Annunciata ieri dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’accettazione da parte di Hamas di un accordo sul proprio disarmo col Board of peace per Gaza, che comprende vari Paesi fra cui Usa, Israele, Turchia, Egitto e Qatar, dovrebbe segnare la fase due della tregua.
Trump ha postato su Truth: «L’accordo è un passo cruciale. Completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese». Si prevede che il movimento e i gruppi a esso affiliati consegnino alla Ncag (National committee administration of Gaza), la nuova autorità palestinese per la Striscia, dapprima le armi della polizia di Hamas, poi le armi pesanti e che consentano alla polizia della Ncag e anche alla Forza internazionale di stabilizzazione (Isd) di smantellare i depositi di armi e la rete dei tunnel sotterranei. Per ultime verrebbero consegnate le armi personali.
Secondo Hamas le armi dovranno essere custodite e catalogate dalla Ncag e non verranno trasferite in Israele, ma in serata Trump ha invece affermato che «sarà in gran parte il Board a prenderne possesso». La firma effettiva è prevista in una riunione del Board prevista in Egitto, al Cairo, «settimana prossima». Scatterà così un periodo di 14 giorni in cui Hamas e Israele cesseranno attività militari e si stabilirà una tempistica precisa. Funzionari del Board hanno stimato che il completamento del disarmo di Hamas potrebbe richiedere «fra 200 e 350 giorni». Israele dovrebbe ora ritirare le proprie forze fino alla Linea gialla che le consente di controllare il 53% della Striscia e poi, dopo l’inizio effettivo del disarmo, arretrare anche da questa fino a lasciare la Striscia.
L’inviato del Board, il bulgaro Nickolay Mladenov, ha detto che «ci sono voluti mesi, dubitavo che ce l’avremmo fatta». E un funzionario Usa ha riferito al Times of Israel che «Israele è scettica, ma non deluda Trump». Indiscrezioni di Axios sostengono inoltre che, quando una delegazione di Hamas era stata in Iran per i funerali di Ali Khamenei, il regime dei pasdaran le aveva suggerito di non accettare accordi e di guadagnare tempo. L’intesa è quindi appesa a un filo.
Ghazi Hamad, uno dei negoziatori di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera: «Nessun disarmo prima del ritiro di Israele dalla Striscia. Hamas ha fatto concessioni per il bene del popolo palestinese, ma non si ritirerà dalla scena politica. Se Israele non rispetterà il patto, non lo faremo nemmeno noi». Hamas, inoltre, chiede la fine delle operazioni militari ebraiche e lo schieramento della Forza internazionale. «Un alto funzionario israeliano» ha reso noto al Times of Israel che «non ci sarà alcun nostro ritiro dalla Linea gialla senza un effettivo disarmo di Hamas». Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir reputa la bozza «inaccettabile per Israele», poiché «dopo il massacro del 7 ottobre, fermare le eliminazioni degli assassini di Hamas equivale a consentire a Hamas di riorganizzarsi in vista del prossimo massacro».
Ancora ieri droni israeliani hanno compiuto un raid a Nord-ovest di Gaza City, causando diversi feriti. L’esercito ebraico ha inoltre annunciato di aver ucciso un comandante di un gruppo affiliato ad Hamas, le Brigate dei mujahidin, che partecipò al rapimento di tre ostaggi israeliani il 7 ottobre 2023. Si tratta di Ahmed Hussein Mohammed Kafina, che sarebbe stato annientato «martedì da un preciso raid aereo». L’esercito e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno inoltre svelato di aver ucciso ieri a Gaza City un vicecapo di una cellula di Hamas, tale Abd al-Rahim Abd al-Hay Yusuf Kurdi, che ha pure partecipato alle infiltrazioni del 7 ottobre e alla detenzione di ostaggi, ma che era anche medico all’ospedale di Al Shifa.
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