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2019-04-26
Lambert condannato a morire di fame e sete
Ansa
Vincent Lambert muoia di fame e di sete. È una sentenza che sa di condanna a morte, quella che il Consiglio di stato francese ha emesso mercoledì, convalidando l'interruzione dell'alimentazione e idratazione di un uomo di 42 anni tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11. Eppure è un verdetto che ormai pare difficilmente ribaltabile. I giudici, infatti, nel confermare che continuare a curare il paziente Lambert costituisce «ostinazione irragionevole», altro non fanno che richiamare un criterio della legge Leonetti-Claeys che in questi casi permette appunto l'interruzione di alimentazione e idratazione. Tuttavia, per capire fino in fondo la gravità della vicenda, occorre ripercorrerla dal principio.
Tutto inizia il 29 settembre 2008 quando, in seguito a un incidente stradale, Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro ospedaliero di Châlons-en-Champagne, cade in coma profondo. Una condizione da cui esce per ritrovarsi com'è tutt'ora, e cioè in stato di minima coscienza. Nel luglio 2011, su richiesta della famiglia, l'uomo è ammesso per una relazione medica al Coma science group del professor Steven Laureys, uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza. Il luminare certifica che Lambert versa in uno stato di «coscienza minima più» e, a riprova di come sia vivo e vegeto, raccomanda di provare a stabilire con lui un codice di comunicazione.
La situazione cambia radicalmente quando, nell'ottobre 2012, Eric Kariger, il medico che aveva in cura Vincent a Reims, decide - incurante delle proteste della famiglia - d'interrompere tutte le cure fisioterapiche spiegando che esse «non migliorano il suo stato neurologico». Curiosamente, è lo stesso dottor Kariger che appena un mese prima aveva concesso ai genitori di portare il suo paziente alcuni giorni in vacanza nella casa di famiglia nella Drôme sottolineando, parole sue, che «Vincent non è un paziente complicato».
Poi, all'improvviso, il medico cambia radicalmente idea e per Lambert e per la sua famiglia inizia un calvario nel calvario. E il 5 aprile 2013, come se non bastasse, i medici fanno capire a Pierre e Viviane Lambert, i genitori, che devono iniziare a prepararsi «per far partire» il figlio. In realtà, trattasi di decisione già presa con la sola messa al corrente di Rachel, la moglie, che da quel momento, insieme al nipote François, inizia a sua volta una battaglia legale per ottenere l'interruzione dell'idratazione e dell'alimentazione del congiunto.
C'è da sottolineare che la determinazione mortifera dei medici è tale che già nel 2013, senza informare i genitori, essi sottraggono a Lambert il sondino dell'alimentazione. L'uomo però, anche se con soli 200 centimetri cubi di acqua al giorno, sopravvive per 31 giorni. Da allora parte una complicata battaglia giudiziaria da parte della famiglia che, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione all'ospedale, intenzionato a eutanasizzare il suo paziente, provano a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 5 marzo 2015 conferma la cessazione dell'alimentazione e dell'idratazione. Con un temporaneo tentennamento, i medici decidono però di non applicare la decisione, cosa che provoca un'azione giudiziaria del nipote dell'uomo.
Nel frattempo c'è da dire che, proprio come nel caso di Alfie Evans, la struttura dove egli è ricoverato si rifiuta di lasciare che Lambert venga trasferito in altre cliniche che pure hanno manifestato la volontà di continuare l'alimentazione e l'idratazione, riprendendo terapie interrotte. Alla fine, forti della legittimazione giudiziaria ottenuta, il 9 aprile 2018 i medici dall'ospedale Chu Sébastopol di Reims decidono di procedere. La loro decisione viene ulteriormente autorizzata dal tribunale amministrativo il 31 gennaio di quest'anno, nonostante una perizia medica ordinata dagli stessi giudici abbia concluso che continuare a nutrire Lambert non si configura come «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole».
Per evitare il peggio, Viviane Lambert decide allora di ricorrere al Consiglio di Stato nella speranza di fermare e ribaltare la sentenza di gennaio, che di fatto condanna suo figlio al terribile destino toccato a Terry Schiavo. Una speranza, quella della donna, che poche ore fa si è infranta. Il che è paradossale se si pensa che parliamo di un uomo - come certificato da una lettera inviata ai giudici da 55 specialisti della presa in cura di persone in stato di coscienza alterato - che «non è in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita». Suonano dunque comprensibili le parole di Jean Paillot, l'avvocato dei genitori di Lambert, che già a gennaio aveva parlato di sentenza «scandalosa».
Il problema è che, se da un lato la madre di quest'uomo non trova un giudice disposto a riconoscere il diritto di suo figlio a vivere, dall'altro i media, diversamente da quanto accaduto in Italia con Eluana Englaro - con il padre Beppino idolatrato dal giornalismo à la page -, nulla fanno per sostenerla nella sua battaglia. Non solo. La stampa progressista ha perfino preso di mira la famiglia. Basti pensare a Le Monde che ha definito i genitori di Lambert amici dei «cattolici integralisti della Fraternità sacerdotale di san Pio X». Come se loro e i 110.000 sostenitori del comitato formatosi per scongiurare la soppressione di quello che, di fatto, è un disabile gravissimo come in Francia ce ne sono 1.700, conducessero una crociata. Come se non bastasse la ragione a capire che un paziente tetraplegico in stato di minima coscienza deve essere curato e non ucciso.
Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo
A ricordare la commozione di quei giorni, sembra impossibile. Eppure dalla scomparsa di Alfie Evans, il bimbo inglese di neppure 2 anni che alle 2.30 del 28 aprile 2018 è morto all'Alder Hey Hospital di Liverpool a causa della sospensione del respiratore, è già passato un anno. La vicenda, che La Verità aveva seguito con molta attenzione, merita di essere ricordata.
Alfie era nato a Liverpool il 9 maggio 2016 da Thomas Evans, elettricista ventenne, e Kate James, estetista di un anno più giovane. A sette mesi dal parto, il piccolo aveva contratto un'infezione toracica causa di forti convulsioni e, da quel momento, era rimasto attaccato ai supporti vitali artificiali dell'Alder Hey di Liverpool. Di lì a poco si scopre che soffre di una malattia rara, una patologia neurodegenerativa del gruppo delle epilessie miocloniche progressive per cui non esistono terapie che portino a un miglioramento. Così, nel dicembre 2017 l'equipe medica che l'aveva in cura stabilisce che, siccome il bambino non ha possibilità di guarigione, la ventilazione artificiale che lo tiene in vita può essere sospesa. Per rafforzare la loro decisione, i dottori sottolineano d'aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie, opponendosi al desiderio dei genitori di trasferirlo altrove.
Sì, perché nel frattempo diverse strutture si fanno avanti, prima fra tutte l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa fase, del tutto contrari all'ipotesi che il figlio venga lasciato morire, Thomas e Kate ingaggiano una battaglia legale che finisce direttamente all'Alta Corte inglese. Purtroppo, però, il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici, valutando come la sospensione della ventilazione risulti «nel migliore interesse del piccolo».
A quel punto da un lato i genitori tentano ogni strada possibile e, dall'altro, scatta una gara di solidarietà internazionale, che vede il nostro Paese in prima fila. Infatti il 15 aprile papa Francesco, che era già intervenuto sulla vicenda, lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, con il padre che viene ricevuto in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 23, i nostri ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, concedono al piccolo la cittadinanza italiana, confidando di agevolarne il trasferimento al Bambino Gesù. Tutto inutile. Il 24 aprile intorno alle 22.30 ad Alfie Evans vengono staccate le macchine per la respirazione. Nelle ore successive, prima la Corte europea dei diritti umani rifiuta l'ennesimo ricorso dei genitori, poi la Corte d'Appello londinese si oppone al trasferimento in Italia di Alfie, che muore dopo 48 ore.
Ciò nonostante, Tom e Kate hanno deciso di guardare avanti. Così, nell'estate scorsa è uscita la notizia della nascita di Thomas, il fratellino di Alfie, venuto al mondo l'8 agosto. Nel corso di un'intervista rilasciata ad Avvenire, Thomas Evans ha inoltre annunciato di voler tenere viva la memoria del figlio «attraverso la fondazione che stiamo costituendo». «Già una quindicina di bambini hanno fatto richiesta per le loro cure», ha spiegato papà Evans, «e noi vogliamo aiutarli, per evitare che ad altri possa accadere quel che è capitato ad Alfie». È l'impegno di chi ha toccato con mano un dolore immenso e vuole evitare che si ripeta.
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Il Consiglio di Stato francese convalida l'interruzione dell'alimentazione e idratazione dell'uomo, con coscienza minima da 11 anni. Secondo i giudici curarlo è «un'ostinazione irragionevole». La vera follia è la sentenza: non è in coma, né esposto a un rischio vitale.Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo. Gli fu staccato il respiratore. Il papà: «Nessun bambino dovrà soffrire come lui» .Lo speciale comprende due articoli.Vincent Lambert muoia di fame e di sete. È una sentenza che sa di condanna a morte, quella che il Consiglio di stato francese ha emesso mercoledì, convalidando l'interruzione dell'alimentazione e idratazione di un uomo di 42 anni tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11. Eppure è un verdetto che ormai pare difficilmente ribaltabile. I giudici, infatti, nel confermare che continuare a curare il paziente Lambert costituisce «ostinazione irragionevole», altro non fanno che richiamare un criterio della legge Leonetti-Claeys che in questi casi permette appunto l'interruzione di alimentazione e idratazione. Tuttavia, per capire fino in fondo la gravità della vicenda, occorre ripercorrerla dal principio.Tutto inizia il 29 settembre 2008 quando, in seguito a un incidente stradale, Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro ospedaliero di Châlons-en-Champagne, cade in coma profondo. Una condizione da cui esce per ritrovarsi com'è tutt'ora, e cioè in stato di minima coscienza. Nel luglio 2011, su richiesta della famiglia, l'uomo è ammesso per una relazione medica al Coma science group del professor Steven Laureys, uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza. Il luminare certifica che Lambert versa in uno stato di «coscienza minima più» e, a riprova di come sia vivo e vegeto, raccomanda di provare a stabilire con lui un codice di comunicazione.La situazione cambia radicalmente quando, nell'ottobre 2012, Eric Kariger, il medico che aveva in cura Vincent a Reims, decide - incurante delle proteste della famiglia - d'interrompere tutte le cure