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2019-08-03
La ribellione Cisl contro Bentivogli: «Ego smisurato e voglia di politica»
Ansa
L'ex ministro piddino Carlo Calenda ha cercato a lungo di mettere in piedi un partito. Ad agosto del 2018, noi della Verità l'avevamo battezzato il partito dei competenti. Fummo letteralmente insultati, salvo poi dover attendere qualche mese per leggere dichiarazioni ufficiali con tanto di intento e di obiettivi del mini partito. Avevamo fatto anche il nome di Marco Bentivogli, capo della Fim-Cisl. Già all'epoca i calendiani avrebbero visto di buon occhio l'ingresso del sindacalista filo europeista, grande esperto di blockchain, un po' meno di fabbriche. Anche Bentivogli si adirò con noi. Gli va riconosciuto che non ha mai fatto il salto. Nonostante entrambi abbiamo un buon rapporto con Confidustria, il sindacalista non ha mai accettato le lusinghe dell'ex ministro e compagnia radiofonica, forse immaginando il vero background: Calenda pratica il partitus interruptus. E non va mai alle urne.
Per il sindacalista dei metalmeccanici la passione per la politica resta però un pallino fisso. E non siamo noi a sostenerlo. Lo scrivono nero su bianco ben 42 segretari di categoria e segretari regionali in una lettera datata 11 luglio. Il messaggio diretto a Bentivogli, in copia anche la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan è di una durezza mai letta prima. In estrema sintesi il plotone di sindacalisti accusa il collega di avere un ego smisurato, di avere un protagonismo politico e di mettere in pericolo il sindacato stesso, facendo finire in un angolo buio la federazione dei metalmeccanici. Il documento - il cui stralcio è riportato in pagina - è a tutti gli effetti una risposta a una serie di interventi di Bentivogli sia pubblici che privati, come il comitato esecutivo dello scorso 8 luglio. Il testo infila una serie di osservazioni che esplicita il livello di tensione dentro Cisl e Fim. «Protagonismo contrassegnato da analisi, giudizi, concetti e toni nel tempo sempre meno condivisibili», si legge nella lettera, «che valicano il limite della paziente, ancorché basìta, tolleranza con cui tutta la Cisl ha osservato sin qui il crescendo degli effetti devastanti, per la stessa Cisl, del tuo smisurato egocentrismo e del tuo innato autoconvincimento di superiorità su tutti gli altri dirigenti della nostra organizzazione». Non solo. Scopriamo che l'esperto di blockchain avrebbe accusato alcuni segretari di categoria di aver festeggiato su Facebook per i morti in mare. In linea con tutti gli insulti da social che negli ultimi mesi hanno spaccato la platea tra salviniani e anti salviniani, impedendo a chiunque di sostenere posizioni di ragionevolezza avulse dal tifo modello calcistico. Su questo punto i segretari generali rispondono a Bentivogli a muso duro. «Nonostante le due precise richieste della segreteria generale», si legge ancora, «non hai ancora inteso (o non sei in grado?) di rivelare l'identità, a salvaguardia dell'onore di tutti gli altri».
Un ping pong tremendo che però non deve fuorviare la lettura complessiva della diatriba. È andando avanti con le righe che si coglie il senso profondo. I primi passaggi possono sembrare un lancio di stracci per conquista o mantenimento di posizioni di potere. Invece ci sembra chiaro che in ballo c'è il tema strutturale della rappresentanza in fabbrica. Se si sta sempre in televisione o a fare comizi e non si frequenta i propri clienti (cioè gli operai) diventa difficile tutelare la categoria nel suo insieme. Le tute blu da tempo hanno cambiato colore e proprio perché hanno diverse esigenze è bene interrogarsi quale sia il limite da fissare per l'esercizio delle tutele stesse. Imprenditori e dipendenti pur essendo sulla stessa barca non potranno mai essere rappresentati da una medesima associazione. Al tavolo delle parti sociali politica, sindacati e industriali stanno su lati diversi e per mantenere la posizione ci vogliono le spalle coperte. Tradotto? Ci vuole la presenza in fabbrica. C'è un intero paragrafo nella lettera in cui i 42 rappresentanti della Cisl ributtano addosso a Bentivogli gli strali che lui ha lanciato ai colleghi. «Come l'accusa che hai fatto al segretario organizzativo e, per suo tramite, all'intera segreteria confederale, di mortificare il lavoro durissimo che si fa nei luoghi di lavoro, riuscendo nel “capolavoro" di affermare che il massimo livello collegiale della Cisl mortificherebbe la linfa vitale della Cisl, i nostri delegati nei luoghi di lavoro». Un modo per dire che chi rappresenta una sigla risponde ai propri tesserati e non ad altre logiche. Tant'è che molti sindacalisti hanno cambiato casacca e sono poi passati in politica. Ma non si può essere sindacalisti e politici al tempo stesso. Anzi, usando le parole dei 42 «essere borderline con la vita e la dialettica politica» rischia di uccidere una volta per tutte la figura del sindacalista e annullare il ruolo della dialettica. Senza contare che le generazioni future si troverebbero a studiare a scuola come ultimo esemplare di metalmeccanico la riproduzione in miniatura di Bentivogli.
