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2022-04-19
La Russia sferra l’attacco finale al Donbass
Ansa
Mentre le truppe cecene di Ramzan Kadyrov continuano a cercare edificio per edificio gli ultimi guerriglieri ucraini asserragliati nell’acciaieria, di Azovstal, ciò che resta della città di Mariupol è sotto il controllo della Russia. Un consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko, secondo la Cnn, ha detto ieri che le forze russe hanno annunciato che Mariupol sarà chiusa in ingresso e in uscita nelle prossime ore, spiegando che i russi stanno distribuendo dei permessi per muoversi all’interno della città. La caduta di Mariupol sembra ormai imminente, e sarebbe per Vladimir Putin il primo successo militare da poter rivendicare, dopo la sanguinosa ferita rappresentata dall’affondamento dell’incrociatore Moskva, «colpito da un missile della Nato», stando a quanto affermato ieri dal commentatore politico ed ex consigliere del presidente russo, Sergei Markov. Mariupol è un obiettivo non solo propagandistico ma soprattutto strategico per la Russia, che in questo modo aprirebbe un collegamento terrestre tra la Crimea e il Donbass. La conquista di Mariupol permetterebbe alle truppe russe di concentrarsi sullo stesso Donbass, obiettivo della invasione sin dal primo momento.
Nel suo ultimo videomessaggio, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato un’imminente offensiva della Russia nella parte orientale dell’Ucraina. «Le truppe russe», ha detto Zelensky, «si stanno preparando per un’operazione offensiva nell’Est del nostro Paese che inizierà nel prossimo futuro. Vogliono mettere fine al Donbass, vogliono spazzare via anche altre città e comunità nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Il destino della battaglia imminente dipende», ha aggiunto Zelensky, «da coloro che hanno le armi e le munizioni di cui abbiamo bisogno. Ogni ritardo nelle forniture è un permesso alla Russia a uccidere. Circa 5.000 bambini sono stati deportati in Russia», ha poi sottolineato Zelensky in una intervista alla Cnn, «quei bambini. Dove sono? Non lo sa nessuno». Un gruppo per i diritti umani della Crimea ha denunciato che i russi avrebbero portato via con la forza da Mariupol circa 150 bambini, 100 dei quali ricoverati in ospedale, la maggior parte strappata ai genitori. Ma anche Kiev ora dovrà rispondere alle accuse sollevate dal New York Times, secondo il quale «l’esercito ucraino potrebbe aver usato bombe a grappolo nel villaggio di Husarivka, che era stato occupato dai russi».
La Russia ad ogni modo si concentra sul fronte sudorientale, e non a caso ieri il ministero della Difesa di Mosca ha pubblicato su Telegram la foto di un militare con alle spalle alberi fioriti e la scritta: «La primavera sta arrivando in Donbass». Ieri i russi hanno conquistato la città di Kreminna, mentre missili di Mosca hanno colpito anche Dnipro, Kharkiv, Leopoli e Kramatorsk, e i distretti di Synelnykiv e Pavlograd, provocando vittime e distruggendo infrastrutture e abitazioni. Continuare e tenere alta la tensione anche in altre zone del territorio ucraino (Leopoli è la principale città dell’Ucraina occidentale, a circa 70 chilometri dal confine con la Polonia) serve probabilmente a Putin per non consentire a Kiev di concentrare tutte le truppe nel Donbass. Gli attacchi a Leopoli, secondo il capo dell’amministrazione militare della regione, Maksym Kozytsky, hanno provocato la morte di sette persone (tra cui un bambino). I russi hanno sparato quattro razzi, ha spiegato, tre dei quali hanno colpito magazzini e un quarto un garage. Secondo Mosca, nell’attacco missilistico a Leopoli, i russi avrebbero distrutto un deposito di armi inviate da Usa ed Europa.
Dieci navi della flotta militare russa stanno intanto effettuando esercitazioni nel Mar Baltico, con manovre che simulano attacchi missilistici a navi nemiche e operazioni di difesa da attacchi di sottomarini e aerei.
Le autorità di Lugansk hanno invitato i residenti a evacuare immediatamente: «La prossima settimana potrebbe essere difficile», ha detto il capo dell’amministrazione regionale, Sergei Gaidai, «questa potrebbe essere l’ultima volta che possiamo salvarvi».
