Ansa
I compagni insistono con il mantra della democrazia a rischio, con patriarcato annesso, quando governano le destre. Poi i fatti li contraddicono: a Budapest il voto non è stato «inquinato» e in Italia il premier è donna.
Allarmismi democratici. Luogocomunismo e ossessioni. Mantra e tormentoni ripetuti fino allo sfinimento. Una tecnica comunicativa che paga nel breve periodo, ma che non regge alla prova dei fatti.
L’Ungheria è il caso più recente, con il «dittatore» Viktor Orbán che «mai lascerà il potere».
Anzi: «Impedirà al popolo sovrano di esprimersi», o comunque «farà di tutto per inquinare il responso delle urne».
Sappiamo com’è finita.
E che dire di Giorgia Meloni?
Fino alla vigilia del referendum sulla giustizia, era la «ducetta» a capo di un soffocante «regime», che stava riducendo gli spazi democratici e calpestando i diritti civili, mentre l’onda montante delle camicie nere non si limitava a emergere solo a Predappio o in via Acca Larentia, ma stava per travolgere le stesse istituzioni nate dalla Liberazione e dalla Resistenza.
Questo grazie anche a Tele Meloni.
Sappiamo com’è finita: con gli stessi - pronti (a parole), fino a cinque minuti prima, ad andare in montagna «per opporsi all’invasor» - a esultare in piazza per celebrare la saggezza degli italiani, che hanno urlato nelle urne: «La Costituzione non si tocca!».
Salvo che a modificarla non sia la sinistra, come fece con il titolo V nel 2001, introducendo il federalismo amministrativo e aprendo la strada all’autonomia differenziata (che la destra ha potuto mettere in cantiere proprio in virtù di quell'iniziativa).
Nota a margine: siccome l’Italia è piena di «antifa di maniera e di carriera», secondo la perculante fotografia di Antonio Padellaro in Antifascisti immaginari, ecco Laura Boldrini orgogliosa di aver impedito, in nome della libertà di parola (propria), un convegno sulla remigrazione organizzato dalla destra in Parlamento.
Peccato solo che lei, nel 2018, da presidente della Camera, non avesse impedito, nonostante le proteste, un analogo convegno di Casapound, non detenendo, dichiarò all’epoca, «alcun potere per autorizzare o vietare l’uso della sala stampa qualora questa venga prenotata da un deputato».
Rimanendo a Meloni e dintorni: mai, come da quando lei è arrivata a palazzo Chigi, il patriarcato - altro ritornello - avrebbe trovato nuova linfa e vigore.
E già così il cortocircuito propagandistico fa ridere, visto che è la destra, machista e sessista, a incoronare la prima donna premier.
Il bello è che più si parla di donne sottomesse in funzione ancillare, più si stanno facendo strada le leadership al femminile.
Cos’è stata l’elezione di Elly Schlein come segretario Pd se non il tentativo di recuperare il gap con la destra?
Mentre già sta scaldando i motori la stilosa Silvia Salis, e vedremo se andrà lunga o meno alla prima curva, che un giorno potrebbe vedersela non con Giorgia ma con Marina Berlusconi (che secondo il Fatto Quotidiano di ieri, avrebbe chiesto agli autori di Ciao Darwin di Paolo Bonolis di scriverle «gag» e «aneddoti portatili», perché se mai scendesse davvero in campo naturalmente, e ditemi se anche questo non è un pregiudizio, lo farebbe in stile Bagaglino, o giù di lì...).
Seconda nota a margine: è da quando ero iscritto alla Fgci, metà anni Settanta, che sento dire che in Italia c’è un «regime», altro vocabolo prêt-à-porter indispensabile nel vocabolario di ogni sincero democratico.
All’epoca era quello della Dc. Poi ci furono quelli di Bettino Craxi, di Silvio, di Matteo Renzi, Beppe Grillo e, appunto, Meloni.
In fondo, una continuità «di sistema» che certifica quanto avesse ragione (e qui esce il radicale libertario che è in me, fortunatamente subentrato al giovane comunista) Marco Pannella: in Italia l’unico regime, mefitico e irriformabile, è quello partitocratico.
