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2019-08-03
La ribellione Cisl contro Bentivogli: «Ego smisurato e voglia di politica»
Ansa
L'ex ministro piddino Carlo Calenda ha cercato a lungo di mettere in piedi un partito. Ad agosto del 2018, noi della Verità l'avevamo battezzato il partito dei competenti. Fummo letteralmente insultati, salvo poi dover attendere qualche mese per leggere dichiarazioni ufficiali con tanto di intento e di obiettivi del mini partito. Avevamo fatto anche il nome di Marco Bentivogli, capo della Fim-Cisl. Già all'epoca i calendiani avrebbero visto di buon occhio l'ingresso del sindacalista filo europeista, grande esperto di blockchain, un po' meno di fabbriche. Anche Bentivogli si adirò con noi. Gli va riconosciuto che non ha mai fatto il salto. Nonostante entrambi abbiamo un buon rapporto con Confidustria, il sindacalista non ha mai accettato le lusinghe dell'ex ministro e compagnia radiofonica, forse immaginando il vero background: Calenda pratica il partitus interruptus. E non va mai alle urne.
Per il sindacalista dei metalmeccanici la passione per la politica resta però un pallino fisso. E non siamo noi a sostenerlo. Lo scrivono nero su bianco ben 42 segretari di categoria e segretari regionali in una lettera datata 11 luglio. Il messaggio diretto a Bentivogli, in copia anche la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan è di una durezza mai letta prima. In estrema sintesi il plotone di sindacalisti accusa il collega di avere un ego smisurato, di avere un protagonismo politico e di mettere in pericolo il sindacato stesso, facendo finire in un angolo buio la federazione dei metalmeccanici. Il documento - il cui stralcio è riportato in pagina - è a tutti gli effetti una risposta a una serie di interventi di Bentivogli sia pubblici che privati, come il comitato esecutivo dello scorso 8 luglio. Il testo infila una serie di osservazioni che esplicita il livello di tensione dentro Cisl e Fim. «Protagonismo contrassegnato da analisi, giudizi, concetti e toni nel tempo sempre meno condivisibili», si legge nella lettera, «che valicano il limite della paziente, ancorché basìta, tolleranza con cui tutta la Cisl ha osservato sin qui il crescendo degli effetti devastanti, per la stessa Cisl, del tuo smisurato egocentrismo e del tuo innato autoconvincimento di superiorità su tutti gli altri dirigenti della nostra organizzazione». Non solo. Scopriamo che l'esperto di blockchain avrebbe accusato alcuni segretari di categoria di aver festeggiato su Facebook per i morti in mare. In linea con tutti gli insulti da social che negli ultimi mesi hanno spaccato la platea tra salviniani e anti salviniani, impedendo a chiunque di sostenere posizioni di ragionevolezza avulse dal tifo modello calcistico. Su questo punto i segretari generali rispondono a Bentivogli a muso duro. «Nonostante le due precise richieste della segreteria generale», si legge ancora, «non hai ancora inteso (o non sei in grado?) di rivelare l'identità, a salvaguardia dell'onore di tutti gli altri».
