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Giornalisti e politici alla ricerca di «infiltrati», smentiti persino da Askatasuna.
Per farla breve: è colpa di tutti tranne che sei simpatici militanti del centro sociale. Nelle versioni fornite dalla sinistra italiana sui fatti di Torino dello scorso fine settimana ci sono ovviamente sfumature di diversa intensità, ma un comune denominatore: le forze oscure della reazione hanno tramato per trasformare un grande momento di festa democratica in un disastro con botte e martellate.
Una tesi molto diffusa è quella degli infiltrati. Storia vecchia, che si sente ripetere già dai tempi del G8 di Genova e ritorna ogni volta che ci sono scontri di strada. La sostiene ad esempio Luca Bottura, il fine umorista involontario, il quale spiega che a Torino come a Genova hanno agito «i fascisti» ovvero i violenti che menano e spaccano, cioè i famigerati black block. I quali manco a dirlo sono infiltrati, cioè manovrati, dagli agenti o dai servizi segreti. Fa sorridere, questa posizione, anche solo per il fatto che uno dei capi di Askatasuna, Nicola Gastini, ci tiene a specificare sui suoi profili social che il blocco nero non esiste, e che è una invenzione del sistema per depotenziare le rivolte e la legittima violenza politica delle masse.
Appena più moderata è la posizione di commentatori autorevoli come Marco Revelli, secondo cui un corteo pacifico è stato oscurato da pochi violenti. Versione analoga a quella della Cgil torinese. «Quella di sabato», dice il sindacato rosso, «è stata un’enorme e pacifica manifestazione, con tanti giovani e tantissimi torinesi, che non può essere cancellata dalla violenza di pochi. Violenza che condanniamo fermamente, e che peraltro oscura le ragioni di tutti i manifestanti. Il tema degli spazi sociali non può essere ridotto ad un problema di ordine pubblico, scaricato sui lavoratori delle forze dell’ordine, né strumentalizzato a fini elettorali da una destra incapace di affrontare le crescenti diseguaglianze sociali».
Che cosa c’entrino le diseguaglianze sociali non è dato sapere. Giova ricordare a tale proposito che a Torino non hanno sfilato cittadini indignati per gli stipendi bassi o per gli affitti opprimenti. Hanno marciato per lo più antagonisti in protesta contro la chiusura di un centro sociale che il Comune avrebbe dovuto sgomberare anni fa, visto il curriculum dei militanti. Per altro, l’amministrazione torinese sta ancora mantenendo Aska in un limbo: dovrebbe destinare lo spazio a qualche coop o ad altre attività sociali, ma non lo fa. Dunque gli attivisti sperano ancora di tenersi la struttura, magari pensano di ottenerla pestando e creando guai, minacciando e ricattando. Motivo per cui si dovrebbe provvedere a chiudere la partita quanto prima. Ma veniamo all’ultima e più suggestiva tesi progressista sull’accaduto. È quella rilanciata l’altra sera da Massimo Giannini a Che tempo che fa. Secondo la nota firma sinistrorsa quello di cui dobbiamo preoccuparci «non è tanto la violenza di quei cento criminali, che poi sono sempre gli stessi ogni volta che c’è una manifestazione, soprattutto a Torino». No, dobbiamo piuttosto temere il governo. E perché mai? Beh, perché non ha agito prima del corteo. «Se sono sempre gli stessi, è possibile che non si riesce a intervenire, ad arrestarli, a metterli in prigione, a fargli pagare i loro conti con la giustizia?», dice Giannini. Su una linea simile Ilaria Cucchi, senatrice di Avs. «Abbiamo tutti condannato la violenza che ha insanguinato le strade di Torino. Ho visto che Giorgia Meloni ci ha messo poche ore a raggiungere l’agente rimasto ferito», spiega. «Ha fatto bene a esprimere la propria solidarietà, e ci mancherebbe altro. Ma ha per caso trovato il coraggio di chiedere scusa a tutti, agenti, giornalisti, cittadini, per quello che è successo? Quelli che ora si lamentano dei disordini che si sono scatenati sono proprio gli stessi che avrebbero dovuto fare di tutto per scongiurarli. Invece niente, nessuna assunzione di responsabiltà». Capito? Il governo avrebbe lasciato fare agli antagonisti per poi giustificare una feroce repressione e una comprensione delle libertà. Una operazione in stile incendio del Reichstag, in pratica. Quindi o il governo avrebbe infiltrato black block nel corteo o avrebbe lasciato liberi di agire i violenti. Che esistano attivisti di sinistra che menano per ragioni politiche ai nostri illustri commentatori non passa nemmeno per l’anticamera del cervello: il cattivo o è di destra o non è. Però su un punto hanno ragione: Aska andava fermato prima. Bisognava sgomberarlo almeno dieci anni fa.
