Il sindacato polacco pronto alla lotta per difendere lo stabilimento Stellantis di Tychy.
I successori di Lech Walesa danno un po’ di lezioni alla Cgil su come impostare i rapporti con Stellantis: alzano la voce, battono i pugni sul tavolo, scrivono lettere scomode ai potenti e promettono battaglia. Altro che moderazione, altro che concertazione. A Tychy, nel cuore industriale della Slesia, Solidarnosc ricorda all’Europa che un sindacato, se vuole, può ancora fare il sindacato. Anche contro il primo socio, John Elkann. Anche contro i grandi azionisti, da Peugeot allo Stato francese, fino a BlackRock.
Succede così che, mentre Stellantis annuncia il ridimensionamento di uno dei suoi stabilimenti chiave in Europa, cancellando il terzo turno e mettendo alla porta circa 740 lavoratori - quasi un terzo dell’organico - il sindacato polacco non si limita a registrare il fatto, a chiedere un tavolo o a invocare generici «chiarimenti». Scrive una lettera diretta a Exor, annuncia per questa mattina una conferenza stampa ai cancelli dell’impianto per annunciare le prossime iniziative.
Una scena che, vista dall’Italia, assume contorni quasi esotici. Solidarnosc parla di «dialogo di facciata», denuncia decisioni prese sopra la testa dei lavoratori e avverte che il taglio dei volumi rischia di travolgere 58 aziende dell’indotto e «migliaia di posti di lavoro». In Italia il massimo della reazione sindacale sembra spesso ridursi a un comunicato di solidarietà e a qualche slogan riciclato. Tychy non è una fabbrichetta qualunque. È uno dei pilastri produttivi di Stellantis in Europa. Qui nascono Alfa Romeo Junior, Jeep Avenger, una quota della Fiat 600. Modelli strategici. Proprio per questo, osservano i sindacati polacchi, il ridimensionamento appare incomprensibile e inquietante. Il sospetto è chiaro: il terzo turno che salta oggi potrebbe essere solo l’antipasto di un ridimensionamento ben più profondo domani.
Solidarnosc non si ferma ai numeri. Entra nel merito. E qui lo scontro si fa duro. Sul tavolo c’è il programma di uscite volontarie (Pdo)- Il sindacato chiede indennità fino a 36 mensilità, rivendicando trattamenti già riconosciuti in passato in altri stabilimenti del gruppo, in Polonia e nel resto d’Europa. Stellantis risponde con una proposta più magra: tetto a 24 mensilità con trattamenti differenziati in base all’anzianità. Ma la vera linea rossa, per Solidarnosc, non è solo l’importo. È il metodo. Perché quando la «volontarietà» delle uscite rischia di trasformarsi in una pressione individuale – accetti ora o domani sarà peggio – allora il sindacato alza la guardia. Grzegorz Maslanka, rappresentante di Solidarnosc a Tychy, lo dice senza giri di parole: servono garanzie vere, tutele per i genitori single, per chi mantiene da solo la famiglia, per chi ha più figli. Altro che formule generiche.
E mentre annuncia conferenze stampa davanti ai cancelli e un calendario serrato di incontri, Solidarnosc lancia il messaggio più politico di tutti: se non ci sarà un accordo, il clima si farà incandescente.
A questo punto il confronto con l’Italia diventa inevitabile. Perché mentre a Tychy i successori di Walesa si mobilitano Maurizio Landini sembra impegnato in un’altra dimensione, forse più metafisica che industriale. Gli stabilimenti italiani di Stellantis arrancano, le produzioni calano, l’occupazione si assottiglia, ma dal quartier generale della Cgil solo qualche comunicato dai toni risentiti. Così accade il paradosso: Solidarnosc, nata nei cantieri di Danzica contro il regime comunista, appare più combattiva della Cgil. Più concreta, più incalzante, più disposta allo scontro. Mentre Landini, che pure ama presentarsi come l’ultimo baluardo della conflittualità, sembra guardare altrove, come se ciò che accade a Mirafiori, Melfi o Cassino fosse una variabile indipendente del destino.
