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2025-04-25
La vera data da ricordare è il 18 aprile
Manifesti elettorali della Dc alle elezioni del 18 aprile 1948 (Ansa)
Sarebbe bene che quest’anno il premier Giorgia Meloni anticipasse le polemiche portando una corona di fiori sulla tomba di un partigiano, anzi di più di uno. Dovrebbe quindi recarsi a Porzus a ricordare i gloriosi partigiani cattolici della divisione Osoppo, massacrati dai partigiani comunisti. Poi per par condicio dovrebbe portare i fiori anche a qualcuna delle vittime «fasciste» dei partigiani comunisti. I partigiani comunisti a guerra finita, nell’ottica evidente di creare una dittatura comunista, hanno assassinato tre categorie di persone: fascisti ed ex fascisti, purtroppo a volte non risparmiando le donne e i bambini della loro famiglia, antifascisti, che si sarebbero verosimilmente opposti anche alla dittatura comunista, e sacerdoti e seminaristi. Noi seguiamo la narrazione che vede sovietici e nazisti come opposti. In realtà prima che Hitler scatenasse l’operazione Barbarossa sovietici e nazisti erano alleati. Il patto Ribentrof-Molotov sanciva non solo la divisione della Polonia, ma anche la vendita di materie prime indispensabili alla guerra come ferro, carbone e petrolio dall’Unione Sovietica alla Germania. Eppure tutti continuiamo la falsa narrazione che vede comunismo e nazismo come antitetici, e che ha permesso al partito comunista italiano e i suoi numerosi figli e nipoti di prima secondo letto di appropriarsi della resistenza. Gli assassinati dai partigiani comunisti sono ricordati in pochi libri, quelli di Giampaolo Pansa ricordano i fatti, quelli di Gianfranco Stella, il più famoso è Compagno Mitra, ricostruiscono anche i nomi e i volti degli autori delle stragi, riportano anche le terribili foto degli assassinati, il ricordo del sacerdote che è stato accecato ed evirato prima di ucciderlo. Ci informano di come questi assassini non siano gravi, perché sono stati fatti in nome della libertà. In realtà è il contrario: chiunque uccida innocenti, chiunque uccida senza processo, chiunque uccida civili, odia la libertà con tutta l’anima. I cortei del 25 aprile saranno come sempre profanati e devastati dall’odio contro Israele e contro il popolo ebraico, che è simpatico solo quando se ne sta ordinatamente in coda davanti le camere a gas. Nei cortei del 25 aprile le bandiere della Brigata Ebraica che valorosamente ha combattuto contro il nazifascismo saranno ingiuriate, e verranno alzate le bandiere palestinesi che sono state alleate del nazismo. Dato che la data del 25 aprile è molto divisiva, concordo in pieno con la proposta dell’avvocato Giovanni Formicola di fare festa nazionale il 18 aprile, quando con le elezioni il popolo italiano infranse il rischio di diventare un satellite dell’Unione Sovietica di Iosif Stalin. Nel caso non sia ancora possibile fare una festa nazionale, in effetti al momento sarebbe divisiva anche questa, che almeno sia la festa di noi, persone di buona volontà. L’avvocato Formicolaricorda che il travolgente risultato elettorale del 18 aprile 1948 non fu merito della Dc - che ne beneficiò non sussistendo in quel frangente alternative plausibili al voto per essa (i monarchici erano stati appena «sconfitti» al referendum istituzionale, e il Msi, ch’è comunque una amenità definire «paganeggiante», era l’erede di una sconfitta ben più seria e grave) - ma di Pio XII e di Luigi Gedda con i suoi Comitati civici. Il pontefice servo di Dio, non si fidava della Dc e di Alcide De Gasperi, e perciò si rivolse a Gedda per una mobilitazione cattolica contro la minaccia rossa, mobilitazione che fu ampia e decisiva. La Dc sin da subito non provò nemmeno a spendere il capitale enorme di consenso ricevuto in funzione di una società cristiana e di un anti-comunismo effettivo, ma aprì, senza necessità numerica per governare (per la quale sarebbero comunque utili i parlamentari monarchici e «qualunquisti") a partiti laicisti e anticlericali come il Pli, il Pri e il Partito socialista democratico). Gedda ch’era «troppo» - cattolico, anticomunista, vincente - fu immediatamente emarginato, anzi «licenziato», e non ebbe alcun ruolo né sostanziale né formale nell’opera di governo resa possibile dal suo impegno straordinariamente efficace. Mai la Dc - subito prona al mito della resistenza come costruito dai comunisti - ha celebrato il 18 aprile 1948, Gedda e i Comitati civici: non