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2025-04-25
La vera data da ricordare è il 18 aprile
Manifesti elettorali della Dc alle elezioni del 18 aprile 1948 (Ansa)
Sarebbe bene che quest’anno il premier Giorgia Meloni anticipasse le polemiche portando una corona di fiori sulla tomba di un partigiano, anzi di più di uno. Dovrebbe quindi recarsi a Porzus a ricordare i gloriosi partigiani cattolici della divisione Osoppo, massacrati dai partigiani comunisti. Poi per par condicio dovrebbe portare i fiori anche a qualcuna delle vittime «fasciste» dei partigiani comunisti. I partigiani comunisti a guerra finita, nell’ottica evidente di creare una dittatura comunista, hanno assassinato tre categorie di persone: fascisti ed ex fascisti, purtroppo a volte non risparmiando le donne e i bambini della loro famiglia, antifascisti, che si sarebbero verosimilmente opposti anche alla dittatura comunista, e sacerdoti e seminaristi. Noi seguiamo la narrazione che vede sovietici e nazisti come opposti. In realtà prima che Hitler scatenasse l’operazione Barbarossa sovietici e nazisti erano alleati. Il patto Ribentrof-Molotov sanciva non solo la divisione della Polonia, ma anche la vendita di materie prime indispensabili alla guerra come ferro, carbone e petrolio dall’Unione Sovietica alla Germania. Eppure tutti continuiamo la falsa narrazione che vede comunismo e nazismo come antitetici, e che ha permesso al partito comunista italiano e i suoi numerosi figli e nipoti di prima secondo letto di appropriarsi della resistenza. Gli assassinati dai partigiani comunisti sono ricordati in pochi libri, quelli di Giampaolo Pansa ricordano i fatti, quelli di Gianfranco Stella, il più famoso è Compagno Mitra, ricostruiscono anche i nomi e i volti degli autori delle stragi, riportano anche le terribili foto degli assassinati, il ricordo del sacerdote che è stato accecato ed evirato prima di ucciderlo. Ci informano di come questi assassini non siano gravi, perché sono stati fatti in nome della libertà. In realtà è il contrario: chiunque uccida innocenti, chiunque uccida senza processo, chiunque uccida civili, odia la libertà con tutta l’anima. I cortei del 25 aprile saranno come sempre profanati e devastati dall’odio contro Israele e contro il popolo ebraico, che è simpatico solo quando se ne sta ordinatamente in coda davanti le camere a gas. Nei cortei del 25 aprile le bandiere della Brigata Ebraica che valorosamente ha combattuto contro il nazifascismo saranno ingiuriate, e verranno alzate le bandiere palestinesi che sono state alleate del nazismo. Dato che la data del 25 aprile è molto divisiva, concordo in pieno con la proposta dell’avvocato Giovanni Formicola di fare festa nazionale il 18 aprile, quando con le elezioni il popolo italiano infranse il rischio di diventare un satellite dell’Unione Sovietica di Iosif Stalin. Nel caso non sia ancora possibile fare una festa nazionale, in effetti al momento sarebbe divisiva anche questa, che almeno sia la festa di noi, persone di buona volontà. L’avvocato Formicolaricorda che il travolgente risultato elettorale del 18 aprile 1948 non fu merito della Dc - che ne beneficiò non sussistendo in quel frangente alternative plausibili al voto per essa (i monarchici erano stati appena «sconfitti» al referendum istituzionale, e il Msi, ch’è comunque una amenità definire «paganeggiante», era l’erede di una sconfitta ben più seria e grave) - ma di Pio XII e di Luigi Gedda con i suoi Comitati civici. Il pontefice servo di Dio, non si fidava della Dc e di Alcide De Gasperi, e perciò si rivolse a Gedda per una mobilitazione cattolica contro la minaccia rossa, mobilitazione che fu ampia e decisiva. La Dc sin da subito non provò nemmeno a spendere il capitale enorme di consenso ricevuto in funzione di una società cristiana e di un anti-comunismo effettivo, ma aprì, senza necessità numerica per governare (per la quale sarebbero comunque utili i parlamentari monarchici e «qualunquisti") a partiti laicisti e anticlericali come il Pli, il Pri e il Partito socialista democratico). Gedda ch’era «troppo» - cattolico, anticomunista, vincente - fu immediatamente emarginato, anzi «licenziato», e non ebbe alcun ruolo né sostanziale né formale nell’opera di governo resa possibile dal suo impegno straordinariamente efficace. Mai la Dc - subito prona al mito della resistenza come costruito dai comunisti - ha celebrato il 18 aprile 1948, Gedda e i Comitati civici: non