La nuova inchiesta su Andrea Sempio non aggiunge soltanto un altro nome al delitto di Garlasco. Nelle indagini dei carabinieri di Milano c’è qualcosa di molto più importante: rilegge la scena del crimine in modo incompatibile con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Non lo assolve formalmente - quello potrà accadere solo in sede di revisione - ma smonta, uno dopo l’altro, i pilastri su cui quella condanna era stata costruita. Non a caso l’avvocato Giada Bocellari, che assiste il quarantaduenne con Antonio De Rensis, ieri ha annunciato l’intenzione di accelerare «il più possibile» l’istanza di revisione, pur chiarendo che servirà tempo per leggere gli atti e scrivere la richiesta. Proprio ieri la legale ha mostrato a Stasi per la prima volta le nuove carte.
Il punto di partenza è processuale. Stasi era stato assolto in primo grado nel 2009 e in Appello nel 2011. La condanna arrivò solo dopo l’annullamento della Cassazione e il processo d’Appello bis, concluso nel 2014 con 16 anni di carcere, poi confermati definitivamente nel 2015. Oggi, però, proprio gli elementi che avevano permesso alla Cassazione di confermare quella condanna vengono riletti in senso opposto.
Il primo snodo è il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi. La Suprema Corte aveva valorizzato il dato della perizia di Francesco De Stefano: materiale maschile, degradato, verosimilmente contaminato, tale da rendere impossibile un’«indicazione positiva o negativa di identità». Per i carabinieri, però, quel passaggio ebbe un effetto «esiziale» per Stasi: l’impossibilità di identificarlo fu trasformata, di fatto, nell’impossibilità di escluderlo. Le nuove carte scrivono, invece, che nel materiale genetico isolato nei margini subungueali di Chiara «non ci sia mai stata nessuna incidenza riconducibile ad Alberto Stasi».
La differenza è enorme. Se quel Dna è la traccia della difesa della vittima, e se non appartiene a Stasi, la vecchia architettura della condanna perde una delle sue architravi. Ancora di più perché le nuove analisi, secondo la nota del comando dei carabinieri, hanno escluso anche Marco Poggi e individuato una corrispondenza di uno dei profili maschili con la linea paterna di Andrea Sempio.
l’impronta 33
Poi c’è l’impronta 33. Per i carabinieri è un altro punto importante. Non è una traccia neutra, ma un’impronta «palmare» sul muro del vano scale, vicino al punto in cui venne ritrovato il corpo di Chiara. Gli investigatori ricordano che già nel 2007 i tecnici si concentrarono su quella zona perché la conformazione dei luoghi e la posizione del cadavere la rendevano decisiva. La traccia reagì alla ninidrina (composto chimico usato dalla scientifica) in modo anomalo, con una colorazione intensa, macchie simili a schizzi e caratteristiche compatibili con una «mano bagnata», forse anche con sangue lavato.
In pratica, nella nuova ricostruzione, quella impronta viene attribuita ad Andrea Sempio e diventa la traccia di un aggressore che, dopo aver colpito Chiara sulle scale, sarebbe tornato nel vano scale con la mano bagnata, generando proprio la traccia 33. Da lì, secondo i carabinieri, si sarebbe poi ripulito usando il lavabo della cucina: il bagno non risulterebbe usato, mentre il tappetino davanti al lavello non venne mai campionato, né analizzato con il luminol.
Un altro fronte è il movente. Per anni la sessualità di Stasi, i video intimi e la pornografia, sono stati raccontati come una zona d’ombra. La nota dei carabinieri ribalta quella prospettiva: le chat tra Alberto e Chiara mostrerebbero una coppia complice, anche sessualmente. La sfera sessuale, quindi, non sarebbe il movente di Stasi, ma il possibile terreno su cui qualcun altro avrebbe proiettato desiderio, rifiuto e quindi un’aggressione.
la bicicletta
Anche gli oggetti della vecchia condanna - bicicletta, pedali e scarpe - vengono riletti. La Cassazione aveva escluso uno scambio fisico tra i pedali di due bici del condannato. Ma aveva ritenuto che Stasi avesse comunque sostituito i pedali della sua bici con altri non originali, sui quali era rimasta la traccia genetica di Chiara. Per i carabinieri è una costruzione illogica e paradossale: se Stasi fosse stato un assassino freddo e calcolatore, perché non far sparire la bicicletta invece di smontare e rimontare i pedali? E lo stesso vale per le scarpe: le Frau taglia 42 attribuite all’assassino non sono mai state trovate nella disponibilità di Stasi, mentre le nuove misurazioni indicano per Sempio una compatibilità con calzature 42-43. Ma le nuove carte non si fermano alla scena del crimine.
