Ursula von der Leyen (Ansa)
Approvata a Strasburgo una risoluzione che invia alla Corte di giustizia il testo dell’accordo: i giudici stabiliranno se viola o meno i trattati, ma ci vorrà da uno a tre anni. Esulta la Lega, risultata decisiva. Uno schiaffo a Ursula Von der Leyen, su cui oggi si vota la sfiducia.
«Ora la baronessa s’attacca al Trump». La battuta circolava ieri con divertita insistenza all’Eurocamera, e in più lingue: il voto con cui il Parlamento Ue ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché esprima un parere di legittimità sull’accordo col Mercosur rappresenta una doppia novità politica, oltreché una rivincita della rappresentanza democratica su Ursula von der Leyen. Ora il trattato resta congelato: il Parlamento potrà ratificarlo solo dopo la sentenza dei giudici e ci possono volere da uno a tre anni. A difenderlo resta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: «È un buon affare che tutela l’economia nazionale e noi lo abbiamo fatto cambiare. I rischi per i settori sensibili sono sovrastimati». È però un brusco risveglio dalla molta retorica che la presidente della Commissione ed Emmanuel Macron hanno sparso a Davos.
La baronessa è arrivata a proclamare beffarda verso Trump: «Col Mercosur l’Europa invia un messaggio potente al mondo: scegliamo il commercio equo al posto dei dazi». Solo che il messaggio, chissà per quanto, torna nel cassetto. Peraltro dall’altra parte dell’Atlantico sono già sorti serissimi dubbi se sia davvero conveniente commerciare così con Bruxelles. È una doppia novità politica perché ultradestra, ultrasinistra, verdi e una folta pattuglia dei liberali hanno votato insieme contro la «maggioranza Ursula» e soprattutto il Ppe ha avuto un’emorragia di voti: una cinquantina di eurodeputati popolari è andata in direzione ostinata e contraria agli ordini del gran capo Manfred Weber. Il quale aveva rampognato: «Ricordatevi che è un voto anti Trump». La seconda novità è che in questa Europa anti sovranismi i deputati dei cinque Paesi - più la Grecia - da sempre dichiaratisi contro il Mercosur - francesi, polacchi, irlandesi, ungheresi e austriaci - incuranti dei richiami di partito hanno detto no all’accordo. Anche tra gli italiani ci sono anomalie. Lega (entusiasta) 5 Stelle e Avs hanno votato a favore della mozione; contrari Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd.
Per la baronessa è un colpo durissimo. Si era spesa prima di partire per Davos con i big dei gruppi parlamentari: «Se non passa il Mercosur dite addio all’Europa come protagonista globale». Detto fatto. Alle 12.30 di ieri, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, su una mozione proposta da Renew (i liberali macroniani) e dai Verdi (è stata respinta una mozione analoga presentata da Patriots, che è l’ala ultradestra: ha avuto solo 253 voti favorevoli) il Parlamento europeo ha inoltrato alla Corte di giustizia con sede in Lussemburgo un quesito specifico: se l’accordo col Mercosur e i conseguenti comportamenti della Commissione violano o meno i trattati dell’Unione. In particolare c’è un punto che è speculare a quanto sta avvenendo in Sudamerica. Il cartello della soia Cargill, Jbs, Dreyfus si è accorto che nel trattato ci sono troppi vincoli ambientali. Lo stesso vale per l’Argentina. Invece i parlamentari europei sono convinti che Ursula von der Leyen abbia svenduto il rigore normativo. Il portavoce della Commissione Olof Gill - il solo ad aprire bocca - ha dichiarato: «La Commissione si rammarica della decisione del Parlamento. Le questioni sollevate non sono giustificate, perché la Commissione le ha già affrontate in modo molto dettagliato». Gill nulla ha detto se si farà ricorso all’esercizio provvisorio. E la ragione c’è: Ursula von der Leyen oggi va di nuovo a giudizio. Il Parlamento vota la mozione di sfiducia alla Commissione proposta da Jordan Bardella (gruppo Patriots) e ora la baronessa non è tranquillissima. Come non lo sono né i popolari (che con Forza Italia dicono: «Inutili ritardi in un momento in cui c’è bisogno invece di scelte») né i socialisti («Ci rammarichiamo che non si possa avviare il controllo democratico a causa di queste tattiche dilatorie»).