Un ping pong tremendo che però non deve fuorviare la lettura complessiva della diatriba. È andando avanti con le righe che si coglie il senso profondo. I primi passaggi possono sembrare un lancio di stracci per conquista o mantenimento di posizioni di potere. Invece ci sembra chiaro che in ballo c'è il tema strutturale della rappresentanza in fabbrica. Se si sta sempre in televisione o a fare comizi e non si frequenta i propri clienti (cioè gli operai) diventa difficile tutelare la categoria nel suo insieme. Le tute blu da tempo hanno cambiato colore e proprio perché hanno diverse esigenze è bene interrogarsi quale sia il limite da fissare per l'esercizio delle tutele stesse. Imprenditori e dipendenti pur essendo sulla stessa barca non potranno mai essere rappresentati da una medesima associazione. Al tavolo delle parti sociali politica, sindacati e industriali stanno su lati diversi e per mantenere la posizione ci vogliono le spalle coperte. Tradotto? Ci vuole la presenza in fabbrica. C'è un intero paragrafo nella lettera in cui i 42 rappresentanti della Cisl ributtano addosso a Bentivogli gli strali che lui ha lanciato ai colleghi. «Come l'accusa che hai fatto al segretario organizzativo e, per suo tramite, all'intera segreteria confederale, di mortificare il lavoro durissimo che si fa nei luoghi di lavoro, riuscendo nel “capolavoro" di affermare che il massimo livello collegiale della Cisl mortificherebbe la linfa vitale della Cisl, i nostri delegati nei luoghi di lavoro». Un modo per dire che chi rappresenta una sigla risponde ai propri tesserati e non ad altre logiche. Tant'è che molti sindacalisti hanno cambiato casacca e sono poi passati in politica. Ma non si può essere sindacalisti e politici al tempo stesso. Anzi, usando le parole dei 42 «essere borderline con la vita e la dialettica politica» rischia di uccidere una volta per tutte la figura del sindacalista e annullare il ruolo della dialettica. Senza contare che le generazioni future si troverebbero a studiare a scuola come ultimo esemplare di metalmeccanico la riproduzione in miniatura di Bentivogli.
Metalmeccanici, dopo 10 anni ecco di nuovo la Triplice
Dopo dieci anni di divisioni, Fim, Fiom e Uilm sembrano aprire a una nuova stagione unitaria presentando una piattaforma condivisa con cui sedersi insieme al tavolo di trattativa per rinnovare il contratto nazionale in scadenza il 31 dicembre prossimo.
Un documento, a quanto si apprende, che sarà girato a Federmeccanica a stretto giro di posta non appena i sindacati avranno incassato il voto dei circa 1,4 milioni di tute blu occupate nel Paese. Tra le richieste che saranno presentate al tavolo l'aumento in busta paga dell'8% sui minimi contrattuali, non meno cioè di 153 euro al mese calcolati sul quinto livello.
Una richiesta, quella sul salario, si legge nella piattaforma approvato giovedì sera, che ha lo «scopo di incrementare i minimi salariali dei metalmeccanici che si attestano sui livelli più bassi d'Europa». A questo Fim, Fiom e Uilm associano la richiesta di una conferma dell'attuale meccanismo dei flexible benefits ma aumentandone l'importo a 250 euro e di un aumento a 700 euro annui dell'elemento perequativo a beneficio di quei lavoratori che non fanno contrattazione di secondo livello. Tra le altre richieste l'avvio di una staffetta generazionale; il tetto percentuale massimo per l'utilizzo di tutti i rapporti di lavoro a tempo, quello determinato, in somministrazione, compreso lo staff leasing e la riduzione del periodo massimo di lavoro a termine per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. A questo si associa anche la richiesta di un incremento della percentuale dei part time e di un adeguamento della maggiorazione del lavoro supplementare; l'impegno delle imprese a negoziare progetti per la conciliazione vita lavoro e per il sostegno ai genitori.
Capitolo delicato anche quello relativo al lavoro 4.0: di fronte ai processi di ristrutturazione e di riorganizzazione determinati da industria 4.0, e in caso di maggior utilizzo degli impianti, chiedono i sindacati, va previsto «l'esame congiunto in sede aziendale» per valutare gli effetti della maggiore produttività sul lavoro, a partire dall'occupazione, sugli orari. E alla voce lavoro agile e telelavoro chiedono di definirlo all'interno del contratto nazionale quale modalità flessibile di esecuzione della prestazione di lavoro, utile alle diverse e nuove esigenze dei lavoratori e delle aziende, prevedendo uno schema quadro per facilitarne l'applicazione. La mossa delle tute blu si inserisce in un discorso più ampio: quello del salario minimo. Il voto unitario ha comunque nascosto posizioni divergenti. La Fim di Marco Bentivogli era partita con una richiesta inferiore al 4%, ma visto l'inedito asse tra le altre due sigle si è allineata verso l'alto. E in ogni caso la piattaforma si scontrerà con il cuneo fiscale, o meglio con la necessità di una forte riduzione. Immaginare un livellamento così importante delle buste paga senza rimettere mano al sistema complessivo della fiscalità del lavoro appare come un mero esercizio retorico. Al tempo stesso il lavoro in fortissima evoluzione sta creando sacche fuori controllo e compensi schiacciati verso il basso. Vale soprattutto per le nuove professioni a cavallo della Gig economy. Il governo gialloblù si è speso più volte con promesse di sostegno ai rider del food delivery, senza portare avanti un tavolo sostenibile e duraturo. C'è il rischio che le due categorie (rider e metalmeccanici) si scontrino con la medesima difficoltà trovare il punto di sostenibilità del lavoro e fare quadrare richieste con produttività. Una fida tutta in salita.