mi risulta, nonché un monumento, nemmeno un canto di città ad essi intitolato, e se ve ne sono, è cosa così rara da non fare testo. Tanto da far pensare che l’entità clamorosa del successo sia stata presa con disappunto, siccome «integralista» e «reazionaria» nei suoi intenti cattolici, e in quanto tali da arginare da parte di chi si concepiva partito «non cattolico e a-confessionale»(Cit. don Luigi Sturzo, il fondatore). In effetti, ricordando e celebrando il 18 aprile 1948 e auspicando che diventi data memorabile nella storia della nazione e quindi, chissà, prima o poi, festiva, non solo non neghiamo che la Dc sia stata una (al momento inevitabile) sciagura, ma ci sembra un modo per ricordarlo. Una data da subito dimenticata, insieme con il suo principale protagonista laico, Gedda. La Dc, che del 18 aprile fu la beneficiaria, costruendo su quella giornata elettorale una rendita di posizione politica più che quarantennale, ha preferito celebrare il aprile il 25, e lo ha celebrato cedendo ogni anno di più alla fantastica narrazione di comunisti, figli di comunisti, nipoti di comunisti, cognati di comunisti, figliastri di comunisti, compagni che sbagliano, simpatizzanti, centri sociali e palestinesi che la resistenza sia stata importante dal punto di vista militare, che sia stata comunista, atea, anticristiana, antiisraeliana e antiamericana. La resistenza fu in molti casi eroica, ma comunque non fondamentale dal punto di vista militare. La guerra al nazifascismo fu vinta dagli alleati, inclusi Stati Uniti e Brigata Ebraica le cui bandiere sono sbeffeggiate in bizzarri cortei che a questo punto non si sa cosa stiano commemorando, mentre è drammaticamente chiaro cosa stanno istigando. Le ricorrenze anniversarie, poi, consentono di riportare all’attenzione non solo cruciali temi storici, ma anche dottrinali: il rapporto tra la Chiesa e la politica, e cioè tra la missione e l’ordine civile. Detto in parole molto povere la plurisecolare opposizione tra chiesa e stato, tra papato e impero, è stata risolta da una totale sconfitta della Chiesa, quindi le straordinarie libertà che ci ha regalato non la vittoria sul nazifascismo, ma la folle narrazione della cosiddetta resistenza, c’è la libertà di noi cristiani di essere calpestati con gli scarponi chiodati e di essere costretti a finanziare peccati contro la nostra religione che infangano la nostra anima e che la dannano. Con le tasse di tutti noi, tutti, inclusi noi credenti, finanziamo i Pride che manifestano l’orgoglio, che secondo la nostra religione è un peccato capitale, e l’orgoglio è quello della sodomia: oooops, è un peccato capitale anche questo, moltiplica malattie sessualmente trasmissibili, malattie a trasmissioni orofecale, dall’epatite A alla Covid 19, e malattie proctologiche. Hanno insultato a sangue noi non vaccinati, ci hanno espulso dalla vita pubblica, dal lavoro alla possibilità di usare il bagno di un bar, e noi paghiamo cifre folli a finanziare Pride che cantano giulivi la trasmissione e la moltiplicazione delle malattie. Dopo i grandi pride abbiamo picchi di epatite A e un’impennata di antivirali, tanto li pagano i contribuenti. Nei Pride vengono sistematicamente derisi Cristo e la Madonna. Non è solo un bestiale insulto alla religione di cittadini che vengono quindi a questo punto inevitabilmente classificati come cittadini di serie B, è anche un bestiale insulto a un uomo torturato a morte e a sua madre che ha dovuto vederlo morire. Nulla è così ripugnante come dividere il dolore umano. Grazie alla vigliaccheria democristiana che ha ceduto ogni discussione sull’etica a marxisti, post marxisti, simil marxisti, pseudo marxisti, cessione impossibile senza la narrazione folle sulla cosiddetta resistenza, presentata come solo marxista e anticristiana, noi credenti con le nostre tasse dobbiamo finanziare l’aborto, il più squallido degli omicidi contro la creatura umana più indifesa, che viene incredibilmente eseguito a spese dello Stato, negli ospedali pubblici, da medici che uccidono creature umane con regolare stipendio statale. Vogliamo non finanziare più aborti e pride. Pretendiamo i diritti civili anche se rifiutiamo l’inoculazione di farmaci sperimentali, tossici e sostanzialmente inutili. La «libertà» nata il 25 aprile non ha impedito e non impedisce questi scempi. Il fascismo ha fallito. L’antifascismo eterno fine solo a sé stesso nega le libertà più elementari. Vogliamo qualcosa di meglio.