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Il pacchetto domani in Consiglio dei ministri, ma si lavora per evitare trappole. Forza Italia frena sulla cauzione anticipata da parte degli organizzatori dei cortei.
Il pacchetto sicurezza approderà domani in Consiglio dei ministri: dopo il vertice di ieri a Palazzo Chigi, si limano gli ultimi punti dei temi più delicati per far sì che le norme siano pienamente coerenti con la Carta costituzionale e con le leggi già vigenti. Il governo sta definendo quali norme faranno parte di un decreto legge, quindi immediatamente efficaci, e quali di un disegno di legge, che diventa effettivo solo dopo l’approvazione del Parlamento. A quanto apprende La Verità da autorevoli fonti, sono due le misure che occorre definire in maniera estremamente precisa: lo scudo penale per le forze dell’ordine e il cosiddetto fermo preventivo per impedire la partecipazione di personaggi potenzialmente pericolosi, in quanto già noti alle forze dell’ordine o con precedenti per reati specifici, alle manifestazioni di piazza.
Sullo scudo penale la maggioranza va avanti compatta, ma occorre evitare che la legge possa avere profili di incostituzionalità, e non passare quindi l’esame del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La «protezione» invocata per le forze dell’ordine, lo ricordiamo, eviterebbe l’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi di «evidente» legittima difesa. Introdurre questo «scudo« solo per una categoria di cittadini può andare in contraddizione con la Costituzione, che prevede l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Per superare questo scoglio, l’idea è di estendere questa sorta di «protezione» anche a tutti i civili, come ad esempio a chi apre il fuoco contro ladri che si sono introdotti in casa. Sul fermo preventivo Forza Italia invita a non varare provvedimenti affrettati: «Di questo si è discusso», dice al termine del vertice il capogruppo in Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «però è un tema che approfondirà il governo tenendo conto dei principi giuridici che vigono nel nostro Paese. Già adesso un tifoso che non può andare allo stadio viene chiamato a firmare all’ora della partita per avere la garanzia che sia in commissariato e non allo stadio. Non è un fermo, ma in Italia molte volte ci si dimentica di norme che sono in vigore. L’obiettivo è quello di impedire concentrazioni di persone che, come abbiamo visto a Bologna, a Roma a Torino, molte volte sono le stesse, gli stessi ambienti che si spostano, delle frange di disordine». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sta lavorando per sciogliere gli ultimi nodi, partendo dal presupposto che questo provvedimento, un fermo in questura non avallato da un giudice, non possa comunque superare le 12 ore. A differenza degli stadi, che sono luoghi chiusi, ai quali è quindi possibile negare l’accesso con provvedimenti amministrativi (il famoso Daspo), le manifestazioni si svolgono in luoghi aperti. Può succedere che un noto scalmanato venga fermato mentre è diretto, ad esempio, a Roma, dove è in programma una manifestazione. Se il soggetto fermato sostiene di recarsi a nella capitale per un controllo in ospedale, o in visita a un parente, o per impegni di lavoro, che succede? Molto più lineare invece la possibilità di applicare il fermo preventivo in presenza di «elementi di fatto», come il possesso di armi, strumenti atti a offendere, o caschi, passamontagna o altri strumenti per camuffare il volto. C’è poi comunque il tema del diritto alla manifestazione, pure tutelato dalla Costituzione: occorre dunque fare le cose per bene evitando lacune o bug che potrebbero compromettere l’applicabilità delle norme. Forza Italia esprime dubbi anche sulla possibilità di obbligare gli organizzatori di una manifestazione di piazza a versare in anticipo una cauzione da trattenere nel caso in cui l’evento degeneri in violenza creando danni e rischi per cittadini e beni pubblici. «È una misura complicata da attuare», argomenta Gasparri, «ci sono delle valutazioni, perché c’è il tema della responsabilità oggettiva. Io per esempio posso anche essere l’organizzatore ma magari arriva qualcuno che compie atti violenti in piazza quando sono già andato via».
