Nel Mar Rosso, i più insidiosi alleati dell’Iran, i miliziani sciiti yemeniti del movimento Ansarallah («Partigiani di Dio»), meglio noti come Huthi dal nome del clan dominante, minacciano il traffico navale su istruzioni da Teheran.
E l’Italia è in prima fila nel vigilare sulla rotta che, passando dallo stretto di Bab El Mandeb, dinanzi alle coste occidentali dello Yemen, collega il Mar Rosso, e dunque il Mediterraneo, via canale di Suez, all’Oceano Indiano. Unità della nostra Marina militare sono impegnate nella missione Eunavfor (European union’s naval force) Aspides, attiva dal 2024 per proteggere petroliere e cargo da eventuali attacchi degli Huthi.
Ieri il ministero della Difesa di Roma ha reso noto che la fregata italiana Bergamini ha scortato una nave mercantile nel Mar Rosso, mentre fonti di Eunavfor hanno riferito che già nei giorni precedenti «la nave Bergamini ha scortato alcuni mercantili», come recita un comunicato che Eunavfor Aspides ha diffuso già il 23 luglio scorso.
Se le azioni dei giorni precedenti erano passate quasi in sordina, la protezione assicurata nelle scorse ore a un’ulteriore nave commerciale è stata sottolineata dal ministro della Difesa, Guido Crosetto. Nel ringraziare ufficiali e marinai per il loro impegno, Crosetto ha dichiarato: «L’attività svolta dall’unità della Marina militare è un’ulteriore testimonianza del ruolo dell’Italia nella promozione della sicurezza marittima internazionale e delle principali rotte commerciali, fondamentali per la stabilità economica globale e per l’approvvigionamento di beni essenziali. L’Italia conferma, ancora una volta, di essere un attore credibile, responsabile e autorevole. La sicurezza delle rotte marittime non riguarda solo il commercio, ma rappresenta un interesse strategico per la stabilità globale, per la sicurezza energetica e per la prosperità delle nostre economie».
La fregata Bergamini in missione per proteggere i mercantili
La Bergamini è una delle navi più moderne della flotta italiana. Il progetto è stato sviluppato insieme dall’italiana Fincantieri e dalla francese Horizon sas, che hanno prodotto il tipo Fremm, ovvero le Fregate europee multi-missione. Le unità varate in Francia sono denominate classe Aquitaine, dal nome della prima unità, mentre in Italia si chiamano classe Bergamini poiché proprio la nave schierata in questi giorni nella missione Aspides è stata la prima unità realizzata nel nostro Paese. Varata nel 2011 ai cantieri di Riva Trigoso (Genova), la fregata F590 Carlo Bergamini, intitolata a un ammiraglio italiano della Seconda guerra mondiale, è entrata in servizio nel 2013. Lunga 144 metri, disloca 6900 tonnellate e ha una velocità massima di 29 nodi (54 km/h). L’armamento comprende due cannoni, missili antinave Teseo e missili antiaerei e antimissile Aster 15 e Aster 30. Può quindi intercettare e abbattere droni e missili lanciati dagli Huthi nell’angusto braccio di mare. Della classe Bergamini sono state completate altre nove unità gemelle, la più recente delle quali, la F599 Emilio Bianchi, è operativa dal 2025, ma si lavora su ulteriori due fregate, previste in servizio dal 2029-2030.
Le minacce degli Huthi e il nodo dello stretto di Bab El Mandeb
Ieri gli Huthi, che dal 20 luglio scorso hanno decretato un blocco delle petroliere saudite nel Mar Rosso, come riflesso della guerra in Iran e dell’annosa ostilità fra le milizie yemenite e Riad, hanno riferito di aver «costretto otto petroliere saudite a cambiare rotta costringendole a passare dal Capo di Buona Speranza». Ovvero la lunghissima rotta del periplo dell’Africa, in modo da evitare Bab El Mandeb e Suez, ma con sperpero di tempo e carburante. Il portavoce degli Huthi, Yahya Sarea, non ha specificato in quanto tempo sia stato ottenuto tale risultato, ma ha aggiunto: «Le nostre forze armate continuano l’operazione di assedio contro il nemico saudita e, a Dio piacendo, la mano delle nostre forze raggiungerà le sue navi, ovunque sia possibile».
Per il momento, sono solo i sauditi nel mirino, ma è chiaro che il risveglio della minaccia Huthi è uno strumento dell’Iran come ulteriore ritorsione verso gli Stati Uniti. Non a caso il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale iraniano, Mohammad Baqer Zolghadr ha avvertito, con tacito riferimento a Bab El Mandeb: «Il continuo bellicismo degli Usa verso l’Iran porterà alla chiusura di altri Stretti e colli di bottiglia marittimi».