Metalmeccanici, dopo 10 anni ecco di nuovo la Triplice
Dopo dieci anni di divisioni, Fim, Fiom e Uilm sembrano aprire a una nuova stagione unitaria presentando una piattaforma condivisa con cui sedersi insieme al tavolo di trattativa per rinnovare il contratto nazionale in scadenza il 31 dicembre prossimo.
Un documento, a quanto si apprende, che sarà girato a Federmeccanica a stretto giro di posta non appena i sindacati avranno incassato il voto dei circa 1,4 milioni di tute blu occupate nel Paese. Tra le richieste che saranno presentate al tavolo l'aumento in busta paga dell'8% sui minimi contrattuali, non meno cioè di 153 euro al mese calcolati sul quinto livello.
Una richiesta, quella sul salario, si legge nella piattaforma approvato giovedì sera, che ha lo «scopo di incrementare i minimi salariali dei metalmeccanici che si attestano sui livelli più bassi d'Europa». A questo Fim, Fiom e Uilm associano la richiesta di una conferma dell'attuale meccanismo dei flexible benefits ma aumentandone l'importo a 250 euro e di un aumento a 700 euro annui dell'elemento perequativo a beneficio di quei lavoratori che non fanno contrattazione di secondo livello. Tra le altre richieste l'avvio di una staffetta generazionale; il tetto percentuale massimo per l'utilizzo di tutti i rapporti di lavoro a tempo, quello determinato, in somministrazione, compreso lo staff leasing e la riduzione del periodo massimo di lavoro a termine per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. A questo si associa anche la richiesta di un incremento della percentuale dei part time e di un adeguamento della maggiorazione del lavoro supplementare; l'impegno delle imprese a negoziare progetti per la conciliazione vita lavoro e per il sostegno ai genitori.
Capitolo delicato anche quello relativo al lavoro 4.0: di fronte ai processi di ristrutturazione e di riorganizzazione determinati da industria 4.0, e in caso di maggior utilizzo degli impianti, chiedono i sindacati, va previsto «l'esame congiunto in sede aziendale» per valutare gli effetti della maggiore produttività sul lavoro, a partire dall'occupazione, sugli orari. E alla voce lavoro agile e telelavoro chiedono di definirlo all'interno del contratto nazionale quale modalità flessibile di esecuzione della prestazione di lavoro, utile alle diverse e nuove esigenze dei lavoratori e delle aziende, prevedendo uno schema quadro per facilitarne l'applicazione. La mossa delle tute blu si inserisce in un discorso più ampio: quello del salario minimo. Il voto unitario ha comunque nascosto posizioni divergenti. La Fim di Marco Bentivogli era partita con una richiesta inferiore al 4%, ma visto l'inedito asse tra le altre due sigle si è allineata verso l'alto. E in ogni caso la piattaforma si scontrerà con il cuneo fiscale, o meglio con la necessità di una forte riduzione. Immaginare un livellamento così importante delle buste paga senza rimettere mano al sistema complessivo della fiscalità del lavoro appare come un mero esercizio retorico. Al tempo stesso il lavoro in fortissima evoluzione sta creando sacche fuori controllo e compensi schiacciati verso il basso. Vale soprattutto per le nuove professioni a cavallo della Gig economy. Il governo gialloblù si è speso più volte con promesse di sostegno ai rider del food delivery, senza portare avanti un tavolo sostenibile e duraturo. C'è il rischio che le due categorie (rider e metalmeccanici) si scontrino con la medesima difficoltà trovare il punto di sostenibilità del lavoro e fare quadrare richieste con produttività. Una fida tutta in salita.
