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2019-04-26
Lambert condannato a morire di fame e sete
Ansa
Vincent Lambert muoia di fame e di sete. È una sentenza che sa di condanna a morte, quella che il Consiglio di stato francese ha emesso mercoledì, convalidando l'interruzione dell'alimentazione e idratazione di un uomo di 42 anni tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11. Eppure è un verdetto che ormai pare difficilmente ribaltabile. I giudici, infatti, nel confermare che continuare a curare il paziente Lambert costituisce «ostinazione irragionevole», altro non fanno che richiamare un criterio della legge Leonetti-Claeys che in questi casi permette appunto l'interruzione di alimentazione e idratazione. Tuttavia, per capire fino in fondo la gravità della vicenda, occorre ripercorrerla dal principio.
Tutto inizia il 29 settembre 2008 quando, in seguito a un incidente stradale, Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro ospedaliero di Châlons-en-Champagne, cade in coma profondo. Una condizione da cui esce per ritrovarsi com'è tutt'ora, e cioè in stato di minima coscienza. Nel luglio 2011, su richiesta della famiglia, l'uomo è ammesso per una relazione medica al Coma science group del professor Steven Laureys, uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza. Il luminare certifica che Lambert versa in uno stato di «coscienza minima più» e, a riprova di come sia vivo e vegeto, raccomanda di provare a stabilire con lui un codice di comunicazione.
La situazione cambia radicalmente quando, nell'ottobre 2012, Eric Kariger, il medico che aveva in cura Vincent a Reims, decide - incurante delle proteste della famiglia - d'interrompere tutte le cure fisioterapiche spiegando che esse «non migliorano il suo stato neurologico». Curiosamente, è lo stesso dottor Kariger che appena un mese prima aveva concesso ai genitori di portare il suo paziente alcuni giorni in vacanza nella casa di famiglia nella Drôme sottolineando, parole sue, che «Vincent non è un paziente complicato».
Poi, all'improvviso, il medico cambia radicalmente idea e per Lambert e per la sua famiglia inizia un calvario nel calvario. E il 5 aprile 2013, come se non bastasse, i medici fanno capire a Pierre e Viviane Lambert, i genitori, che devono iniziare a prepararsi «per far partire» il figlio. In realtà, trattasi di decisione già presa con la sola messa al corrente di Rachel, la moglie, che da quel momento, insieme al nipote François, inizia a sua volta una battaglia legale per ottenere l'interruzione dell'idratazione e dell'alimentazione del congiunto.
C'è da sottolineare che la determinazione mortifera dei medici è tale che già nel 2013, senza informare i genitori, essi sottraggono a Lambert il sondino dell'alimentazione. L'uomo però, anche se con soli 200 centimetri cubi di acqua al giorno, sopravvive per 31 giorni. Da allora parte una complicata battaglia giudiziaria da parte della famiglia che, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione all'ospedale, intenzionato a eutanasizzare il suo paziente, provano a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 5 marzo 2015 conferma la cessazione dell'alimentazione e dell'idratazione. Con un temporaneo tentennamento, i medici decidono però di non applicare la decisione, cosa che provoca un'azione giudiziaria del nipote dell'uomo.
Nel frattempo c'è da dire che, proprio come nel caso di Alfie Evans, la struttura dove egli è ricoverato si rifiuta di lasciare che Lambert venga trasferito in altre cliniche che pure hanno manifestato la volontà di continuare l'alimentazione e l'idratazione, riprendendo terapie interrotte. Alla fine, forti della legittimazione giudiziaria ottenuta, il 9 aprile 2018 i medici dall'ospedale Chu Sébastopol di Reims decidono di procedere. La loro decisione viene ulteriormente autorizzata dal tribunale amministrativo il 31 gennaio di quest'anno, nonostante una perizia medica ordinata dagli stessi giudici abbia concluso che continuare a nutrire Lambert non si configura come «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole».
Per evitare il peggio, Viviane Lambert decide allora di ricorrere al Consiglio di Stato nella speranza di fermare e ribaltare la sentenza di gennaio, che di fatto condanna suo figlio al terribile destino toccato a Terry Schiavo. Una speranza, quella della donna, che poche ore fa si è infranta. Il che è paradossale se si pensa che parliamo di un uomo - come certificato da una lettera inviata ai giudici da 55 specialisti della presa in cura di persone in stato di coscienza alterato - che «non è in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita». Suonano dunque comprensibili le parole di Jean Paillot, l'avvocato dei genitori di Lambert, che già a gennaio aveva parlato di sentenza «scandalosa».