Forse è solo una questione di memoria storica. In Polonia sanno che senza alzare la voce non ti ascolta nessuno. E sanno anche che Solidarnosc, in fondo, ha sempre avuto un protettore speciale tra i santi e i papi. Karol Wojtyla il Papa polacco, che benediceva i cantieri e incoraggiava gli operai. Chissà che da qualche parte, tra una nuvola e l’altra, San Giovanni Paolo II non stia ancora dando una mano ai sindacalisti di Tychy.
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Riduci
Federico Freni (Imagoeconomica)
Il cdm doveva ratificare la scelta del leghista per l’authority, ma Fi chiede un indipendente. Si fanno i nomi di Claudio Brogi e Federico Cornelli.
Pensava di doversi difendere dagli attacchi dell’opposizione. Dalle accuse della sinistra che dimenticandosi per esempio di Guido Rossi e Luigi Spaventa - ex presidenti della Consob che hanno avuto prima o dopo un passato rosso in politica - era pronta (in realtà lo stanno già facendo da un po’) ad accusarlo di essere un uomo di parte, per giunta della parte leghista, che andava a prendere la guida di un authority molto delicata e necessariamente indipendente come quelle che supervisiona sulla Borsa. E invece i veri pericoli arrivavano dal fuoco amico.
Ieri, il sottosegretario all’economia e alle finanze nei governi Draghi e Meloni, Federico Freni, avrebbe dovuto ricevere l’investitura dal consiglio dei ministri per succedere a Paolo Savona che ha la carica in scadenza l’8 marzo. La nomina era data per scontata un po’ da tutti. Vuoi per i retroscena che si susseguono da mesi, vuoi per lo standing del melomane con il pallino della finanza. Tant’è che giravano già i nomi dell’ex ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, e di Gianpiero Zinzi per prendere il suo posto al Mef, ma all’improvviso è saltato tutto.
Motivazioni ufficiose? Antonio Tajani si sarebbe messo di traverso. O meglio, il leader di Forza Italia avrebbe saputo solo dai giornali che oggi ci sarebbe stata una nomina di questo peso in cdm. Aveva inteso che quella da coprire fosse la figura di un membro della Consob e non del numero uno degli sceriffi del mercato.
Se le cose stanno davvero così non lo sapremo probabilmente mai. Possibile invece che Forza Italia reputi di avere maggiore «predisposizione» del Carroccio per quella poltrona.
Un po’ perché le banche, ricordiamoci che Piazza Affari è una delle Borse più bancocentriche del Vecchio Continente, lei le ha sempre difese, mentre la Lega chiedeva loro di pagare gli extraprofitti, e un po’ perché se stiamo all’economia e allo spoil system della politica, il Carroccio ricopre già un ruolo apicale con Giancarlo Giorgetti alla guida del ministero, mentre gli azzurri sono a bocca asciutta.
Insomma, si è trattato di un disguido (che sarebbe comunque grave) o quella di ieri è la posizione definitiva degli azzurri che magari chiedono altro in cambio del via libera? Siamo di fronte a un semplice rinvio, a una brutta figura alla quale si può presto porre rimedio, o la questione è ben più profonda?
A giudicare dalle dichiarazioni di Forza Italia del mattino (prima del consiglio dei ministri) c’è da propendere per la seconda ipotesi. Con la presa di posizione gelida del portavoce azzurro Raffaele Nevi. «Freni alla Consob? Vediamo», aveva risposto, «di questa cosa se ne occupa il nostro leader del partito Antonio Tajani. Segnalo solamente che non ci ha mai convinto la designazione di un politico alla Consob. Noi rimaniamo su questa posizione. Secondo noi è bene che lì, siccome si tratta di questioni molto tecniche, ci sia un tecnico, un non politico di alto livello con grande esperienza. La tratteranno i leader nelle prossime ore. Non facciamo nomi, ci sono tante persone autorevoli che secondo noi potrebbero svolgere al meglio senza nulla togliere a Freni che è uno straordinario sottosegretario al ministero delle Finanze e penso stia facendo bene».