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Ben 42 segretari di categoria e regionali contestano il capo della Fim: è oltre ogni tolleranza e non è mai in fabbrica.Metalmeccanici, dopo 10 anni ecco di nuovo la Triplice. Piattaforma congiunta per l'aumento minimo di 153 euro e l'avvio di una staffetta generazionale. E si parla anche di lavoro 4.0.Lo speciale contiene due articoli e la lettera di Marco Bentivogli alla segretaria generale Cisl Annamaria Furlan. Lettera Marco Bentivogli from La Verità L'ex ministro piddino Carlo Calenda ha cercato a lungo di mettere in piedi un partito. Ad agosto del 2018, noi della Verità l'avevamo battezzato il partito dei competenti. Fummo letteralmente insultati, salvo poi dover attendere qualche mese per leggere dichiarazioni ufficiali con tanto di intento e di obiettivi del mini partito. Avevamo fatto anche il nome di Marco Bentivogli, capo della Fim-Cisl. Già all'epoca i calendiani avrebbero visto di buon occhio l'ingresso del sindacalista filo europeista, grande esperto di blockchain, un po' meno di fabbriche. Anche Bentivogli si adirò con noi. Gli va riconosciuto che non ha mai fatto il salto. Nonostante entrambi abbiamo un buon rapporto con Confidustria, il sindacalista non ha mai accettato le lusinghe dell'ex ministro e compagnia radiofonica, forse immaginando il vero background: Calenda pratica il partitus interruptus. E non va mai alle urne. Per il sindacalista dei metalmeccanici la passione per la politica resta però un pallino fisso. E non siamo noi a sostenerlo. Lo scrivono nero su bianco ben 42 segretari di categoria e segretari regionali in una lettera datata 11 luglio. Il messaggio diretto a Bentivogli, in copia anche la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan è di una durezza mai letta prima. In estrema sintesi il plotone di sindacalisti accusa il collega di avere un ego smisurato, di avere un protagonismo politico e di mettere in pericolo il sindacato stesso, facendo finire in un angolo buio la federazione dei metalmeccanici. Il documento - il cui stralcio è riportato in pagina - è a tutti gli effetti una risposta a una serie di interventi di Bentivogli sia pubblici che privati, come il comitato esecutivo dello scorso 8 luglio. Il testo infila una serie di osservazioni che esplicita il livello di tensione dentro Cisl e Fim. «Protagonismo contrassegnato da analisi, giudizi, concetti e toni nel tempo sempre meno condivisibili», si legge nella lettera, «che valicano il limite della paziente, ancorché basìta, tolleranza con cui tutta la Cisl ha osservato sin qui il crescendo degli effetti devastanti, per la stessa Cisl, del tuo smisurato egocentrismo e del tuo innato autoconvincimento di superiorità su tutti gli altri dirigenti della nostra organizzazione». Non solo. Scopriamo che l'esperto di blockchain avrebbe accusato alcuni segretari di categoria di aver festeggiato su Facebook per i morti in mare. In linea con tutti gli insulti da social che negli ultimi mesi hanno spaccato la platea tra salviniani e anti salviniani, impedendo a chiunque di sostenere posizioni di ragionevolezza avulse dal tifo modello calcistico. Su questo punto i segretari generali rispondono a Bentivogli a muso duro. «Nonostante le due precise richieste della segreteria generale», si legge ancora, «non hai ancora inteso (o non sei in grado?) di rivelare l'identità, a salvaguardia dell'onore di tutti gli altri».Un ping pong tremendo che però non deve fuorviare la lettura complessiva della diatriba. È andando avanti con le righe che si coglie il senso profondo. I primi passaggi possono sembrare un lancio di stracci per conquista o mantenimento di posizioni di potere. Invece ci sembra chiaro che in ballo c'è il tema strutturale della rappresentanza in fabbrica. Se si sta sempre in televisione o a fare comizi e non si frequenta i propri clienti (cioè gli operai) diventa difficile tutelare la categoria nel suo insieme. Le tute blu da tempo hanno cambiato colore e proprio perché hanno diverse esigenze è bene interrogarsi quale sia il limite da fissare per l'esercizio delle tutele stesse. Imprenditori e dipendenti pur essendo sulla stessa barca non potranno mai essere rappresentati da una medesima associazione. Al tavolo delle parti sociali politica, sindacati e industriali stanno su lati diversi e per mantenere la posizione ci vogliono le spalle coperte. Tradotto? Ci vuole