Il problema è che, se da un lato la madre di quest'uomo non trova un giudice disposto a riconoscere il diritto di suo figlio a vivere, dall'altro i media, diversamente da quanto accaduto in Italia con Eluana Englaro - con il padre Beppino idolatrato dal giornalismo à la page -, nulla fanno per sostenerla nella sua battaglia. Non solo. La stampa progressista ha perfino preso di mira la famiglia. Basti pensare a Le Monde che ha definito i genitori di Lambert amici dei «cattolici integralisti della Fraternità sacerdotale di san Pio X». Come se loro e i 110.000 sostenitori del comitato formatosi per scongiurare la soppressione di quello che, di fatto, è un disabile gravissimo come in Francia ce ne sono 1.700, conducessero una crociata. Come se non bastasse la ragione a capire che un paziente tetraplegico in stato di minima coscienza deve essere curato e non ucciso.
Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo
A ricordare la commozione di quei giorni, sembra impossibile. Eppure dalla scomparsa di Alfie Evans, il bimbo inglese di neppure 2 anni che alle 2.30 del 28 aprile 2018 è morto all'Alder Hey Hospital di Liverpool a causa della sospensione del respiratore, è già passato un anno. La vicenda, che La Verità aveva seguito con molta attenzione, merita di essere ricordata.
Alfie era nato a Liverpool il 9 maggio 2016 da Thomas Evans, elettricista ventenne, e Kate James, estetista di un anno più giovane. A sette mesi dal parto, il piccolo aveva contratto un'infezione toracica causa di forti convulsioni e, da quel momento, era rimasto attaccato ai supporti vitali artificiali dell'Alder Hey di Liverpool. Di lì a poco si scopre che soffre di una malattia rara, una patologia neurodegenerativa del gruppo delle epilessie miocloniche progressive per cui non esistono terapie che portino a un miglioramento. Così, nel dicembre 2017 l'equipe medica che l'aveva in cura stabilisce che, siccome il bambino non ha possibilità di guarigione, la ventilazione artificiale che lo tiene in vita può essere sospesa. Per rafforzare la loro decisione, i dottori sottolineano d'aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie, opponendosi al desiderio dei genitori di trasferirlo altrove.
Sì, perché nel frattempo diverse strutture si fanno avanti, prima fra tutte l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa fase, del tutto contrari all'ipotesi che il figlio venga lasciato morire, Thomas e Kate ingaggiano una battaglia legale che finisce direttamente all'Alta Corte inglese. Purtroppo, però, il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici, valutando come la sospensione della ventilazione risulti «nel migliore interesse del piccolo».
A quel punto da un lato i genitori tentano ogni strada possibile e, dall'altro, scatta una gara di solidarietà internazionale, che vede il nostro Paese in prima fila. Infatti il 15 aprile papa Francesco, che era già intervenuto sulla vicenda, lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, con il padre che viene ricevuto in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 23, i nostri ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, concedono al piccolo la cittadinanza italiana, confidando di agevolarne il trasferimento al Bambino Gesù. Tutto inutile. Il 24 aprile intorno alle 22.30 ad Alfie Evans vengono staccate le macchine per la respirazione. Nelle ore successive, prima la Corte europea dei diritti umani rifiuta l'ennesimo ricorso dei genitori, poi la Corte d'Appello londinese si oppone al trasferimento in Italia di Alfie, che muore dopo 48 ore.
Ciò nonostante, Tom e Kate hanno deciso di guardare avanti. Così, nell'estate scorsa è uscita la notizia della nascita di Thomas, il fratellino di Alfie, venuto al mondo l'8 agosto. Nel corso di un'intervista rilasciata ad Avvenire, Thomas Evans ha inoltre annunciato di voler tenere viva la memoria del figlio «attraverso la fondazione che stiamo costituendo». «Già una quindicina di bambini hanno fatto richiesta per le loro cure», ha spiegato papà Evans, «e noi vogliamo aiutarli, per evitare che ad altri possa accadere quel che è capitato ad Alfie». È l'impegno di chi ha toccato con mano un dolore immenso e vuole evitare che si ripeta.
