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2019-04-26
Lambert condannato a morire di fame e sete
Ansa
Vincent Lambert muoia di fame e di sete. È una sentenza che sa di condanna a morte, quella che il Consiglio di stato francese ha emesso mercoledì, convalidando l'interruzione dell'alimentazione e idratazione di un uomo di 42 anni tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11. Eppure è un verdetto che ormai pare difficilmente ribaltabile. I giudici, infatti, nel confermare che continuare a curare il paziente Lambert costituisce «ostinazione irragionevole», altro non fanno che richiamare un criterio della legge Leonetti-Claeys che in questi casi permette appunto l'interruzione di alimentazione e idratazione. Tuttavia, per capire fino in fondo la gravità della vicenda, occorre ripercorrerla dal principio.
Tutto inizia il 29 settembre 2008 quando, in seguito a un incidente stradale, Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro ospedaliero di Châlons-en-Champagne, cade in coma profondo. Una condizione da cui esce per ritrovarsi com'è tutt'ora, e cioè in stato di minima coscienza. Nel luglio 2011, su richiesta della famiglia, l'uomo è ammesso per una relazione medica al Coma science group del professor Steven Laureys, uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza. Il luminare certifica che Lambert versa in uno stato di «coscienza minima più» e, a riprova di come sia vivo e vegeto, raccomanda di provare a stabilire con lui un codice di comunicazione.
La situazione cambia radicalmente quando, nell'ottobre 2012, Eric Kariger, il medico che aveva in cura Vincent a Reims, decide - incurante delle proteste della famiglia - d'interrompere tutte le cure fisioterapiche spiegando che esse «non migliorano il suo stato neurologico». Curiosamente, è lo stesso dottor Kariger che appena un mese prima aveva concesso ai genitori di portare il suo paziente alcuni giorni in vacanza nella casa di famiglia nella Drôme sottolineando, parole sue, che «Vincent non è un paziente complicato».
Poi, all'improvviso, il medico cambia radicalmente idea e per Lambert e per la sua famiglia inizia un calvario nel calvario. E il 5 aprile 2013, come se non bastasse, i medici fanno capire a Pierre e Viviane Lambert, i genitori, che devono iniziare a prepararsi «per far partire» il figlio. In realtà, trattasi di decisione già presa con la sola messa al corrente di Rachel, la moglie, che da quel momento, insieme al nipote François, inizia a sua volta una battaglia legale per ottenere l'interruzione dell'idratazione e dell'alimentazione del congiunto.
C'è da sottolineare che la determinazione mortifera dei medici è tale che già nel 2013, senza informare i genitori, essi sottraggono a Lambert il sondino dell'alimentazione. L'uomo però, anche se con soli 200 centimetri cubi di acqua al giorno, sopravvive per 31 giorni. Da allora parte una complicata battaglia giudiziaria da parte della famiglia che, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione all'ospedale, intenzionato a eutanasizzare il suo paziente, provano a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 5 marzo 2015 conferma la cessazione dell'alimentazione e dell'idratazione. Con un temporaneo tentennamento, i medici decidono però di non applicare la decisione, cosa che provoca un'azione giudiziaria del nipote dell'uomo.
Nel frattempo c'è da dire che, proprio come nel caso di Alfie Evans, la struttura dove egli è ricoverato si rifiuta di lasciare che Lambert venga trasferito in altre cliniche che pure hanno manifestato la volontà di continuare l'alimentazione e l'idratazione, riprendendo terapie interrotte. Alla fine, forti della legittimazione giudiziaria ottenuta, il 9 aprile 2018 i medici dall'ospedale Chu Sébastopol di Reims decidono di procedere. La loro decisione viene ulteriormente autorizzata dal tribunale amministrativo il 31 gennaio di quest'anno, nonostante una perizia medica ordinata dagli stessi giudici abbia concluso che continuare a nutrire Lambert non si configura come «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole».
Per evitare il peggio, Viviane Lambert decide allora di ricorrere al Consiglio di Stato nella speranza di fermare e ribaltare la sentenza di gennaio, che di fatto condanna suo figlio al terribile destino toccato a Terry Schiavo. Una speranza, quella della donna, che poche ore fa si è infranta. Il che è paradossale se si pensa che parliamo di un uomo - come certificato da una lettera inviata ai giudici da 55 specialisti della presa in cura di persone in stato di coscienza alterato - che «non è in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita». Suonano dunque comprensibili le parole di Jean Paillot, l'avvocato dei genitori di Lambert, che già a gennaio aveva parlato di sentenza «scandalosa».