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Ben 42 segretari di categoria e regionali contestano il capo della Fim: è oltre ogni tolleranza e non è mai in fabbrica.Metalmeccanici, dopo 10 anni ecco di nuovo la Triplice. Piattaforma congiunta per l'aumento minimo di 153 euro e l'avvio di una staffetta generazionale. E si parla anche di lavoro 4.0.Lo speciale contiene due articoli e la lettera di Marco Bentivogli alla segretaria generale Cisl Annamaria Furlan. Lettera Marco Bentivogli from La Verità L'ex ministro piddino Carlo Calenda ha cercato a lungo di mettere in piedi un partito. Ad agosto del 2018, noi della Verità l'avevamo battezzato il partito dei competenti. Fummo letteralmente insultati, salvo poi dover attendere qualche mese per leggere dichiarazioni ufficiali con tanto di intento e di obiettivi del mini partito. Avevamo fatto anche il nome di Marco Bentivogli, capo della Fim-Cisl. Già all'epoca i calendiani avrebbero visto di buon occhio l'ingresso del sindacalista filo europeista, grande esperto di blockchain, un po' meno di fabbriche. Anche Bentivogli si adirò con noi. Gli va riconosciuto che non ha mai fatto il salto. Nonostante entrambi abbiamo un buon rapporto con Confidustria, il sindacalista non ha mai accettato le lusinghe dell'ex ministro e compagnia radiofonica, forse immaginando il vero background: Calenda pratica il partitus interruptus. E non va mai alle urne. Per il sindacalista dei metalmeccanici la passione per la politica resta però un pallino fisso. E non siamo noi a sostenerlo. Lo scrivono nero su bianco ben 42 segretari di categoria e segretari regionali in una lettera datata 11 luglio. Il messaggio diretto a Bentivogli, in copia anche la numero uno della Cisl, Annamaria Furlan è di una durezza mai letta prima. In estrema sintesi il plotone di sindacalisti accusa il collega di avere un ego smisurato, di avere un protagonismo politico e di mettere in pericolo il sindacato stesso, facendo finire in un angolo buio la federazione dei metalmeccanici. Il documento - il cui stralcio è riportato in pagina - è a tutti gli effetti una risposta a una serie di interventi di Bentivogli sia pubblici che privati, come il comitato esecutivo dello scorso 8 luglio. Il testo infila una serie di osservazioni che esplicita il livello di tensione dentro Cisl e Fim. «Protagonismo contrassegnato da analisi, giudizi, concetti e toni nel tempo sempre meno condivisibili», si legge nella lettera, «che valicano il limite della paziente, ancorché basìta, tolleranza con cui tutta la Cisl ha osservato sin qui il crescendo degli effetti devastanti, per la stessa Cisl, del tuo smisurato egocentrismo e del tuo innato autoconvincimento di superiorità su tutti gli altri dirigenti della nostra organizzazione». Non solo. Scopriamo che l'esperto di blockchain avrebbe accusato alcuni segretari di categoria di aver festeggiato su Facebook per i morti in mare. In linea con tutti gli insulti da social che negli ultimi mesi hanno spaccato la platea tra salviniani e anti salviniani, impedendo a chiunque di sostenere posizioni di ragionevolezza avulse dal tifo modello calcistico. Su questo punto i segretari generali rispondono a Bentivogli a muso duro. «Nonostante le due precise richieste della segreteria generale», si legge ancora, «non hai ancora inteso (o non sei in grado?) di rivelare l'identità, a salvaguardia dell'onore di tutti gli altri».Un ping pong tremendo che però non deve fuorviare la lettura complessiva della diatriba. È andando avanti con le righe che si coglie il senso profondo. I primi passaggi possono sembrare un lancio di stracci per conquista o mantenimento di posizioni di potere. Invece ci sembra chiaro che in ballo c'è il tema strutturale della rappresentanza in fabbrica. Se si sta sempre in televisione o a fare comizi e non si frequenta i propri clienti (cioè gli operai) diventa difficile tutelare la categoria nel suo insieme. Le tute blu da tempo hanno cambiato colore e