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Il Consiglio di Stato francese convalida l'interruzione dell'alimentazione e idratazione dell'uomo, con coscienza minima da 11 anni. Secondo i giudici curarlo è «un'ostinazione irragionevole». La vera follia è la sentenza: non è in coma, né esposto a un rischio vitale.Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo. Gli fu staccato il respiratore. Il papà: «Nessun bambino dovrà soffrire come lui» .Lo speciale comprende due articoli.Vincent Lambert muoia di fame e di sete. È una sentenza che sa di condanna a morte, quella che il Consiglio di stato francese ha emesso mercoledì, convalidando l'interruzione dell'alimentazione e idratazione di un uomo di 42 anni tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11. Eppure è un verdetto che ormai pare difficilmente ribaltabile. I giudici, infatti, nel confermare che continuare a curare il paziente Lambert costituisce «ostinazione irragionevole», altro non fanno che richiamare un criterio della legge Leonetti-Claeys che in questi casi permette appunto l'interruzione di alimentazione e idratazione. Tuttavia, per capire fino in fondo la gravità della vicenda, occorre ripercorrerla dal principio.Tutto inizia il 29 settembre 2008 quando, in seguito a un incidente stradale, Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro ospedaliero di Châlons-en-Champagne, cade in coma profondo. Una condizione da cui esce per ritrovarsi com'è tutt'ora, e cioè in stato di minima coscienza. Nel luglio 2011, su richiesta della famiglia, l'uomo è ammesso per una relazione medica al Coma science group del professor Steven Laureys, uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza. Il luminare certifica che Lambert versa in uno stato di «coscienza minima più» e, a riprova di come sia vivo e vegeto, raccomanda di provare a stabilire con lui un codice di comunicazione.La situazione cambia radicalmente quando, nell'ottobre 2012, Eric Kariger, il medico che aveva in cura Vincent a Reims, decide - incurante delle proteste della famiglia - d'interrompere tutte le cure fisioterapiche spiegando che esse «non migliorano il suo stato neurologico». Curiosamente, è lo stesso dottor Kariger che appena un mese prima aveva concesso ai genitori di portare il suo paziente alcuni giorni in vacanza nella casa di famiglia nella Drôme sottolineando, parole sue, che «Vincent non è un paziente complicato». Poi, all'improvviso, il medico cambia radicalmente idea e per Lambert e per la sua famiglia inizia un calvario nel calvario. E il 5 aprile 2013, come se non bastasse, i medici fanno capire a Pierre e Viviane Lambert, i genitori, che devono iniziare a prepararsi «per far partire» il figlio. In realtà, trattasi di decisione già presa con la sola messa al corrente di Rachel, la moglie, che da quel momento, insieme al nipote François, inizia a sua volta una battaglia legale per ottenere l'interruzione dell'idratazione e dell'alimentazione del congiunto.C'è da sottolineare che la determinazione mortifera dei medici è tale che già nel 2013, senza informare i genitori, essi sottraggono a Lambert il sondino dell'alimentazione. L'uomo però, anche se con soli 200 centimetri cubi di acqua al giorno, sopravvive per 31 giorni. Da allora parte una complicata battaglia giudiziaria da parte della famiglia che, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione all'ospedale, intenzionato a eutanasizzare il suo paziente, provano a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 5 marzo 2015 conferma la cessazione dell'alimentazione e dell'idratazione. Con un temporaneo tentennamento, i medici decidono però di non applicare la decisione, cosa che provoca un'azione giudiziaria del nipote dell'uomo. Nel frattempo c'è da dire che, proprio come nel caso di Alfie Evans, la struttura dove egli è ricoverato si rifiuta di lasciare che Lambert venga trasferito in altre cliniche che pure hanno manifestato la volontà di continuare l'alimentazione e l'idratazione, riprendendo terapie interrotte. Alla fine, forti della legittimazione giudiziaria ottenuta, il 9 aprile 2018 i medici dall'ospedale Chu Sébastopol di Reims decidono di procedere. La loro decisione viene ulteriormente autorizzata dal tribunale amministrativo il 31 gennaio di quest'anno, nonostante una perizia medica ordinata dagli stessi giudici abbia concluso che continuare a nutrire Lambert non si configura come «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole».Per evitare il peggio, Viviane Lambert decide allora di ricorrere al Consiglio di Stato nella speranza di fermare e ribaltare la sentenza di gennaio, che di fatto condanna suo figlio al terribile destino toccato a Terry Schiavo. Una speranza, quella della donna, che poche ore fa si è infranta. Il che è paradossale se si pensa che parliamo di un uomo - come certificato da una lettera inviata ai giudici da 55 specialisti della presa