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2018-08-14
La speculazione sta arrivando davvero o sono solo scuse?
Ansa
Per tacere poi della diffidenza fra il presidente del Consiglio e l'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che contribuì a creare un ulteriore elemento di instabilità, di cui approfittarono i soliti Paesi esteri. Finì con una manovra che bastonava il ceto medio e, ovviamente, la stessa base elettorale che sosteneva Berlusconi. L'opposizione, capitanata da Giorgio Napolitano, non certo dal povero Pier Luigi Bersani, cavalcò l'attacco speculativo, nella speranza di guadagnarci e di incassare a titolo di dividendo la caduta del governo e il ritorno a Palazzo Chigi. Come tutti sanno, la stagione si concluse con i compiti a casa e il triste Mario Monti, che invece di spalancare le porte a un esecutivo di sinistra, aprì all'ascesa del Movimento 5 stelle. Tutto ciò per dire che l'attacco speculativo si sa dove comincia, ma non si sa mai dove finisce e non è detto che chi lo abbia tenuto a battesimo nella speranza di trarne vantaggio poi alla fine ci riesca.
Tuttavia questa volta, oltre alla sinistra giornalistica, a vaticinare l'offensiva contro i titoli pubblici del nostro Paese non sono solo coloro i quali sognano la rivincita, tipo Matteo Renzi e compagni. C'è anche un pezzo di governo che parla continuamente del rischio di finire nel mirino dei fondi e di veder schizzare i titoli del nostro debito pubblico insieme con lo spread. Nei giorni scorsi ne ha fatto cenno Giancarlo Giorgetti, uno che pur rimanendo dietro le quinte sta nella stanza dei bottoni e conosce tutto quello che ruota intorno all'esecutivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un'intervista, si è dimostrato preoccupato per le prossime settimane. Lo stesso timore lo ha manifestato il vicepremier tendenza 5 stelle in un'altra intervista: Luigi Di Maio ha parlato senza giri di parole di un'azione contro il governo, quasi che temesse manovre per sovvertire la scelta degli elettori. Per non dire poi di ciò che filtra dal ministero dell'Economia e che viene in genere riferito al ministro Giovanni Tria, pur senza l'uso delle virgolette.
Arrivati a questo punto, con un dibattito sui giornali che non riguarda solo gli oppositori, ma anche chi governa, forse sarebbe necessaria un po' di chiarezza. Perché se anche chi sta a Palazzo Chigi e tiene il timone del Paese continua a parlare di attacco speculativo contro l'Italia, ci sono solo due soluzioni al giallo dell'estate. O Giorgetti e Di Maio sanno qualche cosa che non ci dicono e dunque parlano a ragion veduta di assalti che stanno per accadere o che si teme che accadano (il che, dal punto di vista dei risparmiatori, è lo stesso perché chi investe ha diritto a conoscere le informazioni riservate, che come dicono quelli che di finanza sono esperti, si chiamano informazioni price sensitive, perché in grado di influenzare il mercato). Seconda ipotesi, Giorgetti e Di Maio mettono le mani avanti, e quasi quasi si augurano che la speculazione arrivi perché a questo punto, prima dell'arrivo di settembre, mese dedicato alla manovra finanziaria, avrebbero la scusa di cambiare il programma di governo senza dover dare attuazione alla flat tax o al reddito di cittadinanza. In presenza di un attacco all'Italia, tutte le promesse fatte in campagna elettorale passerebbero in secondo piano, sgravi fiscali e sussidi compresi, e sia il Movimento 5 stelle che la Lega non deluderebbero chi li ha votati.
Risultato, visto che il Parlamento è chiuso, i ministri sono in vacanza e, tra un bagno e una partita di racchettoni in spiaggia, hanno tempo per concedere parecchie interviste, siano così gentili da perdere qualche minuto per una breve dichiarazione che ci chiarisca come stanno le cose, se cioè l'offensiva è vicina o se si avvicina solo il momento della verità. La speculazione è in agguato, Ferragosto è arrivato, noi ci sentiamo tanto bene ora che le navi dei migranti vengono dirottate lontano dall'Italia, ma al rientro dalle vacanze non vorremmo sorprese. Ah, già che ci siamo: qualche parola chiara anche sulla cosiddetta mini riforma delle pensioni sarebbe utile. All'inizio si era detto che la misura contro le pensioni d'oro avrebbe colpito solo gli scrocconi dell'Inps, cioè quelli che vivono da nababbi sulle spalle di chi versa i contributi. I tagli, insomma, dovevano riguardare solo coloro che incassano un assegno non adeguatamente coperto dalle «marchette». Ma giorno dopo giorno pare di capire che la platea su cui calerà la mannaia sia destinata ad allargarsi. È come trapela dalle indiscrezioni? Nel caso la Lega dovrebbe sapere che uno dei primi a introdurre il prelievo di solidarietà fu Berlusconi, poi venne Monti e infine Letta. A nessuno dei tre la misura portò grande fortuna.