proprio perché hanno diverse esigenze è bene interrogarsi quale sia il limite da fissare per l'esercizio delle tutele stesse. Imprenditori e dipendenti pur essendo sulla stessa barca non potranno mai essere rappresentati da una medesima associazione. Al tavolo delle parti sociali politica, sindacati e industriali stanno su lati diversi e per mantenere la posizione ci vogliono le spalle coperte. Tradotto? Ci vuole la presenza in fabbrica. C'è un intero paragrafo nella lettera in cui i 42 rappresentanti della Cisl ributtano addosso a Bentivogli gli strali che lui ha lanciato ai colleghi. «Come l'accusa che hai fatto al segretario organizzativo e, per suo tramite, all'intera segreteria confederale, di mortificare il lavoro durissimo che si fa nei luoghi di lavoro, riuscendo nel “capolavoro" di affermare che il massimo livello collegiale della Cisl mortificherebbe la linfa vitale della Cisl, i nostri delegati nei luoghi di lavoro». Un modo per dire che chi rappresenta una sigla risponde ai propri tesserati e non ad altre logiche. Tant'è che molti sindacalisti hanno cambiato casacca e sono poi passati in politica. Ma non si può essere sindacalisti e politici al tempo stesso. Anzi, usando le parole dei 42 «essere borderline con la vita e la dialettica politica» rischia di uccidere una volta per tutte la figura del sindacalista e annullare il ruolo della dialettica. 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Un documento, a quanto si apprende, che sarà girato a Federmeccanica a stretto giro di posta non appena i sindacati avranno incassato il voto dei circa 1,4 milioni di tute blu occupate nel Paese. Tra le richieste che saranno presentate al tavolo l'aumento in busta paga dell'8% sui minimi contrattuali, non meno cioè di 153 euro al mese calcolati sul quinto livello. Una richiesta, quella sul salario, si legge nella piattaforma approvato giovedì sera, che ha lo «scopo di incrementare i minimi salariali dei metalmeccanici che si attestano sui livelli più bassi d'Europa». A questo Fim, Fiom e Uilm associano la richiesta di una conferma dell'attuale meccanismo dei flexible benefits ma aumentandone l'importo a 250 euro e di un aumento a 700 euro annui dell'elemento perequativo a beneficio di quei lavoratori che non fanno contrattazione di secondo livello. Tra le altre richieste l'avvio di una staffetta generazionale; il tetto percentuale massimo per l'utilizzo di tutti i rapporti di lavoro a tempo, quello determinato, in somministrazione, compreso lo staff leasing e la riduzione del periodo massimo di lavoro a termine per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. A questo si associa anche la richiesta di un incremento della percentuale dei part time e di un adeguamento della maggiorazione del lavoro supplementare; l'impegno delle imprese a negoziare progetti per la conciliazione vita lavoro e per il sostegno ai genitori. Capitolo delicato anche quello relativo al lavoro 4.0: di fronte ai processi di ristrutturazione e di riorganizzazione determinati da industria 4.0, e in caso di maggior utilizzo degli impianti, chiedono i sindacati, va previsto «l'esame congiunto in sede aziendale» per valutare gli effetti della maggiore produttività sul lavoro, a partire dall'occupazione, sugli orari. E alla voce lavoro agile e telelavoro chiedono di definirlo all'interno del contratto nazionale quale modalità flessibile di esecuzione della prestazione di lavoro, utile alle diverse e nuove esigenze dei lavoratori e delle aziende, prevedendo uno schema quadro per facilitarne l'applicazione. La mossa delle tute blu si inserisce in un discorso più ampio: quello del salario minimo. Il voto unitario ha comunque nascosto posizioni divergenti. La Fim di Marco Bentivogli era partita con una richiesta inferiore al 4%, ma visto l'inedito asse tra le altre due sigle si è allineata verso l'alto. E in ogni caso la piattaforma si scontrerà con il cuneo fiscale, o meglio con la necessità di una forte