in cura di persone in stato di coscienza alterato - che «non è in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita». Suonano dunque comprensibili le parole di Jean Paillot, l'avvocato dei genitori di Lambert, che già a gennaio aveva parlato di sentenza «scandalosa».Il problema è che, se da un lato la madre di quest'uomo non trova un giudice disposto a riconoscere il diritto di suo figlio a vivere, dall'altro i media, diversamente da quanto accaduto in Italia con Eluana Englaro - con il padre Beppino idolatrato dal giornalismo à la page -, nulla fanno per sostenerla nella sua battaglia. Non solo. La stampa progressista ha perfino preso di mira la famiglia. Basti pensare a Le Monde che ha definito i genitori di Lambert amici dei «cattolici integralisti della Fraternità sacerdotale di san Pio X». Come se loro e i 110.000 sostenitori del comitato formatosi per scongiurare la soppressione di quello che, di fatto, è un disabile gravissimo come in Francia ce ne sono 1.700, conducessero una crociata. Come se non bastasse la ragione a capire che un paziente tetraplegico in stato di minima coscienza deve essere curato e non ucciso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambert-condannato-a-morire-di-fame-e-sete-2635546074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-anno-fa-la-tragedia-di-alfie-evans-nasce-una-fondazione-in-suo-ricordo" data-post-id="2635546074" data-published-at="1777620040" data-use-pagination="False"> Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo A ricordare la commozione di quei giorni, sembra impossibile. Eppure dalla scomparsa di Alfie Evans, il bimbo inglese di neppure 2 anni che alle 2.30 del 28 aprile 2018 è morto all'Alder Hey Hospital di Liverpool a causa della sospensione del respiratore, è già passato un anno. La vicenda, che La Verità aveva seguito con molta attenzione, merita di essere ricordata. Alfie era nato a Liverpool il 9 maggio 2016 da Thomas Evans, elettricista ventenne, e Kate James, estetista di un anno più giovane. A sette mesi dal parto, il piccolo aveva contratto un'infezione toracica causa di forti convulsioni e, da quel momento, era rimasto attaccato ai supporti vitali artificiali dell'Alder Hey di Liverpool. Di lì a poco si scopre che soffre di una malattia rara, una patologia neurodegenerativa del gruppo delle epilessie miocloniche progressive per cui non esistono terapie che portino a un miglioramento. Così, nel dicembre 2017 l'equipe medica che l'aveva in cura stabilisce che, siccome il bambino non ha possibilità di guarigione, la ventilazione artificiale che lo tiene in vita può essere sospesa. Per rafforzare la loro decisione, i dottori sottolineano d'aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie, opponendosi al desiderio dei genitori di trasferirlo altrove. Sì, perché nel frattempo diverse strutture si fanno avanti, prima fra tutte l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa fase, del tutto contrari all'ipotesi che il figlio venga lasciato morire, Thomas e Kate ingaggiano una battaglia legale che finisce direttamente all'Alta Corte inglese. Purtroppo, però, il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici, valutando come la sospensione della ventilazione risulti «nel migliore interesse del piccolo». A quel punto da un lato i genitori tentano ogni strada possibile e, dall'altro, scatta una gara di solidarietà internazionale, che vede il nostro Paese in prima fila. Infatti il 15 aprile papa Francesco, che era già intervenuto sulla vicenda, lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, con il padre che viene ricevuto in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 23, i nostri ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, concedono al piccolo la cittadinanza italiana, confidando di agevolarne il trasferimento al Bambino Gesù. Tutto inutile. Il 24 aprile intorno alle 22.30 ad Alfie Evans vengono staccate le macchine per la respirazione. Nelle ore successive, prima la Corte europea dei diritti umani rifiuta l'ennesimo ricorso dei genitori, poi la Corte d'Appello londinese si oppone al trasferimento in Italia di Alfie, che muore dopo 48 ore. Ciò nonostante, Tom e Kate hanno deciso di guardare avanti. Così, nell'estate scorsa è uscita la notizia della nascita di Thomas, il fratellino di Alfie, venuto al mondo l'8 agosto. Nel corso di un'intervista rilasciata ad Avvenire, Thomas Evans ha inoltre annunciato di voler tenere viva la memoria del figlio «attraverso la fondazione che stiamo costituendo». «Già una quindicina di bambini hanno fatto richiesta per le loro cure», ha spiegato papà Evans, «e noi vogliamo aiutarli, per evitare che ad altri possa accadere quel che è capitato ad Alfie». È l'impegno di chi ha toccato con mano un dolore immenso e vuole evitare che si ripeta.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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