fisioterapiche spiegando che esse «non migliorano il suo stato neurologico». Curiosamente, è lo stesso dottor Kariger che appena un mese prima aveva concesso ai genitori di portare il suo paziente alcuni giorni in vacanza nella casa di famiglia nella Drôme sottolineando, parole sue, che «Vincent non è un paziente complicato». Poi, all'improvviso, il medico cambia radicalmente idea e per Lambert e per la sua famiglia inizia un calvario nel calvario. E il 5 aprile 2013, come se non bastasse, i medici fanno capire a Pierre e Viviane Lambert, i genitori, che devono iniziare a prepararsi «per far partire» il figlio. In realtà, trattasi di decisione già presa con la sola messa al corrente di Rachel, la moglie, che da quel momento, insieme al nipote François, inizia a sua volta una battaglia legale per ottenere l'interruzione dell'idratazione e dell'alimentazione del congiunto.C'è da sottolineare che la determinazione mortifera dei medici è tale che già nel 2013, senza informare i genitori, essi sottraggono a Lambert il sondino dell'alimentazione. L'uomo però, anche se con soli 200 centimetri cubi di acqua al giorno, sopravvive per 31 giorni. Da allora parte una complicata battaglia giudiziaria da parte della famiglia che, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione all'ospedale, intenzionato a eutanasizzare il suo paziente, provano a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 5 marzo 2015 conferma la cessazione dell'alimentazione e dell'idratazione. Con un temporaneo tentennamento, i medici decidono però di non applicare la decisione, cosa che provoca un'azione giudiziaria del nipote dell'uomo. Nel frattempo c'è da dire che, proprio come nel caso di Alfie Evans, la struttura dove egli è ricoverato si rifiuta di lasciare che Lambert venga trasferito in altre cliniche che pure hanno manifestato la volontà di continuare l'alimentazione e l'idratazione, riprendendo terapie interrotte. Alla fine, forti della legittimazione giudiziaria ottenuta, il 9 aprile 2018 i medici dall'ospedale Chu Sébastopol di Reims decidono di procedere. La loro decisione viene ulteriormente autorizzata dal tribunale amministrativo il 31 gennaio di quest'anno, nonostante una perizia medica ordinata dagli stessi giudici abbia concluso che continuare a nutrire Lambert non si configura come «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole».Per evitare il peggio, Viviane Lambert decide allora di ricorrere al Consiglio di Stato nella speranza di fermare e ribaltare la sentenza di gennaio, che di fatto condanna suo figlio al terribile destino toccato a Terry Schiavo. Una speranza, quella della donna, che poche ore fa si è infranta. Il che è paradossale se si pensa che parliamo di un uomo - come certificato da una lettera inviata ai giudici da 55 specialisti della presa in cura di persone in stato di coscienza alterato - che «non è in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita». Suonano dunque comprensibili le parole di Jean Paillot, l'avvocato dei genitori di Lambert, che già a gennaio aveva parlato di sentenza «scandalosa».Il problema è che, se da un lato la madre di quest'uomo non trova un giudice disposto a riconoscere il diritto di suo figlio a vivere, dall'altro i media, diversamente da quanto accaduto in Italia con Eluana Englaro - con il padre Beppino idolatrato dal giornalismo à la page -, nulla fanno per sostenerla nella sua battaglia. Non solo. La stampa progressista ha perfino preso di mira la famiglia. Basti pensare a Le Monde che ha definito i genitori di Lambert amici dei «cattolici integralisti della Fraternità sacerdotale di san Pio X». Come se loro e i 110.000 sostenitori del comitato formatosi per scongiurare la soppressione di quello che, di fatto, è un disabile gravissimo come in Francia ce ne sono 1.700, conducessero una crociata. Come se non bastasse la ragione a capire che un paziente tetraplegico in stato di minima coscienza deve essere curato e non ucciso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambert-condannato-a-morire-di-fame-e-sete-2635546074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-anno-fa-la-tragedia-di-alfie-evans-nasce-una-fondazione-in-suo-ricordo" data-post-id="2635546074" data-published-at="1771920323" data-use-pagination="False"> Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo A ricordare la commozione di quei giorni, sembra impossibile. Eppure dalla scomparsa di Alfie Evans, il bimbo inglese di neppure 2 anni che alle 2.30 del 28 aprile 2018 è morto all'Alder Hey Hospital di Liverpool a causa della sospensione del respiratore, è già passato un anno. La vicenda, che La Verità aveva seguito con molta attenzione, merita di essere ricordata. Alfie era nato a Liverpool il 9 maggio 2016 da Thomas Evans, elettricista ventenne, e Kate James, estetista di un anno più giovane. A sette mesi dal parto, il piccolo aveva contratto un'infezione toracica causa di forti convulsioni e, da quel momento, era rimasto attaccato ai supporti vitali artificiali dell'Alder Hey di Liverpool. Di lì a poco si scopre che soffre di una malattia rara, una patologia neurodegenerativa del gruppo delle epilessie miocloniche progressive per cui non esistono terapie che portino a un miglioramento. Così, nel dicembre 2017 l'equipe medica che l'aveva in cura stabilisce che, siccome il bambino non ha possibilità di guarigione, la ventilazione artificiale che lo tiene in vita può essere sospesa. Per