Trump vende euro e compra yen. Così finanzia l’ascesa delle Borse
Donald Trump (Ansa)

Quello che stiamo per raccontare è il paradosso del sushi a tasso fisso e la grande abbuffata di Wall Street.

Ieri il Financial Times riportava la notizia che il Tesoro Usa, probabilmente su impulso diretto del presidente Trump sempre attento ai temi di Borsa, è intervenuto sul mercato dei cambi acquistando yen per sostenere la valuta giapponese, precipitata ai minimi storici degli ultimi 40 anni. La Fed di New York ha effettuato la transazione vendendo euro e acquistando yen. Ma perché tanto clamore intorno ad un intervento di stabilizzazione del cambio? Soprattutto nei confronti di una moneta lontana come lo yen? A noi italiani perché il tema dovrebbe interessare? Per la semplice ragione che le vendite coinvolgono l’euro e quindi Piazza Affari, Btp e dintorni.

Per capire come siamo finiti in questo cortocircuito valutario, bisogna fare un salto in Giappone. La terra del Sol Levante è diventata da anni il Paese del «sushi a tasso fisso». Mentre il resto dell’Occidente combatteva l’inflazione a colpi di rialzi selvaggi, la Bank of Japan (Boj) è rimasta per un’eternità con i tassi a zero o quasi. Solo di recente, con una svolta storica che a Tokyo ha fatto lo stesso rumore di un terremoto, la Boj ha portato il costo del denaro all’1%. Il picco dal 1995. Per una qualunque delle grandi banche d’affari Usa è poco più di una mancia.

Quella che si paga alla fine di un ricco pasto. Esattamente quello che per decenni è stato servito alla finanza mondiale. Ma perché il Giappone tiene i tassi così bassi e ha uno yen ridotto a uno straccio? Semplice: Tokyo è seduta su una montagna di debiti che supera il 260% del Pil. Se la banca centrale decidesse di fare la voce grossa e alzare i tassi al 3% o al 4% per difendere la moneta, lo Stato giapponese finirebbe dritto in bancarotta. I mercati, che fiutano la paura come gli squali il sangue, sanno benissimo che la Boj ha le mani legate.

E così speculano al ribasso sullo yen, sicuri che nessuno busserà alla porta a chiedere il conto. In questo scenario da favola per gli speculatori si inserisce il «carry trade». Una parola magica che sostiene buona parte della finanza mondiale. Il meccanismo finanziario più amato dai lupi di Wall Street (e non solo da loro). Immaginatelo come un bancomat magico: gli operatori vanno a Tokyo, si indebitano in yen pagando intorno al 2% di interesse, e poi prendono quella valanga di liquidità per farla fruttare altrove.

Con quei soldi comprano Treasury americani che rendono il 4%, o magari Btp italiani che offrono il 3,7%. Guadagnano sulla differenza senza rischiare nulla. Ma il vero jackpot non sono le cedole dei titoli di Stato. La vera cuccagna è che questo fiume di denaro a basso costo offre agli investitori la liquidità necessaria per pompare miliardi di dollari nei mercati azionari. Le Borse salgono, i titoli tecnologici volano e Wall Street brinda a champagne, tutto grazie al generoso e involontario contributo del risparmiatore giapponese. La festa però stava diventando troppo rumorosa e lo yen rischiava il collasso definitivo a quota 164 sul dollaro. A quel punto sono dovuti intervenire i pompieri.

Giovedì la Boj ha bruciato quasi 59 miliardi di dollari per sostenere la propria valuta. Venerdì è scesa in campo l’artiglieria pesante: il Tesoro americano, tramite la Fed di New York, ha avviato un intervento coordinato che non si vedeva da oltre un decennio. Il meccanismo scelto da Washington è da manuale della geopolitica finanziaria: hanno venduto euro (tanto paga Bruxelles) e hanno comprato yen, appoggiandosi alle griffe di Wall Street. Il risultato? Lo yen ha avuto uno scatto d’orgoglio risalendo sotto quota 158. T

okyo ha potuto attivare i canali di emergenza con la Fed per avere dollari freschi senza dover svendere i titoli di Stato americani in portafoglio. Resta da capire quanto durerà questo sbarramento. Finché il divario tra i tassi americani e quelli giapponesi rimarrà un canyon, il carry trade continuerà a essere il gioco più redditizio del mondo. Trump e il Tesoro Usa si sono affrettati a dare una rinfrescata a motore. Il carburante delle Borse globali non deve cambiare: prendere in prestito a Tokyo per spendere e spandere a New York. Se il meccanismo si inceppasse i rendimenti dei titoli di stato andrebbero alle stelle e le azioni delle borse mondiali crollerebbero.

Discorso diverso a Tokyo lo yen debole è stato per anni come il doping per i ciclisti: permetteva di esportare auto, chip e tecnologia in tutto il mondo a prezzi stracciati (un po’ come accadeva all’Italia ai tempi della lira) facendo volare i profitti di Toyota o Sony. Ora che Washington e Tokyo hanno deciso di tirare il freno a mano sul cambio, la festa rischia di restare senza musica. Se lo yen rimbalza bruscamente i bilanci delle multinazionali giapponesi subiranno una sforbiciata perché il «made in Japan» diventerà più costoso. Il Nikkei potrebbe vivere giorni complicati.

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