mi risulta, nonché un monumento, nemmeno un canto di città ad essi intitolato, e se ve ne sono, è cosa così rara da non fare testo. Tanto da far pensare che l’entità clamorosa del successo sia stata presa con disappunto, siccome «integralista» e «reazionaria» nei suoi intenti cattolici, e in quanto tali da arginare da parte di chi si concepiva partito «non cattolico e a-confessionale»(Cit. don Luigi Sturzo, il fondatore). In effetti, ricordando e celebrando il 18 aprile 1948 e auspicando che diventi data memorabile nella storia della nazione e quindi, chissà, prima o poi, festiva, non solo non neghiamo che la Dc sia stata una (al momento inevitabile) sciagura, ma ci sembra un modo per ricordarlo. Una data da subito dimenticata, insieme con il suo principale protagonista laico, Gedda. La Dc, che del 18 aprile fu la beneficiaria, costruendo su quella giornata elettorale una rendita di posizione politica più che quarantennale, ha preferito celebrare il aprile il 25, e lo ha celebrato cedendo ogni anno di più alla fantastica narrazione di comunisti, figli di comunisti, nipoti di comunisti, cognati di comunisti, figliastri di comunisti, compagni che sbagliano, simpatizzanti, centri sociali e palestinesi che la resistenza sia stata importante dal punto di vista militare, che sia stata comunista, atea, anticristiana, antiisraeliana e antiamericana. La resistenza fu in molti casi eroica, ma comunque non fondamentale dal punto di vista militare. La guerra al nazifascismo fu vinta dagli alleati, inclusi Stati Uniti e Brigata Ebraica le cui bandiere sono sbeffeggiate in bizzarri cortei che a questo punto non si sa cosa stiano commemorando, mentre è drammaticamente chiaro cosa stanno istigando. Le ricorrenze anniversarie, poi, consentono di riportare all’attenzione non solo cruciali temi storici, ma anche dottrinali: il rapporto tra la Chiesa e la politica, e cioè tra la missione e l’ordine civile. Detto in parole molto povere la plurisecolare opposizione tra chiesa e stato, tra papato e impero, è stata risolta da una totale sconfitta della Chiesa, quindi le straordinarie libertà che ci ha regalato non la vittoria sul nazifascismo, ma la folle narrazione della cosiddetta resistenza, c’è la libertà di noi cristiani di essere calpestati con gli scarponi chiodati e di essere costretti a finanziare peccati contro la nostra religione che infangano la nostra anima e che la dannano. Con le tasse di tutti noi, tutti, inclusi noi credenti, finanziamo i Pride che manifestano l’orgoglio, che secondo la nostra religione è un peccato capitale, e l’orgoglio è quello della sodomia: oooops, è un peccato capitale anche questo, moltiplica malattie sessualmente trasmissibili, malattie a trasmissioni orofecale, dall’epatite A alla Covid 19, e malattie proctologiche. Hanno insultato a sangue noi non vaccinati, ci hanno espulso dalla vita pubblica, dal lavoro alla possibilità di usare il bagno di un bar, e noi paghiamo cifre folli a finanziare Pride che cantano giulivi la trasmissione e la moltiplicazione delle malattie. Dopo i grandi pride abbiamo picchi di epatite A e un’impennata di antivirali, tanto li pagano i contribuenti. Nei Pride vengono sistematicamente derisi Cristo e la Madonna. Non è solo un bestiale insulto alla religione di cittadini che vengono quindi a questo punto inevitabilmente classificati come cittadini di serie B, è anche un bestiale insulto a un uomo torturato a morte e a sua madre che ha dovuto vederlo morire. Nulla è così ripugnante come dividere il dolore umano. Grazie alla vigliaccheria democristiana che ha ceduto ogni discussione sull’etica a marxisti, post marxisti, simil marxisti, pseudo marxisti, cessione impossibile senza la narrazione folle sulla cosiddetta resistenza, presentata come solo marxista e anticristiana, noi credenti con le nostre tasse dobbiamo finanziare l’aborto, il più squallido degli omicidi contro la creatura umana più indifesa, che viene incredibilmente eseguito a spese dello Stato, negli ospedali pubblici, da medici che uccidono creature umane con regolare stipendio statale. Vogliamo non finanziare più aborti e pride. Pretendiamo i diritti civili anche se rifiutiamo l’inoculazione di farmaci sperimentali, tossici e sostanzialmente inutili. La «libertà» nata il 25 aprile non ha impedito e non impedisce questi scempi. Il fascismo ha fallito. L’antifascismo eterno fine solo a sé stesso nega le libertà più elementari. Vogliamo qualcosa di meglio.