rafforzare la loro decisione, i dottori sottolineano d'aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie, opponendosi al desiderio dei genitori di trasferirlo altrove. Sì, perché nel frattempo diverse strutture si fanno avanti, prima fra tutte l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa fase, del tutto contrari all'ipotesi che il figlio venga lasciato morire, Thomas e Kate ingaggiano una battaglia legale che finisce direttamente all'Alta Corte inglese. Purtroppo, però, il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici, valutando come la sospensione della ventilazione risulti «nel migliore interesse del piccolo». A quel punto da un lato i genitori tentano ogni strada possibile e, dall'altro, scatta una gara di solidarietà internazionale, che vede il nostro Paese in prima fila. Infatti il 15 aprile papa Francesco, che era già intervenuto sulla vicenda, lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, con il padre che viene ricevuto in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 23, i nostri ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, concedono al piccolo la cittadinanza italiana, confidando di agevolarne il trasferimento al Bambino Gesù. Tutto inutile. Il 24 aprile intorno alle 22.30 ad Alfie Evans vengono staccate le macchine per la respirazione. Nelle ore successive, prima la Corte europea dei diritti umani rifiuta l'ennesimo ricorso dei genitori, poi la Corte d'Appello londinese si oppone al trasferimento in Italia di Alfie, che muore dopo 48 ore. Ciò nonostante, Tom e Kate hanno deciso di guardare avanti. Così, nell'estate scorsa è uscita la notizia della nascita di Thomas, il fratellino di Alfie, venuto al mondo l'8 agosto. Nel corso di un'intervista rilasciata ad Avvenire, Thomas Evans ha inoltre annunciato di voler tenere viva la memoria del figlio «attraverso la fondazione che stiamo costituendo». «Già una quindicina di bambini hanno fatto richiesta per le loro cure», ha spiegato papà Evans, «e noi vogliamo aiutarli, per evitare che ad altri possa accadere quel che è capitato ad Alfie». È l'impegno di chi ha toccato con mano un dolore immenso e vuole evitare che si ripeta.
Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Detto ciò, il Guardasigilli non teme di fare autocritica, mostrando una sensibilità e onestà intellettuale fuori dal comune rispetto al panorama politico italiano: «Abbiamo tutti esagerato nei toni», sottolinea, «devo dire che alcuni toni sono stati particolarmente antipatici, soprattutto quando arrivano da magistrati. Parliamo ora in avanti solo di contenuti. Auspico che il confronto avvenga in termini pacati, razionali ed esclusivamente sui contenuti. Il governo non ha paura di perdere, non ha bisogno di essere rinforzato da una vittoria».
Autocritica sì, ma nessun pentimento per qualche considerazione apparsa abbastanza aspra, come quelle sul Csm che hanno provocato l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Spero che questa polemica sia chiusa e sono in perfetta e rispettosissima sintonia con il capo dello Stato», argomenta Nordio, «sono dispiaciuto perché l’intervento, che ripeto io condivido e per il quale ringrazio il presidente della Repubblica, è stato interpretato come una sorta di rimprovero per una frase che era stata attribuita a me e che effettivamente ho pronunciato io, ma non in quanto mia. Io avevo citato un’espressione di un noto magistrato. Spero che questa polemica sia chiusa. Rivendico tutte le frasi dette in questa campagna elettorale», aggiunge ancora il ministro, e «mi dolgo del fatto che molto spesso, e non voglio dare la colpa ai giornalisti, le cose non vengano riferite in perfetta esattezza. Sicuramente, se dovessi rileggerle, è molto probabile che in un certo senso abbia esagerato. Il giusto pecca sette volte al giorno», ricorda Nordio citando la Bibbia, «la persona perbene fa errori sette volte al giorno. Guai se pensassi che non sbaglio mai».
Detto ciò, Nordio mette in guardia da una eventuale vittoria dei No: «Ho detto che converrebbe anche alla Schlein che vincesse il Sì. Con un Sì le cose cambierebbero in meglio», osserva Nordio, «se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica. Se dovesse vincere il No temo che, politicizzandosi il referendum anche attraverso l’intervento molto forte dalla magistratura, la politica in generale sarebbe sconfitta. La magistratura, forte di una vittoria alla quale ha conferito un forte significato politico, si sentirebbe nella facoltà di mantenere l’ipoteca sulla politica».
Dall’opposizione, attacca frontalmente Nordio il leader del M5s Giuseppe Conte: «Io inorridisco», dice Conte nel corso di un dibattito con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè di Forza Italia, «di fronte al ministro Nordio che parla di tangenti come di mazzette che non meritano approfondimento investigativo. Rafforziamo la pianta organica dei magistrati. Rafforziamo le piattaforme informatiche. Queste sono le urgenze della giustizia». «La Costituzione parla», replica Mulè, «e solo chi fa finta di non sentire può metterne in discussione la chiarezza cristallina. I fatti inchiodano la verità all’assoluta certezza che la riforma che voteremo il 22 e 23 marzo preserva e anzi rafforza autonomia e indipendenza della magistratura superando definitivamente il retaggio dell’ordinamento fascista con il giudice terzo e imparziale. Chi dice il contrario mente spudoratamente».
