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2026-06-17
La scalata di Unicredit supera le attese. La Germania s’infuria
Ansa
La posizione è stata formalizzata ieri dalla Finanzagentur, l’Agenzia federale tedesca delle finanze (l’ente responsabile dell’indebitamento e della gestione del debito pubblico tedesco). A respingere l’offerta della banca guidata da Andrea Orcel è stato, in particolare, il Comitato direttivo interministeriale del Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari, l’Fms, organismo incaricato delle decisioni principali relative al fondo.
«Accettare l’offerta», si legge nel comunicato, «non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank». La valutazione del Comitato non si ferma al solo profilo economico. «Inoltre», si aggiunge, «il comitato direttivo sostiene la strategia di indipendenza di Commerzbank e respinge l’approccio aggressivo di UniCredit». Nella nota, la Finanzagentur richiama anche il peso sistemico della banca per l’economia nazionale. «Commerzbank», spiega Finanzagentur, «svolge un ruolo importante nel finanziamento dell’economia tedesca e del settore delle medie imprese, il cosiddetto Mittelstand. In quanto importante datore di lavoro, la banca è anche fondamentale per il centro finanziario di Francoforte. Entrambi», conclude, «devono continuare a essere garantiti in futuro».
La presa di posizione di Berlino contro l’offerta di UniCredit ha incassato, poi, il sostegno del sindacato. Ver.Di ha accolto favorevolmente la decisione dell’Agenzia finanziaria federale, interpretandola come una conferma della volontà di preservare l’autonomia di Commerzbank. «La decisione dell’Agenzia finanziaria federale è comprensibile e rappresenta, dal nostro punto di vista, un segnale importante per il futuro di una Commerzbank indipendente, un segnale che accogliamo con grande favore», ha dichiarato Frederik Werning, segretario sindacale di Ver.di e membro del consiglio di sorveglianza della banca tedesca.
Werning ha poi rivendicato i risultati conseguiti dall’istituto negli ultimi anni come banca autonoma. «Negli ultimi anni Commerzbank ha dimostrato di poter avere successo come banca autonoma, grazie a un forte radicamento nel tessuto delle piccole e medie imprese tedesche, a un sistema di cogestione funzionante e a una chiara strategia per il futuro», ha aggiunto. «Questo percorso positivo è sostenuto anche dallo straordinario impegno dei dipendenti, che condividono l’obiettivo di una Commerzbank indipendente». Secondo il rappresentante sindacale, l’operazione proposta da UniCredit non offre benefici sufficienti né agli azionisti né agli altri soggetti coinvolti nella banca. Per Werning, infatti, «l’offerta presentata da UniCredit non risponde in alcun modo a questa prospettiva».
In parole povere, il governo tedesco e i sindacati stanno dicendo no a un’operazione già apprezzata dal mercato. Le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank sono passate ieri (dati delle 15) dall’11,91% di due giorni fa al 12,41% di ieri, ultimo giorno dell’Ops. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva quindi a detenere in azioni il 39,18% dell’istituto tedesco. Senza contare che con i derivati, la quota potenzialmente sarebbe addirittura al 55,6%. Certo, si tratta di dati parziali perché quelli definitivi arriveranno solo il 19 giugno, ma la traiettoria appare già segnata. Senza considerare che è la stessa Banca Centrale Europea a sostenere da tempo che le fusioni bancarie transfrontaliere (cross-border) in Europa sono necessarie e hanno senso. Ma quando, poi, capitano, in terra teutonica, allora i moniti di Francoforte sembrano contare meno (anche se devono valere per gli altri). In tutto questo, ieri il titolo Unicredit ha chiuso a Piazza Affari a 77,6 euro, in aumento del 4,17%.
All’interno dei nostri confini, invece, non sembrano esserci grandi novità nonostante ieri si sia tenuto il consiglio di amministrazione di Banco Bpm.
Il gruppo ha fatto sapere che continuerà ad attendere eventuali segnali di interesse da Mps sulla proposta di una fusione alla pari, pur trovandosi ora di fronte all’operazione Intesa-Unipol da 30,6 miliardi. Ufficialmente, secondo quanto si apprende, nel consiglio di amministrazione di Piazza Meda non vi sarebbe stato alcun passaggio formale sul dossier. Sarebbe stata tuttavia confermata la linea dei vertici di Banco Bpm: attendere un segnale concreto dal Monte dei Paschi per valutare almeno la fattibilità di un’integrazione tra i due istituti.
Il percorso, però, resta complesso. A pesare è anche il nodo della «passivity rule», cui è soggetta la banca senese dopo il lancio dell’Opas di Ca’ de Sass. Il titolo del gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha chiuso la sua corsa a 15,08 euro, in crescita dell’1,89%.