riduzione. Immaginare un livellamento così importante delle buste paga senza rimettere mano al sistema complessivo della fiscalità del lavoro appare come un mero esercizio retorico. Al tempo stesso il lavoro in fortissima evoluzione sta creando sacche fuori controllo e compensi schiacciati verso il basso. Vale soprattutto per le nuove professioni a cavallo della Gig economy. Il governo gialloblù si è speso più volte con promesse di sostegno ai rider del food delivery, senza portare avanti un tavolo sostenibile e duraturo. C'è il rischio che le due categorie (rider e metalmeccanici) si scontrino con la medesima difficoltà trovare il punto di sostenibilità del lavoro e fare quadrare richieste con produttività. Una fida tutta in salita.
Michele Emiliano (Ansa)
Da Decaro, infatti, è arrivata una raffica di no alle richieste do ricoprire un posto come consigliere regionale o, addirittura, di avere uno strapuntino nella nuova giunta. Un miraggio, il ruolo di assessore, fatto balenare da Elly Schlein in campagna elettorale e poi spazzato via dall’ottima performance nelle urne di Decaro che così, forte dei voti ottenuti, ha avuto vita facile a far naufragare l’ingresso di Emiliano nella propria squadra di governo.
Al magistrato in aspettativa, però, un posto serviva, altrimenti sarebbe tornato a lavorare con leggi e codici. Da qui l’ideona del «consulente giuridico», in attesa della ventilata candidatura alle prossime elezioni nazionali. Caso risolto? Non proprio, perché la parola finale, infatti, spettava al Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati. Il Consiglio superiore della magistratura, infatti, doveva esprimersi su una questione dirimente: se fare il «consulente giuridico» del presidente Decaro sia un incarico abbastanza importante per prolungare l’aspettativa. E qui, per Emiliano, iniziano i guai perché trovata la quadra politica, arriva il cuneo dei suoi ex colleghi che se la sono presa comoda. Secondo quanto racconta Repubblica, infatti, il Csm, per non alimentare il clima di scontro nelle ultime settimane di campagna elettorale per il referendum sulla giustizia, avrebbe stabilito di mettere in stand by le pratiche di quei colleghi magistrati che preferirebbero continuare a occuparsi, o iniziare a occuparsi, di politica. Tra questi incartamenti messi da parte ci sarebbe anche il faldone di Emiliano.
Il problema dell’ex governatore si chiama legge Cartabia, che ha ridotto da 200 a 180 il numero di giudici e pm che possono andare «fuori ruolo», «portando ad appena 40 quelli che possono essere assegnati a istituzioni diverse dai ministeri della Giustizia e degli Esteri, dal Csm e dagli organi costituzionali», spiega Repubblica. La finestra per non indossare la toga si è ridotta, dunque, e quei posti sono stati già quasi tutti occupati. O, comunque, lo saranno non appena il Csm tornerà a vagliare le richieste avanzate dai colleghi per prima dell’alto papavero del Pd. Ed Emiliano, che farà? Il rischio, che pare concretissimo oggi, è che il debba rinunciare al tanto sudato contrattino da consigliere giuridico e che possa essere costretto addirittura a lasciare la sua Regione (dove non può esercitare) per trasferirsi in un’altra. Quello che è sicuro è che Emiliano sia appeso a doppio filo alle decisioni dei suoi ex colleghi. Oltre allo strapuntino da 130.000, scrive Repubblica che «l’ex presidente è ancora in attesa di capire cosa deciderà il Consiglio giudiziario di Roma in merito alla sua richiesta di ottenere la settima valutazione di professionalità, che gli consentirebbe di saltare a pie’ pari i 22 anni in cui è stato fuori ruolo e andare in pensione con il massimo livello». Inoltre, Emiliano è costretto a tifare pure il governo Meloni visto che, secondo quanto sostengono in molti, l’esecutivo potrebbe riformare la parte della legge Cartabia che ha portato a 180 il numero dei magistrati «fuori posto», rialzandolo a 200. Una boccata d’ossigeno che farebbe bene alle tasche di Emiliano.
