Rosario Fiorello (Imagoeconomica)
In tv e radio è mattatore assoluto, grazie a una simpatia travolgente, eppure in privato accetta malvolentieri qualsiasi critica. E che liti con Bruno Vespa, Roberto D’Agostino e Selvaggia Lucarelli. In Rai può fare quel che vuole, anche cucinare dove è vietato, suscitando invidie.
Cognome e nome: Fiorello Rosario Tindaro. «Lo showman più completo che la tv italiana abbia mai avuto», per Aldo Grasso. «Permaloso», «ossessionato dal consenso», nella vita di tutti i giorni ben diverso dall’uomo che appare sul palco, per Selvaggia Lucarelli, al centro di una querelle con lui ai tempi di Sanremo 2020.
Per gli smemorati: Tiziano Ferro dal palco dell’Ariston fece una battuta in diretta sui troppi interventi di «Fiore» al Festival: «Hashtag #Fiorellostattezitto». Fiorello non gradì, Amadeus corse in soccorso dell’amico: «Io proporrei piuttosto #Fiorelloparlaquantovuoi».
Troppo poco, per un incontinente Stefano Coletta, direttore di Rai 1: «Senza Fiorello diventiamo tutti orfani a qualsiasi età», urca, «lanciamo #FiorellopersempreaSanremo». Fiorello cercò Lucarelli per sfogarsi, accusandola poi di aver tradito la sua fiducia.
Replica della presunta scostumata: «Non lo frequento, non siamo amici, ci siamo sentiti una sola volta cinque anni fa, mi ha chiamato lui per contestare un mio articolo, gli ho replicato che non gradivo i suoi toni, e comunque non mi ha mai chiesto che la telefonata rimanesse segreta».
Lucarelli è tornata alla carica alla vigilia dello scorso Natale, attaccandolo sul caso Corona: «“Ti salutiamo, ti vogliamo bene!”. Fiorello ieri se la rideva nel suo programma La Pennicanza su Rai Radio 2. Videochiamava l’ex detenuto per sbellicarsi tra applausi ed entusiasmo del pubblico dopo lo scoop su Alfonso Signorini» (e chissà se quest’ultimo ripeterebbe oggi il giudizio formulato il 26 novembre 2018 con Tony Damascelli del Giornale: «Amo l’intelligenza, la leggerezza, la genialità di Fiorello»). Episodio che, toh, è sfuggito a Grasso, quando il critico del Corriere della Sera, lo scorso 12 gennaio, ha stroncato il documentario Netflix su Corona.
Come esempio dell’implicita complicità dei tanti che faticano a «chiamare le cose con il loro nome, specie se siamo di fronte a ricatti o estorsioni», ha rievocato la volta in cui Maurizio Costanzo chiuse brutalmente la bocca a Roberto D’Agostino, inventore del sito Dagospia, «reo» di aver osato sostenere che i reati commessi da «Furbizio» non gli consentivano di essere esempio di alcunché.
Si citano i morti per non infastidire i vivi, si potrebbe inzigare. Dagospia invece ha messo Fiorello nel mirino: «Come fa a ospitare l’ex galeotto, lo sciacallo del web, per lo squallido scoop su Alfonsina La Pazza messo in piedi per arricchirsi?».
Non basta.
Il 22 gennaio il sito spara una «foto-flash», postata peraltro dallo stesso Fiore, in cui lo si vede preparare un piatto di pasta: «Ma Fiorello in Rai si sente il padrone di casa? Sono due giorni che cucina nella sua stanzetta di via Asiago, anche se è vietato dalle regole aziendali. Non può spadroneggiare come gli pare, nonostante la Rai con lui sia sempre appecoronata».
Il giorno dopo Fiorello in diretta - «con il solito tono malmostoso di chi si sente intoccabile» (Dagospia) - carica a testa bassa: «Cialtrone!». D’Agostino squaderna allora il lungo elenco delle norme Rai in materia. E Fiorello avanza rinculando: «Io sono fumantino, lo è anche Dagospia. Sai i due cani che s’incontrano, baubau e l’altro fa baubau, però poi non si mordono, perché alla fine si stimano?».