Il problema è che, se da un lato la madre di quest'uomo non trova un giudice disposto a riconoscere il diritto di suo figlio a vivere, dall'altro i media, diversamente da quanto accaduto in Italia con Eluana Englaro - con il padre Beppino idolatrato dal giornalismo à la page -, nulla fanno per sostenerla nella sua battaglia. Non solo. La stampa progressista ha perfino preso di mira la famiglia. Basti pensare a Le Monde che ha definito i genitori di Lambert amici dei «cattolici integralisti della Fraternità sacerdotale di san Pio X». Come se loro e i 110.000 sostenitori del comitato formatosi per scongiurare la soppressione di quello che, di fatto, è un disabile gravissimo come in Francia ce ne sono 1.700, conducessero una crociata. Come se non bastasse la ragione a capire che un paziente tetraplegico in stato di minima coscienza deve essere curato e non ucciso.
Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo
A ricordare la commozione di quei giorni, sembra impossibile. Eppure dalla scomparsa di Alfie Evans, il bimbo inglese di neppure 2 anni che alle 2.30 del 28 aprile 2018 è morto all'Alder Hey Hospital di Liverpool a causa della sospensione del respiratore, è già passato un anno. La vicenda, che La Verità aveva seguito con molta attenzione, merita di essere ricordata.
Alfie era nato a Liverpool il 9 maggio 2016 da Thomas Evans, elettricista ventenne, e Kate James, estetista di un anno più giovane. A sette mesi dal parto, il piccolo aveva contratto un'infezione toracica causa di forti convulsioni e, da quel momento, era rimasto attaccato ai supporti vitali artificiali dell'Alder Hey di Liverpool. Di lì a poco si scopre che soffre di una malattia rara, una patologia neurodegenerativa del gruppo delle epilessie miocloniche progressive per cui non esistono terapie che portino a un miglioramento. Così, nel dicembre 2017 l'equipe medica che l'aveva in cura stabilisce che, siccome il bambino non ha possibilità di guarigione, la ventilazione artificiale che lo tiene in vita può essere sospesa. Per rafforzare la loro decisione, i dottori sottolineano d'aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie, opponendosi al desiderio dei genitori di trasferirlo altrove.
Sì, perché nel frattempo diverse strutture si fanno avanti, prima fra tutte l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa fase, del tutto contrari all'ipotesi che il figlio venga lasciato morire, Thomas e Kate ingaggiano una battaglia legale che finisce direttamente all'Alta Corte inglese. Purtroppo, però, il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici, valutando come la sospensione della ventilazione risulti «nel migliore interesse del piccolo».
A quel punto da un lato i genitori tentano ogni strada possibile e, dall'altro, scatta una gara di solidarietà internazionale, che vede il nostro Paese in prima fila. Infatti il 15 aprile papa Francesco, che era già intervenuto sulla vicenda, lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, con il padre che viene ricevuto in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 23, i nostri ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, concedono al piccolo la cittadinanza italiana, confidando di agevolarne il trasferimento al Bambino Gesù. Tutto inutile. Il 24 aprile intorno alle 22.30 ad Alfie Evans vengono staccate le macchine per la respirazione. Nelle ore successive, prima la Corte europea dei diritti umani rifiuta l'ennesimo ricorso dei genitori, poi la Corte d'Appello londinese si oppone al trasferimento in Italia di Alfie, che muore dopo 48 ore.
Ciò nonostante, Tom e Kate hanno deciso di guardare avanti. Così, nell'estate scorsa è uscita la notizia della nascita di Thomas, il fratellino di Alfie, venuto al mondo l'8 agosto. Nel corso di un'intervista rilasciata ad Avvenire, Thomas Evans ha inoltre annunciato di voler tenere viva la memoria del figlio «attraverso la fondazione che stiamo costituendo». «Già una quindicina di bambini hanno fatto richiesta per le loro cure», ha spiegato papà Evans, «e noi vogliamo aiutarli, per evitare che ad altri possa accadere quel che è capitato ad Alfie». È l'impegno di chi ha toccato con mano un dolore immenso e vuole evitare che si ripeta.