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Berlino boccia l’offerta su Commerz: il prezzo è troppo basso. Il mercato però apprezza: la banca di Orcel può salire al 55,6%.Il governo federale tedesco ha scelto di non aderire all’offerta pubblica di scambio promossa da UniCredit su Commerzbank, giudicando insufficienti le condizioni economiche proposte dall’istituto italiano. Berlino, che controlla oltre il 12% della banca tedesca, conferma così il proprio sostegno alla piena autonomia di Commerzbank e prende le distanze dall’approccio di UniCredit, definito «aggressivo».La posizione è stata formalizzata ieri dalla Finanzagentur, l’Agenzia federale tedesca delle finanze (l’ente responsabile dell’indebitamento e della gestione del debito pubblico tedesco). A respingere l’offerta della banca guidata da Andrea Orcel è stato, in particolare, il Comitato direttivo interministeriale del Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari, l’Fms, organismo incaricato delle decisioni principali relative al fondo.«Accettare l’offerta», si legge nel comunicato, «non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank». La valutazione del Comitato non si ferma al solo profilo economico. «Inoltre», si aggiunge, «il comitato direttivo sostiene la strategia di indipendenza di Commerzbank e respinge l’approccio aggressivo di UniCredit». Nella nota, la Finanzagentur richiama anche il peso sistemico della banca per l’economia nazionale. «Commerzbank», spiega Finanzagentur, «svolge un ruolo importante nel finanziamento dell’economia tedesca e del settore delle medie imprese, il cosiddetto Mittelstand. In quanto importante datore di lavoro, la banca è anche fondamentale per il centro finanziario di Francoforte. Entrambi», conclude, «devono continuare a essere garantiti in futuro».La presa di posizione di Berlino contro l’offerta di UniCredit ha incassato, poi, il sostegno del sindacato. Ver.Di ha accolto favorevolmente la decisione dell’Agenzia finanziaria federale, interpretandola come una conferma della volontà di preservare l’autonomia di Commerzbank. «La decisione dell’Agenzia finanziaria federale è comprensibile e rappresenta, dal nostro punto di vista, un segnale importante per il futuro di una Commerzbank indipendente, un segnale che accogliamo con grande favore», ha dichiarato Frederik Werning, segretario sindacale di Ver.di e membro del consiglio di sorveglianza della banca tedesca.Werning ha poi rivendicato i risultati conseguiti dall’istituto negli ultimi anni come banca autonoma. «Negli ultimi anni Commerzbank ha dimostrato di poter avere successo come banca autonoma, grazie a un forte radicamento nel tessuto delle piccole e medie imprese tedesche, a un sistema di cogestione funzionante e a una chiara strategia per il futuro», ha aggiunto. «Questo percorso positivo è sostenuto anche dallo straordinario impegno dei dipendenti, che condividono l’obiettivo di una Commerzbank indipendente». Secondo il rappresentante sindacale, l’operazione proposta da UniCredit non offre benefici sufficienti né agli azionisti né agli altri soggetti coinvolti nella banca. Per Werning, infatti, «l’offerta presentata da UniCredit non risponde in alcun modo a questa prospettiva».In parole povere, il governo tedesco e i sindacati stanno dicendo no a un’operazione già apprezzata dal mercato. Le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank sono passate ieri (dati delle 15) dall’11,91% di due giorni fa al 12,41% di ieri, ultimo giorno dell’Ops. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva quindi a detenere in azioni il 39,18% dell’istituto tedesco. Senza contare che con i derivati, la quota potenzialmente sarebbe addirittura al 55,6%. Certo, si tratta di dati parziali perché quelli definitivi arriveranno solo il 19 giugno, ma la traiettoria appare già segnata. Senza considerare che è la stessa Banca Centrale Europea a sostenere da tempo che le fusioni bancarie transfrontaliere (cross-border) in Europa sono necessarie e hanno senso. Ma quando, poi, capitano, in terra teutonica, allora i moniti di Francoforte sembrano contare meno (anche se devono valere per gli altri). In tutto questo, ieri il titolo Unicredit ha chiuso a Piazza Affari a 77,6 euro, in aumento del 4,17%.All’interno dei nostri confini, invece, non sembrano esserci grandi novità nonostante ieri si sia tenuto il consiglio di amministrazione di Banco Bpm. Il gruppo ha fatto sapere che continuerà ad attendere eventuali segnali di interesse da Mps sulla proposta di una fusione alla pari, pur trovandosi ora di fronte all’operazione Intesa-Unipol da 30,6 miliardi. Ufficialmente, secondo quanto si apprende, nel consiglio di amministrazione di Piazza Meda non vi sarebbe stato alcun passaggio formale sul dossier. Sarebbe stata tuttavia confermata la linea dei vertici di Banco Bpm: attendere un segnale concreto dal Monte dei Paschi per valutare almeno la fattibilità di un’integrazione tra i due istituti. Il percorso, però, resta complesso. A pesare è anche il nodo della «passivity rule», cui è soggetta la banca senese dopo il lancio dell’Opas di Ca’ de Sass. Il titolo del gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha chiuso la sua corsa a 15,08 euro, in crescita dell’1,89%.
