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2022-04-19
La Russia sferra l’attacco finale al Donbass
Ansa
Mentre le truppe cecene di Ramzan Kadyrov continuano a cercare edificio per edificio gli ultimi guerriglieri ucraini asserragliati nell’acciaieria, di Azovstal, ciò che resta della città di Mariupol è sotto il controllo della Russia. Un consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko, secondo la Cnn, ha detto ieri che le forze russe hanno annunciato che Mariupol sarà chiusa in ingresso e in uscita nelle prossime ore, spiegando che i russi stanno distribuendo dei permessi per muoversi all’interno della città. La caduta di Mariupol sembra ormai imminente, e sarebbe per Vladimir Putin il primo successo militare da poter rivendicare, dopo la sanguinosa ferita rappresentata dall’affondamento dell’incrociatore Moskva, «colpito da un missile della Nato», stando a quanto affermato ieri dal commentatore politico ed ex consigliere del presidente russo, Sergei Markov. Mariupol è un obiettivo non solo propagandistico ma soprattutto strategico per la Russia, che in questo modo aprirebbe un collegamento terrestre tra la Crimea e il Donbass. La conquista di Mariupol permetterebbe alle truppe russe di concentrarsi sullo stesso Donbass, obiettivo della invasione sin dal primo momento.
Nel suo ultimo videomessaggio, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato un’imminente offensiva della Russia nella parte orientale dell’Ucraina. «Le truppe russe», ha detto Zelensky, «si stanno preparando per un’operazione offensiva nell’Est del nostro Paese che inizierà nel prossimo futuro. Vogliono mettere fine al Donbass, vogliono spazzare via anche altre città e comunità nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Il destino della battaglia imminente dipende», ha aggiunto Zelensky, «da coloro che hanno le armi e le munizioni di cui abbiamo bisogno. Ogni ritardo nelle forniture è un permesso alla Russia a uccidere. Circa 5.000 bambini sono stati deportati in Russia», ha poi sottolineato Zelensky in una intervista alla Cnn, «quei bambini. Dove sono? Non lo sa nessuno». Un gruppo per i diritti umani della Crimea ha denunciato che i russi avrebbero portato via con la forza da Mariupol circa 150 bambini, 100 dei quali ricoverati in ospedale, la maggior parte strappata ai genitori. Ma anche Kiev ora dovrà rispondere alle accuse sollevate dal New York Times, secondo il quale «l’esercito ucraino potrebbe aver usato bombe a grappolo nel villaggio di Husarivka, che era stato occupato dai russi».
La Russia ad ogni modo si concentra sul fronte sudorientale, e non a caso ieri il ministero della Difesa di Mosca ha pubblicato su Telegram la foto di un militare con alle spalle alberi fioriti e la scritta: «La primavera sta arrivando in Donbass». Ieri i russi hanno conquistato la città di Kreminna, mentre missili di Mosca hanno colpito anche Dnipro, Kharkiv, Leopoli e Kramatorsk, e i distretti di Synelnykiv e Pavlograd, provocando vittime e distruggendo infrastrutture e abitazioni. Continuare e tenere alta la tensione anche in altre zone del territorio ucraino (Leopoli è la principale città dell’Ucraina occidentale, a circa 70 chilometri dal confine con la Polonia) serve probabilmente a Putin per non consentire a Kiev di concentrare tutte le truppe nel Donbass. Gli attacchi a Leopoli, secondo il capo dell’amministrazione militare della regione, Maksym Kozytsky, hanno provocato la morte di sette persone (tra cui un bambino). I russi hanno sparato quattro razzi, ha spiegato, tre dei quali hanno colpito magazzini e un quarto un garage. Secondo Mosca, nell’attacco missilistico a Leopoli, i russi avrebbero distrutto un deposito di armi inviate da Usa ed Europa.
Dieci navi della flotta militare russa stanno intanto effettuando esercitazioni nel Mar Baltico, con manovre che simulano attacchi missilistici a navi nemiche e operazioni di difesa da attacchi di sottomarini e aerei.
Le autorità di Lugansk hanno invitato i residenti a evacuare immediatamente: «La prossima settimana potrebbe essere difficile», ha detto il capo dell’amministrazione regionale, Sergei Gaidai, «questa potrebbe essere l’ultima volta che possiamo salvarvi».