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Non passa giorno senza che qualcuno evochi un attacco speculativo contro l'Italia. Gli editoriali sull'argomento si sprecano, ma anche le dichiarazioni politiche. Fin qui nulla di strano. Che la stampa di sinistra e l'opposizione usino l'argomento dell'offensiva finanziaria contro il nostro Paese non c'è da stupirsi. In fondo, sette anni fa l'ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi fu eliminato così. Approfittando della debolezza della maggioranza di centrodestra, dilaniata dai contrasti interni, con un presidente della Camera, Gianfranco Fini, a fare da cavallo di Troia, il governo del Cavaliere finì presto per essere oggetto delle pressioni straniere. Per tacere poi della diffidenza fra il presidente del Consiglio e l'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che contribuì a creare un ulteriore elemento di instabilità, di cui approfittarono i soliti Paesi esteri. Finì con una manovra che bastonava il ceto medio e, ovviamente, la stessa base elettorale che sosteneva Berlusconi. L'opposizione, capitanata da Giorgio Napolitano, non certo dal povero Pier Luigi Bersani, cavalcò l'attacco speculativo, nella speranza di guadagnarci e di incassare a titolo di dividendo la caduta del governo e il ritorno a Palazzo Chigi. Come tutti sanno, la stagione si concluse con i compiti a casa e il triste Mario Monti, che invece di spalancare le porte a un esecutivo di sinistra, aprì all'ascesa del Movimento 5 stelle. Tutto ciò per dire che l'attacco speculativo si sa dove comincia, ma non si sa mai dove finisce e non è detto che chi lo abbia tenuto a battesimo nella speranza di trarne vantaggio poi alla fine ci riesca.Tuttavia questa volta, oltre alla sinistra giornalistica, a vaticinare l'offensiva contro i titoli pubblici del nostro Paese non sono solo coloro i quali sognano la rivincita, tipo Matteo Renzi e compagni. C'è anche un pezzo di governo che parla continuamente del rischio di finire nel mirino dei fondi e di veder schizzare i titoli del nostro debito pubblico insieme con lo spread. Nei giorni scorsi ne ha fatto cenno Giancarlo Giorgetti, uno che pur rimanendo dietro le quinte sta nella stanza dei bottoni e conosce tutto quello che ruota intorno all'esecutivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un'intervista, si è dimostrato preoccupato per le prossime settimane. Lo stesso timore lo ha manifestato il vicepremier tendenza 5 stelle in un'altra intervista: Luigi Di Maio ha parlato senza giri di parole di un'azione contro il governo, quasi che temesse manovre per sovvertire la scelta degli elettori. Per non dire poi di ciò che filtra dal ministero dell'Economia e che viene in genere riferito al ministro Giovanni Tria, pur senza l'uso delle virgolette.Arrivati a questo punto, con un dibattito sui giornali che non riguarda solo gli oppositori, ma anche chi governa, forse sarebbe necessaria un po' di chiarezza. Perché se anche chi sta a Palazzo Chigi e tiene il timone del Paese continua a parlare di attacco speculativo contro l'Italia, ci sono solo due soluzioni al giallo dell'estate. O Giorgetti e Di Maio sanno qualche cosa che non ci dicono e dunque parlano a ragion veduta di assalti che stanno per accadere o che si teme che accadano (il che, dal punto di vista dei risparmiatori, è lo stesso perché chi investe ha diritto a conoscere le informazioni riservate, che come dicono quelli che di finanza sono esperti, si chiamano informazioni price sensitive, perché in grado di influenzare il mercato). Seconda ipotesi, Giorgetti e Di Maio mettono le mani avanti, e quasi quasi si augurano che la speculazione arrivi perché a questo punto, prima dell'arrivo di settembre, mese dedicato alla manovra finanziaria, avrebbero la scusa di cambiare il programma di governo senza dover dare attuazione alla flat tax o al reddito di cittadinanza. In presenza di un attacco all'Italia, tutte le promesse fatte in campagna elettorale passerebbero in secondo piano, sgravi fiscali e sussidi compresi, e sia il Movimento 5 stelle che la Lega non deluderebbero chi li ha votati.Risultato, visto che il Parlamento è chiuso, i ministri sono in vacanza e, tra un bagno e una partita di racchettoni in spiaggia, hanno tempo per concedere parecchie interviste, siano così gentili da perdere qualche minuto per una breve dichiarazione che ci chiarisca come stanno le cose, se cioè l'offensiva è vicina o se si avvicina solo il momento della verità. La speculazione è in agguato, Ferragosto è arrivato, noi ci sentiamo tanto bene ora che le navi dei migranti vengono dirottate lontano dall'Italia, ma al rientro dalle vacanze non vorremmo sorprese. Ah, già che ci siamo: qualche parola chiara anche sulla cosiddetta mini riforma delle pensioni sarebbe utile. All'inizio si era detto che la misura contro le pensioni d'oro avrebbe colpito solo gli scrocconi dell'Inps, cioè quelli che vivono da nababbi sulle spalle di chi versa i contributi. I tagli, insomma, dovevano riguardare solo coloro che incassano un assegno non adeguatamente coperto dalle «marchette». Ma giorno dopo giorno pare di capire che la platea su cui calerà la mannaia sia destinata ad allargarsi. È come trapela dalle indiscrezioni? Nel caso la Lega dovrebbe sapere che uno dei primi a introdurre il prelievo di solidarietà fu Berlusconi, poi venne Monti e infine Letta. A nessuno dei tre la misura portò grande fortuna.