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Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
Il suo lavoro è stato fondamentale, anche per la tutela dell’infanzia dalle ideologie.
Per Maria Rita Parsi, l’infanzia non era un tempo minore, ma il luogo decisivo in cui si misura la responsabilità degli adulti e la salute di una società. È un insegnamento prezioso, quello della celebre - e celebrata - psicoterapeuta. Soprattutto in un’epoca, la nostra, che talvolta usa i bambini come cavie per strampalati esperimenti di ingegneria sociale: basti pensare all’obbrobrio delle drag queen che raccontano favole gender agli alunni dell’asilo, o a chi propone corsi di educazione sessuale già alle elementari. Ecco perché la Parsi, scomparsa oggi all’età di 78 anni, ci mancherà.
Psicoterapeuta, saggista e divulgatrice, Maria Rita Parsi è stata per decenni una delle voci più riconoscibili del dibattito pubblico sui temi dell’infanzia, dell’educazione e delle relazioni familiari. Nata a Roma nel 1947, aveva costruito una carriera che intrecciava pratica clinica, impegno civile e presenza costante sui media, diventando un punto di riferimento per il grande pubblico ben oltre il proprio ambito specialistico. Oltre a essere componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, poi, è stata anche membro del Comitato Onu sui diritti del fanciullo. Per la sua indefessa opera di tutela dei bambini è stata insignita dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Autrice di oltre 100 volumi, tra saggi, libri divulgativi e opere di narrativa, la Parsi ha affrontato temi come il rapporto tra genitori e figli, il disagio adolescenziale, la violenza domestica, il bullismo e la responsabilità educativa degli adulti. Tra i suoi titoli più noti figurano Il pensiero bambino, Maladolescenza e Sos pedofilia: parole per uccidere l’orco, tutti libri che hanno contribuito a portare il linguaggio della psicologia fuori dall’accademia, facendolo entrare nelle case degli italiani.
Accanto all’attività editoriale, la Parsi è stata anche giornalista pubblicista, collaborando nel corso degli anni con diverse testate, tra cui Il Messaggero, La Nazione e Donna Moderna, e partecipando regolarmente a programmi televisivi e radiofonici: basti pensare che fu tra le conduttrici di Junior Tv. Non mancò neppure un’incursione, per molti sorprendente, nel mondo della fiction: fu infatti tra gli autori di Professione vacanze, la fortunata serie televisiva degli anni Ottanta con Jerry Calà (che era stato suo paziente), a testimonianza di una versatilità culturale che l’ha sempre portata a sperimentare linguaggi diversi, pur restando fedele ai temi a lei più cari.
Il suo impegno per i diritti dei bambini e degli adolescenti è stato ricordato anche dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha espresso il proprio cordoglio sottolineando che «con Maria Rita Parsi perdiamo una figura che ha dedicato tutta la sua vita alla tutela dell’infanzia e alla promozione di un’educazione fondata sulla responsabilità degli adulti». Valditara ha aggiunto che «il suo contributo al dibattito culturale e educativo del Paese resterà un patrimonio prezioso, soprattutto in una fase storica in cui il ruolo della scuola e della famiglia è messo a dura prova».
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È uno dei crostacei più apprezzati in cucina. Protegge dal diabete, dall’obesità e da patologie cardiocircolatorie. Il guscio non cresce insieme a lei, perciò lo cambia: una lezione per l’uomo.
Si tratta di uno degli alimenti più buoni e al contempo eleganti che possiamo mettere nel piatto, appartiene al genere di crostacei decapodi della famiglia delle Palinuridae e alla specie Elephas, dunque il suo nome zoologico è Palinurus elephas. Che, tradotto, diventa aragosta mediterranea, aragosta spinosa comune, aragosta spinosa europea o, più semplicemente, aragosta.