Nove persone sono state uccise e altre 25 sono rimaste ferite nella regione di Kharkiv nelle ultime 24 ore: la ha reso noto il consiglio regionale, secondo quanto riporta il Kyiv Independent. Nelle zone residenziali della città, che sono state bombardate pesantemente, ci sono stati sei morti e 24 feriti. Altre due persone sono rimaste uccise e una ferita a Derhachi, mentre una persona è deceduta nei pressi di Zolochiv. Nella serata di ieri, a quanto riferito dall’agenzia Unian, lo stato maggiore delle forze armate ucraine ha segnalato l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass. «Si stanno registrando», ha riferito Unian, «segnali dell’inizio dell’operazione offensiva. Il nemico ha intensificato l’offensiva nelle aree di Severodonetsk, Popasnyansky, Kurakhiv e Zaporizhzhya mentre la battaglia per Mariupol continua, con attacchi al porto». E il Pentagono ha confermato: «Mosca sta muovendo artiglieria pesante e velivoli».
Ieri Putin ha decorato la brigata di fucilieri accusata di aver massacrato civili a Bucha (per il sindaco sarebbe morto un abitante su cinque). Secondo il Cremlino, Putin ha firmato un decreto che concede ai soldati il «titolo onorifico per l’eroismo e la tenacia, la determinazione e il coraggio».
«Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage
A Mariupol l’acciaieria Azovstal, dove si sono asserragliati i superstiti del quasi omonimo battaglione Azov e gli altri combattenti ucraini, è diventata l’ultimo bastione che separa la città dell’Ucraina dalla conquista da parte delle forze armate russe. Ma, stando a quanto raccontato a una televisione locale dal capo della polizia di pattuglia di Mariupol, Mykhailo Vershynin, nei bunker sotto l’acciaieria «ci sono molte persone: donne, bambini, anziani e neonati». Uno scenario confermato anche dall’ex ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, che, parlando con l’agenzia di stampa Ukrinform, ha aggiunto che le «persone nei bunker di Azovstal» vivono «in condizioni terribili, senza medicine, cibo o acqua».
Queste dichiarazioni, diventate di pubblico dominio ieri, dopo che l’ultimatum russo, che scadeva all’alba di due giorni fa, è stato respinto, aprono la porta a più di uno scenario. A cominciare da quello di un bluff. È difficile pensare che le autorità ucraine usino dichiaratamente vecchi e bambini come scudi umani, mischiandoli agli ultimi difensori di Mariupol (1.500 secondo i russi, il doppio secondo fonti ucraine) che rimangono asserragliati nell’acciaieria, ultimo argine alla conquista da parte dei soldati di Mosca della città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio. Ma il rischio che possano di fatto diventarlo è alto. La Russia infatti ha annunciato che, una volta conquistata la struttura, i superstiti del contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, verranno eliminati. Il rischio di una nuova strage di civili potrebbe essere quindi dietro dietro l’angolo. Con conseguente rimpallo di responsabilità tra Russia e Ucraina.
In questo contesto, il maggiore dei Marines ucraini Sergiy Volyna ha scritto a papa Francesco chiedendo di intervenire «per salvare la popolazione civile»: «Le preghiere non bastano più. Ci aiuti a salvarli. Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi».
I primi segnali di pericolo erano emersi dalle dichiarazioni del capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, che sabato scorso ha riferito che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua, attribuendo di fatto la responsabilità dell’emergenza alle autorità di Kiev, che hanno impedito la resa agli ucraini asserragliati nell’acciaieria. Un’affermazione impossibile da verificare, visto che nessuno sa quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete.
Secondo alcune fonti, infatti, il battaglione Azov avrebbe preparato da tempo la difesa dell’acciaieria e quindi l’enorme complesso e i suoi sotterranei potrebbero contenere viveri e munizioni in grande quantità. Ma sulla sorte dei civili che si sarebbero rifugiati dentro all’Azovstal (che essendo dotata di sotterranei costruiti in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare può essere stata considerata dai civili di Mariupol come l’unico luogo sicuro rimasto) peseranno anche i veri piani di Mosca per prendere possesso dell’area dove si sarebbero riparati. Un’irruzione porterebbe la fanteria russa a pagare un tributo di sangue elevatissimo, perché la complessità della struttura potrebbe vanificare il vantaggio numerico. Per questo c’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe ai russi una vittoria facile. «È l’unico modo per farli uscire», ha spiegato al Guardian l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov. Concludendo poi con parole che non lasciano presagire nulla di buono per chi è dentro l’acciaieria: «Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati».