In Italia esulta la Lega anche con Gian Marco Centinaio: «È una vittoria di chi, come noi, ha sempre detto che questo trattato non tutela le nostre imprese agricole, la salute dei consumatori, una concorrenza leale. Ora la baronessa sarà costretta a fermarsi». I 5 Stelle aggiungono: «È una nostra vittoria, degli agricoltori e una clamorosa sconfitta personale di Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni». E l’Europa unita? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, sottolinea: «La Francia sa dire di “no” quando serve; la lotta continua per garantire la nostra sovranità alimentare». Gli risponde il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È una decisione deplorevole: l’accordo deve essere applicato in via provvisoria». Chi ha ragione di cantare vittoria è Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. Martedì era alla testa di 10.000 agricoltori e migliaia di trattori e ora può sostenere: «È una risposta politica alle follie della presidente e della sua cerchia di tecnocrati; continuiamo la nostra battaglia per l’agricoltura». Sui cartelli c’era scritto: «Von der Leyen go home». Oggi c’è la sfiducia. Chissà che anche stavolta l’Eurocamera dia ragione ai contadini…
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Riduci
(Totaleu)
Lo ha dichiarato il responsabile giovani del Movimento per la Vita, Davide Rapinesi, a margine dell'evento del premio «Alessio Solinas» al Parlamento europeo di Strasburgo.
Giorgia Meloni e Bruno Vespa (Ansa)
- Giorgia Meloni da Vespa: «Preoccupata dalla politica internazionale, la divaricazione Usa-Ue non conviene. Siamo interessati al Consiglio di pace di Donald, ma rischi incostituzionalità». Ipotesi zone rosse intorno alle stazioni.
- Riccardo Molinari: «C’era un’intesa, Forza Italia ha cambiato idea». La replica di Raffaele Nevi: «Falso». Il ministro Foti stempera: «Contento per lui se ci va Freni, meno per la Finanziaria».
Lo speciale contiene due articoli
Sul Board per Gaza Giorgia Meloni prende tempo: ospite della puntata speciale per i 30 anni della trasmissione Porta a Porta, in onda ieri sera su Rai 1, la premier non chiude all’ingresso dell’Italia: «La posizione dell’Italia», spiega, «è di apertura: siamo disponibili e interessati. C’è per noi», precisa la Meloni, «un problema costituzionale perché dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi di incompatibilità con la nostra Costituzione, questo non ci consente di firmare sicuramente domani, però ci serve più tempo». C’è il rischio che questo board diventi una sorta di Onu privata? «È un dubbio che ho letto», risponde la premier, «credo che nessun organismo in generale possa sostituirsi alle Nazioni Unite. La presenza di Putin? In qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone distanti da noi», aggiunge la Meloni, «e ricordo che la Russia siede al G20 e alle Nazioni Unite».
Sulla pressione di Donald Trump, che ieri ha escluso l’opzione militare per acquisire la Groenlandia, la Meloni tiene ferma la sua classica posizione di mediazione e di ricuciture: «Secondo me», sottolinea la premier, «non è realistico che gli Stati Uniti invadano militarmente la Groenlandia. Chiaramente tutti capiamo quali sarebbero le conseguenze di una scelta del genere e quindi a me non ha stupito, sono contenta che lo abbia ribadito, dopodiché però bisogna cercare delle soluzioni. La questione che gli americani pongono è una questione di sicurezza su un territorio strategico: questo è un tema corretto, è un tema che riguarda anche noi. È una materia», aggiunge, «che va trattata nell’ambito dell’Alleanza atlantica. Nelle settimane passate alcuni Paesi europei hanno deciso di inviare dei soldati per operazioni di training in Groenlandia, questo è stato letto dall’amministrazione americana come un attacco nei confronti degli americani. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono: è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto “credo che non si sia capito e credo che sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta”, ma c’è una parte di questi problemi che è soprattutto data da un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare».
La Meloni replica a muso duro a chi la accusa di essere troppo accondiscendente con Trump: «Io vengo contestata per essere una persona che cerca di abbassare la tensione», argomenta la premier, «risolvere il problema, trovare degli accordi e mi si dice che sono troppo accondiscendente perché cerco di fare quello che è nell’interesse nazionale italiano fare. Non vuol dire che il mio atteggiamento è remissivo. Quando c’è stata la questione dei dazi», ricorda, «in Europa credo che nessuno si sia battuto con Donald Trump come si è battuta la sottoscritta, solo che io lavoravo per trovare un accordo e altri preferivano una escalation».