In campo anche la segretaria del Pd Elly Schlein: «Anzitutto», argomenta la Schlein, «non è una riforma della giustizia per una ragione banale: che non migliora l’efficienza della giustizia italiana. Questo l’ha detto il ministro Nordio e lo ringraziamo per la sincerità. L’ha detto anche Giulia Bongiorno in Parlamento: ha detto che bisogna essere degli ignoranti per pensare che questa riforma migliori l’efficienza della giustizia italiana, che acceleri i processi. Guardate che la giustizia in Italia non è perfetta, lo sappiamo. Abbiamo una lentezza dei processi, un lento adeguamento al processo telematico, abbiamo una carenza di organico negli uffici giudiziari, abbiamo 12.000 precari che vanno stabilizzati nella giustizia; e questa riforma non tocca nemmeno uno, nemmeno di lontano, nemmeno uno di questi aspetti. Nessuno. Allora», aggiunge la Schlein, «questa non è una riforma che migliora la giustizia per i cittadini, che accelera quei processi, che assume quell’organico, che stabilizza quei precari. E se posso aggiungere, nemmeno incide su altri problemi della giustizia che ci sono: lo scarso ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere, ad esempio; o ancora, il sovraffollamento carcerario che è arrivato a punte del 138,5% e negli ultimi anni con un triste, tragico record che è quello dei suicidi in carcere, non solo tra i detenuti ma anche tra gli agenti di polizia penitenziaria».
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Il calcolo delle probabilità che un evento accada è sempre una questione di numeri, e i numeri, anche nella drammatica storia di Domenico, purtroppo non mentono mai. La cornice della catena di errori su cui indaga la Procura di Napoli non sbalordisce chi lavora tra le mura dell’ospedale Monaldi, e racconta di gravi mancanze tra i corridoi del nosocomio che proseguivano da anni. Quella che, infatti, è sempre stata una struttura di eccellenza, tanto da dare il via ai trapianti di cuore nel 1988 sotto la mano sicura del cardiochirurgo Maurizio Cotrufo, oggi è una realtà dove da tempo si sussurrava che, prima o poi, qualcosa di grave sarebbe successo.
Tutto ha inizio nel 2017 quando un brusco aumento della mortalità nel reparto di chirurgia pediatrica e non insospettisce il ministero della Salute, che decide di mandare un’ispezione e chiudere il programma di trapianto pediatrico sotto la guida di Guido Oppido, perché ritenuto «insoddisfacente». Si tratta dello stesso chirurgo a cui il 23 dicembre dello scorso anno è stato affidato il destino del piccolo Domenico. Nei 12 mesi precedenti l’ispezione ministeriale, ovvero nel 2016, infatti, di due bambini trapiantati nessuno era sopravvissuto, e per quanto riguarda il reparto adulti la situazione non era molto migliore: su 18 persone trapiantate, nove non avevano superato l’intervento. Nel 2018 il reparto viene riorganizzato e l’equipe medica rinforzata, affiancando a Oppido un altro cardiochirurgo, Andrea Petraio, che nei successivi sei anni, secondo il report ospedaliero, esegue 33 trapianti. Guido Oppido, nello stesso periodo, invece, porta a termine un solo trapianto. Poi, il cambio di rotta.
«Nel 2024 siamo rimasti tutti sotto shock», ci racconta l’avvocato Carlo Spirito di Federconsumatori. «In quell’anno, a luglio, arriva la delibera regionale che autorizza i trapianti, quindi la decisione aziendale di affidare l’intero percorso trapianti pediatrico alla Unità operativa del dottor Oppido, un chirurgo che, secondo le carte a nostra disposizione, aveva eseguito soltanto un trapianto dal precedente rinnovo del 2019». La scelta effettuata dalla direttrice generale Anna Iervolino lascia tutti sorpresi. «Le carenze sollevate della precedenti indagini ministeriali non erano state colmate», continua Spirito. E oggi l’elemento più grave di tutti sembra essere la totale assenza di un reparto pediatrico trapianti adeguato, come richiesto dal ministero della Salute.