la presenza in fabbrica. C'è un intero paragrafo nella lettera in cui i 42 rappresentanti della Cisl ributtano addosso a Bentivogli gli strali che lui ha lanciato ai colleghi. «Come l'accusa che hai fatto al segretario organizzativo e, per suo tramite, all'intera segreteria confederale, di mortificare il lavoro durissimo che si fa nei luoghi di lavoro, riuscendo nel “capolavoro" di affermare che il massimo livello collegiale della Cisl mortificherebbe la linfa vitale della Cisl, i nostri delegati nei luoghi di lavoro». Un modo per dire che chi rappresenta una sigla risponde ai propri tesserati e non ad altre logiche. Tant'è che molti sindacalisti hanno cambiato casacca e sono poi passati in politica. Ma non si può essere sindacalisti e politici al tempo stesso. Anzi, usando le parole dei 42 «essere borderline con la vita e la dialettica politica» rischia di uccidere una volta per tutte la figura del sindacalista e annullare il ruolo della dialettica. 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Un documento, a quanto si apprende, che sarà girato a Federmeccanica a stretto giro di posta non appena i sindacati avranno incassato il voto dei circa 1,4 milioni di tute blu occupate nel Paese. Tra le richieste che saranno presentate al tavolo l'aumento in busta paga dell'8% sui minimi contrattuali, non meno cioè di 153 euro al mese calcolati sul quinto livello. Una richiesta, quella sul salario, si legge nella piattaforma approvato giovedì sera, che ha lo «scopo di incrementare i minimi salariali dei metalmeccanici che si attestano sui livelli più bassi d'Europa». A questo Fim, Fiom e Uilm associano la richiesta di una conferma dell'attuale meccanismo dei flexible benefits ma aumentandone l'importo a 250 euro e di un aumento a 700 euro annui dell'elemento perequativo a beneficio di quei lavoratori che non fanno contrattazione di secondo livello. Tra le altre richieste l'avvio di una staffetta generazionale; il tetto percentuale massimo per l'utilizzo di tutti i rapporti di lavoro a tempo, quello determinato, in somministrazione, compreso lo staff leasing e la riduzione del periodo massimo di lavoro a termine per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. A questo si associa anche la richiesta di un incremento della percentuale dei part time e di un adeguamento della maggiorazione del lavoro supplementare; l'impegno delle imprese a negoziare progetti per la conciliazione vita lavoro e per il sostegno ai genitori. Capitolo delicato anche quello relativo al lavoro 4.0: di fronte ai processi di ristrutturazione e di riorganizzazione determinati da industria 4.0, e in caso di maggior utilizzo degli impianti, chiedono i sindacati, va previsto «l'esame congiunto in sede aziendale» per valutare gli effetti della maggiore produttività sul lavoro, a partire dall'occupazione, sugli orari. E alla voce lavoro agile e telelavoro chiedono di definirlo all'interno del contratto nazionale quale modalità flessibile di esecuzione della prestazione di lavoro, utile alle diverse e nuove esigenze dei lavoratori e delle aziende, prevedendo uno schema quadro per facilitarne l'applicazione. La mossa delle tute blu si inserisce in un discorso più ampio: quello del salario minimo. Il voto unitario ha comunque nascosto posizioni divergenti. La Fim di Marco Bentivogli era partita con una richiesta inferiore al 4%, ma visto l'inedito asse tra le altre due sigle si è allineata verso l'alto. E in ogni caso la piattaforma si scontrerà con il cuneo fiscale, o meglio con la necessità di una forte riduzione. Immaginare un livellamento così importante delle buste paga senza rimettere mano al sistema complessivo della fiscalità del lavoro appare come un mero esercizio retorico. Al tempo stesso il lavoro in fortissima evoluzione sta creando sacche fuori controllo e compensi schiacciati verso il basso. Vale soprattutto per le nuove professioni a cavallo della Gig economy. Il governo gialloblù si è speso più volte con promesse di sostegno ai rider del food delivery, senza portare avanti un tavolo sostenibile e duraturo. C'è il rischio che le due categorie (rider e metalmeccanici) si scontrino con la medesima difficoltà trovare il punto di sostenibilità del lavoro e fare quadrare richieste con produttività. Una fida tutta in salita.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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