Quando approverete, chiede Bruno Vespa, il decreto sicurezza? «Stiamo approvando dei nuovi provvedimenti», chiarisce Meloni, «il focus sarà sulla lotta alla violenza delle gang giovanili, c’è il tema delle stazioni, e pensiamo a delle zone rosse, in materia di immigrazione lavoriamo a misure più efficaci per velocizzare i rimpatri di chi non ha diritto a stare in Italia. Dopodiché certamente servono più forze dell’ordine, ma abbiamo fatto anche questo: negli ultimi tre anni abbiamo assunto circa 39.000 nuove forze di polizia. Nei prossimi due anni ne assumeremo altre 30.000. Abbiamo rinnovato i contratti, rafforzato i presidi. Chiaramente possiamo assumere tutte le forze di polizia che vogliamo ma se il loro lavoro viene mortificato non risolveremo il problema. Purtroppo continuo a vedere cose che non riesco a capire. Ieri (l’altro ieri, ndr) il Tar della Lombardia», attacca la Meloni, «ha deciso di annullare il provvedimento di daspo urbano nei confronti dei manifestanti che avevano devastato la stazione di Milano. Come si fa a garantire la sicurezza così? Ci sono stati degli agenti che hanno rischiato la loro incolumità per fermare quelle devastazioni alla stazione di Milano e per arrestare queste persone, quindi francamente diventa un po’ difficile se non lavoriamo tutti nella stessa direzione». «Sull’immigrazione irregolare», sottolinea inoltre la Meloni, «la nostra strategia è a 360 gradi. Norme più dure nei confronti dei trafficanti, regolamentazione delle Ong, accelerazione sui rimpatri (tema sul quale torneeremo nei prossimi provvedimenti), lavoro con i Paesi di origine e transito. È una strategia sulla quale ci segue tutta l’Europa, anche su strumenti innovativi come l’Albania. Non è facile, perché quando si lavora per fermare l’immigrazione irregolare in Italia ci sono parecchi che si mobilitano».
Le toghe? «Tutta l’Europa guarda con interesse quello che abbiamo fatto in Albania», risponde la premier, «noi non l’abbiamo finora potuto far funzionare perché c’erano delle sentenze ideologiche dei giudici, che ci hanno detto che era incompatibile con la legislazione dell’Unione europea. Bene: abbiamo corretto la legislazione dell’Unione europea. Arriveremo allo stesso risultato, ma con due anni di ritardo».
Continua la lite Lega-Fi sulla Consob
Apparentemente potrebbe sembrare l’ennesimo bisticcio tra Lega e Forza Italia, ma il nodo che si è creato sul prossimo numero uno della Consob nasconde dinamiche decisamente più complesse. Da giorni molti giornali davano per scontata la nomina di Federico Freni, sottosegretario leghista al Mef, come prossima guida della Consob, l’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari. Si sarebbe dovuto chiudere tutto nel Consiglio dei ministri di martedì scorso, ma il leader di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani improvvisamente ha deciso di mettere il veto. Il problema non è lui in sé, lo ribadisce chiaramente il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. «Federico Freni alla Consob? È una cosa che vola sopra la mia testa, io mi occupo di referendum, però dico che è un eccellente sottosegretario e ha tutte le capacità per ricoprire quel ruolo, per me non c’è nessun “ma”, è una persona straordinaria con una grandissima cultura».
Si sarebbe fatta poi menzione a ulteriori «approfondimenti» sul nome di chi potrebbe andare a occupare la poltrona su cui ora siede Paolo Savona. Va ricordato che nel 2004 è entrata in vigore la legge Frattini che stabilisce che i membri del governo (ministri, sottosegretari) non possono ricoprire incarichi in enti pubblici sottoposti a vigilanza per un periodo di 12 mesi dopo la fine del loro mandato, proprio per evitare conflitti di interesse. Nel caso di Freni, lui si occuperebbe proprio di ricoprire queste deleghe, il che renderebbe il conflitto ancora più evidente. Quindi ecco combinato il pasticcio: la nomina di Freni potrebbe rendere l’esecutivo attaccabile in qualche modo. Da Fratelli d’Italia ieri ha parlato solo Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, chiarendo - e quindi in qualche modo dando un’indicazione - che «non c’è stata alcuna tensione, la riunione è durata 22 minuti e non c’è stata tensione». Aggiungendo: «Premesso che io stimo Freni, lui è stato uno dei protagonisti di tutte le leggi di bilancio, se lui va sono contento per lui, sono un po' meno contento per la prossima legge di bilancio».