I bambini nel post-operatorio hanno bisogno di spazi specializzati, ambienti sterili, terapie intensive dedicate che minimizzino il rischio di essere esposti a virus o batteri, perché immunodepressi. «Da anni non sussistono in pratica le condizioni per poter operare in sicurezza, manca il reparto in toto. Le linee guida prevedono, invece, aree di degenza di terapia semi-intensiva protette (biocontenimento). Come è stato possibile rinnovare l'autorizzazione senza un reparto trapianti e senza un reparto di cardiochirurgia vero e proprio e, dunque, con un livello qualitativo minimo certificato? In questo contesto si sono moltiplicate le positività batteriche da Escherichia coli (batterio orofecale, ndr) sul torace e non solo. E questo vale sia per i bambini, sia per gli adulti», conclude Spirito. Ma soprattutto l’Unità operativa per i trapianti pediatrici di cuore non avrebbe rispettato i protocolli ministeriali, ieri come oggi. Prima di tutto perché per operare in sicurezza e poter effettuare trapianti è necessaria una soglia di almeno dieci operazioni in tre anni, secondo l’intesa Stato-Regioni, ovvero il raccordo tra Stato e Regione Campania. Inoltre, nel caso di Domenico, il trasporto del cuore in aereo da Bolzano a Napoli, da linee guida ministeriali, era responsabilità dell’equipe dell’ospedale «ricevente l’organo». Come ci spiega un ex medico della struttura che vuole rimanere anonimo, ma in attività fino a pochi mesi fa, la scelta di non avvalersi del box termico di ultima generazione da parte dell’equipe medica napoletana sarebbe dipesa dall’incapacità di utilizzarla. Nessuno dei medici in turno, infatti, avrebbe frequentato i corsi di formazione per l’utilizzo della sacca di ultima generazione e i training necessari in grado di assicurare il mantenimento dell’organo a temperatura corretta e costante. Una scelta, quella della sacca, che sarebbe poi risultata fatale per la riuscita dell’operazione del piccolo e di cui, secondo le linee ministeriali, il Monaldi era appunto responsabile.
In queste ore alcune mamme che in passato hanno vissuto l’esperienza di un ricovero dei propri figli nell’ospedale si stanno interrogando sull’efficienza delle cure ricevute e aumentano le richieste di trasferimenti dei bambini attualmente ricoverati presso altre strutture. Alcune di loro raccontano di aver dovuto pulire le stanze, assistere i bambini nel postoperatorio per mancanza di personale adeguato. Le stesse mamme che ore si stringono intorno a Patrizia, che ha perso Domenico e ha saputo di quanto successo in sala operatoria, delle condizioni del cuore prima dell’espianto, soltanto molte settimane dopo l’intervento, e attraverso la stampa.
Proprio ieri mattina una circolare interna confidenziale che siamo in grado di mostrarvi ricorda la necessità del rispetto dei percorsi ministeriali e indica l’esigenza in questo momento di affidare gli interventi urgenti di cardiochirurgia pediatrica presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma. «Un fallimento per un’istituzione storica», ripete chi, in questi anni, ha vegliato, curato e accudito tanti bambini con problemi di cuore.
I genitori di Domenico chiedono l’accusa di omicidio volontario: «Fatti insabbiati»
Salgono a sette gli indagati per la morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo il trapianto di un «cuore bruciato» eseguito nell’ospedale Monaldi di Napoli. Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante, che segue le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) nella giornata di ieri ha disposto l’esame autoptico sul bimbo con incidente probatorio notificando il provvedimento agli indagati, ovvero ai dottori Mariangela Addonizio, Emma Borgonzoni, Francesca Blasi, Marisa De Feo, Gabriella Farina, Guido Oppido e Vincenzo Pagano. La difesa dei familiari del piccolo Domenico ha chiesto alla Procura di Napoli la riqualificazione del reato, contestato ai sette indagati «da omicidio colposo in omicidio volontario». Con la richiesta di incidente probatorio e l’autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai consulenti che saranno nominati e dovranno spiegare che cosa è successo dalla data del trapianto alla morte. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di «negligenze, imprudenze e imperizia» da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino. I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall’equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell’organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell’equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l’adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell’equipe dell’ospedale Mondali di Napoli, che ha eseguito il trapianto. I magistrati chiedono di chiarire se l’intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi adeguati, con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente. Sotto la lente degli inquirenti pure i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell’equipe di espianto. Gli accertamenti tecnici dovranno verificare, inoltre, se fossero state possibili soluzioni alternative e in quali tempi potevano essere prese in considerazione. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia del bimbo, ha presentato un’integrazione di querela, collegata alla richiesta di riqualificazione del reato. Il legale della famiglia ha spiegato che «vi è una richiesta di applicazione di misure cautelari per il dottor Oppido», il cardiochirurgo che ha realizzato il trapianto e che risulta indagato. E ha aggiunto che «qualora venisse provato che chi non ha posto in essere una valutazione alternativa, costituendo sin da subito un’équipe interdisciplinare, l’abbia fatto per cercare di non fare emergere e quindi occultare i fatti, ha accettato il rischio che il bambino, nel momento in cui fosse arrivato un cuore, non potesse essere più trapiantabile e di conseguenza andare incontro all’evento morte. In questo caso con il dolo eventuale si configura, secondo parere di questa difesa, l’omicidio volontario. Stanno emergendo atti, documenti, audit e tutte le contraddizioni, non si può parlare più di poca comunicazione. Parliamo di tentativo di occultamento da parte dei soggetti indagati, perché quello è stato, un insabbiamento». Mamma Patrizia, ieri, si è recata da un notaio per costituire una Fondazione dedicata al piccolo Domenico perché «non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi». «All’ospedale - ha detto la mamma del piccolo - non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c’è fuori all’ospedale parli da sé. La giustizia sta andando avanti e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia». Patrizia Mercolino ha poi voluto ringraziare tutta Italia per il calore ricevuto. Intanto, l’avvocato Petruzzi andrà fino in fondo perché ci sono tanti aspetti da chiarire: «Vogliamo chiarire perché nella cartella clinica non vi è menzionato da nessuna parte l’ok del cuore arrivato, quindi nelle fasi dell’operazione non c’è scritto da nessuna parte che qualcuno abbia dato l’ok sulla verifica della validità e dell’integrità dell’organo».
