La veste imposta sulle spalle di Messi serve a coprire le malefatte del Qatar

«Lionel Andrés Messi: Serpeverde». La faccia da bambino ce l’aveva già, la tunica di Hogwarts gliel’hanno fatta indossare gli emiri. Non è allora particolarmente difficile leggere la premiazione del Lusail Stadium come una riedizione simbolica di Harry Potter, in particolar modo del momento in cui gli allievi scelgono la casa di appartenenza. O, meglio, vengono assegnati a essa. E Messi, domenica, è stato assegnato alla casa dell’ambizione e del potere, anche a scapito della giustizia.
Fioccano, in queste ore, paragoni fra la Pulce e Diego Armando Maradona. Non certo una novità, va detto. Il paradosso è che, proprio nel momento in cui Messi è riuscito a colmare quell’ultimo vuoto che lo separava dal numero 10 del Napoli, vincendo un Mondiale da protagonista e da leader, per alcuni sembra essersi aperto un altro divario fra i due: quello etico-politico. Maradona, si dice, non avrebbe accettato l’imposizione del bisht, il tradizionale indumento maschile del Qatar e dei Paesi del Golfo Persico. Opinioni, necessariamente senza controprova, anche se va detto che Maradona, in vita, non è stato avaro di frequentazioni discutibili, né impermeabile alle adulazioni: che avrebbe reagito a muso duro agli emiri è tutto da dimostrare, ancorché, appunto, indimostrabile.
La questione, tuttavia, va sottratta al gioco di società prettamente sportivo, che campa di raffronti tra mostri sacri in barba ai contesti e agli anacronismi. Qui la questione è tutta politica. Si può ovviamente banalizzare: «È solo un costume tipico», «È stata una investitura simbolica per il re del calcio» e così via. Ma non è così.
In Qatar hanno ben chiaro il significato dei simboli e il potere delle immagini. Talmente chiaro che per dare una buona immagine di sé stessi hanno fatto ricorso a politiche di pubbliche relazioni quanto meno eterodosse, se così vogliamo definire i sacchi pieni di petrodollari spediti qua e là per l’Europa. No, non c’è nulla di innocente in quella vestaglia posta addosso a uno degli uomini più iconici del mondo, nel momento apicale della sua carriera. È un atto di colonizzazione politica e sociale, la celebrazione di una conquista. Il calcio è stato definitivamente qatarizzato. E con il calcio non si intendono i proverbiali 22 miliardari che inseguono un pallone, ma una passione globale, un vettore simbolico tra i più potenti di sempre, nonché, come è ovvio, un business miliardario.
Da una decina d’anni, l’emirato ha puntato sullo sport come asset strategico. Solo nel 2013, per dire, si contavano già 70 eventi sportivi organizzati nel Paese, 25 dei quali con una dimensione internazionale. Nel 2014 e nel 2016, a Doha si è anche giocata la finale della Supercoppa italiana. Le naturalizzazioni lampo di sportivi, malgrado le restrittive norme locali sulla cittadinanza, si sono susseguite oltre il limite della decenza. E questo in un Paese che lo sport non sa neanche dove sta di casa, come testimonia non solo l’orripilante Mondiale giocato dalla compagine di casa, peggior prestazione per un Paese ospitante di sempre, ma anche dati come quello che vuole il 73% dei qatarini in sovrappeso. Andateci voi a fare jogging tra le dune, del resto... Dietro c’è tuttavia una precisa strategia di autopromozione, che non può fermarsi di fronte a nulla.
La veste gettata sulle spalle di Messi rientra in questa strategia e serve soprattutto a coprire tutto quello che gli emiri vogliono sia coperto: gli operai morti come mosche per costruire gli stadi, un ordinamento interno che in quanto a diritti e democrazia non ha nulla da invidiare a certi «Stati canaglia» con una ben peggiore reputazione, legami quanto meno ambigui con il terrorismo e l’estremismo religioso internazionale, e non ultima la politica di sistematica corruzione di qualsiasi autorità politica serva alla causa.
Ma in quel bisht c’è anche dell’altro. C’è una plateale ostentazione di potere. Lo fanno perché lo possono fare e vogliono far vedere al mondo di poterlo fare. Pensate a quanti poteri sono stati superati e calpestati per quella sceneggiata: la Federazione argentina, tanto per dirne una, che vede la sua maglia oscurata in uno dei momenti più alti della sua storia. Nelle foto che adorneranno gli almanacchi, le sedi, gli stadi, Messi sarà ritratto per sempre con la vestaglia degli emiri. Lo sponsor tecnico, poi, che è anche lo stesso del calciatore: qui da noi fanno e disfanno le regole, lì le tre strisce dell’Adidas possono bellamente essere coperte dai capricci del satrapo. Le lobby politiche che qui dettano l’agenda, lì sono state liquidate come fossero quattro bagarini. Lo stesso Messi è molto più che uno sportivo: guadagna (e fa guadagnare) quanto una multinazionale, decide le sorti dei compagni di spogliatoio poco graditi, in Spagna aveva persino imposto il divieto di sorvolo sopra la sua villa. Eppure, in Qatar, di fronte a quello che è il suo padrone di fatto al Paris Saint-Germain degli sceicchi, è stato trattato come un figurante, una comparsa nello spot personale di Tamim Bin Hamad Al Thani.
Certo sarebbe stato sbagliato pretendere dall’asso argentino un atto di ribellione civile che altri, ben più consapevoli di lui, non hanno compiuto. E poi era frastornato, forse colto di sorpresa dal blitz estetico. Ma proprio lui lo sa benissimo: la differenza tra vincere e perdere è questione di gesti istintivi, di reazioni fulminee, di attimi colti o non colti, di stare al posto giusto nel momento giusto. La differenza tra l’uccisore del tiranno e il giullare di corte, pure.