Il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ha dichiarato: quello di Freni è un «nome che noi abbiamo proposto come partito, c’era un accordo di massima in Consiglio dei ministri, come è emerso anche dalle cronache». E ha puntualizzato: «Chiaro che noi continueremo a portare avanti quel nome, anche perché la Lega ha rinunciato ad altre nomine, su altri enti, ad esempio importanti, nei mesi passati». «Non c’è mai stato nessun accordo», ha replicato il portavoce di Fi Raffaele Nevi. A quanto sembra Forza Italia spingerebbe per la nomina di un’altra figura che siede nel consiglio di amministrazione di Assicurazioni General, Marina Brogi. Ma sono in molti a sostenere che acquisirebbe troppe posizioni di potere e in qualche modo conflittuali tra loro. C’è un nome, quello di Federico Cornelli, uno dei cinque componenti dell’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari e noto per la sua grande esperienza. Inoltre è l’unico a essere stato votato all’unanimità dal Parlamento italiano e per questo è giudicato super partes. Tajani ha detto chiaramente che lo vorrebbe, e lo ha detto talmente chiaramente che sembra quasi un tentativo per bruciarlo, quasi lo stesso fatto, forse, nei confronti di Freni. Eppure quello del sottosegretario alla fine sembra restare il nome più quotato, anche perché, come dichiarato da tutti, non si tratta della persona, considerata «di valore». Il problema, eventualmente, riguarderebbe soltanto la sua posizione.
Maurizio Lupi, che spesso va allo scontro con gli azzurri, ha detto: «Ribadiamo la nostra stima nei confronti di Federico Freni, profilo di grande autorevolezza e competenza, che sta dimostrando le sue qualità al governo. Non abbiamo motivo di dubitare che farebbe un ottimo lavoro anche alla guida della Consob e per questo invitiamo ad evitare i veti pregiudiziali: fare politica non può e non deve diventare un limite».
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Riduci
True
2026-01-22
Si scoprono patrioti europei solo quando alla Casa Bianca c’è un presidente di destra
Gavin Newsom (Ansa)
La stampa italiana va pazza per Gavin Newsom ed Emmanuel Macron, l’ex commissario Thierry Breton invoca la «resistenza». Stavano zitti, però, se ci facevamo del male per Obama o per Biden.
Dopo le intemerate di Peppe Provenzano e Nicola Zingaretti, la stampa nostrana schiera il pezzo da novanta: l’intervista a giornali unificati (Repubblica e Corriere) al governatore dem della California, Gavin Newsom, che catechizza l’Europa contro il bullismo di Donald Trump: «È ora di reagire», incita sul quotidiano di via Solferino, «è ora di fare sul serio e smettere di essere complici». A stare «dritti e saldi», come chiede l’astro nascente della sinistra Usa, dovrebbe aiutarci Emmanuel Macron: Sandro Gozi, eurodeputato per il partito del presidente francese, invita a «seguire il suo esempio»; Repubblica racconta che «l’Eliseo guida la rivolta» contro l’imperialismo del tycoon; il Corriere gongola per la battuta sull’«occhio della tigre» di Macron, costretto a portare gli occhiali da top gun per un disturbo oculare.
«Riferimento al film di Rocky», osserva il foglio, «o forse anche a Georges Clemenceau, “la tigre” della prima guerra mondiale». Non è Napoleone, ma poco ci manca. Così, alla testa dell’Ue che «si ribella a Trump» (La Stampa), dovrebbe mettersi il leader più decotto dei 27 (dato che l’inglese Keir Starmer non sta più nell’Unione). Cacciato dall’Africa che neocolonizzava prima che il neocolonialismo diventasse peccato - peccato commesso da Trump, chiaramente. Sommerso da fondamentali economici disastrosi. Prigioniero della «permacrisi» dei suoi governi, per usare il neologismo caro a Ursula von der Leyen. Candidato a diventare il becchino della quinta Repubblica transalpina.
È questo l’effetto Groenlandia, che sarà probabilmente rinforzato dalle sberle del discorso di The Donald a Davos: l’Europa - recita il nuovo motto - deve recuperare la sua autonomia strategica dagli Stati Uniti. E sarebbe pure giusto: il patriottismo europeo non l’ha mica inventato ieri l’ex commissario Thierry Breton, che l’ha citato, inneggiando addirittura alla «resistenza»; è quello che i conservatori invocano da decenni. Purché, certo, l’Europa faccia l’interesse dei suoi popoli, esattamente come Trump fa l’interesse del suo. Ma dov’erano i fautori dell’indipendenza del Vecchio continente, quando l’Unione si accodava a Joe Biden sull’Ucraina? Erano drogati di guerra «per i nostri valori», tanto da diventare più pro Kiev di Washington e indubbiamente meno realisti degli americani, che alla fine hanno preferito congelare il fronte, piuttosto che puntare alla sconfitta della Russia.