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La circostanza che ha cambiato la storia d’Italia è quella delle elezioni che, grazie alla vittoria della Dc, hanno impedito che il Paese diventasse un satellite dell’Urss di Stalin. Un risultato figlio dell’impegno dei Comitati civici che mobilitarono il mondo cattolico.Sarebbe bene che quest’anno il premier Giorgia Meloni anticipasse le polemiche portando una corona di fiori sulla tomba di un partigiano, anzi di più di uno. Dovrebbe quindi recarsi a Porzus a ricordare i gloriosi partigiani cattolici della divisione Osoppo, massacrati dai partigiani comunisti. Poi per par condicio dovrebbe portare i fiori anche a qualcuna delle vittime «fasciste» dei partigiani comunisti. I partigiani comunisti a guerra finita, nell’ottica evidente di creare una dittatura comunista, hanno assassinato tre categorie di persone: fascisti ed ex fascisti, purtroppo a volte non risparmiando le donne e i bambini della loro famiglia, antifascisti, che si sarebbero verosimilmente opposti anche alla dittatura comunista, e sacerdoti e seminaristi. Noi seguiamo la narrazione che vede sovietici e nazisti come opposti. In realtà prima che Hitler scatenasse l’operazione Barbarossa sovietici e nazisti erano alleati. Il patto Ribentrof-Molotov sanciva non solo la divisione della Polonia, ma anche la vendita di materie prime indispensabili alla guerra come ferro, carbone e petrolio dall’Unione Sovietica alla Germania. Eppure tutti continuiamo la falsa narrazione che vede comunismo e nazismo come antitetici, e che ha permesso al partito comunista italiano e i suoi numerosi figli e nipoti di prima secondo letto di appropriarsi della resistenza. Gli assassinati dai partigiani comunisti sono ricordati in pochi libri, quelli di Giampaolo Pansa ricordano i fatti, quelli di Gianfranco Stella, il più famoso è Compagno Mitra, ricostruiscono anche i nomi e i volti degli autori delle stragi, riportano anche le terribili foto degli assassinati, il ricordo del sacerdote che è stato accecato ed evirato prima di ucciderlo. Ci informano di come questi assassini non siano gravi, perché sono stati fatti in nome della libertà. In realtà è il contrario: chiunque uccida innocenti, chiunque uccida senza processo, chiunque uccida civili, odia la libertà con tutta l’anima. I cortei del 25 aprile saranno come sempre profanati e devastati dall’odio contro Israele e contro il popolo ebraico, che è simpatico solo quando se ne sta ordinatamente in coda davanti le camere a gas. Nei cortei del 25 aprile le bandiere della Brigata Ebraica che valorosamente ha combattuto contro il nazifascismo saranno ingiuriate, e verranno alzate le bandiere palestinesi che sono state alleate del nazismo. Dato che la data del 25 aprile è molto divisiva, concordo in pieno con la proposta dell’avvocato Giovanni Formicola di fare festa nazionale il 18 aprile, quando con le elezioni il popolo italiano infranse il rischio di diventare un satellite dell’Unione Sovietica di Iosif Stalin. Nel caso non sia ancora possibile fare una festa nazionale, in effetti al momento sarebbe divisiva anche questa, che almeno sia la festa di noi, persone di buona volontà. L’avvocato Formicolaricorda che il travolgente risultato elettorale del 18 aprile 1948 non fu merito della Dc - che ne beneficiò non sussistendo in quel frangente alternative plausibili al voto per essa (i monarchici erano stati appena «sconfitti» al referendum istituzionale, e il Msi, ch’è comunque una amenità definire «paganeggiante», era l’erede di una sconfitta ben più seria e grave) - ma di Pio XII e di Luigi Gedda con i suoi Comitati civici. Il pontefice servo di Dio, non si fidava della Dc e di Alcide De Gasperi, e perciò si rivolse a Gedda per una mobilitazione cattolica contro la minaccia rossa, mobilitazione che fu ampia e decisiva. La Dc sin da subito non provò nemmeno a spendere il capitale enorme di consenso ricevuto in funzione di una società cristiana e di un anti-comunismo effettivo, ma aprì, senza necessità numerica per governare (per la quale sarebbero comunque utili i parlamentari monarchici e «qualunquisti") a partiti laicisti e anticlericali come il Pli, il Pri e il Partito socialista democratico). Gedda ch’era «troppo» - cattolico, anticomunista, vincente - fu immediatamente emarginato, anzi «licenziato», e non ebbe alcun ruolo né sostanziale né formale nell’opera di governo resa possibile dal suo impegno straordinariamente efficace. Mai la Dc - subito prona al mito della resistenza come costruito dai comunisti - ha celebrato il 18 aprile 1948, Gedda e