Un dietrofront non molto dissimile da quello con Bruno Vespa, quando Fiorello aveva tuittato: «Nooo, hanno tolto una serata a Vespa! Se gli avessero tolto un rene avrebbe sofferto di meno!». Il conduttore di Porta a Porta lo aveva infilzato: «Se avessero tolto a te un rene quando hai investito quel poveraccio, avresti fatto una battuta migliore», con riferimento all’incidente motociclistico che aveva coinvolto un pensionato, la figlia: «Mio padre centrato sulle strisce mentre attraversava», Repubblica del 3 marzo 2014.
Duelli verbali conclusi con il calumet della pace, sia con Vespa sia con D’Agostino.
Sotterrato il fornelletto della discordia, però, Fiorello torna sulle nuove «rivelazioni» di Furbizio: «Noi siamo solo spettatori, e da spettatori è meraviglioso», che è un po’ come farsi un selfie sorridendo a 32 denti mentre sullo sfondo c’è un maranza che con un machete minaccia i passanti. E Dagospia: «Se Corona sputtana (senza prove) Signorini, Gerry Scotti e tele-compagnia, Fiorello gongola? E se Corona avesse messo lui nel mirino?».
In verità, se c’è uno reattivo a quanto detto o scritto di lui, quello è Fiorello. Che nel 2017 con Vanity Fair ha ammesso: «Sono permaloso e rancoroso e faccio molta fatica ad accettare le critiche. Sono fatto così».
Prendiamo un episodio marginale, che però conferma come in passato si sia risentito per banali notiziole, altro che gli insulti e le invettive infamanti di Corona. Corriere, 29 aprile 2025: «Fiorello sparisce alla vigilia della nuova trasmissione: irritato dalla fuga di notizie», che riguardava il suo ritorno a Radio 2 nel giorno del suo compleanno, il 16 maggio.
Risultato? L’iper-suscettibilità finisce con l’oscurare il suo indubbio talento di mattatore per eccellenza, la cui arma migliore è l’improvvisazione, grazie alla quale ha vinto 14 Telegatti, 9 Oscar della tv, più una miriade di targhe e riconoscimenti. Tra cui, nel 2016, il premio È giornalismo - in giuria Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Mario Calabresi, Gian Antonio Stella - per il programma Edicola Fiore.
Uno sparigliamento che ha fatto assomigliare i proponenti ai tacchini in vista del Thanksgiving: la certificazione di un destino segnato per la casta stampata.
A un certo punto della sua arringa radiofonica Fiorello ha aggiunto: «I cialtroni si domandano: Fiorello crede di essere a casa sua visto che cucina in Rai? Risposta: sì. Fa quello che gli pare? Sì. La Rai glielo concede? Sì. Ma la Rai è appecoronato a Fiorello? Sì». Le stesse domande dei residenti di via Asiago nel 2023, inferociti per il suo spettacolo mattutino in strada che li tirava giù dal letto all’alba, e lui: «Li capisco, non li biasimo. Mi dispiace ma credo che Viva Rai 2 o si fa lì o non si può fare in nessun altro luogo» (invece poi traslocò al Foro Italico).
Ma come? Sei il Numero Uno, e da siculo di certo lo sai, cu mancia fa muddichi, chi mangia fa molliche, il successo porta invidie e non si può piacere a tutti. Quindi: perché passare per un arrogante «Fiorello del Grillo», finendo per alimentare sospetti e pregiudizi già circolanti tra i tuoi detrattori, cui aveva dato voce il 19 marzo 2024 il giornalista del Tg2 Piergiorgio Giacovazzo, lanciando un servizio sul duetto canoro che avevi fatto con tua figlia Angelica?
Pensando di essere «coperto» dalla messa in onda, aveva sospirato: «Che carini, adesso questa c’avrà dodici trasmiss…», lasciando intendere cioè che, con cotanto padre, la ragazza avrebbe trovato le porte spalancate a viale Mazzini.
Apriti cielo.