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina
Il tema di quest’anno, Angeli e Demoni, ha guidato il percorso visivo e narrativo dell’evento. Il manifesto ufficiale, firmato dal torinese Antonio Lapone, omaggia la Torino magica ed esoterica e il fumetto franco-belga. Nel visual, una cosplayer attraversa il confine tra luce e oscurità, tra bene e male, tra simboli antichi e cultura pop moderna, sfogliando un fumetto da cui si sprigiona luce bianca: un ponte tra tradizione e innovazione, tra arte e narrazione.
Fumettisti e illustratori sono stati il cuore pulsante dell’Oval: oltre 40 autori, tra cui il cinese Liang Azha e Lorenzo Pastrovicchio della scuderia Disney, hanno accolto il pubblico tra sketch e disegni personalizzati, conferenze e presentazioni. Primo Nero, fenomeno virale del web con oltre 400.000 follower, ha presentato il suo debutto editoriale con L’Inkredibile Primo Nero Show, mentre Sbam! e altre case editrici hanno ospitato esposizioni, reading e performance di autori come Giorgio Sommacal, Claudio Taurisano e Vince Ricotta, che ha anche suonato dal vivo.
Il cosplay ha confermato la sua centralità: più di 120 partecipanti si sono sfidati nella tappa italiana del Nordic Cosplay Championship, con Carlo Visintini vincitore e qualificato per la finale in Svezia. Parallelamente, il propmaking ha permesso di scoprire il lavoro artigianale dietro armi, elmi e oggetti scenici, rivelando la complessità della costruzione dei personaggi.
La musica ha attraversato generazioni e stili. La Battle of the Bands ha offerto uno spazio alle band emergenti, mentre le icone delle sigle tv, Giorgio Vanni e Cristina D’Avena, hanno trasformato l’Oval in un grande palco popolare, richiamando migliaia di fan. Non è mancato il K-pop, con workshop, esibizioni e karaoke coreano, che ha coinvolto i più giovani in una dimensione interattiva e partecipativa. La manifestazione ha integrato anche dimensioni educative e culturali. Il Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha esplorato il ruolo della matematica nei fumetti, mostrando come concetti scientifici possano dialogare con la narrazione visiva. Lo chef Carlo Mele, alias Ojisan, ha illustrato la relazione tra cibo e animazione giapponese, trasformando piatti iconici degli anime in esperienze reali. Il pubblico ha potuto immergersi nella magia del Villaggio di Natale, quest’anno allestito nella Casa del Grinch, tra laboratori creativi, truccabimbi e la Christmas Elf Dance, mentre l’area games e l’area videogames hanno offerto tornei, postazioni libere e spazi dedicati a giochi indipendenti, modellismo e miniature, garantendo una partecipazione attiva e immersiva a tutte le età.
Con 28.000 visitatori in due giorni, Xmas Comics & Games conferma la propria crescita come festival della cultura pop, capace di unire creatività, spettacolo e narrazione, senza dimenticare la componente sociale e educativa. Tra fumetti, cosplay, musica e gioco, Torino è diventata il punto d’incontro per chi vuole vivere in prima persona il racconto pop contemporaneo, dove ogni linguaggio si intreccia e dialoga con gli altri, trasformando la fiera in una grande esperienza culturale condivisa.