È però presto per dire se gli Huthi attueranno un vero blocco totale del Mar Rosso. Dopo le indiscrezioni dell’agenzia Reuters secondo le quali i ribelli yemeniti si apprestavano a imporre un pedaggio per il passaggio di navi, che nel loro caso sarebbe una tangente, non trattandosi di un vero Stato riconosciuto, ma di una milizia, il movimento Ansarallah ha, per ora, negato. Stando all’Organismo di coordinamento marittimo yemenita, ente gestito dagli Huthi, «non è stata presa alcuna decisione su un pedaggio per lo stretto di Bab El Mandeb e il passaggio attraverso questa via d’acqua resta libero».

Trump: «Raid nel fine settimana». Ma mancano i missili
Il tycoon avrebbe approvato un piano d’attacco. Giallo sul ruolo israeliano. L’Iran lo provoca: «La guerra l’abbiamo vinta noi»
Gli Stati Uniti si preparano a una nuova offensiva contro l’Iran. Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe approvato un piano d’attacco che potrebbe scattare già nel fine settimana e protrarsi per diversi giorni. Il progetto, illustrato al presidente durante una riunione a Camp David, prevede raid contro infrastrutture strategiche della Repubblica islamica.
Nel mirino ci sarebbero raffinerie, centrali elettriche e altri impianti energetici. Sull’imminenza dell’operazione convergono diverse ricostruzioni dei media americani, anche se restano incertezze sul ruolo di Israele. La Cbs riferisce che Washington e Gerusalemme stanno coordinando i preparativi e che il governo israeliano è stato informato dei piani americani, pur senza un ordine definitivo di Trump. La Cnn sostiene invece che non vi siano indicazioni di una partecipazione diretta delle forze israeliane ai raid, mentre Abc News conferma che i piani sono stati discussi con i vertici di Israele, ma che il coinvolgimento operativo resta da definire. «Non siamo a conoscenza di alcuna decisione per riprendere le operazioni militari contro l’Iran e non ci è stato chiesto di partecipare ad alcuna azione». Lo ha dichiarato un funzionario israeliano alla Cbs, smentendo le indiscrezioni diffuse dall’emittente, secondo cui Stati Uniti e Israele starebbero coordinando un nuovo attacco contro Teheran.
Ad alimentare la tensione sono arrivate anche le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio. In un’intervista a Fox News ha affermato che «il regime iraniano non ha mai avuto a che fare con un presidente come Donald Trump, qualcuno che agisce concretamente». Rubio ha inoltre accusato Teheran di essersi «abituata a mentire, infrangere le promesse e violare gli accordi». La replica iraniana è arrivata attraverso un alto funzionario della sicurezza, citato dall’agenzia Tasnim. «Consideriamo queste minacce una forma di follia. Abbiamo predisposto un piano completo che comprende le infrastrutture vitali del regime sionista e quelle energetiche statunitensi nella regione. Siamo pronti», ha dichiarato.

Un ulteriore avvertimento è arrivato dal segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale, Mohammad Baqer Zolghadr. «Il continuo bellicismo degli Stati Uniti rafforzerà la chiusura dello Stretto di Hormuz e potrebbe estendersi ad altri colli di bottiglia marittimi. A pagarne il prezzo saranno l’economia mondiale, il mercato dell’energia e gli elettori americani». Sulla stessa linea il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf, secondo cui «l’Iran ha vinto la guerra contro gli Stati Uniti» e deve ora «consolidare questa vittoria».
Nel frattempo Washington ha elevato il livello di allerta in Medio Oriente. Le ambasciate americane in Iraq, Giordania ed Emirati Arabi Uniti hanno invitato i cittadini statunitensi a valutare la possibilità di lasciare la regione e a prepararsi a un’eventuale evacuazione. Gli avvisi segnalano il rischio di un’escalation, possibili chiusure dello spazio aereo e attacchi contro interessi americani da parte dell’Iran o di gruppi filo-iraniani. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha definito «eroico» il popolo iraniano per aver resistito alla guerra con Israele e Stati Uniti. In un messaggio sui social ha fatto risalire l’inizio del conflitto all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta a Teheran il 31 luglio 2024, assicurando che «il futuro dell’Iran sarà plasmato dal popolo iraniano». La tensione si estende anche al Golfo. Il Kuwait ha condannato la «continua aggressione» dell’Iran dopo un attacco con droni contro «installazioni vitali», definendolo una «flagrante violazione» della propria sovranità.
Intanto, secondo il Washington Post, il comandante delle forze statunitensi in Europa, generale Alexus Grynkewich, avrebbe avvertito il Pentagono della carenza di assetti navali per difendere contemporaneamente Israele e il territorio americano. Lo stesso quotidiano riferisce inoltre che l’intelligence statunitense ritiene probabile il coinvolgimento di Teheran nel cyberattacco contro oltre trenta sistemi idrici del Minnesota.
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