i Comitati civici: non mi risulta, nonché un monumento, nemmeno un canto di città ad essi intitolato, e se ve ne sono, è cosa così rara da non fare testo. Tanto da far pensare che l’entità clamorosa del successo sia stata presa con disappunto, siccome «integralista» e «reazionaria» nei suoi intenti cattolici, e in quanto tali da arginare da parte di chi si concepiva partito «non cattolico e a-confessionale»(Cit. don Luigi Sturzo, il fondatore). In effetti, ricordando e celebrando il 18 aprile 1948 e auspicando che diventi data memorabile nella storia della nazione e quindi, chissà, prima o poi, festiva, non solo non neghiamo che la Dc sia stata una (al momento inevitabile) sciagura, ma ci sembra un modo per ricordarlo. Una data da subito dimenticata, insieme con il suo principale protagonista laico, Gedda. La Dc, che del 18 aprile fu la beneficiaria, costruendo su quella giornata elettorale una rendita di posizione politica più che quarantennale, ha preferito celebrare il aprile il 25, e lo ha celebrato cedendo ogni anno di più alla fantastica narrazione di comunisti, figli di comunisti, nipoti di comunisti, cognati di comunisti, figliastri di comunisti, compagni che sbagliano, simpatizzanti, centri sociali e palestinesi che la resistenza sia stata importante dal punto di vista militare, che sia stata comunista, atea, anticristiana, antiisraeliana e antiamericana. La resistenza fu in molti casi eroica, ma comunque non fondamentale dal punto di vista militare. La guerra al nazifascismo fu vinta dagli alleati, inclusi Stati Uniti e Brigata Ebraica le cui bandiere sono sbeffeggiate in bizzarri cortei che a questo punto non si sa cosa stiano commemorando, mentre è drammaticamente chiaro cosa stanno istigando. Le ricorrenze anniversarie, poi, consentono di riportare all’attenzione non solo cruciali temi storici, ma anche dottrinali: il rapporto tra la Chiesa e la politica, e cioè tra la missione e l’ordine civile. Detto in parole molto povere la plurisecolare opposizione tra chiesa e stato, tra papato e impero, è stata risolta da una totale sconfitta della Chiesa, quindi le straordinarie libertà che ci ha regalato non la vittoria sul nazifascismo, ma la folle narrazione della cosiddetta resistenza, c’è la libertà di noi cristiani di essere calpestati con gli scarponi chiodati e di essere costretti a finanziare peccati contro la nostra religione che infangano la nostra anima e che la dannano. Con le tasse di tutti noi, tutti, inclusi noi credenti, finanziamo i Pride che manifestano l’orgoglio, che secondo la nostra religione è un peccato capitale, e l’orgoglio è quello della sodomia: oooops, è un peccato capitale anche questo, moltiplica malattie sessualmente trasmissibili, malattie a trasmissioni orofecale, dall’epatite A alla Covid 19, e malattie proctologiche. Hanno insultato a sangue noi non vaccinati, ci hanno espulso dalla vita pubblica, dal lavoro alla possibilità di usare il bagno di un bar, e noi paghiamo cifre folli a finanziare Pride che cantano giulivi la trasmissione e la moltiplicazione delle malattie. Dopo i grandi pride abbiamo picchi di epatite A e un’impennata di antivirali, tanto li pagano i contribuenti. Nei Pride vengono sistematicamente derisi Cristo e la Madonna. Non è solo un bestiale insulto alla religione di cittadini che vengono quindi a questo punto inevitabilmente classificati come cittadini di serie B, è anche un bestiale insulto a un uomo torturato a morte e a sua madre che ha dovuto vederlo morire. Nulla è così ripugnante come dividere il dolore umano. Grazie alla vigliaccheria democristiana che ha ceduto ogni discussione sull’etica a marxisti, post marxisti, simil marxisti, pseudo marxisti, cessione impossibile senza la narrazione folle sulla cosiddetta resistenza, presentata come solo marxista e anticristiana, noi credenti con le nostre tasse dobbiamo finanziare l’aborto, il più squallido degli omicidi contro la creatura umana più indifesa, che viene incredibilmente eseguito a spese dello Stato, negli ospedali pubblici, da medici che uccidono creature umane con regolare stipendio statale. Vogliamo non finanziare più aborti e pride. Pretendiamo i diritti civili anche se rifiutiamo l’inoculazione di farmaci sperimentali, tossici e sostanzialmente inutili. La «libertà» nata il 25 aprile non ha impedito e non impedisce questi scempi. Il fascismo ha fallito. L’antifascismo eterno fine solo a sé stesso nega le libertà più elementari. Vogliamo qualcosa di meglio.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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