Troviamo tutti questi riferimenti all’Europa e al Mediterraneo perché questo crostaceo vive nei fondali del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico orientale. Se nel mondo umano le differenze di genere sono sempre più osteggiate, a livello di aragoste persistono: le femmine vivono nelle parti più basse dei fondali, insieme ai piccoli, per stare più in sicurezza, i maschi salgono più su. Nel Mediterraneo, oltre alla Elephas, vivono anche altre due specie del genere Palinurus che a quella sono molto simili, la Palinurus mauritanicus. Abita fondali più profondi della Elephas, da 180 a 600 metri, e presenta un colore molto più vicino al rosa, tant’è che è detta aragosta rosa. O aragosta atlantica perché si trova un po’ oltre il Mediterraneo, nelle acque dell’Irlanda Sud occidentale. C’è poi la Palinurus regius il cui colore, invece, vira verso il verde.
Proprio in questo periodo, il Mediterraneo ospita le nuove aragoste. La riproduzione della specie, infatti, avviene a fine estate e poi in inverno nascono le larve, che subito si spostano verso il fondale. Le aragoste che vivono «nel seminterrato» hanno tutte una tonalità più vinaccia. È l’emocianina che, all’alto livello mantenuto solo finché si sta in profondità, conferisce una colorazione viola all’emolinfa. Quando l’aragosta sale, il viola scompare. L’aragosta mediterranea non si può pescare dall’1 gennaio al 30 aprile, quindi in questo periodo si trova di allevamento.
Siamo abituati a parlare della longevità della tartaruga, ma anche l’aragosta non scherza. Anche in questo caso il motivo è squisitamente biochimico e dipende dalla telomerasi, un enzima che ripara le parti terminali dei cromosomi a ogni replicazione cellulare, quindi l’aragosta non invecchia in senso stretto perché il loro organismo non declina con l’avanzare dell’età, anzi l’aragosta diventa ancora più fertile più passa l’età: è biologicamente immortale. L’aragosta, dunque, non muore per invecchiamento, ma alla fine non è letteralmente immortale. I motivi per cui muore, di solito, sono lo stress del cambio di carapace, la contrazione di infezioni, gli incidenti. Proprio come noi quando moriamo prima che di vecchiaia.
Lo psichiatra rabbino Abraham Twerski ha trasformato l’evento del cambio di carapace, l’esoscheletro rigido che protegge l’aragosta, in una profonda metafora: «L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido. Questo rigido guscio non si espande. E allora come fa l’aragosta a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante. E l’aragosta si sente sotto pressione e a disagio, così si nasconde sotto una roccia per proteggersi dai pesci predatori. Si libera del guscio e ne produce uno nuovo. E con il tempo e la crescita, anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete. E l’aragosta ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio. Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero mai perché, al primo segnale di disagio, l’aragosta andrebbe dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico. E si sentirebbe bene. Non si libererebbe mai del proprio guscio. Quindi credo che sia ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore. E se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie ad esse». L’aragosta cambia guscio fino a circa 25 volte nei primi 5-7 anni di vita, poi da adulta lo cambia una volta l’anno.
Mangiare carne di aragosta fa bene, 100 grammi di aragosta fresca forniscono soltanto 85 calorie, così ripartite: il 75% da proteine, il 20% da lipidi, il 5% da carboidrati. Se consideriamo l’aragosta bollita, abbiamo circa 107 calorie ogni 100 grammi e, in dettaglio: 20,2 g di proteine, 76,1 g di acqua, 1,3 g di carboidrati di cui zuccheri solubili 1,3 g, 2,4 g di lipidi (inclusi 85 mg di colesterolo e acidi grassi omega 3, 0,102 g di omega 3 Epa, 0,068 g di omega 3 Dpa e 0,068 di omega 3 Dha). A livello di micronutrienti, emergono 350 mg di fosforo, 74 mg di calcio, 41 mg di ferro, 22 mg di magnesio, 2,75 mg di zinco, 0,5 mg di rame, vitamina A in tracce, 68 µg di selenio.