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La circostanza che ha cambiato la storia d’Italia è quella delle elezioni che, grazie alla vittoria della Dc, hanno impedito che il Paese diventasse un satellite dell’Urss di Stalin. Un risultato figlio dell’impegno dei Comitati civici che mobilitarono il mondo cattolico.Sarebbe bene che quest’anno il premier Giorgia Meloni anticipasse le polemiche portando una corona di fiori sulla tomba di un partigiano, anzi di più di uno. Dovrebbe quindi recarsi a Porzus a ricordare i gloriosi partigiani cattolici della divisione Osoppo, massacrati dai partigiani comunisti. Poi per par condicio dovrebbe portare i fiori anche a qualcuna delle vittime «fasciste» dei partigiani comunisti. I partigiani comunisti a guerra finita, nell’ottica evidente di creare una dittatura comunista, hanno assassinato tre categorie di persone: fascisti ed ex fascisti, purtroppo a volte non risparmiando le donne e i bambini della loro famiglia, antifascisti, che si sarebbero verosimilmente opposti anche alla dittatura comunista, e sacerdoti e seminaristi. Noi seguiamo la narrazione che vede sovietici e nazisti come opposti. In realtà prima che Hitler scatenasse l’operazione Barbarossa sovietici e nazisti erano alleati. Il patto Ribentrof-Molotov sanciva non solo la divisione della Polonia, ma anche la vendita di materie prime indispensabili alla guerra come ferro, carbone e petrolio dall’Unione Sovietica alla Germania. Eppure tutti continuiamo la falsa narrazione che vede comunismo e nazismo come antitetici, e che ha permesso al partito comunista italiano e i suoi numerosi figli e nipoti di prima secondo letto di appropriarsi della resistenza. Gli assassinati dai partigiani comunisti sono ricordati in pochi libri, quelli di Giampaolo Pansa ricordano i fatti, quelli di Gianfranco Stella, il più famoso è Compagno Mitra, ricostruiscono anche i nomi e i volti degli autori delle stragi, riportano anche le terribili foto degli assassinati, il ricordo del sacerdote che è stato accecato ed evirato prima di ucciderlo. Ci informano di come questi assassini non siano gravi, perché sono stati fatti in nome della libertà. In realtà è il contrario: chiunque uccida innocenti, chiunque uccida senza processo, chiunque uccida civili, odia la libertà con tutta l’anima. I cortei del 25 aprile saranno come sempre profanati e devastati dall’odio contro Israele e contro il popolo ebraico, che è simpatico solo quando se ne sta ordinatamente in coda davanti le camere a gas. Nei cortei del 25 aprile le bandiere della Brigata Ebraica che valorosamente ha combattuto contro il nazifascismo saranno ingiuriate, e verranno alzate le bandiere palestinesi che sono state alleate del nazismo. Dato che la data del 25 aprile è molto divisiva, concordo in pieno con la proposta dell’avvocato Giovanni Formicola di fare festa nazionale il 18 aprile, quando con le elezioni il popolo italiano infranse il rischio di diventare un satellite dell’Unione Sovietica di Iosif Stalin. Nel caso non sia ancora possibile fare una festa nazionale, in effetti al momento sarebbe divisiva anche questa, che almeno sia la festa di noi, persone di buona volontà. L’avvocato Formicolaricorda che il travolgente risultato elettorale del 18 aprile 1948 non fu merito della Dc - che ne beneficiò non sussistendo in quel frangente alternative plausibili al voto per essa (i monarchici erano stati appena «sconfitti» al referendum istituzionale, e il Msi, ch’è comunque una amenità definire «paganeggiante», era l’erede di una sconfitta ben più seria e grave) - ma di Pio XII e di Luigi Gedda con i suoi Comitati civici. Il pontefice servo di Dio, non si fidava della Dc e di Alcide De Gasperi, e perciò si rivolse a Gedda per una mobilitazione cattolica contro la minaccia rossa, mobilitazione che fu ampia e decisiva. La Dc sin da subito non provò nemmeno a spendere il capitale enorme di consenso ricevuto in funzione di una società cristiana e di un anti-comunismo effettivo, ma aprì, senza necessità numerica per governare (per la quale sarebbero comunque utili i parlamentari monarchici e «qualunquisti") a partiti laicisti e anticlericali come il Pli, il Pri e il Partito socialista democratico). Gedda ch’era «troppo» - cattolico, anticomunista, vincente - fu immediatamente emarginato, anzi «licenziato», e non ebbe alcun ruolo né sostanziale né formale nell’opera di governo resa possibile dal suo impegno straordinariamente efficace. Mai la Dc - subito prona al mito della resistenza come costruito dai comunisti - ha celebrato il 18 aprile 1948, Gedda e