
A quasi tre anni dall’inizio della campagna vaccinale Covid-19, scopriamo che il database dell’Anagrafe nazionale vaccini è inaffidabile. Il file fornito il 23 agosto scorso dal ministero della Salute all’avvocato Lorenzo Melacarne, su disposizione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso del legale, non rappresenta uno strumento di analisi. Il primo, enorme difetto è che conteggia un numero esiguo di morti vaccinati su 45 milioni di italiani, a dispetto dei dati Istat. Appena 339.512, dal 31 dicembre 2020 al 30 giugno 2023, quando la media Istat ante pandemia era di oltre 600.000 morti l’anno.
Molti decessi di vaccinati non sono inseriti, come La Verità ha potuto verificare su un campione certo. Quindi, cade anche la grottesca ipotesi che a morire sia stata una percentuale spropositata di popolazione non vaccinata. Riavvolgiamo il filo. L’avvocato Melacarne, il 16 giugno 2022, aveva presentato istanza di accesso ai dati, precisando di voler avere «il numero di soggetti, nonché la relativa età media, ai quali sia stata somministrata la prima dose di vaccino», tra il 27 dicembre 2020 e il 26 dicembre 2021 «e che siano deceduti entro 14 giorni dalla somministrazione della dose per qualunque motivo, non necessariamente riconducibile alla somministrazione del vaccino».
Il 23 gennaio di quest’anno, la direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute rispondeva di non essere in possesso dei dati. Il Tar del Lazio, invece, ha ricordato che «i dati contenuti nell’Anagrafe nazionale vaccini (Anv) sono utilizzati dal ministero della Salute», che il decreto legge del 14 gennaio 2021 «prevede espressamente l’inserimento nel database dell’Anv dei dati relativi alle somministrazioni di massa dei vaccini anti Covid-19, aggiornati con frequenza giornaliera» ed «è dunque evidente che il ministero è in possesso dei dati, che dunque dovranno essere ostesi, previo oscuramento delle generalità dei singoli individui».
Dopo tanta insistenza, il file è stato consegnato all’avvocato. Non si tratta di un’elaborazione, ma dell’intero registro vaccinale nazionale. Con 45 milioni di righe che corrispondono ai vaccinati Covid. L’avvocato, del Foro di Milano, ha consegnato il database a esperti dell’università di Pisa e di Firenze che insieme con lui, nel luglio dello scorso anno, scrissero il paper Considerazioni critiche sul confronto tra decessi osservati e attesi dopo la vaccinazione nel 10° rapporto Aifa sulla sorveglianza dei vaccini Covid-19.
Lo stanno esaminando, mettendo insieme una serie di valutazioni, ma il file, per decisione del legale, è a disposizione di chiunque sia in grado di leggere un documento così complesso. La Verità l’ha fatto esaminare da un ingegnere specializzato in informatica, Eugenio Florean, e i primi risultati sono disarmanti. Tutte le informazioni sono riferite alle vaccinazioni Covid effettuate tra il 27 dicembre 2020 e il 9 gennaio 2022 (suddivise in numero di dosi per soggetto), e ai decessi tra il 31 dicembre 2020 e il 30 giugno 2023.
Il poderoso documento in Comma separated values (Csv), valori separati da una virgola, utilizzato per esportare i tantissimi dati dell’Anagrafe nazionale vaccini, è composto da 45 milioni di righe, corrispondenti agli italiani vaccinati (fino alla data presa in considerazione).
Ebbene, in più di due anni e mezzo sono conteggiati appena 339.512 decessi. Secondo l’Anv, nel 2021 i vaccinati morti sono stati 128.467; nel 2022 furono 158.349; 52.696 fino a giugno 2023. Ma l’Istat, riferendosi agli ultimi tre anni pre pandemia, indicava 644.515 morti nel 2019; 640.843 nel 2018; 659.473 nel 2017. Come mai mancano all’appello così tanti decessi, circa 700.000 in due anni e mezzo? Forse non tutti i vaccinati sono registrati nelle anagrafi delle Regioni (ricevettero 2 milioni di euro di fondi nel 2019 per la raccolta dati; 500.000 euro nel 2021, altrettanti nel 2022 e per l’anno in corso), che poi confluiscono nell’anagrafe nazionale. «Mi è parso subito strano un numero così basso di morti per tutte le cause», commenta l’ingegner Florean, che ha così pensato di fare delle verifiche incrociate.
Abbiamo controllato data di nascita e di decesso (per cause diverse) di una sessantina tra conoscenti, amici, personaggi riportati dalla cronaca con riferimenti anagrafici certi, e ai quali era stata somministrata almeno una dose di vaccino. Su 60 soggetti, solamente cinque (l’8%) risultano morti. Eppure, purtroppo, lo sono tutti.
Ma allora, che razza di vigilanza viene fatta sulle morti post vaccino? Dopo quasi tre anni che invochiamo dati incontrovertibili, sui quali ragionare per quantificare i decessi attesi dopo la vaccinazione, questa è l’anagrafe alla quale fa riferimento il ministero della Salute?
Il numero «dei decessi osservati è sottostimato, il rapporto standardizzato di mortalità risulta di conseguenza sottostimato», affermarono gli esperti di statistica, autori del paper assieme all’avvocato Melacarne e al pediatra Eugenio Serravalle.
Ritenevano «grave che un’agenzia pubblica come Aifa, a cui è affidato un importante e delicato compito di informazione, pubblichi un’analisi viziata da errori grossolani come quella in oggetto», ovvero comparando il numero di morti atteso con le sole morti «segnalate» per sospetta correlazione con il vaccino.
Oggi, scopriamo che la stessa anagrafe vaccinale è uno strumento inutilizzabile per fare un ragionamento serio sui decessi. «Se dopo aver impiegato un anno di tempo e un ricorso al Tar per ottenere questi dati si venisse a sapere che sono incompleti, e non idonei a condurre adeguati studi statistici, il danno per i cittadini sarebbe gravissimo», commenta l’avvocato Melacarne. Aggiunge: «L’Anv dovrebbe essere un potente strumento di farmacovigilanza attiva, ma questo impone una diligente e attenta compilazione del database da parte delle pubbliche amministrazioni».