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Il Consiglio di Stato francese convalida l'interruzione dell'alimentazione e idratazione dell'uomo, con coscienza minima da 11 anni. Secondo i giudici curarlo è «un'ostinazione irragionevole». La vera follia è la sentenza: non è in coma, né esposto a un rischio vitale.Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo. Gli fu staccato il respiratore. Il papà: «Nessun bambino dovrà soffrire come lui» .Lo speciale comprende due articoli.Vincent Lambert muoia di fame e di sete. È una sentenza che sa di condanna a morte, quella che il Consiglio di stato francese ha emesso mercoledì, convalidando l'interruzione dell'alimentazione e idratazione di un uomo di 42 anni tetraplegico e in stato di minima coscienza da 11. Eppure è un verdetto che ormai pare difficilmente ribaltabile. I giudici, infatti, nel confermare che continuare a curare il paziente Lambert costituisce «ostinazione irragionevole», altro non fanno che richiamare un criterio della legge Leonetti-Claeys che in questi casi permette appunto l'interruzione di alimentazione e idratazione. Tuttavia, per capire fino in fondo la gravità della vicenda, occorre ripercorrerla dal principio.Tutto inizia il 29 settembre 2008 quando, in seguito a un incidente stradale, Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro ospedaliero di Châlons-en-Champagne, cade in coma profondo. Una condizione da cui esce per ritrovarsi com'è tutt'ora, e cioè in stato di minima coscienza. Nel luglio 2011, su richiesta della famiglia, l'uomo è ammesso per una relazione medica al Coma science group del professor Steven Laureys, uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza. Il luminare certifica che Lambert versa in uno stato di «coscienza minima più» e, a riprova di come sia vivo e vegeto, raccomanda di provare a stabilire con lui un codice di comunicazione.La situazione cambia radicalmente quando, nell'ottobre 2012, Eric Kariger, il medico che aveva in cura Vincent a Reims, decide - incurante delle proteste della famiglia - d'interrompere tutte le cure fisioterapiche spiegando che esse «non migliorano il suo stato neurologico». Curiosamente, è lo stesso dottor Kariger che appena un mese prima aveva concesso ai genitori di portare il suo paziente alcuni giorni in vacanza nella casa di famiglia nella Drôme sottolineando, parole sue, che «Vincent non è un paziente complicato». Poi, all'improvviso, il medico cambia radicalmente idea e per Lambert e per la sua famiglia inizia un calvario nel calvario. E il 5 aprile 2013, come se non bastasse, i medici fanno capire a Pierre e Viviane Lambert, i genitori, che devono iniziare a prepararsi «per far partire» il figlio. In realtà, trattasi di decisione già presa con la sola messa al corrente di Rachel, la moglie, che da quel momento, insieme al nipote François, inizia a sua volta una battaglia legale per ottenere l'interruzione dell'idratazione e dell'alimentazione del congiunto.C'è da sottolineare che la determinazione mortifera dei medici è tale che già nel 2013, senza informare i genitori, essi sottraggono a Lambert il sondino dell'alimentazione. L'uomo però, anche se con soli 200 centimetri cubi di acqua al giorno, sopravvive per 31 giorni. Da allora parte una complicata battaglia giudiziaria da parte della famiglia che, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione all'ospedale, intenzionato a eutanasizzare il suo paziente, provano a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che il 5 marzo 2015 conferma la cessazione dell'alimentazione e dell'idratazione. Con un temporaneo tentennamento, i medici decidono però di non applicare la decisione, cosa che provoca un'azione giudiziaria del nipote dell'uomo. Nel frattempo c'è da dire che, proprio come nel caso di Alfie Evans, la struttura dove egli è ricoverato si rifiuta di lasciare che Lambert venga trasferito in altre cliniche che pure hanno manifestato la volontà di continuare l'alimentazione e l'idratazione, riprendendo terapie interrotte. Alla fine, forti della legittimazione giudiziaria ottenuta, il 9 aprile 2018 i medici dall'ospedale Chu Sébastopol di Reims decidono di procedere. La loro decisione viene ulteriormente autorizzata dal tribunale amministrativo il 31 gennaio di quest'anno, nonostante una perizia medica ordinata dagli stessi giudici abbia concluso che continuare a nutrire Lambert non si configura come «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole».Per evitare il peggio, Viviane Lambert decide allora di ricorrere al Consiglio di Stato nella speranza di fermare e ribaltare la sentenza di gennaio, che di fatto condanna suo figlio al terribile destino toccato a Terry Schiavo. Una speranza, quella della donna, che poche ore fa si è infranta. Il che è paradossale se si pensa che parliamo di un uomo - come certificato da una lettera inviata ai giudici da 55 specialisti della presa in cura di persone in