True
2022-04-19
La Russia sferra l’attacco finale al Donbass
Ansa
Mentre le truppe cecene di Ramzan Kadyrov continuano a cercare edificio per edificio gli ultimi guerriglieri ucraini asserragliati nell’acciaieria, di Azovstal, ciò che resta della città di Mariupol è sotto il controllo della Russia. Un consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko, secondo la Cnn, ha detto ieri che le forze russe hanno annunciato che Mariupol sarà chiusa in ingresso e in uscita nelle prossime ore, spiegando che i russi stanno distribuendo dei permessi per muoversi all’interno della città. La caduta di Mariupol sembra ormai imminente, e sarebbe per Vladimir Putin il primo successo militare da poter rivendicare, dopo la sanguinosa ferita rappresentata dall’affondamento dell’incrociatore Moskva, «colpito da un missile della Nato», stando a quanto affermato ieri dal commentatore politico ed ex consigliere del presidente russo, Sergei Markov. Mariupol è un obiettivo non solo propagandistico ma soprattutto strategico per la Russia, che in questo modo aprirebbe un collegamento terrestre tra la Crimea e il Donbass. La conquista di Mariupol permetterebbe alle truppe russe di concentrarsi sullo stesso Donbass, obiettivo della invasione sin dal primo momento.
Nel suo ultimo videomessaggio, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato un’imminente offensiva della Russia nella parte orientale dell’Ucraina. «Le truppe russe», ha detto Zelensky, «si stanno preparando per un’operazione offensiva nell’Est del nostro Paese che inizierà nel prossimo futuro. Vogliono mettere fine al Donbass, vogliono spazzare via anche altre città e comunità nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Il destino della battaglia imminente dipende», ha aggiunto Zelensky, «da coloro che hanno le armi e le munizioni di cui abbiamo bisogno. Ogni ritardo nelle forniture è un permesso alla Russia a uccidere. Circa 5.000 bambini sono stati deportati in Russia», ha poi sottolineato Zelensky in una intervista alla Cnn, «quei bambini. Dove sono? Non lo sa nessuno». Un gruppo per i diritti umani della Crimea ha denunciato che i russi avrebbero portato via con la forza da Mariupol circa 150 bambini, 100 dei quali ricoverati in ospedale, la maggior parte strappata ai genitori. Ma anche Kiev ora dovrà rispondere alle accuse sollevate dal New York Times, secondo il quale «l’esercito ucraino potrebbe aver usato bombe a grappolo nel villaggio di Husarivka, che era stato occupato dai russi».
La Russia ad ogni modo si concentra sul fronte sudorientale, e non a caso ieri il ministero della Difesa di Mosca ha pubblicato su Telegram la foto di un militare con alle spalle alberi fioriti e la scritta: «La primavera sta arrivando in Donbass». Ieri i russi hanno conquistato la città di Kreminna, mentre missili di Mosca hanno colpito anche Dnipro, Kharkiv, Leopoli e Kramatorsk, e i distretti di Synelnykiv e Pavlograd, provocando vittime e distruggendo infrastrutture e abitazioni. Continuare e tenere alta la tensione anche in altre zone del territorio ucraino (Leopoli è la principale città dell’Ucraina occidentale, a circa 70 chilometri dal confine con la Polonia) serve probabilmente a Putin per non consentire a Kiev di concentrare tutte le truppe nel Donbass. Gli attacchi a Leopoli, secondo il capo dell’amministrazione militare della regione, Maksym Kozytsky, hanno provocato la morte di sette persone (tra cui un bambino). I russi hanno sparato quattro razzi, ha spiegato, tre dei quali hanno colpito magazzini e un quarto un garage. Secondo Mosca, nell’attacco missilistico a Leopoli, i russi avrebbero distrutto un deposito di armi inviate da Usa ed Europa.
Dieci navi della flotta militare russa stanno intanto effettuando esercitazioni nel Mar Baltico, con manovre che simulano attacchi missilistici a navi nemiche e operazioni di difesa da attacchi di sottomarini e aerei.
Le autorità di Lugansk hanno invitato i residenti a evacuare immediatamente: «La prossima settimana potrebbe essere difficile», ha detto il capo dell’amministrazione regionale, Sergei Gaidai, «questa potrebbe essere l’ultima volta che possiamo salvarvi».