Non solo perché anche i segnali che arrivavano da Fratelli d’Italia non erano proprio rassicuranti. «Il sottosegretario», sottolineava il responsabile economico del partito Marco Osnato, «è una persona che ha tutte le caratteristiche per svolgere quel ruolo alla Consob, ma allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef». E così le certezze del mattino si sono trasformate in dubbi e cattivi pensieri che anche l’ennesimo endorsement di Salvini («Freni è stato un bravissimo sottosegretario dell’Economia, quindi penso che possa fare con altrettanta capacità altri ruoli») hanno fugato.
Una escalation fino alla doccia fredda arrivata dal Consiglio dei ministri. Con Tajani che ha tenuto il punto e gli azzurri che hanno evidenziato la necessità di avere come presidente una figura indipendente, prospettando anche il rischio di rilievi sulla nomina da parte della Corte dei conti.
A un certo punto è stata valutata la possibilità di avviare la nomina di Freni all’interno dell’authority per rinviare a una secondo momento la scalata al vertice. Ma l’opzione è presto tramontata. Resta un bel pasticcio. Del resto, se Forza Italia punta su un altro cavallo lo scopriremo a breve.
Si fanno dei nomi. Come è ovvio che sia. Quello di Marina Brogi, per esempio. Professoressa di Economia e tecnica dei mercati finanziari alla Bicocca di Milano, ma soprattutto con un curriculum infinito nei cda di banche e società quotate. È anche in Generali, il crocevia delle battaglie della finanza italiana. Si parla della Brogi soprattutto per i rapporti molto stretti con la famiglia Berlusconi.
Ma c’è anche un’altra figura, meno conosciuta, ma non per questo defilata. Si tratta di Federico Cornelli, commissario Consob dal 2023 e membro della Commissione di revisione del Testo Unico della Finanza, proprio il Tuf sul quale da tempo sta lavorando l’altro Federico, Freni.
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Riduci
Clive Staples Lewis. Nel riquadro, il libro «L’abolizione dell’uomo»
Adelphi ripubblica «L’abolizione dell’uomo» dell’autore delle «Cronache di Narnia». La migliore risposta a chi vuol fermare la violenza proponendo corsi sessuo-affettivi: «Irrighiamo i deserti con i giusti sentimenti».
«Il compito degli educatori moderni non è di sfrondare le giungle, ma di irrigare i deserti. La giusta difesa contro i falsi sentimenti è di inculcare giusti sentimenti». Possono bastare queste poche frasi di Clive Staples Lewis (1898-1963) per risolvere il contorto dibattito che da giorni si trascina a proposito della violenza e del disagio giovanile. Udiamo grandi e robuste parole come ascolto, integrazione e rispetto. Ci viene detto che se i giovani stranieri si riuniscono in bande e accoltellano è perché non abbiamo saputo accoglierli a dovere. E se fra i giovani italiani dilagano ansia e depressione, ci viene ribadito, è colpa della pressione a cui vengono sottoposti, alle carenze della scuola e alla mancanza di una educazione sessuo-affettiva diffusa.
Possiamo solo immaginare come Lewis avrebbe spazzato via tutte queste osservazioni, ma per fortuna ci ha lasciato una preziosa eredità sulla quale si potrebbe edificare un nuovo edificio educativo, se solo lo si volesse. Parliamo di un libretto intitolato L’abolizione dell’uomo, ora meritoriamente rieditato da Adelphi (che ha da poco ripubblicato anche la gloriosa Trilogia cosmica), che riunisce tre conferenze del grande scrittore irlandese, autore fra l’altro delle Cronache di Narnia. Il primo di questi interventi riguarda proprio l’educazione e spiega chiaramente quali siano le storture di quella moderna. Questa produce quelli che Lewis chiama «uomini senza petto». Cioè individui convinti che non vi sia alcun ordine oggettivo del mondo, alcuna Verità, ma solo sentimenti e opinioni.