Nove persone sono state uccise e altre 25 sono rimaste ferite nella regione di Kharkiv nelle ultime 24 ore: la ha reso noto il consiglio regionale, secondo quanto riporta il Kyiv Independent. Nelle zone residenziali della città, che sono state bombardate pesantemente, ci sono stati sei morti e 24 feriti. Altre due persone sono rimaste uccise e una ferita a Derhachi, mentre una persona è deceduta nei pressi di Zolochiv. Nella serata di ieri, a quanto riferito dall’agenzia Unian, lo stato maggiore delle forze armate ucraine ha segnalato l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass. «Si stanno registrando», ha riferito Unian, «segnali dell’inizio dell’operazione offensiva. Il nemico ha intensificato l’offensiva nelle aree di Severodonetsk, Popasnyansky, Kurakhiv e Zaporizhzhya mentre la battaglia per Mariupol continua, con attacchi al porto». E il Pentagono ha confermato: «Mosca sta muovendo artiglieria pesante e velivoli».
Ieri Putin ha decorato la brigata di fucilieri accusata di aver massacrato civili a Bucha (per il sindaco sarebbe morto un abitante su cinque). Secondo il Cremlino, Putin ha firmato un decreto che concede ai soldati il «titolo onorifico per l’eroismo e la tenacia, la determinazione e il coraggio».
«Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage
A Mariupol l’acciaieria Azovstal, dove si sono asserragliati i superstiti del quasi omonimo battaglione Azov e gli altri combattenti ucraini, è diventata l’ultimo bastione che separa la città dell’Ucraina dalla conquista da parte delle forze armate russe. Ma, stando a quanto raccontato a una televisione locale dal capo della polizia di pattuglia di Mariupol, Mykhailo Vershynin, nei bunker sotto l’acciaieria «ci sono molte persone: donne, bambini, anziani e neonati». Uno scenario confermato anche dall’ex ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, che, parlando con l’agenzia di stampa Ukrinform, ha aggiunto che le «persone nei bunker di Azovstal» vivono «in condizioni terribili, senza medicine, cibo o acqua».
Queste dichiarazioni, diventate di pubblico dominio ieri, dopo che l’ultimatum russo, che scadeva all’alba di due giorni fa, è stato respinto, aprono la porta a più di uno scenario. A cominciare da quello di un bluff. È difficile pensare che le autorità ucraine usino dichiaratamente vecchi e bambini come scudi umani, mischiandoli agli ultimi difensori di Mariupol (1.500 secondo i russi, il doppio secondo fonti ucraine) che rimangono asserragliati nell’acciaieria, ultimo argine alla conquista da parte dei soldati di Mosca della città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio. Ma il rischio che possano di fatto diventarlo è alto. La Russia infatti ha annunciato che, una volta conquistata la struttura, i superstiti del contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, verranno eliminati. Il rischio di una nuova strage di civili potrebbe essere quindi dietro dietro l’angolo. Con conseguente rimpallo di responsabilità tra Russia e Ucraina.
In questo contesto, il maggiore dei Marines ucraini Sergiy Volyna ha scritto a papa Francesco chiedendo di intervenire «per salvare la popolazione civile»: «Le preghiere non bastano più. Ci aiuti a salvarli. Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi».
I primi segnali di pericolo erano emersi dalle dichiarazioni del capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, che sabato scorso ha riferito che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua, attribuendo di fatto la responsabilità dell’emergenza alle autorità di Kiev, che hanno impedito la resa agli ucraini asserragliati nell’acciaieria. Un’affermazione impossibile da verificare, visto che nessuno sa quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete.
Secondo alcune fonti, infatti, il battaglione Azov avrebbe preparato da tempo la difesa dell’acciaieria e quindi l’enorme complesso e i suoi sotterranei potrebbero contenere viveri e munizioni in grande quantità. Ma sulla sorte dei civili che si sarebbero rifugiati dentro all’Azovstal (che essendo dotata di sotterranei costruiti in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare può essere stata considerata dai civili di Mariupol come l’unico luogo sicuro rimasto) peseranno anche i veri piani di Mosca per prendere possesso dell’area dove si sarebbero riparati. Un’irruzione porterebbe la fanteria russa a pagare un tributo di sangue elevatissimo, perché la complessità della struttura potrebbe vanificare il vantaggio numerico. Per questo c’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe ai russi una vittoria facile. «È l’unico modo per farli uscire», ha spiegato al Guardian l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov. Concludendo poi con parole che non lasciano presagire nulla di buono per chi è dentro l’acciaieria: «Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati».