Nove persone sono state uccise e altre 25 sono rimaste ferite nella regione di Kharkiv nelle ultime 24 ore: la ha reso noto il consiglio regionale, secondo quanto riporta il Kyiv Independent. Nelle zone residenziali della città, che sono state bombardate pesantemente, ci sono stati sei morti e 24 feriti. Altre due persone sono rimaste uccise e una ferita a Derhachi, mentre una persona è deceduta nei pressi di Zolochiv. Nella serata di ieri, a quanto riferito dall’agenzia Unian, lo stato maggiore delle forze armate ucraine ha segnalato l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass. «Si stanno registrando», ha riferito Unian, «segnali dell’inizio dell’operazione offensiva. Il nemico ha intensificato l’offensiva nelle aree di Severodonetsk, Popasnyansky, Kurakhiv e Zaporizhzhya mentre la battaglia per Mariupol continua, con attacchi al porto». E il Pentagono ha confermato: «Mosca sta muovendo artiglieria pesante e velivoli».
Ieri Putin ha decorato la brigata di fucilieri accusata di aver massacrato civili a Bucha (per il sindaco sarebbe morto un abitante su cinque). Secondo il Cremlino, Putin ha firmato un decreto che concede ai soldati il «titolo onorifico per l’eroismo e la tenacia, la determinazione e il coraggio».
«Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage
A Mariupol l’acciaieria Azovstal, dove si sono asserragliati i superstiti del quasi omonimo battaglione Azov e gli altri combattenti ucraini, è diventata l’ultimo bastione che separa la città dell’Ucraina dalla conquista da parte delle forze armate russe. Ma, stando a quanto raccontato a una televisione locale dal capo della polizia di pattuglia di Mariupol, Mykhailo Vershynin, nei bunker sotto l’acciaieria «ci sono molte persone: donne, bambini, anziani e neonati». Uno scenario confermato anche dall’ex ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, che, parlando con l’agenzia di stampa Ukrinform, ha aggiunto che le «persone nei bunker di Azovstal» vivono «in condizioni terribili, senza medicine, cibo o acqua».
Queste dichiarazioni, diventate di pubblico dominio ieri, dopo che l’ultimatum russo, che scadeva all’alba di due giorni fa, è stato respinto, aprono la porta a più di uno scenario. A cominciare da quello di un bluff. È difficile pensare che le autorità ucraine usino dichiaratamente vecchi e bambini come scudi umani, mischiandoli agli ultimi difensori di Mariupol (1.500 secondo i russi, il doppio secondo fonti ucraine) che rimangono asserragliati nell’acciaieria, ultimo argine alla conquista da parte dei soldati di Mosca della città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio. Ma il rischio che possano di fatto diventarlo è alto. La Russia infatti ha annunciato che, una volta conquistata la struttura, i superstiti del contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, verranno eliminati. Il rischio di una nuova strage di civili potrebbe essere quindi dietro dietro l’angolo. Con conseguente rimpallo di responsabilità tra Russia e Ucraina.
In questo contesto, il maggiore dei Marines ucraini Sergiy Volyna ha scritto a papa Francesco chiedendo di intervenire «per salvare la popolazione civile»: «Le preghiere non bastano più. Ci aiuti a salvarli. Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi».
I primi segnali di pericolo erano emersi dalle dichiarazioni del capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, che sabato scorso ha riferito che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua, attribuendo di fatto la responsabilità dell’emergenza alle autorità di Kiev, che hanno impedito la resa agli ucraini asserragliati nell’acciaieria. Un’affermazione impossibile da verificare, visto che nessuno sa quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete.
Secondo alcune fonti, infatti, il battaglione Azov avrebbe preparato da tempo la difesa dell’acciaieria e quindi l’enorme complesso e i suoi sotterranei potrebbero contenere viveri e munizioni in grande quantità. Ma sulla sorte dei civili che si sarebbero rifugiati dentro all’Azovstal (che essendo dotata di sotterranei costruiti in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare può essere stata considerata dai civili di Mariupol come l’unico luogo sicuro rimasto) peseranno anche i veri piani di Mosca per prendere possesso dell’area dove si sarebbero riparati. Un’irruzione porterebbe la fanteria russa a pagare un tributo di sangue elevatissimo, perché la complessità della struttura potrebbe vanificare il vantaggio numerico. Per questo c’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe ai russi una vittoria facile. «È l’unico modo per farli uscire», ha spiegato al Guardian l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov. Concludendo poi con parole che non lasciano presagire nulla di buono per chi è dentro l’acciaieria: «Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati».