i Comitati civici: non mi risulta, nonché un monumento, nemmeno un canto di città ad essi intitolato, e se ve ne sono, è cosa così rara da non fare testo. Tanto da far pensare che l’entità clamorosa del successo sia stata presa con disappunto, siccome «integralista» e «reazionaria» nei suoi intenti cattolici, e in quanto tali da arginare da parte di chi si concepiva partito «non cattolico e a-confessionale»(Cit. don Luigi Sturzo, il fondatore). In effetti, ricordando e celebrando il 18 aprile 1948 e auspicando che diventi data memorabile nella storia della nazione e quindi, chissà, prima o poi, festiva, non solo non neghiamo che la Dc sia stata una (al momento inevitabile) sciagura, ma ci sembra un modo per ricordarlo. Una data da subito dimenticata, insieme con il suo principale protagonista laico, Gedda. La Dc, che del 18 aprile fu la beneficiaria, costruendo su quella giornata elettorale una rendita di posizione politica più che quarantennale, ha preferito celebrare il aprile il 25, e lo ha celebrato cedendo ogni anno di più alla fantastica narrazione di comunisti, figli di comunisti, nipoti di comunisti, cognati di comunisti, figliastri di comunisti, compagni che sbagliano, simpatizzanti, centri sociali e palestinesi che la resistenza sia stata importante dal punto di vista militare, che sia stata comunista, atea, anticristiana, antiisraeliana e antiamericana. La resistenza fu in molti casi eroica, ma comunque non fondamentale dal punto di vista militare. La guerra al nazifascismo fu vinta dagli alleati, inclusi Stati Uniti e Brigata Ebraica le cui bandiere sono sbeffeggiate in bizzarri cortei che a questo punto non si sa cosa stiano commemorando, mentre è drammaticamente chiaro cosa stanno istigando. Le ricorrenze anniversarie, poi, consentono di riportare all’attenzione non solo cruciali temi storici, ma anche dottrinali: il rapporto tra la Chiesa e la politica, e cioè tra la missione e l’ordine civile. Detto in parole molto povere la plurisecolare opposizione tra chiesa e stato, tra papato e impero, è stata risolta da una totale sconfitta della Chiesa, quindi le straordinarie libertà che ci ha regalato non la vittoria sul nazifascismo, ma la folle narrazione della cosiddetta resistenza, c’è la libertà di noi cristiani di essere calpestati con gli scarponi chiodati e di essere costretti a finanziare peccati contro la nostra religione che infangano la nostra anima e che la dannano. Con le tasse di tutti noi, tutti, inclusi noi credenti, finanziamo i Pride che manifestano l’orgoglio, che secondo la nostra religione è un peccato capitale, e l’orgoglio è quello della sodomia: oooops, è un peccato capitale anche questo, moltiplica malattie sessualmente trasmissibili, malattie a trasmissioni orofecale, dall’epatite A alla Covid 19, e malattie proctologiche. Hanno insultato a sangue noi non vaccinati, ci hanno espulso dalla vita pubblica, dal lavoro alla possibilità di usare il bagno di un bar, e noi paghiamo cifre folli a finanziare Pride che cantano giulivi la trasmissione e la moltiplicazione delle malattie. Dopo i grandi pride abbiamo picchi di epatite A e un’impennata di antivirali, tanto li pagano i contribuenti. Nei Pride vengono sistematicamente derisi Cristo e la Madonna. Non è solo un bestiale insulto alla religione di cittadini che vengono quindi a questo punto inevitabilmente classificati come cittadini di serie B, è anche un bestiale insulto a un uomo torturato a morte e a sua madre che ha dovuto vederlo morire. Nulla è così ripugnante come dividere il dolore umano. Grazie alla vigliaccheria democristiana che ha ceduto ogni discussione sull’etica a marxisti, post marxisti, simil marxisti, pseudo marxisti, cessione impossibile senza la narrazione folle sulla cosiddetta resistenza, presentata come solo marxista e anticristiana, noi credenti con le nostre tasse dobbiamo finanziare l’aborto, il più squallido degli omicidi contro la creatura umana più indifesa, che viene incredibilmente eseguito a spese dello Stato, negli ospedali pubblici, da medici che uccidono creature umane con regolare stipendio statale. Vogliamo non finanziare più aborti e pride. Pretendiamo i diritti civili anche se rifiutiamo l’inoculazione di farmaci sperimentali, tossici e sostanzialmente inutili. La «libertà» nata il 25 aprile non ha impedito e non impedisce questi scempi. Il fascismo ha fallito. L’antifascismo eterno fine solo a sé stesso nega le libertà più elementari. Vogliamo qualcosa di meglio.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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