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Missili su Leopoli, bombe a Kharkiv e Mariupol assediata. Ma Kiev e il Pentagono lanciano l’allarme: «Iniziata l’offensiva a Est». Il New York Times intanto accusa gli invasi: «Bombe a grappolo a Husarivka». Avvistate dieci navi dello zar nel Mar Baltico.«Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage. Gli ucraini annunciano la presenza di civili dopo l’ultimatum di Mosca: «Resa o morte».Lo speciale comprende due articoli. Mentre le truppe cecene di Ramzan Kadyrov continuano a cercare edificio per edificio gli ultimi guerriglieri ucraini asserragliati nell’acciaieria, di Azovstal, ciò che resta della città di Mariupol è sotto il controllo della Russia. Un consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko, secondo la Cnn, ha detto ieri che le forze russe hanno annunciato che Mariupol sarà chiusa in ingresso e in uscita nelle prossime ore, spiegando che i russi stanno distribuendo dei permessi per muoversi all’interno della città. La caduta di Mariupol sembra ormai imminente, e sarebbe per Vladimir Putin il primo successo militare da poter rivendicare, dopo la sanguinosa ferita rappresentata dall’affondamento dell’incrociatore Moskva, «colpito da un missile della Nato», stando a quanto affermato ieri dal commentatore politico ed ex consigliere del presidente russo, Sergei Markov. Mariupol è un obiettivo non solo propagandistico ma soprattutto strategico per la Russia, che in questo modo aprirebbe un collegamento terrestre tra la Crimea e il Donbass. La conquista di Mariupol permetterebbe alle truppe russe di concentrarsi sullo stesso Donbass, obiettivo della invasione sin dal primo momento. Nel suo ultimo videomessaggio, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato un’imminente offensiva della Russia nella parte orientale dell’Ucraina. «Le truppe russe», ha detto Zelensky, «si stanno preparando per un’operazione offensiva nell’Est del nostro Paese che inizierà nel prossimo futuro. Vogliono mettere fine al Donbass, vogliono spazzare via anche altre città e comunità nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Il destino della battaglia imminente dipende», ha aggiunto Zelensky, «da coloro che hanno le armi e le munizioni di cui abbiamo bisogno. Ogni ritardo nelle forniture è un permesso alla Russia a uccidere. Circa 5.000 bambini sono stati deportati in Russia», ha poi sottolineato Zelensky in una intervista alla Cnn, «quei bambini. Dove sono? Non lo sa nessuno». Un gruppo per i diritti umani della Crimea ha denunciato che i russi avrebbero portato via con la forza da Mariupol circa 150 bambini, 100 dei quali ricoverati in ospedale, la maggior parte strappata ai genitori. Ma anche Kiev ora dovrà rispondere alle accuse sollevate dal New York Times, secondo il quale «l’esercito ucraino potrebbe aver usato bombe a grappolo nel villaggio di Husarivka, che era stato occupato dai russi».La Russia ad ogni modo si concentra sul fronte sudorientale, e non a caso ieri il ministero della Difesa di Mosca ha pubblicato su Telegram la foto di un militare con alle spalle alberi fioriti e la scritta: «La primavera sta arrivando in Donbass». Ieri i russi hanno conquistato la città di Kreminna, mentre missili di Mosca hanno colpito anche Dnipro, Kharkiv, Leopoli e Kramatorsk, e i distretti di Synelnykiv e Pavlograd, provocando vittime e distruggendo infrastrutture e abitazioni. Continuare e tenere alta la tensione anche in altre zone del territorio ucraino (Leopoli è la principale città dell’Ucraina occidentale, a circa 70 chilometri dal confine con la Polonia) serve probabilmente a Putin per non consentire a Kiev di concentrare tutte le truppe nel Donbass. Gli attacchi a Leopoli, secondo il capo dell’amministrazione militare della regione, Maksym Kozytsky, hanno provocato la morte di sette persone (tra cui un bambino). I russi hanno sparato quattro razzi, ha spiegato, tre dei quali hanno colpito magazzini e un quarto un garage. Secondo Mosca, nell’attacco missilistico a Leopoli, i russi avrebbero distrutto un deposito di armi inviate da Usa ed Europa.Dieci navi della flotta militare russa stanno intanto effettuando esercitazioni nel Mar Baltico, con manovre che simulano attacchi missilistici a navi nemiche e operazioni di difesa da attacchi di sottomarini e aerei. Le autorità di Lugansk hanno invitato i residenti a evacuare immediatamente: «La prossima settimana potrebbe essere difficile», ha detto il capo dell’amministrazione regionale, Sergei Gaidai, «questa potrebbe essere l’ultima volta che possiamo salvarvi». Nove persone sono state uccise e altre 25 sono rimaste ferite nella regione di Kharkiv nelle ultime 24 ore: la ha reso noto il consiglio regionale, secondo quanto riporta il Kyiv Independent. Nelle zone residenziali della città, che sono state bombardate pesantemente, ci sono stati sei morti e 24 feriti. Altre due persone sono rimaste uccise e una ferita