bombe a grappolo, sotto 100 chili di ordigno Emad, hanno ferito sei persone a Tel Aviv, dove un’inchiesta studia le cause di diversi falliti tentativi di intercettare i vettori nemici; alcune schegge sono finite su un villaggio beduino; e un razzo di Hezbollah, nel Nord, ha ucciso una donna. Il rimedio potrebbe averlo Volkswagen: il Financial Times ha scritto che la casa automobilistica tedesca è in contatto con l’israeliana Rafael advanced defense systems per produrre alcune componenti di Iron dome a Osnabrück. Intanto, le Idf proseguono la campagna bellica. Bersagliando anche quelle infrastrutture energetiche che avrebbero dovuto essere risparmiate per cinque giorni.
Il premier, Benjamin Netayahu, fresco di un colloquio telefonico con Trump, ieri ha riunito i leader della coalizione che lo sostengono e i vertici della sicurezza, per discutere delle prospettive del negoziato. Intanto, però, il suo ministro della Difesa, Israel Katz, ha annunciato che l’esercito è pronto a occupare la parte meridionale del Paese dei cedri, fino al fiume Litani. Esattamente come richiesto lunedì da Bezalel Yoel Smotrich, il titolare delle Finanze, esponente del sionismo oltranzista. Sarà una specie di lodo Putin: se si può nel Donbass, si potrà anche in Medio Oriente…
La mossa di Katz dovrebbe dare così seguito all’ultimatum alle autorità libanesi, che erano state invitate a disarmare Hezbollah. In realtà, l’esecutivo di Beirut ha dato dei segnali: ieri, il ministro degli Esteri, Youssef Raggi, ha ritirato le credenziali all’ambasciatore designato dell’Iran, Mohammad Reza Shibani, dichiarandolo persona non grata. Una decisione che ha fatto infuriare l’organizzazione islamista ma ha suscitato il plauso dell’omologo israeliano, Gideon Sa’ar, che l’ha definita «giustificata e necessaria», in quanto diretta contro uno Stato responsabile «della violazione della sovranità del Libano, della sua occupazione indiretta attraverso Hezbollah e del suo trascinamento in guerra». A tal proposito, Reuters ha riferito che, per la prima volta, un missile scagliato dai pasdaran è stato intercettato nello spazio aereo libanese. In più, il ministro dell’Interno di Beirut, Ahmad Hajjar, ha dato notizia di un imminente rafforzamento e dispiegamento delle forze di sicurezza nell’intera nazione. Nel frattempo, le Idf hanno preso di mira «le stazioni di servizio della compagnia Al-Amana, controllata da Hezbollah e che funge da importante infrastruttura finanziaria a sostegno delle sue attività terroristiche». L’esercito sostiene che sulla capitale si sia abbattuto un missile balistico di Teheran. Fatto sta che le sue incursioni, ieri, sono costate la vita a un ragazzino di 15 anni.
Se dagli eventi delle ultime ore emerge una trama, è quella di una progressiva divaricazione tra obiettivi israeliani e statunitensi. Ne è spia il retroscena della conversazione di lunedì tra Netanyahu e il vice di Trump, JD Vance. Il portale Israel Hayom ha svelato che, durante il colloquio, i toni si sarebbero scaldati, per via della richiesta dell’amministrazione americana di intervenire con più determinazione in Cisgiordania, allo scopo di fermare le violenze dei coloni. Washington non darebbe credito alla tesi per cui polizia ed esercito si starebbero sforzando di applicare la legge e nemmeno alla versione che attribuisce gli incidenti ad agitatori di sinistra. Vance avrebbe dunque preteso che Katz dia ai soldati l’ordine di arrestare chi si rende responsabile di abusi sui palestinesi.
L’addetto stampa del numero due della Casa Bianca, sentito da Haaretz, ha poi smentito la ricostruzione, asserendo che la chiamata con Bibi si è concentrata «esclusivamente sull’operazione Epic fury». Ma intanto, il Guardian ha tirato fuori l’ultima ipotesi: l’idea di sostituire il genero ebreo del presidente, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steve Witkoff, con lo stesso Vance, in qualità di capo negoziatore Usa a un eventuale incontro con gli iraniani a Islamabad. Più prudente il tycoon: ha precisato che il vice sarà «coinvolto» insieme al segretario di Stato, Marco Rubio. Non sfugge un dettaglio: il vicepresidente rappresenta l’anima del mondo Maga ostile all’influenza di Israele nella politica estera americana e scettica sull’opportunità di inseguire Netanyahu nella sua ennesima guerra. Qualche giorno fa, lo stesso Vance aveva dovuto giurare ai cittadini che il conflitto non sarebbe stato eterno e che non si sarebbe riproposto un pantano stile Afghanistan. Netanyahu, semmai, ha il problema opposto: l’incubo di una vittoria mutilata è peggio di una guerra eterna. Perciò dovrà decidere in fretta: Israele combatterebbe anche senza gli Usa?
