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Chi prega davanti alle cliniche fa cambiare idea alla maggioranza delle donne intenzionate a interrompere la gravidanza. Ecco perché sono così preziose iniziative come quella del vescovo di Sanremo, che fa suonare le campane per svegliare le coscienze.
Per chi suona la campana. È il verso di una poesia di John Donne, reso celeberrimo da Ernest Hemingway che l’ha scelto come titolo di un suo romanzo. È diventato anche una maniera di dire, non molto diffusa, è una citazione colta, rara. Nella poesia, quella che suona è una campana a morto. Non domandare per chi suona, suona anche per te, perché nessun uomo è un’isola, e la morte di qualcuno ci diminuisce tutti.
Una campana suona a Sanremo. L’ha voluta un vescovo, un vero vescovo. Tutte le sere i suoi rintocchi ricordano i milioni di bambini distrutti nel ventre delle loro madri per volontà stessa di quelle madri che avrebbero dovuto difenderli. «Madre» forse è un termine un po’ ampolloso, forse sarebbe meglio limitarci a «proprietarie dell’utero». È invece no. Loro sono madri, madri che, ubriache di una propaganda idiota, hanno preferito diventare la madre di un bambino morto.
L’aborto è il sacramento degli orchi. Lo dichiarano diritto, lo vogliono fino al nono mese. Vogliono cacciare dagli ospedali i medici, quelli veri, quelli che si rifiutano di assassinare un bimbetto. Negli autogrill dell’autostrada poster raccomandano di non abbandonare i cani. Spiegano che le motivazioni per cui si abbandonano i cani, «non posso permettermelo», «non ho tempo per lui», sono, se non pretestuose, risolvibili. Un cane abbandonato resta comunque vivo. Coloro che distribuiscono volantini per salvare la vita del piccolo naufrago che sua madre può far smembrare da vivo e senza anestesia, a spese dello Stato, sono aggrediti e minacciati. I loro volantini, pagati di tasca loro, come quelli di Giorgio Celsi di «Ora et labora», sono buttati a terra e strappati. Qualche volta è dovuta intervenire la forza pubblica per salvare Gianluca Martone, giornalista e attivista per la vita in Campania. Una persona che abbandona un cane, che comunque resta vivo, in una pubblicità progresso di qualche anno fa era definita un bastardo. Le campagne a favore della vita di Pro vita & famiglia sono vietate da sindaci, che fanno togliere i loro cartelloni perché potrebbero ferire l’anima della donna che ha abortito o potrebbero fermarne una che sta per abortire. Le sedi di Pro vita & famiglia sono vandalizzate. A Torino persino la «stanza dell’ascolto» e i piccoli aiuti alla maternità voluti dall’assessore Marrone, sono stati attaccati come un crimine di leso aborto. Negli Stati Uniti di Biden pregare davanti alle cliniche abortiste portava in galera. Nel Regno Unito chi prega davanti alle cliniche abortiste è arrestato.
Chi prega davanti alle cliniche dove si fanno aborti diminuisce il numero dei bimbetti assassinati del 70/80%, per questo è così importante che suoni la campana. L’aborto è una scelta talmente violentemente antifisiologica che è sufficiente che qualcuno preghi per fermarla la maggioranza delle volte. L’aborto è un’operazione talmente violentemente antifisiologica, che è necessario che tutta la società sia complice dell’uccisione del piccolo fornendo ospedali, esami del sangue, medici che siano disposti a uccidere il piccolo. Per questo è così importante che quella campana suoni. Tutta la società è sporcata dall’aver violato la legge di Dio, non uccidere. L’umanità esiste perché le donne, catastrofe dopo catastrofe, nell’abbondanza e nella miseria, nella pace e nella guerra, hanno portato nel ventre i loro bambini. Mentre ancora gli uomini imparavano a contare gli anni, c’era un corpo che accoglie, che nutre, che non distrugge ma permette alla vita di esistere, custodendola nel silenzio del proprio ventre, che è attesa e promessa. La maternità è una lunga raccolta di gesti, ripetuti milioni di volte, in caverne oscure e tende battute dal vento, sotto cieli che non avevano nome. Una donna si piegava su sé stessa per proteggere ciò che cresceva dentro di lei: questo è stato il primo tempio: non fatto di pietra, ma di carne viva. Il ventre della madre è stato il primo altare, il suo sangue versato nel parto è stato il primo sacrificio. La maternità è l’epopea che racchiude tutte le altre. Una donna incinta è una fortezza che sfida il vento e il ghiaccio, il freddo e la paura, un guerriero che non porta armi, ma porta il futuro, in guerra contro quello che può spezzare quella vita fragile e magnifica. La maternità non conquista territori: li rende abitabili. Portare una vita significa imparare l’arte dell’attesa, in cui si veglia su qualcosa che non può ancora difendersi. È l’attesa di quelli che come sentinelle aspettano l’aurora, che come guardiani sanno a che punto è la notte, perché è nel loro cuore la certezza che la notte è destinata a finire e l’alba sta per mettere in fuga l’oscurità. La maternità è dolcezza e paura, paura di non farcela, paura del mondo che non fa sconti.