a Derhachi, mentre una persona è deceduta nei pressi di Zolochiv. Nella serata di ieri, a quanto riferito dall’agenzia Unian, lo stato maggiore delle forze armate ucraine ha segnalato l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass. «Si stanno registrando», ha riferito Unian, «segnali dell’inizio dell’operazione offensiva. Il nemico ha intensificato l’offensiva nelle aree di Severodonetsk, Popasnyansky, Kurakhiv e Zaporizhzhya mentre la battaglia per Mariupol continua, con attacchi al porto». E il Pentagono ha confermato: «Mosca sta muovendo artiglieria pesante e velivoli». Ieri Putin ha decorato la brigata di fucilieri accusata di aver massacrato civili a Bucha (per il sindaco sarebbe morto un abitante su cinque). Secondo il Cremlino, Putin ha firmato un decreto che concede ai soldati il «titolo onorifico per l’eroismo e la tenacia, la determinazione e il coraggio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-sferra-lattacco-finale-al-donbass-2657173517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="donne-e-bimbi-con-i-miliziani-azov-nellacciaieria-si-rischia-la-strage" data-post-id="2657173517" data-published-at="1650319023" data-use-pagination="False"> «Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage A Mariupol l’acciaieria Azovstal, dove si sono asserragliati i superstiti del quasi omonimo battaglione Azov e gli altri combattenti ucraini, è diventata l’ultimo bastione che separa la città dell’Ucraina dalla conquista da parte delle forze armate russe. Ma, stando a quanto raccontato a una televisione locale dal capo della polizia di pattuglia di Mariupol, Mykhailo Vershynin, nei bunker sotto l’acciaieria «ci sono molte persone: donne, bambini, anziani e neonati». Uno scenario confermato anche dall’ex ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, che, parlando con l’agenzia di stampa Ukrinform, ha aggiunto che le «persone nei bunker di Azovstal» vivono «in condizioni terribili, senza medicine, cibo o acqua». Queste dichiarazioni, diventate di pubblico dominio ieri, dopo che l’ultimatum russo, che scadeva all’alba di due giorni fa, è stato respinto, aprono la porta a più di uno scenario. A cominciare da quello di un bluff. È difficile pensare che le autorità ucraine usino dichiaratamente vecchi e bambini come scudi umani, mischiandoli agli ultimi difensori di Mariupol (1.500 secondo i russi, il doppio secondo fonti ucraine) che rimangono asserragliati nell’acciaieria, ultimo argine alla conquista da parte dei soldati di Mosca della città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio. Ma il rischio che possano di fatto diventarlo è alto. La Russia infatti ha annunciato che, una volta conquistata la struttura, i superstiti del contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, verranno eliminati. Il rischio di una nuova strage di civili potrebbe essere quindi dietro dietro l’angolo. Con conseguente rimpallo di responsabilità tra Russia e Ucraina. In questo contesto, il maggiore dei Marines ucraini Sergiy Volyna ha scritto a papa Francesco chiedendo di intervenire «per salvare la popolazione civile»: «Le preghiere non bastano più. Ci aiuti a salvarli. Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi». I primi segnali di pericolo erano emersi dalle dichiarazioni del capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, che sabato scorso ha riferito che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua, attribuendo di fatto la responsabilità dell’emergenza alle autorità di Kiev, che hanno impedito la resa agli ucraini asserragliati nell’acciaieria. Un’affermazione impossibile da verificare, visto che nessuno sa quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete. Secondo alcune fonti, infatti, il battaglione Azov avrebbe preparato da tempo la difesa dell’acciaieria e quindi l’enorme complesso e i suoi sotterranei potrebbero contenere viveri e munizioni in grande quantità. Ma sulla sorte dei civili che si sarebbero rifugiati dentro all’Azovstal (che essendo dotata di sotterranei costruiti in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare può essere stata considerata dai civili di Mariupol come l’unico luogo sicuro rimasto) peseranno anche i veri piani di Mosca per prendere possesso dell’area dove si sarebbero riparati. Un’irruzione porterebbe la fanteria russa a pagare un tributo di sangue elevatissimo, perché la complessità della struttura potrebbe vanificare il vantaggio numerico. Per questo c’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe ai russi una vittoria facile. «È l’unico modo per farli uscire», ha spiegato al Guardian l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov. Concludendo poi con parole che non lasciano presagire nulla di buono per chi è dentro l’acciaieria: «Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati».
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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