L’amministratore delegato Rai Roberto Sergio è scattato sull’attenti con una nota ufficiale, parlando di «commento inappropriato e del tutto gratuito», spiegando di aver conferito l’incarico di «avviare un provvedimento disciplinare» ai danni di Giacovazzo, cui Fiorello si è peraltro dichiarato contrario.
«Ma siamo sicuri» ha chiosato Mario Manca per Vanity Fair, «che Sergio si sarebbe speso così tanto se le parole di Giacovazzo fossero state indirizzate al figlio di un altro volto Rai?».
Dopo di che, chapeau al Fiorello artista, da decenni sulla cresta dell’onda (con annessi pit-stop), un’enorme popolarità e un conseguente fatturato, che gli invidio.
Il fatturato, intendo.
Franco Bechis aka Fosca Bincher per Open, 5 luglio 2025: «Guadagnati raddoppiati, case per 20 milioni di euro, Roma, Milano, Sardegna, Cortina, Venezia: per Fiorello 2024 d’oro. Grazie all’abilità della moglie Susanna Biondo», amministratrice delle loro società.
Quando Fiorello esce dal personaggio, risulta agreable per la lucidità con cui si racconta, anche con gli addetti ai lavori «acrobati», quelli che fanno le domande in ginocchio pur stando in piedi o seduti.
2016: «Dare un premio giornalistico a me è come dare il riconoscimento di showman dell’anno a Giovanni Floris».
2022: «Ho abbandonato i social perché mi svegliavo con l’ansia di dover dire qualcosa. Alla fine l’egocentrismo ci porta a controllare i commenti nella speranza di leggere i complimenti, invece a volte ci si scontra con attacchi davvero feroci. Due anni senza essere connesso nel privato, ma solo professionalmente per lanci di clip o annunci di lavoro, mi hanno fatto stare una meraviglia, ho ricominciato ad osservare il mondo».
2023: «Non siamo al centro del mondo. Siamo niente. Nient'altro che saltimbanchi».
2024: «Mi guardo da fuori e mi chiedo: ma io che so fare? Mi sento artisticamente sopravvalutato. Giuro. Non penso di essere ’sto fenomeno. Imitatore? Ne trovo almeno dieci più bravi. So cantare, ma di cantanti ce ne sono almeno 190.000 più dotati di me. Monologhista? Ci sono colleghi che mi danno una spanna. Gli altri sono più bravi, forse io sono più forte perché creo quello che altri non fanno, l’aspettativa, l’idea dell’evento».
Il prossimo spero sia il ritorno con un suo show in prima serata, l’ultimo fu nel 2011, abbandonando la furbesca comfort zone delle nicchie del palinsesto.
Cristiano Ronaldo non può limitarsi a giocare in un campionato interregionale.
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Riduci
Susanna Tamaro (Imagoeconomica)
La scrittrice contesta l’accanimento dello Stato verso le persone fuori dai canoni della normalità, come la «famiglia nel bosco»: «La psichiatrizzazione del “diverso” è tipica dei regimi. Forse l’obiettivo è plasmare una massa acritica facile da manovrare».
Susanna Tamaro, che cosa hanno in comune la vicenda di Vittorio Sgarbi e quella della famiglia nel bosco che lei ha messo in parallelo sul Corriere della Sera?
«Hanno in comune la psichiatrizzazione della persona, di Sgarbi e dei bambini. Cioè il fatto che chi non rispetta dei canoni di normalità efficiente è classificato come persona bisognosa di cure, di tutori e via dicendo. È una cosa veramente vergognosa, segno di regimi totalitari. Una democrazia non può imporre la psichiatria come metro di giudizio nei riguardi delle persone. Per le persone è normale avere un momento di cedimento, di debolezza. Accanirsi chiedendo tutele psichiatriche è una crudeltà assoluta e non rientra nell’ambito della civiltà, almeno per come la conosciamo noi».
Anche ai tempi del Covid c’era chi chiedeva una normalizzazione di questo genere per i non vaccinati...
«Certo. Tutto questo sistema poliziesco nasce da lì, certamente».