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Missili su Leopoli, bombe a Kharkiv e Mariupol assediata. Ma Kiev e il Pentagono lanciano l’allarme: «Iniziata l’offensiva a Est». Il New York Times intanto accusa gli invasi: «Bombe a grappolo a Husarivka». Avvistate dieci navi dello zar nel Mar Baltico.«Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage. Gli ucraini annunciano la presenza di civili dopo l’ultimatum di Mosca: «Resa o morte».Lo speciale comprende due articoli. Mentre le truppe cecene di Ramzan Kadyrov continuano a cercare edificio per edificio gli ultimi guerriglieri ucraini asserragliati nell’acciaieria, di Azovstal, ciò che resta della città di Mariupol è sotto il controllo della Russia. Un consigliere del sindaco, Petro Andriushchenko, secondo la Cnn, ha detto ieri che le forze russe hanno annunciato che Mariupol sarà chiusa in ingresso e in uscita nelle prossime ore, spiegando che i russi stanno distribuendo dei permessi per muoversi all’interno della città. La caduta di Mariupol sembra ormai imminente, e sarebbe per Vladimir Putin il primo successo militare da poter rivendicare, dopo la sanguinosa ferita rappresentata dall’affondamento dell’incrociatore Moskva, «colpito da un missile della Nato», stando a quanto affermato ieri dal commentatore politico ed ex consigliere del presidente russo, Sergei Markov. Mariupol è un obiettivo non solo propagandistico ma soprattutto strategico per la Russia, che in questo modo aprirebbe un collegamento terrestre tra la Crimea e il Donbass. La conquista di Mariupol permetterebbe alle truppe russe di concentrarsi sullo stesso Donbass, obiettivo della invasione sin dal primo momento. Nel suo ultimo videomessaggio, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato un’imminente offensiva della Russia nella parte orientale dell’Ucraina. «Le truppe russe», ha detto Zelensky, «si stanno preparando per un’operazione offensiva nell’Est del nostro Paese che inizierà nel prossimo futuro. Vogliono mettere fine al Donbass, vogliono spazzare via anche altre città e comunità nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Il destino della battaglia imminente dipende», ha aggiunto Zelensky, «da coloro che hanno le armi e le munizioni di cui abbiamo bisogno. Ogni ritardo nelle forniture è un permesso alla Russia a uccidere. Circa 5.000 bambini sono stati deportati in Russia», ha poi sottolineato Zelensky in una intervista alla Cnn, «quei bambini. Dove sono? Non lo sa nessuno». Un gruppo per i diritti umani della Crimea ha denunciato che i russi avrebbero portato via con la forza da Mariupol circa 150 bambini, 100 dei quali ricoverati in ospedale, la maggior parte strappata ai genitori. Ma anche Kiev ora dovrà rispondere alle accuse sollevate dal New York Times, secondo il quale «l’esercito ucraino potrebbe aver usato bombe a grappolo nel villaggio di Husarivka, che era stato occupato dai russi».La Russia ad ogni modo si concentra sul fronte sudorientale, e non a caso ieri il ministero della Difesa di Mosca ha pubblicato su Telegram la foto di un militare con alle spalle alberi fioriti e la scritta: «La primavera sta arrivando in Donbass». Ieri i russi hanno conquistato la città di Kreminna, mentre missili di Mosca hanno colpito anche Dnipro, Kharkiv, Leopoli e Kramatorsk, e i distretti di Synelnykiv e Pavlograd, provocando vittime e distruggendo infrastrutture e abitazioni. Continuare e tenere alta la tensione anche in altre zone del territorio ucraino (Leopoli è la principale città dell’Ucraina occidentale, a circa 70 chilometri dal confine con la Polonia) serve probabilmente a Putin per non consentire a Kiev di concentrare tutte le truppe nel Donbass. Gli attacchi a Leopoli, secondo il capo dell’amministrazione militare della regione, Maksym Kozytsky, hanno provocato la morte di sette persone (tra cui un bambino). I russi hanno sparato quattro razzi, ha spiegato, tre dei quali hanno colpito magazzini e un quarto un garage. Secondo Mosca, nell’attacco missilistico a Leopoli, i russi avrebbero distrutto un deposito di armi inviate da Usa ed Europa.Dieci navi della flotta militare russa stanno intanto effettuando esercitazioni nel Mar Baltico, con manovre che simulano attacchi missilistici a navi nemiche e operazioni di difesa da attacchi di sottomarini e aerei. Le autorità di Lugansk hanno invitato i residenti a evacuare immediatamente: «La prossima settimana potrebbe essere difficile», ha detto il capo dell’amministrazione regionale, Sergei Gaidai, «questa potrebbe essere l’ultima volta che possiamo salvarvi». Nove persone sono state uccise e altre 25 sono rimaste ferite nella regione di Kharkiv nelle ultime 24 ore: la ha reso noto il consiglio regionale, secondo quanto riporta il Kyiv Independent. Nelle zone residenziali della città, che sono state bombardate pesantemente, ci sono stati sei morti e 24 feriti. Altre due persone sono rimaste uccise e una ferita a Derhachi, mentre una persona è deceduta nei pressi di Zolochiv. Nella serata di ieri, a quanto riferito dall’agenzia Unian, lo stato maggiore