Il legale, inoltre, insiste sul fatto che Domenico sia stato probabilmente privato del suo cuore con eccessivo anticipo, rendendo così inevitabile l’uso del nuovo organo malgrado il suo danneggiamento. Il «punto di non ritorno», quello in cui il cuore del paziente viene scollegato dall’organismo, si è registrato alle 14.18 «e per quanto riferito da varie fonti, Patrizia in primis, il cuore nuovo sarebbe arrivato solo alle 14.30». Ieri, l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi, ha «smentito con fermezza» la mancanza del diario di perfusione dalla cartella clinica del bimbo di cui ha parlato il legale. Il diario di perfusione, cioè il tracciato di circolazione extracorporea, ha precisato l’Azienda ospedaliera, «è un allegato della cartella clinica acquisito dall’autorità giudiziaria il 20 gennaio 2026 e consegnato alla famiglia il 19 febbraio 2026. I Nas hanno, il 23 febbraio, acquisito nuovamente il tracciato di circolazione extracorporea dando atto che era già inserito nella cartella clinica consegnata».
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Vitkor Orbán e Robert Fico (Ansa)
Si apre oggi il quinto anno di guerra in Ucraina, ma le commemorazioni sono segnate dalle tensioni nel Vecchio Continente sul sostegno a Kiev. In occasione dell’anniversario, infatti, arriveranno oggi in Ucraina il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, per manifestare «ampio sostegno» al «partner coraggioso e vicino». I due, oltre a incontrare il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, parteciperanno alla cerimonia commemorativa e visiteranno un sito infrastrutturale che porta i segni dei bombardamenti russi. Inoltre, è atteso un intervento da remoto di Zelensky durante la plenaria straordinaria del Parlamento europeo. E se il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ricordato che dall’inizio della guerra si contano «15.000 morti civili» solo in Ucraina, la Banca mondiale ha fatto il punto sulla ripresa del Paese. Per ricostruirlo saranno necessari «588 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di dieci anni, equivalenti a quasi tre volte il Pil dell’Ucraina del 2025». A tirare le somme dopo quattro anni di guerra è anche l’Unione europea: ha ricordato che dall’inizio del conflitto ha stanziato quasi 195 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Eppure, le fratture a Bruxelles sono evidenti. Il piano della Commissione Ue di approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, proprio in occasione dell’anniversario, è stato un buco nell’acqua. A opporsi sono state l’Ungheria e la Slovacchia nel Consiglio esteri dell’Ue. Il veto dei due Paesi proseguirà fino a quando non saranno ripristinate le forniture del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba: per Kiev è stato danneggiato da Mosca il 27 gennaio, ma l’Ungheria e la Slovacchia hanno accusato l’Ucraina di non voler riavviare l’attività dell’oleodotto di proposito. E Budapest ha anche minacciato di bloccare il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha dichiarato che è «un diritto sovrano decidere da dove provengano le fonti energetiche». Ha poi paragonato «i fanatici della guerra di Bruxelles» a «un uomo magrolino» che «cerca di mostrare i suoi bicipiti». Sulla stessa linea, il primo ministro slovacco, Robert Fico, che ha annunciato la sospensione delle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina. Queste posizioni hanno attirato duri rimproveri: la Germania si è detta «sbalordita», la Polonia ha parlato di «atto di sabotaggio politico», la Lituania è «arrabbiata e frustrata». Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che «sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli».
Nel tentativo di correre ai ripari, Costa ha già mandato una lettera al primo ministro ungherese, Vitkor Orbán, in merito al prestito da 90 miliardi a Kiev: «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre». E ha fatto presente che oggi con Zelensky discuterà la questione dell’oleodotto. C’è da dire che l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, dopo il flop, ha lanciato un avvertimento: Bruxelles può «sempre lavorare» all’«uso dei beni russi congelati».
Ma le visioni opposte in Europa interessano anche l’eventuale dialogo con Mosca. A bocciare l’iniziativa francese è stato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul: «È l’approccio sbagliato». A rincarare la dose è stata anche Kallas: «Prima di parlare con Mosca, dovremmo essere chiari su ciò di cui vogliamo discutere».
Tensioni europee a parte, i negoziati tra la Russia, l’Ucraina e gli Stati Uniti proseguono: si svolgeranno entro «la fine di questa settimana», ha detto il capo della squadra negoziale di Kiev, Kyrylo Budanov. Sul tavolo, stando a quanto riferito da Ukrainska Pravda, ci sarà anche il tema della gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. E pare anche che nelle precedenti trattative a Ginevra sia stata discussa, sempre secondo il giornale ucraino, la creazione della zona economica libera di 40 chilometri sotto un’eventuale supervisione del Board of Peace.
Nel frattempo, il presidente russo, Vladimir Putin, durante la consegna della medaglia Eroe della Russia, ha dichiarato che Mosca «sta combattendo per il suo futuro, per l’indipendenza, per la verità e la giustizia». E ha poi avvisato che «la priorità assoluta» rimane «lo sviluppo della triade nucleare». A provocare Kiev è stato invece il vicesegretario del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev: «Il destino di Benito Mussolini e Adolf Hitler costituisce un esempio lampante per le attuali autorità» ucraine. E se la guerra dovesse finire, «nel peggiore dei casi», i leader di Kiev «saranno impiccati dal loro stesso popolo proprio sulla Maidan».