Sulla famiglia del bosco che idea si è fatta?
«Mi sono chiesta se l’assistente sociale che ha avuto con la famiglia solo cinque incontri, di cui due con i carabinieri, avesse una buona padronanza della lingua inglese. Perché parliamo di una famiglia straniera che padroneggia poco la lingua italiana. Dunque se sei una persona che dialoga, devi conoscere bene la loro lingua, altrimenti si rischia di prendersi fischi per fiaschi».
In effetti sembra che non si siano compresi molto bene.
«Quanto accaduto è una cosa folle, è anche un danno di immagine internazionale importante. Parliamo di persone che vengono da un altro Paese perché amano il nostro e si stabiliscono qui, fanno una scelta di vita alternativa, hanno dei figli amatissimi, si vogliono bene - si capisce dalle facce - e poi sono costretti a un regime di sequestro e a un regime di indagine psichiatrica, che durerà 4 o 5 mesi. Davvero basta guardarli in faccia per capire che sono persone che semplicemente hanno fatto una scelta di vita diversa».
Per altro legittima e non così inaudita.
«Vorrei ricordare che tutti i big della Silicon Valley mandano ad esempio i loro figli alle scuole steineriane, esattamente come la famiglia nel bosco segue un metodo steineriano. C’è una frattura in tutto questo. Mi pare che si voglia avere dei bambini malati, nevrotici, dipendenti, che li si voglia parte di quel proletariato mentale, come lo chiamo io, che è stato costruito ad arte da tutti i media che invadono la testa dei bambini e dei ragazzi. Proletariato mentale che sarà molto utile nel futuro».
Che cosa intende esattamente con proletariato mentale?
«L’assenza di pensiero critico, l’assenza di una vita interiore propria, l’essere omologati in tutto e per tutto, su tutto, l’avere un controllo sociale continuo. Il proletariato mentale è una grande massa di persone che non sa opporsi, non sa capire cos’è giusto ed è manovrabile molto facilmente. È una cosa molto pericolosa».
Che cosa andrebbe cambiato secondo lei nel sistema di gestione dei minori?
«Mi occupo da tantissimi anni di bambini perché ho una fondazione e sono in contatto con situazioni di fragilità. Voglio citare il caso di cui sono venuta a conoscenza 15 anni fa. Il caso di una bambina affidata dalla nascita a una coppia di miei amici. Questa bambina passa quattro anni con la coppia, assieme ai fratelli. Poi un bel giorno queste persone vengono convocate in tribunale. Quando arrivano, l’assistente sociale prende la bambina in braccio e la porta in un’altra stanza, poi esce e dice: la bambina non è più vostra perché è stata adottata. Di fronte allo sgomento di questa coppia l’assistente sociale ha risposto: non dovevate affezionarvi. In caso come questo vediamo un sistema mostruoso, in cui l’assistente sociale ha un potere assoluto, un potere su cui nessuno indaga mai. Strappare una bambina dopo quattro anni a una famiglia per darla a un’altra è follia totale, vuol dire non rispettare la persona. Significa che il bambino è un oggetto da spostare secondo i cavilli della legge. Questa è la situazione italiana dell’assistenza ai bambini».
Come hanno reagito quei genitori suoi amici?
«Hanno creato un’associazione che si batte da anni contro queste storture. Si chiama 21 luglio, che è il giorno appunto in cui la bambina è stata portata via. Ma ho seguito molti altri casi in questi anni di bambini, in situazioni di fragilità, anche magari figli di coppie straniere, che vengono sequestrati e messi nelle case famiglia con una facilità da paura. Da paura».
Dietro queste strutture c’è anche un bel business.