stato di coscienza alterato - che «non è in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita». Suonano dunque comprensibili le parole di Jean Paillot, l'avvocato dei genitori di Lambert, che già a gennaio aveva parlato di sentenza «scandalosa».Il problema è che, se da un lato la madre di quest'uomo non trova un giudice disposto a riconoscere il diritto di suo figlio a vivere, dall'altro i media, diversamente da quanto accaduto in Italia con Eluana Englaro - con il padre Beppino idolatrato dal giornalismo à la page -, nulla fanno per sostenerla nella sua battaglia. Non solo. La stampa progressista ha perfino preso di mira la famiglia. Basti pensare a Le Monde che ha definito i genitori di Lambert amici dei «cattolici integralisti della Fraternità sacerdotale di san Pio X». Come se loro e i 110.000 sostenitori del comitato formatosi per scongiurare la soppressione di quello che, di fatto, è un disabile gravissimo come in Francia ce ne sono 1.700, conducessero una crociata. Come se non bastasse la ragione a capire che un paziente tetraplegico in stato di minima coscienza deve essere curato e non ucciso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambert-condannato-a-morire-di-fame-e-sete-2635546074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-anno-fa-la-tragedia-di-alfie-evans-nasce-una-fondazione-in-suo-ricordo" data-post-id="2635546074" data-published-at="1778869763" data-use-pagination="False"> Un anno fa la tragedia di Alfie Evans. Nasce una Fondazione in suo ricordo A ricordare la commozione di quei giorni, sembra impossibile. Eppure dalla scomparsa di Alfie Evans, il bimbo inglese di neppure 2 anni che alle 2.30 del 28 aprile 2018 è morto all'Alder Hey Hospital di Liverpool a causa della sospensione del respiratore, è già passato un anno. La vicenda, che La Verità aveva seguito con molta attenzione, merita di essere ricordata. Alfie era nato a Liverpool il 9 maggio 2016 da Thomas Evans, elettricista ventenne, e Kate James, estetista di un anno più giovane. A sette mesi dal parto, il piccolo aveva contratto un'infezione toracica causa di forti convulsioni e, da quel momento, era rimasto attaccato ai supporti vitali artificiali dell'Alder Hey di Liverpool. Di lì a poco si scopre che soffre di una malattia rara, una patologia neurodegenerativa del gruppo delle epilessie miocloniche progressive per cui non esistono terapie che portino a un miglioramento. Così, nel dicembre 2017 l'equipe medica che l'aveva in cura stabilisce che, siccome il bambino non ha possibilità di guarigione, la ventilazione artificiale che lo tiene in vita può essere sospesa. Per rafforzare la loro decisione, i dottori sottolineano d'aver esaurito tutte le opzioni possibili per Alfie, opponendosi al desiderio dei genitori di trasferirlo altrove. Sì, perché nel frattempo diverse strutture si fanno avanti, prima fra tutte l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. In questa fase, del tutto contrari all'ipotesi che il figlio venga lasciato morire, Thomas e Kate ingaggiano una battaglia legale che finisce direttamente all'Alta Corte inglese. Purtroppo, però, il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden decide in favore dei medici, valutando come la sospensione della ventilazione risulti «nel migliore interesse del piccolo». A quel punto da un lato i genitori tentano ogni strada possibile e, dall'altro, scatta una gara di solidarietà internazionale, che vede il nostro Paese in prima fila. Infatti il 15 aprile papa Francesco, che era già intervenuto sulla vicenda, lancia un nuovo appello in favore di Alfie Evans, con il padre che viene ricevuto in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 23, i nostri ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, concedono al piccolo la cittadinanza italiana, confidando di agevolarne il trasferimento al Bambino Gesù. Tutto inutile. Il 24 aprile intorno alle 22.30 ad Alfie Evans vengono staccate le macchine per la respirazione. Nelle ore successive, prima la Corte europea dei diritti umani rifiuta l'ennesimo ricorso dei genitori, poi la Corte d'Appello londinese si oppone al trasferimento in Italia di Alfie, che muore dopo 48 ore. Ciò nonostante, Tom e Kate hanno deciso di guardare avanti. Così, nell'estate scorsa è uscita la notizia della nascita di Thomas, il fratellino di Alfie, venuto al mondo l'8 agosto. Nel corso di un'intervista rilasciata ad Avvenire, Thomas Evans ha inoltre annunciato di voler tenere viva la memoria del figlio «attraverso la fondazione che stiamo costituendo». «Già una quindicina di bambini hanno fatto richiesta per le loro cure», ha spiegato papà Evans, «e noi vogliamo aiutarli, per evitare che ad altri possa accadere quel che è capitato ad Alfie». È l'impegno di chi ha toccato con mano un dolore immenso e vuole evitare che si ripeta.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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