Continua a leggereRiduci
Missili su Leopoli, bombe a Kharkiv e Mariupol assediata. Ma Kiev e il Pentagono lanciano l’allarme: «Iniziata l’offensiva a Est». Il New York Times intanto accusa gli invasi: «Bombe a grappolo a Husarivka». Avvistate dieci navi dello zar nel Mar Baltico.«Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage. Gli ucraini annunciano la presenza di civili dopo l’ultimatum di Mosca: «Resa o morte».Lo speciale comprende due articoli. Mentre le truppe cecene di Ramzan Kadyrov continuano a cercare edificio per edificio gli ultimi guerriglieri ucraini asserragliati nell’acciaieria, di Azovstal, ciò che resta della città di Mariupol è sotto il controllo della Russia. Un consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko, secondo la Cnn, ha detto ieri che le forze russe hanno annunciato che Mariupol sarà chiusa in ingresso e in uscita nelle prossime ore, spiegando che i russi stanno distribuendo dei permessi per muoversi all’interno della città. La caduta di Mariupol sembra ormai imminente, e sarebbe per Vladimir Putin il primo successo militare da poter rivendicare, dopo la sanguinosa ferita rappresentata dall’affondamento dell’incrociatore Moskva, «colpito da un missile della Nato», stando a quanto affermato ieri dal commentatore politico ed ex consigliere del presidente russo, Sergei Markov. Mariupol è un obiettivo non solo propagandistico ma soprattutto strategico per la Russia, che in questo modo aprirebbe un collegamento terrestre tra la Crimea e il Donbass. La conquista di Mariupol permetterebbe alle truppe russe di concentrarsi sullo stesso Donbass, obiettivo della invasione sin dal primo momento. Nel suo ultimo videomessaggio, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato un’imminente offensiva della Russia nella parte orientale dell’Ucraina. «Le truppe russe», ha detto Zelensky, «si stanno preparando per un’operazione offensiva nell’Est del nostro Paese che inizierà nel prossimo futuro. Vogliono mettere fine al Donbass, vogliono spazzare via anche altre città e comunità nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Il destino della battaglia imminente dipende», ha aggiunto Zelensky, «da coloro che hanno le armi e le munizioni di cui abbiamo bisogno. Ogni ritardo nelle forniture è un permesso alla Russia a uccidere. Circa 5.000 bambini sono stati deportati in Russia», ha poi sottolineato Zelensky in una intervista alla Cnn, «quei bambini. Dove sono? Non lo sa nessuno». Un gruppo per i diritti umani della Crimea ha denunciato che i russi avrebbero portato via con la forza da Mariupol circa 150 bambini, 100 dei quali ricoverati in ospedale, la maggior parte strappata ai genitori. Ma anche Kiev ora dovrà rispondere alle accuse sollevate dal New York Times, secondo il quale «l’esercito ucraino potrebbe aver usato bombe a grappolo nel villaggio di Husarivka, che era stato occupato dai russi».La Russia ad ogni modo si concentra sul fronte sudorientale, e non a caso ieri il ministero della Difesa di Mosca ha pubblicato su Telegram la foto di un militare con alle spalle alberi fioriti e la scritta: «La primavera sta arrivando in Donbass». Ieri i russi hanno conquistato la città di Kreminna, mentre missili di Mosca hanno colpito anche Dnipro, Kharkiv, Leopoli e Kramatorsk, e i distretti di Synelnykiv e Pavlograd, provocando vittime e distruggendo infrastrutture e abitazioni. Continuare e tenere alta la tensione anche in altre zone del territorio ucraino (Leopoli è la principale città dell’Ucraina occidentale, a circa 70 chilometri dal confine con la Polonia) serve probabilmente a Putin per non consentire a Kiev di concentrare tutte le truppe nel Donbass. Gli attacchi a Leopoli, secondo il capo dell’amministrazione militare della regione, Maksym Kozytsky, hanno provocato la morte di sette persone (tra cui un bambino). I russi hanno sparato quattro razzi, ha spiegato, tre dei quali hanno colpito magazzini e un quarto un garage. Secondo Mosca, nell’attacco missilistico a Leopoli, i russi avrebbero distrutto un deposito di armi inviate da Usa ed Europa.Dieci navi della flotta militare russa stanno intanto effettuando esercitazioni nel Mar Baltico, con manovre che simulano attacchi missilistici a navi nemiche e operazioni di difesa da attacchi di sottomarini e aerei. Le autorità di Lugansk hanno invitato i residenti a evacuare immediatamente: «La prossima settimana potrebbe essere difficile», ha detto il capo dell’amministrazione regionale, Sergei Gaidai, «questa potrebbe essere l’ultima volta che possiamo salvarvi». Nove persone sono state uccise e altre 25 sono rimaste ferite nella regione di Kharkiv nelle ultime 24 ore: la ha reso noto il consiglio regionale, secondo quanto riporta il Kyiv Independent. Nelle zone residenziali della città, che sono state bombardate pesantemente, ci sono stati sei morti e 24 feriti. Altre due persone sono rimaste uccise e una ferita a Derhachi, mentre una persona è deceduta nei pressi di Zolochiv. Nella serata di ieri, a quanto riferito dall’agenzia