«Esatto, io dico che le case famiglia sono fumo negli occhi. Verrebbe da dire: meno male, c’è una casa famiglia, quindi c’è casa più famiglia. Ma la verità è che non c’è né casa né famiglia, cioè c’è un tetto sulla testa, va bene, ma sono situazioni in cui si accumulano bambini e ragazzi che hanno un passato problematico. Il tutto spesso gestito dalle cooperative, con bambini che potrebbero tranquillamente rimanere a casa, in situazioni magari di maggiore assistenza. I bambini dovrebbero essere tolti ai genitori in situazioni gravissime, non altrimenti. Per paradosso, poi, abbiamo bambini che in situazioni gravissime ci sono realmente e che però rimangono anni in queste situazioni, perché i tribunali sono lenti e poi c’è l’assistenza sociale, poi c’è la psicologa forense... È un sistema tossico, altamente tossico, per i bambini e le famiglie. Ed è un business perché i numeri ormai sono spaventosi».
Marina Terragni, garante per l’infanzia, ha pubblicato un documento in cui sostiene proprio che i bambini vanno tolti solo in casi estremi. Subito l’associazione dei magistrati minorili ha risposto piccata.
«Il potere fa fare cose abominevoli, quello che ho visto fino ad ora è stato terribile. Giudici e assistenti sociali hanno un potere immenso e non hanno nessuna responsabilità civile o penale. Lavorano, cambiano la vita delle persone, ma non si può mettere in discussione il loro operato, questa è una cosa su cui possiamo riflettere».
Torniamo sulla famiglia del bosco. Dicono: i bambini non sanno leggere.
«Sono piccoli e la madrelingua è un’altra, no? Dunque, voglio sapere: quanti bambini nella scuola italiana, dopo la prima elementare, non sanno leggere? Ognuno ha i suoi tempi. Poi sono bambini bilingui, dunque è un altro problema, imparano con il tempo necessario, insomma non è che essere efficienti in prima elementare sia l’unico segno possibile di salute. E poi dovrebbe dar da pensare molto il fatto che ci sono sempre più scuole parentali. Anche il paese in cui io vivo, un piccolo paese di campagna, ha la sua scuola parentale, perché i genitori più accorti, quelli che si rendono conto della situazione, fanno dei sacrifici per pagare la scuola parentale e non mettere i figli in una scuola che li omologherà».
Anche perché potremmo discutere se viva meglio un bambino che passa la giornata tra la scuola calcio e il tablet o i bambini che vivono a contatto con gli animali, no?
«Appunto. Tra gli animali si trova sanità mentale. Anche io vivo in una casa in mezzo al bosco, ed è un bosco sempre più fitto per fortuna. I bambini che vivono davanti al tablet sono bambini che hanno un danno cerebrale, punto. I bambini che vivono con le caprette sono bambini che vivono in armonia col mondo. Non fanno il bagno ogni settimana? Pazienza. Fino a poco tempo fa il bagno settimanale era la norma nel nostro paese. Si prendono delle cose assurde come ragione per togliere la responsabilità genitoriale, ma ci rendiamo conto? Ma ci rendiamo conto della follia di questa cosa? Se questi bambini avranno dei danni permanenti la responsabilità ricade su quelli che hanno organizzato tutto ciò».
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Riduci
San Carlo Acutis (Ansa)
L’amministrazione di Calcinaia (Pisa) fa muro «in nome della laicità e della parità».
«Se proprio dobbiamo dedicare delle nuove vie, preferiamo dedicarle a figure femminili». Il succo della discussione è stato su per giù questo e così, a Calcinaia (Pisa), la maggioranza di centrosinistra ha «scaricato» il povero San Carlo Acutis, l’influencer di Dio. I fatti risalgono a pochi giorni fa quando in consiglio comunale si discuteva la mozione della minoranza sull’intitolazione di una strada al giovane morto di leucemia fulminante, recentemente proclamato santo da papa Leone XIV.
Carlo, il santo dei millennial innamorato del Vangelo e votato alla predicazione attraverso il Web e i social, tanto da essere considerato il patrono di Internet, si è visto respingere dal sindaco, dall’assessore e dal centrosinistra. Con motivazioni assurde.