delle forze armate ucraine ha segnalato l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass. «Si stanno registrando», ha riferito Unian, «segnali dell’inizio dell’operazione offensiva. Il nemico ha intensificato l’offensiva nelle aree di Severodonetsk, Popasnyansky, Kurakhiv e Zaporizhzhya mentre la battaglia per Mariupol continua, con attacchi al porto». E il Pentagono ha confermato: «Mosca sta muovendo artiglieria pesante e velivoli». Ieri Putin ha decorato la brigata di fucilieri accusata di aver massacrato civili a Bucha (per il sindaco sarebbe morto un abitante su cinque). Secondo il Cremlino, Putin ha firmato un decreto che concede ai soldati il «titolo onorifico per l’eroismo e la tenacia, la determinazione e il coraggio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-russia-sferra-lattacco-finale-al-donbass-2657173517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="donne-e-bimbi-con-i-miliziani-azov-nellacciaieria-si-rischia-la-strage" data-post-id="2657173517" data-published-at="1650319023" data-use-pagination="False"> «Donne e bimbi con i miliziani Azov». Nell’acciaieria si rischia la strage A Mariupol l’acciaieria Azovstal, dove si sono asserragliati i superstiti del quasi omonimo battaglione Azov e gli altri combattenti ucraini, è diventata l’ultimo bastione che separa la città dell’Ucraina dalla conquista da parte delle forze armate russe. Ma, stando a quanto raccontato a una televisione locale dal capo della polizia di pattuglia di Mariupol, Mykhailo Vershynin, nei bunker sotto l’acciaieria «ci sono molte persone: donne, bambini, anziani e neonati». Uno scenario confermato anche dall’ex ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, che, parlando con l’agenzia di stampa Ukrinform, ha aggiunto che le «persone nei bunker di Azovstal» vivono «in condizioni terribili, senza medicine, cibo o acqua». Queste dichiarazioni, diventate di pubblico dominio ieri, dopo che l’ultimatum russo, che scadeva all’alba di due giorni fa, è stato respinto, aprono la porta a più di uno scenario. A cominciare da quello di un bluff. È difficile pensare che le autorità ucraine usino dichiaratamente vecchi e bambini come scudi umani, mischiandoli agli ultimi difensori di Mariupol (1.500 secondo i russi, il doppio secondo fonti ucraine) che rimangono asserragliati nell’acciaieria, ultimo argine alla conquista da parte dei soldati di Mosca della città portuale, ridotta in macerie da settimane d’assedio. Ma il rischio che possano di fatto diventarlo è alto. La Russia infatti ha annunciato che, una volta conquistata la struttura, i superstiti del contingente composto dai sopravvissuti della trentaseiesima brigata di fanteria marina, militi della guardia nazionale, volontari stranieri, residui di brigate motorizzate e combattenti del reggimento Azov, verranno eliminati. Il rischio di una nuova strage di civili potrebbe essere quindi dietro dietro l’angolo. Con conseguente rimpallo di responsabilità tra Russia e Ucraina. In questo contesto, il maggiore dei Marines ucraini Sergiy Volyna ha scritto a papa Francesco chiedendo di intervenire «per salvare la popolazione civile»: «Le preghiere non bastano più. Ci aiuti a salvarli. Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi». I primi segnali di pericolo erano emersi dalle dichiarazioni del capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa, il colonnello generale Mikhail Mizintsev, che sabato scorso ha riferito che i difensori di Mariupol sono rimasti senza cibo e acqua, attribuendo di fatto la responsabilità dell’emergenza alle autorità di Kiev, che hanno impedito la resa agli ucraini asserragliati nell’acciaieria. Un’affermazione impossibile da verificare, visto che nessuno sa quanto i combattenti ucraini possano andare avanti prima di cedere alla fame e alla sete. Secondo alcune fonti, infatti, il battaglione Azov avrebbe preparato da tempo la difesa dell’acciaieria e quindi l’enorme complesso e i suoi sotterranei potrebbero contenere viveri e munizioni in grande quantità. Ma sulla sorte dei civili che si sarebbero rifugiati dentro all’Azovstal (che essendo dotata di sotterranei costruiti in epoca sovietica per resistere a un attacco nucleare può essere stata considerata dai civili di Mariupol come l’unico luogo sicuro rimasto) peseranno anche i veri piani di Mosca per prendere possesso dell’area dove si sarebbero riparati. Un’irruzione porterebbe la fanteria russa a pagare un tributo di sangue elevatissimo, perché la complessità della struttura potrebbe vanificare il vantaggio numerico. Per questo c’è chi sostiene che solo un attacco chimico consentirebbe ai russi una vittoria facile. «È l’unico modo per farli uscire», ha spiegato al Guardian l’analista militare ucraino Oleg Zhdanov. Concludendo poi con parole che non lasciano presagire nulla di buono per chi è dentro l’acciaieria: «Sono circondati da ogni lato, devono resistere fino alla fine. Se cedono, non saranno risparmiati».
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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