E vogliamo parlare della pervasività dei pro Pal? Con i loro diktat: «A Gaza è genocidio, punto», e l'esibizionismo etico dei flottilleros, partiti non si sa ancora bene con quali obiettivi, se non quello di monopolizzare er dibattitto, facendo addirittura titolare alla Stampa (2 ottobre 2025): «Flottilla, l’Italia si blocca», nientemeno, con annesso sciopero a sostegno proclamato dai sindacati? Con Matteo Ricci del Pd che andava sul palco con la bandiera palestinese, e sappiamo com’è finita nelle Marche, e Pasquale Tridico del M5s che annunciava come primo atto da governatore il riconoscimento dello Stato palestinese, e sappiamo com’è finita.
Flashback. Settembre 2022, vigilia delle elezioni politiche.
Dall’Huffington Post: «ll segretario esorta, almeno dieci volte, a “combattere”, alzando anche sapientemente i decibel: a “combattere la destra”, “uniti”, “casa per casa”, “con tutta la passione possibile”, a “combattere” per “le nostre buone ragioni nel governo”». Non basta. «Il leader prosegue: “Le classi dirigenti italiane non hanno capito che qui non è in gioco un’alleanza di governo o il destino di un leader, ma la tenuta della nazione nei prossimi anni”». Chiosa del giornalista: «È un riflesso antico, la grande chiamata alle armi, l’allarme massimo, “democratico” si sarebbe detto una volta: c’è una destra, rocciosa, incombente, negazionista, “estrema”, che “non si vergogna a candidare i fascisti”, un pericolo così grande che non consente il lusso di perdersi in chiacchiere, in dibattiti e critiche perché “l’avversario non è qui, è la destra”».
E qui arriva lo sfottò: «L’allarme è a intermittenza, oggi c’è ma ieri non c’era, domani chissà. Un’enfasi che, gira che ti rigira, porta sempre a rispolverare l’armamentario della propria giovinezza: l’antifascismo, i partigiani, Bella ciao, il sangue versato per la democrazia». Perché «è chiaro: l’unica cosa che può tenere assieme il tutto è l’allarme rappresentato dalla destra incombente».
Il tutto a firma di Alessandro De Angelis, vicedirettore della testata online, ospite fisso di Lilli Gruber su La7, a commento degli slogan abusati da Nicola Zingaretti nel suo comizio alla Festa dell’Unità di Modena.
Del resto, lo sappiamo: riposizionati a sinistra, fai tuo l’aforisma «il fascismo non è un'ideologia, è un crimine», e camperai tranquillo.
Come invitava Ennio Flaiano nel Frasario essenziale (Bompiani): «Iscrivetevi al Partito comunista. Vantaggi: sarete temuti e rispettati; libertà privata totale; ampie possibilità per il futuro; viaggi in comitiva; nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema; guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi); colloquio con i giovani; ammirazione del ceto borghese; ampie facilitazioni sessuali; possibilità di protesta; rapida carriera; firme di manifesti vari; impunità per delitti politici e di opinione; in casi disperati, alone di martirio». Era il 1969. Sappiamo com’è finita.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 aprile 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni.
La sinistra italiana ed europea festeggiano un Parlamento ungherese composto al 97% da esponenti di destra, dove l’area progressista è stata cancellata dalle urne. Com’è possibile? C’è una verità più profonda che svela la natura della politica odierna: i progressisti hanno abbandonato ogni connotato laburista per trasformarsi nel custode dell’apparato europeista.
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2026-04-15
Radiografie false con l’intelligenza artificiale: l’allarme su truffe e risarcimenti
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iStock
- Uno studio dimostra che le radiografie generate dall’intelligenza artificiale possono ingannare anche gli specialisti. E mentre assicurazioni e imprese iniziano a dotarsi di strumenti di verifica, il cyber risk cambia natura: non colpisce solo i sistemi, ma la fiducia nelle prove.
- In Hackerare la mente Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco raccontano come algoritmi, linguaggio e intelligenza artificiale possano orientare scelte e percezioni. Una riflessione che aiuta a capire anche il boom di frodi digitali e contenuti manipolati.
Lo speciale contiene due articoli
A guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.
Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.
È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.
Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.
Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.
«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».
La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.
Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.
La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.
È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.
Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili
C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.
Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.
Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.
Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.
Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.
Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.
Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.
Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
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