«L’indirizzo di questa amministrazione è quello di dare priorità a figure femminili di riconosciuto valore storico, politico, istituzionale, culturale e sociale», era scritto nella nota letta in consiglio, con cui si rigettava la proposta avanzata dalla minoranza e con cui si sottolineavano i «principi di laicità e parità di genere». In poche parole non è sufficiente essere giovane, santo e un esempio di carità per meritare una via, una piazza o un giardino; quel che conta per l’amministrazione pare essere un’idiota gara donna/uomo anche rispetto alla toponomastica.
La decisione ovviamente ha diviso il consiglio, toccando persino una punta di retorica berlusconiana quando un giovane consigliere vicino a Fdi si è preso beffe del sindaco e dell’assessore con una citazione dal sapore berlusconiano: «La mozione era per unire questo consiglio, che sarebbe dovuto uscire con un atto all’unanimità, in ricordo di un ragazzo portatore di valori sani. Invece voi, con la vostra visione materialista, avete deciso di bocciare (la mozione, ndr). Sono esterrefatto. Voglio concludere questo intervento con parole non mie, ma di un grande: siete come sempre dei poveri comunisti». Apriti cielo.
Al di là delle polemiche, resta una riflessione amara: perché l’amministrazione di centrosinistra non ha avuto il coraggio di scegliere una figura dal grande valore educativo, facendosi scudo di fantomatiche priorità di genere come se scegliendo Acutis si vietasse in automatico un profilo di donna per il futuro? Colui che oggi è considerato a tutti gli effetti il patrono di Internet e contestualmente il primo santo millennial, ha un grande valore laico e civico, proprio in questo tempo in cui gli adolescenti finiscono in prima pagina per fatti di cronaca gravi e destabilizzanti. Continuiamo a chiedere interventi educativi e richiami ai valori come controsterzata al dilagare di violenze e menefreghismo, poi si ha paura di regalare alla città l’esempio di un ragazzo solo perché era un maschio e di grande fede. Lo trovo un errore politico e una sottovalutazione civica: un giovane che ha parlato ai giovani, con l’esempio del servizio e del volontariato, facendo propri gli strumenti della contemporaneità. Un ragazzo concreto che la Chiesa ha saputo restituire alla collettività con un veloce percorso di canonizzazione; peccato che un’amministrazione comunale si sia invece chiusa a riccio respingendo il primo santo millennial e schermandosi dietro una disparità di genere da riequilibrare (e allora perché non colmare il gap generazionale?). Oppure sostenendo che le scelte toponomastiche «rappresentano una scelta di lungo periodo, che incide sulla memoria collettiva e sull’identità civile della comunità»: aver glorificato nella santificazione sarebbe una scelta di corto periodo? Cari amministratori di Calcinaia, lasciatevelo dire con il linguaggio dei giovani: la vostra scelta politica è «buggata». O forse è viziata dal virus ideologico.
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Riduci
Leone XIV (Ansa)
Il pontefice, parlando agli aspiranti operatori umanitari, cita il grande insegnamento di Madre Teresa: «Chi esclude dalla vita un nascituro non può servire un popolo». Nel 2025 record di soppressioni.
Papa Leone XIV è tornato ieri a parlare di aborto e lo ha fatto con un linguaggio straordinariamente forte e aggressivo che non si sentiva forse dai tempi di Giovanni Paolo II (1978-2005). Il pontefice polacco infatti - detto per antonomasia il «Papa della vita» - per quasi 27 anni lottò contro il trionfo della «cultura della morte», come lo stesso Wojtyla la ribattezzò, per toglierle l’ipocrita maschera di «progresso» con cui la velavano i suoi apologeti (Evangelium vitae, 1995, n. 24).
Trent’anni dopo l’enciclica wojtiliana, appare evidente a tutti che se c’è un punto in cui la distanza tra l’insegnamento perenne della Chiesa e l’opinione dominante tende ad allargarsi sempre più, questo punto dolente è proprio l’aborto. Facciamo quindi un piccolo passo indietro per cogliere più in profondità la portata dell’insegnamento coraggioso e dirompente di papa Prevost. Come noto a tutti, la Chiesa cattolica, senza alcuna soluzione di continuità fra prima e dopo il Concilio (1965), difende a spada tratta la «sacralità della vita umana innocente» e la sua «indisponibilità» dal concepimento sino alla morte naturale. In nome di sofismi, invece, le democrazie occidentali si sono incamminate nell’ultimo mezzo secolo su una strada radicalmente antitetica. All’inizio i fautori del «progresso» e della «liberazione della donna» hanno cercato di legittimare l’aborto come una mera tolleranza di fatto, una sorta di «male minore» rispetto a una gravidanza non voluta, scabrosa o «difficile».