All’aragosta vengono riconosciute proprietà protettive nei confronti del diabete, dell’obesità, di patologie cardiocircolatorie e di rischio di ipercolesterolemia (il suo consumo migliora i livelli di colesterolo nel sangue). Ciò dipende dalla presenza di omega 3, acidi grassi essenziali che devono essere introdotti con l’alimentazione e aiutano il cuore, la circolazione, la gestione dei grassi e del metabolismo, ma anche il cervello, migliorando le funzioni cognitive e risultando, per alcuni, antidepressivi, oltre a contrastare l’infiammazione cronica. Il selenio è un altro elemento importante che troviamo nell’aragosta, utile al corretto funzionamento dell’organismo, in particolar modo della tiroide. Utili anche rame e ferro (ferro eme, cioè quello animale, ricordiamolo, diverso da e migliore di quello non eme che si trova nei vegetali), utili a tutti e soprattutto gli anemici.
Per quanto riguarda le limitazioni al consumo, innanzitutto l’aragosta può essere fonte di allergia: contiene la proteina tropomiosina, una proteina allergenica che può dar luogo a reazione allergica alimentare anche grave. Inoltre, nella polpa dell’aragosta, come in quella di ogni animale del mare di lunga vita, ci può essere un’alta concentrazione di mercurio, perciò non deve essere mangiata con troppa frequenza. L’aragosta, per questi motivi, è generalmente sconsigliata in gravidanza.
Ha fatto notizia poche settimane fa lo stop del governo laburista inglese alla pratica culinaria consolidata di bollire le aragoste vive. Pochi giorni prima dello scorso Natale, il governo guidato dal laburista Keir Starmer ha pubblicato un documento programmatico dal titolo Strategia per il benessere animale in Inghilterra. È il secondo passo dopo l’Animal welfare act che, nel 2022, aveva esteso a tutti i vertebrati, molluschi cefalopodi e crostacei decapodi lo status di esseri senzienti in grado di provare dolore, occasione in cui, però, il governo conservatore aveva accantonato le valutazioni sul rapporto tra capacità di percepire sofferenza e bollitura da vivi di cefalopodi e crostacei decapodi.
Col laburista Keir Starmer tutto è cambiato e ci si è impegnati a impedire la bollitura da vivi di aragoste, granchi, gamberi, scampi, polpi e calamari con una legge futura che dovrà anche stabilire quali metodi di uccisione prima del consumo siano i più adatti al benessere animale. Altrove, nel mondo, sono stati già stabiliti criteri di uccisione o stordimento. Per esempio in Svizzera, dal 2018, è obbligatorio, prima di cuocere, stordire aragoste e astici mediante shock elettrico o «distruzione meccanica del cervello». C’è anche il «decidi da te»: Charlotte Gill, chef titolare del famoso ristorante nel Maine Charlotte’s legendary lobster pound, usa la cannabis, legale nello Stato americano, per stordire e rilassare le aragoste prima di calarle in acqua bollente.
In Italia, non abbiamo una normativa nazionale che vieti la bollitura dell’aragosta viva. Solo alcune locali, come nella città di Parma, dove è in vigore lo stordimento o la morte prima della bollitura. E anche sulle modalità di conservazione prima della vendita abbiamo indicazioni e relative interpretazioni non univoche. Negli anni, in alcuni casi si sono avute condanne per maltrattamento di animali o per detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, in altri casi ci sono state, al contrario, sentenze di assoluzione per inesistenza di reato o assenza di pena per tenuità del fatto per aver esposto aragoste (e astici) con chele legate, sul ghiaccio, in acquario (anche l’acquario secondo alcuni non imita alla perfezione le condizioni di vita in acqua di questi animali).
A ottobre 2023 la Corte suprema di Cassazione ha assolto un ristoratore romano, denunciato nel 2019 da una guardia zoofila per maltrattamento animale, per i crostacei tenuti sul ghiaccio con le chele legate come fanno praticamente tutti i ristoranti: il benessere dei crostacei, ha stabilito il Palazzaccio, non può essere perseguito a discapito della sicurezza alimentare. In un altro caso, sempre la Cassazione aveva condannato un altro ristoratore 5.000 euro di multa per aver conservato i crostacei vivi sul ghiaccio.
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