Dall’altra parte, Zelensky in un’intervista alla Bbc, ha accusato lo zar russo di aver già «scatenato una terza guerra mondiale». Il presidente gialloblù ha anche esortato la Nato a «considerare i missili Oreshnik un obiettivo legittimo». Zelensky è infatti convinto che sono stati «portati i veicoli necessari» in Bielorussia. Ma non solo: ha affermato che Minsk è in contatto con Mosca per «esercitazioni militari congiunte» sul territorio bielorusso. Intanto, per affrontare l’emergenza energetica, dall’Italia sono arrivati a Kiev dieci generatori.
Mosca resta la regina del grano
Dopo quattro anni di guerra sul fronte ucraino l’Europa si scopre sempre più debole sul terreno agricolo e l’Italia paga un prezzo altissimo. È la nuova battaglia del grano da cui esce sconfitta la politica agricola comunitaria ed esce a pezzi la cerealicoltura nostra ed emergono enormi ipocrisie.
Chi continua a raccontare che l’economia russa è a pezzi e che gli ucraini sono alla fame non ha fatto i conti con il report del centro studi Divulga, presieduto dal professor Piermichele La Sala, economista agrario - non a caso -dell’Università di Foggia, che ieri ha diffuso uno studio sull’andamento del mercato mondiale del grano. Divulga, che lavora in collaborazione con Coldiretti, lancia un allarme: con l’attuale congiuntura dei prezzi internazionali in Italia produrre grano non è conveniente. Ma non lo è nemmeno nell’Ue: da qui le fortissime pressioni che gli agricoltori polacchi, rumeni, francesi e bulgari hanno fatto affinché si reintroducesse un dazio sul prodotto ucraino. Facendo due conti - osserva Divulga - a gennaio la quotazione del grano duro era di 261,4 euro a tonnellata. Non va diversamente per il grano tenero nazionale: il prezzo medio all’origine ha raggiunto i 231,76 euro a tonnellata a gennaio 2026.
Diamo uno sguardo ai costi di produzione. Si certifica nello studio che per il grano duro «nel centro Italia e in Sicilia il costo medio risulta pari a 318 euro a tonnellata, nel Nord siamo a circa 302 euro a tonnellata; per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. In Italia, di fatto, si coltiva in rimessa. Questo giustifica le massicce importazioni dell’Ucraina. E questo rende palese che - scrive Divulga - la Russia in questi quattro anni di guerra ha consolidato il primato delle esportazioni mondiali di grano (16% su totale export mondiale), ma l’Ucraina, grazie soprattutto all’Unione Europea, non crolla. Dal giorno dell’invasione, le esportazioni mondiali di grano, soprattutto duro, della Russia sono aumentate in Paesi come Kazakhstan (+303%), Arabia Saudita (+1758%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%), Turchia (+22%).
L’Unione europea, in questi quattro anni, dopo un’impennata nel primo biennio del conflitto, ha visto praticamente azzerarsi gli arrivi diretti da Mosca, ma chi ne ha approfittato è la Turchia, che fa triangolazione e, nonostante sia Paese della Nato, importa da Mosca e rivende in Europa con un’impennata del 600% delle sue esportazioni verso l’Ue.
Peraltro l’export da Kiev verso l’Unione europea di grano, soprattutto tenero, ha visto un incremento del 386% rispetto al periodo pre bellico. L’Ucraina è passata da meno di un milione di tonnellate prima dello scoppio del conflitto a oltre 4,4 milioni di tonnellate nei quattro anni di guerra. Per quel che riguarda l’Italia questo significa che dipendiamo dall’Ucraina per circa un terzo del fabbisogno di tenero (sul milione mezzo di tonnellate) e dal Canada per quasi l’intero stock d’importazione del duro, che supera i 2,5 milioni di tonnellate. Con il Mercosur finiamo per reimportare da Argentina e Brasile il grano duro di Mosca vietato dalle sanzioni. Con Ursula von der Leyen concentrata sul riarmo abbiamo perso di vista che il grano è un’arma strategica. Lo sa benissimo la Cina, che con circa 151 milioni di tonnellate ha 45% delle scorte mondiali di grano, la Russia ha più che raddoppiato i propri stock. Incremento forte delle riserve anche da parte di Usa e India, l’Europa invece - osserva Divulga - «mostra una preoccupante contrazione del 37%, confermando il progressivo indebolimento del proprio peso (meno del 5% delle scorte mondiali) in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche».
In un eventuale conflitto avremo ottimi carri armati tedeschi, in futuro, ma potremmo essere sconfitti dalla fame, perché la guerra del grano è quella che fa più vittime.
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È in corso una trasformazione demografica che è sotto gli occhi di tutti — basta guardare le nostre classi elementari — ma la politica sembra accorgersene solo quando può trarne vantaggio alle urne. Chi amministra oggi la verità in Europa? Stiamo vivendo la fine di un'era.