Ma poi, esattamente come previsto dall’insegnamento ecclesiastico, hanno allargato pian piano le maglie etiche, fino al punto di considerare la soppressione dell’embrione umano, a volte sino al nono mese di gravidanza, come un «diritto assoluto della donna». È quasi la «cartina di tornasole» della moderna «teoria dei diritti», da inserire - come ha fatto di recente Emmanuel Macron - nelle Carte costituzionali delle nazioni e nelle «dichiarazioni universali» promosse dagli «Stati di diritto».
Il pontefice statunitense, dal canto suo, in questo primo anno di governo, si è espresso già molte volte, e in termini chiarissimi, sull’aborto (e sull’eutanasia), collocandosi sulla scia di tutti i suoi predecessori. Ultimamente lo aveva fatto il 9 gennaio, ricevendo i membri del corpo diplomatico accreditati in Vaticano e osservando che l’aborto «interrompe una vita nascente» e «nega l’accoglienza del dono della vita». Giudicando quindi «deplorevole» il fatto che tante «risorse pubbliche» vengano «destinate alla soppressione della vita», anziché essere investite nel «sostegno alle madri e alle famiglie».
Ieri dunque, papa Leone, ricevendo nella Sala clementina i partecipanti al Convegno «One humanity, One planet» ha voluto riprendere il suo insegnamento pro life, spingendosi però fino a dove non era mai arrivato prima. Parlando a un gruppo giovanile che vorrebbe operare per la «pace nel mondo», il pontefice ha spiegato che la politica «svolge qui una funzione sociale insostituibile» notando però che «non ci sarà pace» nel mondo «senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa».
Infatti, citando alla lettera l’immensa Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) e facendo proprio il suo insegnamento, «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994).
Con questa dirompente citazione, il vicario di Cristo sembra dire ai laicisti che guidano l’Unione europea e l’intero Occidente, che la Chiesa di Roma non cesserà mai di difendere la verità del Vangelo, costi quel che costi. E ai progressisti cattolici papa Leone sta dicendo in fondo lo stesso: su vita e famiglia, ogni compromesso al ribasso è impossibile.
La potente voce della fondatrice delle «Missionarie della Carità», ricordata dal papa come «santa degli ultimi» e «premio Nobel per la pace», «rimane profetica». E questo perché «nessuna politica» può porsi al «servizio dei popoli» se «esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo», come appunto i nascituri.
Secondo il conteggio dell’autorevole sito Worldometer gli aborti nel mondo intero avrebbero superato i 45 milioni nel solo anno 2025, segnando un nuovo tristissimo record, che parla di oltre 123.000 vite spezzate ogni giorno, più di 5.000 bambini impediti di nascita ad ogni ora che passa.
Leone - si badi bene - non si è limitato a dire che l’aborto, come già denunciato da Wojtyla e Ratzinger, è un «delitto» che viene fatto passare per «diritto» ma ha aggiunto una dimensione più «politica» ad una questione propriamente etica. Se infatti le leggi che legalizzano e promuovono l’aborto, sono distruttive per la «pace nel mondo», i partiti e le ideologie che ne sono gli alfieri e gli strumenti, favoriscono, lo vogliano o meno, «la guerra» e la violenza.
E perché mai? Perché, seguendo il discorso tenuto da Madre Teresa a Washington nel 1994 e citato da Leone, «se accettiamo che una madre uccida il proprio figlio» - di cui oggi è ascoltabile il battito cardiaco e sono visibili più chiaramente le fattezze - «come possiamo allora dire agli altri di non uccidersi a vicenda?».
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