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Ansa
A quanto si è appreso, il gip avrebbe scritto nell’ordinanza che permane l’esigenza di tenere l’impianto sotto sequestro per svolgere ulteriori accertamenti sulle cause dell’incendio verificatosi lo scorso 7 maggio. Lunedì, in udienza, il pm Mariano Buccoliero aveva sostenuto che il mantenimento del sequestro era finalizzato a ulteriori accertamenti sull’impianto chiesti dai consulenti della Procura verso la fine del 2025. Ma il legale dell’azienda aveva osservato che gli accertamenti ulteriori erano già stati prefigurati a luglio, ma furono allora scartati poiché ritenuti non necessari dalla consulente incaricata dalla Procura. Questi nuovi accertamenti, ha argomentato in udienza il legale di Adi, si potevano fare mesi fa e nessuno allora avrebbe mosso particolari obiezioni, mentre farli ora non solo mantiene il sequestro probatorio, ma contrasta soprattutto con gli orientamenti della Corte di Cassazione per la quale questa tipologia di sequestro deve avere tempi stretti. Adesso l’azienda impugnerà il no al dissequestro in Cassazione. E comunque anche se l’altoforno 1 fosse stato dissequestrato, non sarebbe ripartito subito poiché sarebbero stati necessari almeno otto mesi per il suo ripristino.
Ma vediamo che impatto avrà lo stop dei giudici. Lo Stato ha investito dal 7 maggio 2025 al 12 febbraio 2026, circa 1,2 miliardi per il ripristino delle attività dopo l’incidente occorso alla tubiera 11 dell’altoforno 1, a maggio 2025, che ha causato la fuoriuscita di materiale incandescente. Le attività di verifica e ripristino dell’impianto sono iniziate subito ma il sequestro dell’impianto ha impedito di procedere. Inoltre non ha consentito lo svuotamento del suo contenuto e il risultato è stato la solidificazione dell’acciaio presente al suo interno. Ciò comporterà una manutenzione pesante. Questo tipo di attività si sarebbe potuta evitare se la Procura, come chiesto sin da subito dai commissari, avesse consentito il colaggio dei fusi. La durata di queste attività di manutenzione straordinaria si può stimare in circa 9 mesi che rappresentano un ulteriore intervallo di non produzione. Ora lo stop dei giudici costerà quasi 2,5 miliardi che sarebbe il danno qualora il sequestro fosse accaduto oggi. Ogni altro giorno di ritardo costa all’ex Ilva e allo Stato qualcosa come 4,5 milioni di euro al giorno in più tra mancato fatturato e costo della cassa integrazione. Il sequestro disposto dalla Procura sarebbe dovuto solo servire a ricostruire la dinamica dei fatti. Ma dopo ben 282 giorni, gli accertamenti non sono ancora conclusi.
Questi ritardi impattano anche sui lavoratori che erano impiegati a valle dell’altoforno 1, gli stabilimenti del Nord, che per la minor produzione di Taranto, hanno visto una diminuzione delle ore lavorate. Ma anche le aziende italiane che acquistavano dall’Ilva, hanno dovuto acquistare all’estero l’acciaio primario anche pagandolo di più. Risultato: il ritardo della Procura costa più del doppio di quanto lo Stato ha investito per tenere in piedi l’azienda e sistemare i danni lasciati dalla precedente gestione Arcelor Mittal.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 febbraio con Carlo Cambi
La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (Ansa)
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.
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