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump ha minacciato l’Europa: se entro giovedì il Parlamento Ue non voterà la ratifica dell’Accordo di Turnberry sui dazi, firmato lo scorso anno da Ue e Stati Uniti, perderà l’accesso «favorevole» alle forniture di gas naturale liquefatto (Gnl) da parte degli esportatori americani.
Ha dichiarato al Financial Times l’ambasciatore statunitense presso la Ue, Andrew Puzder: «Se Turnberry non viene attuato, torniamo al punto di partenza. Non so dove si andrebbe a finire. Gli Stati Uniti vorranno continuare a fare affari con l’Europa ma i termini potrebbero non essere altrettanto favorevoli. L’ambiente certamente non sarà altrettanto favorevole. E ci sono altri acquirenti». Questo accordo, firmato nel resort di Trump in Scozia, prevede l’acquisto da parte della Unione europea di 750 miliardi di dollari di energia statunitense entro il 2028, tra cui Gnl, petrolio e tecnologie nucleari civili. Nello stesso accordo è stata applicata una tariffa del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee, mentre la Ue ha accettato di ridurre a zero i propri dazi su beni industriali e su alcuni prodotti agricoli statunitensi.
Da dove nasce la questione del Gnl? Fondamentalmente dal fatto che il Qatar, che produce un quinto del Gnl mondiale, ha dovuto interrompere le esportazioni dopo che l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz.
È vero che l’Europa ha ritardato la ratifica di un trattato su cui lo stesso commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, ha avvertito gli eurodeputati: «Un accordo è un accordo e dobbiamo attenerci alla dichiarazione congiunta di Turnberry». Ma è vero anche che, nel frattempo, è successo di tutto e l’Europa ha dovuto anche occuparsi di altre questioni. Tra queste ci sono tre focolai di guerra accesi: Gaza-Israele, Russia-Ucraina e gli attacchi di Usa e Israele all’Iran che, tra l’altro, la scorsa settimana ha attaccato il complesso di Ras Laffan in Qatar creando ulteriori problemi all’offerta globale di Gnl. Tutto questo è vero e, del resto, che l’Europa agisca con tempi biblici non è una novità.
Detto tutto ciò, non ci pare giustificata, essendo sproporzionata e fuori luogo, la minaccia di Donald Trump. Una cosa è il richiamo a ratificare un patto sottoscritto da Bruxelles. Altra cosa sono le minacce. Non pensiamo che il biondo Donald, in questo momento, sia nelle condizioni di minacciare qualcuno. In particolare, dopo che, inaspettatamente, ha fatto cessare il conflitto in Iran per cinque giorni e non è dato sapere, a questo punto, cosa voglia fare: se ritirarsi anche da quel focolaio, come ha fatto negli altri due casi, dopo aver fatto proclami che poi non hanno avuto alcun seguito. Non è che può far ricadere sull’Europa, e lo scriviamo noi della Verità che con l’Europa non siamo stati mai teneri, sul nostro continente, i suoi problemi economici interni e la sua perdita di consensi andata a picco durante gli ultimi tempi. Oramai con Trump stanno il 36-38% degli americani; il tycoon ha bisogno di soldi per rincuorare quella base elettorale che non lo tollera più per tutte queste guerre che un tempo prometteva di interrompere, ma anche per la crisi economica che attanaglia in particolare le classi medio basse che non lo avevano votato, il cuore dell’America produttiva che sta in mezzo alle due coste americane.
Una volta in più ci appare che il presidente americano non sia guidato, sia nelle dichiarazioni che negli atti concreti, da una logica comprensibile e digeribile anche dai suoi alleati storici più fedeli, tra cui l’Italia. Con questo non vogliamo assolutamente sostenere ciò che è stato sostenuto a sinistra per lungo tempo: «O con l’Europa o con gli Usa». Questa è follia pura, perché ricordiamo che gli Usa sono la prima super potenza mondiale ma, certamente, non possiamo neanche accettare minacce e ricatti che sorgono dalla mancanza di popolarità interna del presidente Trump e dal non aver saputo far ripartire la macchina economica americana.
Scriviamo queste cose certamente non animati da un senso di sollievo ma, semmai, da un senso di timore per un ordine mondiale che ormai è a pezzi e che non può non avere una presidenza degli Stati Uniti che non sia un soggetto che possa, in qualche modo, collaborare a ristabilire, sia pure con enormi difficoltà, qualche linea guida che riporti l’ordine mondiale entro il territorio della ragionevolezza. Cosa che attualmente non vediamo all’orizzonte e non solo, ovviamente, per colpa degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa stessa che, pur essendo una potenza economica mondiale di primo piano, non riesce a trasformare questa potenza economica in una altrettanto forte potenza politica sullo scacchiere internazionale.
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