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i,Hamza Abdi Barre (Getty Images)
La Somalia è intrappolata in una spirale di instabilità sempre più profonda: un’insurrezione jihadista in crescita, un apparato di sicurezza inefficiente, una leadership politica divisa e la competizione tra potenze vicine che alimenta rivalità interne. Il controllo effettivo del governo federale si riduce ormai alla capitale e a poche località satelliti, una sorta di isola amministrativa circondata da gruppi armati e clan in competizione. L’esercito nazionale, logorato, frammentato e privo di una catena di comando solida, non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno sulle principali rotte commerciali che costeggiano il Paese. In queste condizioni, il collasso dell’autorità centrale e la caduta di Mogadiscio nelle mani di gruppi ostili rappresentano scenari sempre meno remoti, con ripercussioni dirette sulla navigazione internazionale e sulla sicurezza regionale.
La pirateria somala, un tempo contenuta da pattugliamenti congiunti e operazioni navali multilaterali, è oggi alimentata anche dal radicamento di milizie jihadiste che controllano vaste aree dell’entroterra. Questi gruppi, dopo anni di scontri contro il governo federale e di brevi avanzate respinte con l’aiuto delle forze speciali straniere, hanno recuperato terreno e consolidato le proprie basi logistiche proprio lungo i corridoi costieri. Da qui hanno intensificato sequestri, assalti e sabotaggi, colpendo infrastrutture critiche e perfino centri governativi di intelligence. L’attacco del 2025 contro una sede dei servizi somali, che portò alla liberazione di decine di detenuti, diede il segnale dell’audacia crescente di questi movimenti.
Le debolezze dell’apparato statale restano uno dei fattori decisivi. Nonostante due decenni di aiuti, investimenti e programmi di addestramento militare, le forze somale non riescono a condurre operazioni continuative contro reti criminali e gruppi jihadisti. Il consumo interno di risorse, la corruzione diffusa, i legami di fedeltà clanici e la dipendenza dall’Agenzia dell’Unione africana per il supporto alla sicurezza hanno sgretolato ogni tentativo di riforma. Nel frattempo, l’interferenza politica nella gestione della missione internazionale ha sfiancato i donatori, ridotto il coordinamento e lasciato presagire un imminente disimpegno. A questo si aggiungono le tensioni istituzionali: modifiche costituzionali controverse, una mappa federale contestata e tentativi percepiti come manovre per prolungare la permanenza al potere della leadership attuale hanno spaccato la classe politica e paralizzato qualsiasi risposta comune alla minaccia emergente. Mentre i vertici si dividono, le bande armate osservano, consolidano il controllo del territorio e preparano nuovi colpi contro la navigazione e le città costiere. Sul piano internazionale cresce il numero di governi che, temendo un collasso definitivo del sistema federale, sondano discretamente la possibilità di una trattativa con i gruppi armati. Ma l’ipotesi di una Mogadiscio conquistata da milizie che già controllano ampie aree della costa solleva timori concreti: un ritorno alla pirateria sistemica, attacchi oltre confine e una spirale di conflitti locali che coinvolgerebbe l’intero Corno d’Africa.
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Il presidente eletto del Cile José Antonio Kast e sua moglie Maria Pia Adriasola (Ansa)
Un elemento significativo di queste elezioni presidenziali è stata l’elevata affluenza alle urne, che si è rivelata in aumento del 38% rispetto al 2021. Quelle di ieri sono infatti state le prime elezioni tenute dopo che, nel 2022, è stato introdotto il voto obbligatorio. La vittoria di Kast ha fatto da contraltare alla crisi della sinistra cilena. Il presidente uscente, Gabriel Boric, aveva vinto quattro anni fa, facendo leva soprattutto sull’impopolarità dell’amministrazione di centrodestra, guidata da Sebastián Piñera. Tuttavia, a partire dal 2023, gli indici di gradimento di Boric sono iniziati a crollare. E questo ha danneggiato senza dubbio la Jara, che è stata ministro del Lavoro fino allo scorso aprile. Certo, Kast si accinge a governare a fronte di un Congresso diviso: il che potrebbe rappresentare un problema per alcune delle sue proposte più incisive. Resta tuttavia il fatto che la sua vittoria ha avuto dei numeri assai significativi.
«La vittoria di Kast in Cile segue una serie di elezioni in America Latina che negli ultimi anni hanno spostato la regione verso destra, tra cui quelle in Argentina, Ecuador, Costa Rica ed El Salvador», ha riferito la Bbc. Lo spostamento a destra dell’America Latina è una buona notizia per la Casa Bianca. Ricordiamo che, alcuni giorni fa, Washington a pubblicato la sua nuova strategia di sicurezza nazionale: un documento alla cui base si registra il rilancio della Dottrina Monroe. Per Trump, l’obiettivo, da questo punto di vista, è duplice. Innanzitutto, punta a contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. In secondo luogo, mira ad arginare l’influenza geopolitica della Cina sull’Emisfero occidentale. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Boric, negli ultimi anni, ha notevolmente avvicinato Santiago a Pechino. Una linea che, di certo, a Washington non è stata apprezzata.
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