L’ordine, dice Lewis, esiste eccome, è sempre esistito, tanto che tutte le grandi tradizioni ne sono consapevoli. È a questo ordine che l’essere umano deve accordarsi. Lewis lo chiama il Tao, la Via. Altri lo possono chiamare legge naturale o morale ma la sostanza non cambia.
Il Tao, termine che il cristiano Lewis riprende dalla cultura cinese e rilegge, è «il Cammino, la Via. Esso è la Via su cui l’universo procede, la Via per cui le cose perennemente emergono, silenziose e tranquille, nello spazio e nel tempo. Ed è anche la Via che ogni uomo dovrebbe percorrere in imitazione di quella cosmica e sovra cosmica progressione, conformando ogni sua attività a quel grande modello. “Nel rituale”, è detto negli Analetti, “è l’armonia con la Natura che viene apprezzata”. Allo stesso modo, gli antichi Ebrei lodano la Legge per il suo essere “vera”».
Questo Tao «non è uno tra i tanti possibili sistemi di valori. È la sola e unica fonte di tutti i giudizi di valore. Respingendola, respingeremo ogni valore. Trattenendo ogni valore, la tratterremo. Sforzarsi di confutarla e di porre al suo posto un nuovo sistema di valori equivale ad autocontraddirsi. Non c’è mai stato, e mai ci sarà, un giudizio di valore radicalmente nuovo nella storia del mondo. Quale che sia la pretesa di essere dei nuovi sistemi o (come oggi si chiamano) «ideologie», consistono tutti di frammenti del Tao stesso, arbitrariamente strappati al loro contesto globale e quindi isolatamente esasperati, per quanto debbano sempre al Tao, e a esso soltanto, ogni loro eventuale validità. Se il mio dovere nei riguardi dei miei genitori è una superstizione, allora lo è anche il mio dovere nei riguardi della posterità. Se è una superstizione la giustizia, allora lo è anche il mio dovere nei riguardi del mio Paese o della mia razza. Se la ricerca della conoscenza scientifica è un valore reale, allora lo è anche la fedeltà coniugale. La rivolta delle nuove ideologie contro il Tao è la rivolta dei rami contro l’albero: distruggendolo, i ribelli scoprirebbero di avere distrutto sé stessi».
Compito dell’educatore è dunque quello indicato da Sant’Agostino, il quale «definisce la virtù ordo amoris, l’ordinata distribuzione degli affetti in cui a ogni grado di amore oggetto è tributato quel genere e che gli è appropriato. Aristotele», continua Lewis, «afferma che scopo dell’educazione è inculcare nell’allievo il gusto e l’avversione per ciò che sarebbe giusto che amasse o aborrisse. Pervenuto all’età della riflessione, l’allievo in tal modo assuefatto agli “affetti ordinati” o ai “giusti sentimenti” scoprirà facilmente i primi principi dell’Etica [...]. Prima di lui, Platone aveva detto lo stesso. Il cucciolo umano non avrà dapprincipio le giuste reazioni. Egli dev’essere assuefatto a provare piacere, inclinazione, disgusto e odio per quelle cose che sono in effetti piacevoli, amabili, disgustose e odiose».