Spunta anche il nome di Laura Barbaini. È lei che da sostituto procuratore generale di Milano aveva sostenuto l’accusa nell’Appello bis contro Alberto Stasi e, nel 2016, ricevette gli atti della difesa che indicavano, invece, Andrea Sempio come potenziale assassino.
un misterioso post-it
Ed è sempre lei che il 17 gennaio 2017 aveva inviato Mario Venditti, all’epoca procuratore aggiunto di Pavia un documento di 16 pagine in cui sosteneva l’innocenza di Sempio.
Oltre a una possibile fuga temporale di notizie, (già il 23 dicembre 2016, prima che la parte civile acquisisse formalmente gli atti l’11 gennaio 2017 sulla stampa compariva il nome di Sempio), il passaggio più delicato riguarda la circolazione delle carte. Secondo la ricostruzione investigativa, anticipata ieri dalla Verità, il materiale arrivato il 13 gennaio 2017 al generale Luciano Garofano, consulente della famiglia, non sarebbe partito dalla Procura di Pavia, ma forse proprio dalla Procura generale di Milano. I carabinieri, però, non individuano la «manina» che avrebbe distribuito gli atti.
In compenso riportano un’intercettazione di Giuseppe Sempio (padre di Andrea), che descrive un presunto consiglio che la Barbaini avrebbe offerto alla famiglia: «Gliel’ha consigliato ... gliel’ha consigliato la Barbaini di fare un esposto alla Procura generale di Milano […] perché la Procura di Pavia dipende ... ecco […] se la Procura di Milano vede le cose che stanno andando in un senso che è tutto tutto una cosa schifosa, può intervenire, e dire a Pavia “cosa state facendo?"».
Nel fascicolo si fa cenno anche a Venditti, l’ex procuratore aggiunto di Pavia che seguì l’indagine su Sempio nel 2016-2017, poi archiviata. Oggi risulta indagato a Brescia nell’inchiesta sulla presunta corruzione legata proprio a quell’archiviazione. Nella nota dei carabinieri, Venditti compare in forma indiretta: Giuseppe Sempio riferisce che, nel 2017, l’allora procuratore (che Sempio senior pensa sia in realtà il gip) gli avrebbe detto «questa cosa finirà presto». È un racconto de relato, dunque non una prova autonoma di un accordo o illecito, ma per gli investigatori contribuisce a descrivere il clima di quel primo fascicolo, perché in casa Sempio l’archiviazione sembrava quasi attesa.
il fratello
Resta poi Marco Poggi, fratello di Chiara e testimone-chiave del contesto familiare e relazionale della vittima. Non è indagato, ma nelle nuove carte assume un ruolo sensibile perché è il punto di raccordo tra la casa di via Pascoli, il computer di Chiara e la comitiva di amici - compreso Sempio - che poteva frequentare la villetta. Sul video intimo della sorella con Stasi, Marco ha sempre sostenuto di non averlo mai visto: avrebbe solo trovato aperta una chat Msn sul computer di Chiara e intuito che la sorella stesse scaricando da Alberto un file dal contenuto privato. La nota, però, rileva che già nel 2007 Marco sembrava muoversi con familiarità tra foto, video, file, cd e materiali presenti sul computer della sorella.
Il passaggio più delicato arriva nei giorni del lutto. Quando al cimitero, lontano dai genitori, Marco chiede a Stasi se abbia scatti o filmati di Chiara, precisando però di non volere le «cose intime». Dunque, doveva sapere che esisteva materiale riservato della coppia. E, infatti, secondo la ricostruzione, Stasi avrebbe confermato l’esistenza del video, spiegando di non averne parlato ai genitori Poggi.
In questa chiave si inserisce la presunta «commistione» tra famiglia Poggi e quella di Sempio. Angela Taccia, legale di Andrea e già legata alla vecchia comitiva, avrebbe rilanciato la versione delle visite a casa Poggi per giocare alla Playstation. Rita Preda lo riferisce a Marco il 15 marzo 2025. Lui conferma, ma ridimensiona: venivano «ogni tanto», non «due o tre volte a settimana». Il punto è delicato: se Sempio avesse frequentato spesso la villetta, eventuali tracce avrebbero potuta essere pregresse. Se quel ricordo si rafforza solo dopo le nuove prove, diventa una versione utile alla difesa. Lo stesso schema, secondo i carabinieri, emerge il 14 maggio 2025 quando Marco auspica un intervento «al di fuori» della Procura di Pavia e Giuseppe richiama la segnalazione alla Procura generale di Milano. Per gli investigatori, non è solo diffidenza verso la pista Sempio, ma il tentativo di «bloccare l’indagine».
Sempio adorava il Mostro di Parigi
Scrive con ossessione, riempie agende, quaderni, file Word. Al punto che i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, nell’informativa riassuntiva di 300 pagine che riscrive il giallo di Garlasco, dedicano ai suoi scritti un intero capitolo. Il capitolo più oscuro. Quello che entra nell’intimità di Andrea Sempio rastrellando le tracce che l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra, incurante, aver lasciato in giro. Naviga tra serial killer, stupri, autopsie, decapitazioni. Guarda pornografia estrema. Si taglia. Si brucia il torace «perché» gli piace, ammette in uno scritto, «superare i limiti».