Le donne che abortiscono spesso sono sole. Per millenni il sesso è stato blindato, ci si poteva accedere solo attraverso il matrimonio, termine costruito sulla parola madre, perché serviva a garantire che mai la donna che portava la vita dovesse trovarsi ad affrontare il mondo da sola. Ora tutte le leggi e le convenzioni sociali sono saltate, ritenute retaggi inutili e bigotti, e le donne spezzate dalla solitudine uccidono i loro bambini con la solerte collaborazione dello Stato. La maternità crea i corpi e plasma le coscienze. L’aborto distrugge i corpi e annienta le coscienze. Il parto è un atto di coraggio primordiale, una resa e una vittoria insieme. È una battaglia che non prevede la sconfitta dell’altro. Ogni nascita insegna questa legge: ciò che non si apre, muore. La madre vince quando il figlio esiste. La madre che ha ucciso il suo bambino, ha ucciso una parte di sé stessa, ha ucciso una parte di tutti noi. È per noi che la campana suona. La campana deve suonare per fermare la donna che vuole uccidere il suo bimbo. O per consolarla se la perdita è già successa. La maternità non finisce con la nascita. Anzi, è lì che comincia la parte più lunga dell’epopea. Comincia con notti senza sonno, con il corpo che non appartiene più solo a sé stesso, con il tempo che si frammenta in richieste continue. La madre diventa interprete di pianti, indovina di bisogni. Impara a distinguere la fame dal dolore, il dolore dalla paura. Diventa una studiosa del dettaglio minimo. Il mondo moderno chiama tutto questo «fatica insopportabile», «perdita di libertà».
E poi ci sono loro, le mamme che hanno perso i loro bambini contro la propria volontà, che sono ferite dai latrati di tutte le donnette che con orgoglio urlano il loro aborto. Gli aborti sono ripugnanti. Il corpicino smembrato è una delle visione più nauseanti che un medico possa avere sotto gli occhi. Infatti non si può mostrare questo schifo, altrimenti si urta la sensibilità delle donne che hanno fatto uccidere i loro bambini e che dichiarano la fierezza delle loro azioni. La campana suona perché la vostra libertà di fare ammazzare i vostri bambini non sia più finanziata da denaro pubblico, eseguita in ospedali pubblici. Ci sono madri che perdono i figli. Donne che custodiscono il dolore di non poterne avere. Anche a loro è imposta la sofferenza di finanziare i vostri aborti. Le madri che hanno perso il loro bimbo sono a tutti gli effetti madri, colpite da una conoscenza che nessun libro insegna: la consapevolezza che la vita è fragile, e proprio per questo sacra. In nome del loro dolore, non vogliamo più finanziare la mattanza. Una civiltà che a spese dello Stato uccide i bimbi nel ventre delle madri è una civiltà crudele che merita di essere cancellata dalla faccia della terra. La campana suona per tutti noi. Noi credenti sappiamo che l’anima viene data alla nuova vita quando è concepita, l’angelo custode è dato alla sua nascita. Fino a che è nel ventre della madre, il bambino ha in comune con lei l’angelo custode. Schiere di angeli custodi sanguinanti, mutilati, amputati, feriti ascoltano la campana di Sanremo, unica voce che piange sull’orrore, voce potente che riuscirà a fermarlo.
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2026-01-19
Dimmi La Verità | Marco Pellegrini (M5s): «Gli ultimi sviluppi di politica internazionale»
Ecco #DimmiLaVerità del 19 gennaio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini commentiamo gli ultimi sviluppi di politica internazionale tra Groenlandia e Gaza.
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2026-01-19
Coppa d’Africa, il laboratorio del caos: tra ambizioni mondiali, polemiche e nervi scoperti
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Il rigore sbagliato dal marocchino Brahim Diaz nella finale persa contro il Senegal (Getty Images)
- L’edizione 2025-26 in Marocco, pensata come prova generale per il Mondiale 2030, ha messo in mostra stadi e copertura globale, ma anche traffico paralizzato, proteste delle federazioni, sospetti di favoritismi e una finale esplosiva: più che una celebrazione del calcio africano, un torneo che ha rivelato tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
- Il presidente della Fifa, Gianni Infantino: «Le brutte scene a cui abbiamo assistito devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Lo speciale contiene due articoli.
La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.
Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.
Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.
Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.
Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.
L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.
La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.
Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.
Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.
La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
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