Volodymye Zelensky seduto insieme a Donald Trump (Ansa)
«Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò parola per parola affinché venga riportato correttamente», ha dichiarato il presidente statunitense, definendo il documento «molto importante».
Trump ha spiegato che il punto centrale dell’accordo riguarda esclusivamente il programma nucleare iraniano. «L’unica cosa che mi interessa è che l’Iran non possieda mai un’arma nucleare», ha affermato. Washington continuerà a monitorare i siti dove viene arricchito l’uranio e, secondo il presidente, dispone delle capacità tecnologiche necessarie per raggiungere anche impianti sotterranei particolarmente protetti. «Stiamo controllando quei siti e vogliamo eliminare la minaccia, non semplicemente gestirla», ha aggiunto. Il presidente americano ha definito l’intesa «un accordo giusto» e si è detto convinto che la seconda fase dei negoziati sarà più semplice rispetto a quella appena conclusa. Allo stesso tempo ha lanciato un monito a Teheran, sostenendo che eventuali violazioni degli impegni assunti comporterebbero conseguenze molto severe.
Nel corso degli incontri bilaterali, Trump ha inoltre smentito le indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti a investire nell’economia iraniana. «È una notizia ridicola. Non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran. Possiamo farlo se lo riteniamo opportuno, ma non stiamo investendo nulla», ha precisato durante un colloquio con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani. Sul piano politico, il presidente ha escluso che l’obiettivo americano sia stato un cambio di regime nella Repubblica islamica. Pur riconoscendo che il conflitto abbia colpito duramente i vertici politici e militari iraniani, Trump ha ribadito di non credere alle strategie di rovesciamento dei governi dall’esterno. «Per anni abbiamo assistito a cambi di regime che non hanno funzionato. Se devono verificarsi, devono nascere da dinamiche interne», ha dichiarato.
«Bisogna chiedere la pace sempre, chiedere negoziati: grazie a Dio c'è questo memorandum. Ci saranno ancora diversi punti da decidere, ma sempre meglio farlo con il dialogo, la negoziazione. Mi auguro sia davvero una soluzione, che la guerra sia finita, che vengano eliminate le armi nucleari, e si possano risolvere i problemi di tutti i popoli».
A margine del summit, il leader americano ha anche elogiato il presidente francese Emmanuel Macron, spiegando di aver modificato i propri programmi per partecipare alla cena organizzata a Versailles in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. «Macron è una persona davvero squisita. Mi ha invitato a Versailles e ho accettato con piacere, anche se questo significherà rientrare negli Stati Uniti più tardi del previsto», ha affermato. Le questioni mediorientali si sono intrecciate con il dossier ucraino. Trump ha confermato di aver incontrato il presidente Volodymyr Zelensky a Evian e di aver parlato nei giorni precedenti con Vladimir Putin. Secondo il presidente americano, il conflitto continua a provocare perdite enormi da entrambe le parti. «Continuano a combattere e a perdere soldati in numeri che non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale», ha osservato. Pur dichiarandosi favorevole a una soluzione negoziata, ha ammesso che le posizioni di Mosca e Kiev restano molto distanti. «Pensavo fosse la guerra più facile da fermare, ma i due leader non riescono a trovare un punto d’incontro». Trump ha comunque assicurato che continuerà a lavorare per favorire un accordo, ribadendo che «la Russia deve arrivare a un’intesa».
Uno dei passaggi più delicati delle sue dichiarazioni ha riguardato il Libano. Il presidente americano ha criticato apertamente il recente raid israeliano contro Beirut, effettuato dopo un attacco con droni attribuito a Hezbollah. «Non è necessario demolire un intero edificio ogni volta che si cerca una persona. In quei palazzi vivono anche civili che non hanno nulla a che fare con Hezbollah», ha dichiarato. Il presidente ha definito Hezbollah «una piccola spina nel fianco», sostenendo però che il movimento sciita continui a rappresentare un elemento di instabilità per la regione. In questo contesto ha elogiato l’approccio del presidente siriano Ahmed al-Shaara, suggerendo che Damasco potrebbe svolgere un ruolo più efficace nel contenimento del gruppo libanese.
«Israele combatte Hezbollah da troppo tempo e troppe persone continuano a morire. Credo che la Siria possa affrontare questa minaccia in modo più efficace», ha affermato. Alla domanda se l’accordo con l’Iran possa sopravvivere a eventuali nuove operazioni militari israeliane in Libano, Trump ha risposto in modo affermativo, mostrando fiducia nella solidità dell’intesa appena raggiunta. Le dichiarazioni rilasciate a Evian delineano una strategia che punta a ridurre le tensioni regionali attraverso la diplomazia. Dall’accordo con Teheran alla guerra in Ucraina, passando per il Libano, Trump ha cercato di presentarsi come il promotore di una nuova fase negoziale. Resta ora da capire se il memorandum con l’Iran riuscirà davvero a consolidare gli equilibri regionali o se le tensioni ancora aperte in Medio Oriente finiranno per metterne alla prova la tenuta.
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