Il mosaico è stato costruito dagli investigatori mettendo insieme file sequestrati, cronologie di navigazione, contenuti Cloud e documenti trovati nel suo computer. Non è una diagnosi. È un viaggio attraverso una mente che gli stessi investigatori descrivono come attratta dalla violenza, dalla morte e perfino dalla figura di un «mostro». Quella di Issei Sagawa, «il Mostro di Parigi», il giapponese che nel 1981 stuprò, uccise e mangiò una studentessa olandese, Renée Hartevelt, una vicenda analizzata in un file Word da 626 pagine, creato il 19 giugno 2014, e trovato nel pc di Sempio. Non contiene un semplice riassunto di cronaca nera, né valutazioni processuali. Appare come una narrazione macabra da cui traspare una sorta di empatia: «Penso a Sagawa... il “Mostro di Parigi”... mai fatto del male a una mosca, mai fatto a botte… una vita dedicata alla letteratura». Sempio sembra immedesimarsi. La donna entra in casa. Sagawa sa che lo respingerebbe. Sa che «finite le poesie, lei se ne andrà e lui non l’avrà mai». E allora, «per cristallizzare quell’attimo e fermare il tempo... le spara in testa». Da lì il testo precipita in un romanticismo malato. «La bacia, finalmente. La bacia tutta. La accarezza, trema. Il cuore gli scoppia in gola, ora lei è sua». Poi, la svolta inquietante: «Allora, preso dalla paura che quell’attimo finisca senza che lei faccia parte di lui... la mangia». Il passaggio successivo è probabilmente il più disturbante di tutto il documento: «Non aveva mai avuto fantasie cannibalistiche... ma il cuore gli dice di mettere in bocca ciò che non potrà avere per tutta la vita, perché solo in questo modo saranno una cosa sola per sempre». Alla fine, «si pulisce la bocca con il suo perizoma come tovagliolino». Le valutazioni dell’improvvisato scrittore horror sono queste: «Non so voi... ma io, pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore, di un romanticismo intensissimo».
E infine la domanda che sembra attraversare tutta la narrazione: «È cattivo? È un mostro?». Lo scritto si chiude con questa frase: «Diventerà un mostro. Lo tratteranno da mostro e nessuno proverà a capirlo. Saranno solo tutti d’accordo sul puntargli il dito. Diverso! Assassino! Mostro!». Per gli investigatori queste pagine rivelano un certo «interesse» dell’indagato «verso i predatori sessuali». Ma non è questa l’unica apparente devianza. L’informativa cita «numerose navigazioni Internet» che mostrerebbero «un suo interesse per il satanismo, gli omicidi, gli assassini, i cadaveri e la decapitazione, l’esame autoptico e i fenomeni cadaverici». E annota anche l’apertura di link legati a fatti di cronaca su «stupro» e «violenza sessuale». Legati, in alcuni casi, anche a materiale pornografico. Nel computer di Sempio vengono trovati «vari video porno della categoria Bdsm (Bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo, ndr)». Alcune di queste foto sono state stampate e trasmesse dai carabinieri ai magistrati. Insieme alle valutazioni sul «killer instinct», l’istinto killer, che viene definito in un appunto come «una sega mentale per condizionare i soldatini all'aggressività a comando». Poche righe dopo, però, l’indagato distingue la «cattiveria» dall’istinto «predatorio» con cui «per esempio», si legge nell’appunto, «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera». Scrive Sempio: «Nell’istinto predatorio non c’è l’intenzione di nuocere, ma solo di prendere. Prendere cibo, sesso, soldi. Qualsiasi cosa. Ma la morte della vittima non è altro che un eventuale effetto collaterale». Sullo stesso tema c’è anche un altro passaggio: «Quando parlo di istinto predatorio non ci vedo nemmeno aggressività, ma uno scopo. In alcuni animali l’istinto predatorio si manifesta attraverso il gioco o attraverso l’istinto di rincorrere tutto ciò che corre». Accanto a queste considerazioni compare anche un’analisi profonda della sua stessa vita in terza persona. Dal bullismo subito a scuola, quando da «dark/satanista», così si definisce, «finisce in mezzo e viene preso in giro per tutto il primo anno». Sempio ammette di «odiare quel periodo» e di aver «iniziato a bere» per «evadere». È in quella fase che avrebbe cominciato «a tagliarsi e a bruciarsi». Ricorda, riferendosi a sé stesso in terza persona: «Si riempie braccia e petto di cicatrici». Poco dopo riflette: «Ha problemi, certo». E prima di giustificarsi («C’è da dire che è stato maltrattato un bel po’»), nella ricostruzione dei periodi neri della sua vita, annota ancora una frase che ora stride con il capo d’imputazione: «Non vuole fare del male a nessuno».