Unian, lo stato maggiore delle forze armate ucraine ha segnalato l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass. «Si stanno registrando», ha riferito Unian, «segnali dell’inizio dell’operazione offensiva. Il nemico ha intensificato l’offensiva nelle aree di Severodonetsk, Popasnyansky, Kurakhiv e Zaporizhzhya mentre la battaglia per Mariupol continua, con attacchi al porto». E il Pentagono ha confermato: «Mosca sta muovendo artiglieria pesante e velivoli». Ieri Putin ha decorato la brigata di fucilieri accusata di aver massacrato civili a Bucha (per il sindaco sarebbe morto un abitante su cinque). Secondo il Cremlino, Putin ha firmato un decreto che concede ai soldati il «titolo onorifico per l’eroismo e la tenacia, la determinazione e il coraggio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-sferra-lattacco-finale-al-donbass-2657173517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="donne-e-bimbi-con-i-miliziani-azov-nellacciaieria-si-rischia-la-strage" data-post-id="2657173517" data-published-at="1650319023" data-use-pagination="False"> «Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage A Mariupol l’acciaieria Azovstal, dove si sono asserragliati i superstiti del quasi omonimo battaglione Azov e gli altri combattenti ucraini, è diventata l’ultimo bastione che separa la città dell’Ucraina dalla conquista da parte delle forze armate russe. Ma, stando a quanto raccontato a una televisione locale dal capo della polizia di pattuglia di Mariupol, Mykhailo Vershynin, nei bunker sotto l’acciaieria «ci sono molte persone: donne, bambini, anziani e neonati». Uno scenario confermato anche dall’ex ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, che, parlando con l’agenzia di stampa Ukrinform, ha aggiunto che le «persone nei bunker di Azovstal» vivono «in condizioni terribili, senza medicine, cibo o acqua». Queste dichiarazioni, diventate di pubblico dominio ieri, dopo che l’ultimatum russo, che scadeva all’alba di due giorni fa, è stato respinto, aprono la porta a più di uno scenario. A cominciare da quello di un bluff. È difficile pensare che le autorità ucraine usino dichiaratamente vecchi e bambini come scudi umani, mischiandoli agli ultimi difensori di Mariupol (1.500 secondo i russi, il doppio secondo fonti ucraine) che rimangono asserragliati nell’acciaieria, ultimo argine alla conquista da parte dei soldati di Mosca della città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio. Ma il rischio che possano di fatto diventarlo è alto. La Russia infatti ha annunciato che, una volta conquistata la struttura, i superstiti del contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, verranno eliminati. Il rischio di una nuova strage di civili potrebbe essere quindi dietro dietro l’angolo. Con conseguente rimpallo di responsabilità tra Russia e Ucraina. In questo contesto, il maggiore dei Marines ucraini Sergiy Volyna ha scritto a papa Francesco chiedendo di intervenire «per salvare la popolazione civile»: «Le preghiere non bastano più. Ci aiuti a salvarli. Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi». I primi segnali di pericolo erano emersi dalle dichiarazioni del capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, che sabato scorso ha riferito che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua, attribuendo di fatto la responsabilità dell’emergenza alle autorità di Kiev, che hanno impedito la resa agli ucraini asserragliati nell’acciaieria. Un’affermazione impossibile da verificare, visto che nessuno sa quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete. Secondo alcune fonti, infatti, il battaglione Azov avrebbe preparato da tempo la difesa dell’acciaieria e quindi l’enorme complesso e i suoi sotterranei potrebbero contenere viveri e munizioni in grande quantità. Ma sulla sorte dei civili che si sarebbero rifugiati dentro all’Azovstal (che essendo dotata di sotterranei costruiti in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare può essere stata considerata dai civili di Mariupol come l’unico luogo sicuro rimasto) peseranno anche i veri piani di Mosca per prendere possesso dell’area dove si sarebbero riparati. Un’irruzione porterebbe la fanteria russa a pagare un tributo di sangue elevatissimo, perché la complessità della struttura potrebbe vanificare il vantaggio numerico. Per questo c’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe ai russi una vittoria facile. «È l’unico modo per farli uscire», ha spiegato al Guardian l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov. Concludendo poi con parole che non lasciano presagire nulla di buono per chi è dentro l’acciaieria: «Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati».
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
Continua a leggereRiduci
iStock
I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
Continua a leggereRiduci
Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
Continua a leggereRiduci
Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
Continua a leggereRiduci