Occorre educare al bene e al bello, non a partire dalla ragione ma dall’emozione. Solo in seguito, una volta acquisita questa familiarità emotiva, quasi fisica, con l’ordine naturale, il singolo scoprirà che anche la ragione si accorda a esso, con grazia. Meglio: ciò avviene se non si è uomini senza petto come quelli che la nostra società ha formato nella modernità. Uomini cioè senza cuore, luogo intermedio fra la mente e le viscere. Non è difficile trovarne tanti anche oggi: individui guidati da una ragione senza emozioni, totalmente artificiale, o dagli istinti più bassi e irragionevoli. Questi ultimi sono brutti, violenti. Gli altri si dicono magari intellettuali eppure «non è l’eccesso di pensiero ma la penuria di fertile e generosa emozione a contraddistinguerli. Non è che la loro testa sia più grande dell’ordinario: è l’atrofia del petto a farla apparire tale». Secondo Lewis, «questa è la tragicommedia della nostra situazione, continuiamo senza sosta a reclamare a gran voce quelle stesse qualità che rendiamo impossibili. [...] Con una sorta di spaventosa semplicità rimuoviamo l’organo e pretendiamo la funzione. Produciamo uomini senza petto e ci aspettiamo da loro virtù e intraprendenza. Ridiamo dell’onore e ci stupiamo di trovare dei traditori in mezzo a noi. Castriamo, e pretendiamo che l’animale sia fecondo». Il tanto discusso disagio giovanile odierno è il disagio di tutti coloro che si collocano «fuori dal Tao», che non riconoscono questo ordine e ne propongono uno artefatto o non ne propongono nessuno, che confondono istinti ed emozioni, che non sanno dire che cosa sia giusto e bello perché hanno il cuore arido. Il dramma attuale è la mancanza di petto, che ogni cultura declina a modo suo, più o meno violentemente.
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Riduci
(Arma dei Carabinieri)
Un arsenale completo di armi da guerra tra cui razzi anticarro, esplosivi e munizioni, è stato rinvenuto dai Carabinieri della Compagnia di Bianco durante una vasta operazione di controllo del territorio nelle zone impervie delle montagne calabresi e in case abbandonate della Locride.
Il sequestro è avvenuto nel territorio del Comune di Caraffa del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, in un’area particolarmente isolata e difficilmente accessibile.
L’ operazione si inserisce in un più ampio dispositivo di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata ed è stata resa possibile grazie all’apporto altamente specialistico dei militari dello Squadrone Eliportato «Cacciatori di Calabria», reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri specializzato nelle attività di ricerca in ambienti difficilmente accessibili. Proprio durante una perlustrazione accurata del territorio, i militari hanno individuato un fusto in plastica nascosto tra le pietre di un muro di contenimento, molto bene mimetizzato per sfuggire a eventuali controlli.
All’interno del contenitore è stato trovato un vero e proprio arsenale: un fucile d’assalto tipo Kalashnikov, completo di caricatore e munizioni calibro 7.62 x 39, un fucile semiautomatico calibro 12 con matricola abrasa, una doppietta dello stesso calibro, tre bombe anticarro di tipo M-60 e altri tre razzi anticarro. Un quantitativo e una tipologia di armi che fanno presumere una destinazione ad attività criminali di elevata pericolosità.
Considerata l’estrema minaccia alla sicurezza rappresentata dall'esplosivo rinvenuto, i Carabinieri hanno immediatamente richiesto l’intervento degli artificieri antisabotaggio del Comando Provinciale di Reggio Calabria. L’area è stata prontamente isolata e messa in sicurezza attraverso un’accurata cinturazione per tutelare l’incolumità degli operatori e prevenire rischi per la popolazione. In seguito, gli ordigni sono stati fatti brillare sul posto secondo le procedure previste. L’intervento degli specialisti è durato diverse ore, a conferma della complessità e delicatezza delle operazioni.
Le attività di controllo non si sono fermate al primo ritrovamento. Nel proseguimento delle perlustrazioni, i militari dell’Arma hanno esteso le ricerche anche a strutture rurali e fabbricati dismessi della zona. All’interno di un casolare abbandonato sono stati così ritrovati altri quattro fucili e una pistola Smith & Wesson, assieme a diverse munizioni di vario calibro poste sotto sequestro con il resto delle armi.
Il consistente sequestro ha consentito di sottrarre alla disponibilità della criminalità un ingente quantitativo di armi e materiale esplodente, che avrebbe potuto essere impiegato per compiere gravi fatti di sangue o azioni intimidatorie.
L’operazione rappresenta un ulteriore segnale della costante presenza dell’Arma dei Carabinieri sul territorio, capace di intervenire con prontezza anche in contesti operativi complessi.
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Riduci