Il disegno delle amministrazioni progressiste a stelle e strisce era chiaro fin da quando Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato all’epoca di Barack Obama, fomentatrice di piazza Maiden, invitava cortesemente l’Ue a «fottersi». I dem Usa erano terrorizzati dal consolidamento di un partenariato euroasiatico, basato sulle forniture di gas a basso costo da Mosca e il cui perno era la Germania. Guarda caso, una delle prime conseguenze del conflitto nell’Est è stata il sabotaggio del Nord Stream. Risultato: costi energetici triplicati, bollette alle stelle, industria in panne, inflazione. Noi ci abbiamo aggiunto l’abituale masochismo, completando l’opera con la transizione ecologica. Il conto del divorzio dalle pipeline russe è stato salatissimo. E indovinate chi ne ha tratto vantaggio? Nel 2025, primo anno di Trump alla Casa Bianca, le importazioni da Oltreoceano di metano, per lo più sotto forma liquida, sono aumentate del 61%. E ora gli Stati Uniti sono il nostro secondo grossista, dietro la Norvegia. La quale, per dire, non sta nemmeno nell’Ue.
Dal Corriere apprendiamo che la Costituzione italiana ci vieta di partecipare al Board of Peace per Gaza, la bizzarra iniziativa con cui The Donald vorrebbe battezzare una specie di Onu parallela. Non si può, l’articolo 11 della Carta ci consente di entrare nelle organizzazioni internazionali solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». Lo conferma il Quirinale, secondo via Solferino. Ed è sacrosanto. Ma dov’erano i fini giuristi e dov’era il Colle quando, nonostante lo stesso articolo 11 condanni la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», abbiamo mandato a Volodymyr Zelensky i missili a lungo raggio, sempre per la gioia di Biden? Eh, l’Ucraina si difendeva da un aggressore, ci ricordano. Già. E l’articolo 11 della Costituzione non esisteva, quando il governo D’Alema fece bombardare la Serbia per il «peacekeeping» della Nato, esaudendo i desideri di un altro progressista illuminato, Bill Clinton? Allora, Sergio Mattarella era vicepremier. Poi divenne ministro della Difesa. Eppure, le bandiere della pace ricomparvero solo allorché, nello Studio ovale, si accomodò un presidente di destra, George W. Bush, con le sue (scellerate) campagne in Afghanistan e in Iraq. Poi, nell’era di Obama, i predicatori dell’autonomia strategica europea sono tornati a sonnecchiare. Si saranno cullati sulla «utile finzione», come l’ha chiamata il premier canadese, dell’«ordine internazionale fondato sulle regole». «Sapevamo che la storia era in parte falsa», ha confessato nel suo «memorabile discorso» (Corsera) Mark Carney. E come mai hanno aspettato le mascalzonate di Trump per avvisarci?
Pensare che l’autonomia strategica avremmo potuto guadagnarla in anticipo, se avessimo ascoltato proprio quel puzzone. A Berlino comandava ancora Angela Merkel. Era il primo mandato del tycoon e lui pretendeva che ci assumessimo la responsabilità della nostra difesa. La reazione oscillò tra l’indignazione e il compatimento per i deliri di uno squilibrato. Adesso la Von der Leyen sprona l’Ue ad abbandonare «la sua prudenza tradizionale» e rincorre miliardi per alzare un muro di droni, ma fare anche incetta di navi rompighiaccio.
Sul Foglio, in nome della reazione orgogliosa alle umiliazioni americane, diventa un eroe persino il premier belga, Bart De Wever, che ha bacchettato il Vecchio continente: da «vassallo felice», lamenta, sta diventando «schiavo miserabile». Fino a poche settimane fa, però, De Wever era una spina nel fianco del sussulto europeo: temendo, a ragion veduta, conseguenze disastrose per il suo Paese, si è opposto alla confisca degli asset russi congelati, fino a far deragliare la proposta.
L’analista Nathalie Tocci si augura «azioni sufficientemente decise da comunicare alla Casa Bianca che c’è un prezzo da pagare per il bullismo». Il bazooka? Con il quale ci faremmo del male da soli? Il presidente della Confindustria francese, Patrick Martin, prega l’Europa di dire «stop a Donald Trump». L’inossidabile Matteo Renzi, su La 7, regala una perla da statista: «Non possiamo dire che in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti ci spariamo sui piedi». Ecco: teniamolo a mente per quando, a Washington, tornerà un presidente di sinistra.
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