Marco Osnato (Ansa)
Il deputato di Fdi, presidente della commissione Finanze: «Manovra prudente, ma restituisce potere d’acquisto. Con l’operazione Mps-Mediobanca, Generali sarà ancor più focalizzata sulla tutela dei risparmi degli italiani».
Trump con un blitz ha catturato Maduro. In Venezuela festeggiano. La sinistra in cortocircuito insorge. Ma anche a destra si intravede una certa freddezza. Giorgia Meloni, pur approvando l’operazione, «reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da perseguire». L’impressione è che anche a destra siete rimasti tutti un po’ spiazzati.
«Non so se il termine “spiazzati” sia quello giusto, perché si sapeva che l’amministrazione americana avesse un dossier aperto verso Maduro e le politiche del Venezuela. Tuttavia, queste operazioni nascono sull’effetto sorpresa e l’ottima riuscita dell’operazione, dal punto di vista militare, lo dimostra. Palazzo Chigi ha chiaramente evidenziato come l’opzione militare non sia la prima e prioritaria fra le soluzioni. Ma al tempo stesso ha messo in luce quali siano le gravi motivazioni che hanno indotto gli Usa a intervenire. Ovviamente, a prescindere dalle valutazioni su quanto avvenuto, la speranza è che i venezuelani stiano meglio di quanto siano stati fino adesso!».
Raggiungo Marco Osnato, deputato alla Camera in quota Fdi. Reduce dall’approvazione della legge di bilancio.
Ma ricordiamolo a chi ci legge. Lei presiede la commissione Finanze, che però non c’entra nulla con quella di Bilancio. Avete altri compiti.
«La legge di bilancio viene esaminata alla commissione Bilancio prima di andare in Aula. Le competenze della commissione Finanze spaziano dalle banche alle assicurazioni. Ma si occupa anche di fisco. Tutto ciò che sono entrate per lo Stato».
Le competenze di quello che una volta era il ministro delle Finanze. Quindi voi commissari non siete chiamati a occuparvi di legge di bilancio.
«In realtà si dice in tal caso che noi agiamo in questo frangente in qualità di commissione consultiva».
Se il Parlamento vuol sentire un parere di un banchiere a proposito delle misure, passa da voi?
«Esatto».
Anche se non stavolta, visti i tempi come al solito compressi per l’approvazione della legge. Un grande classico. Non il massimo per chi fa il parlamentare. Esaminata e votata in extremis, poco prima di stappare lo spumante per Capodanno. Secondo lei, si poteva fare di meglio nella gestione dei tempi e del processo di approvazione?
«Nonostante gli ottimi auspici anche del ministro in quel di ottobre, quando la legge è stata presentata, siamo arrivati corti con i tempi. Non è una novità. Anzi, una consuetudine. Confesso che non è la migliore espressione della politica italiana. Però è anche vero che se mi guardo intorno che cosa vedo? Gli Stati Uniti sono stati chiusi durante lo shutdown».
Ed in quei giorni licenziano anche i dipendenti pubblici.
«La Germania ha le sue difficoltà. Per non parlare della Francia, che tuttora non ha una legge di bilancio e andrà in una sorta di esercizio provvisorio. Quindi me ne faccio una ragione. Però l’auspicio è sempre quello di migliorare».
Da uno a dieci - onestamente e non mi dica dieci perché non ci crederebbe nessuno - quanto le piace questa legge di bilancio?
«Un voto? Posso dire più vicino all’otto che al sette. È una legge di bilancio che sostanzialmente non fa un euro in più di deficit rispetto a quanto già previsto. È una legge di bilancio che ci porta fuori dalla procedura di infrazione. Ma non disdegna un obiettivo importante. Restituire potere di acquisto agli italiani. Quindi un taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33%. Tagliamo la tassazione sugli aumenti contrattuali. Tagliamo le imposte sui premi di produttività. Anche questo è molto importante».
Uno stimolo alle parti sociali perché facciano nuovi contratti.
«Ci sono molti soldi in più per la sanità. Circa 7 miliardi. Ci sono molti soldi, abbastanza comunque, anche per la competitività. Oltre ai 4 miliardi già decisi ne sono stati alla fine dati 3 e mezzo. Allo stesso tempo si può dire che è una manovra seria, prudente ma anche di sviluppo».
I maligni sostengono che questa finanziaria, come si chiamava una volta la legge di bilancio, è sparagnina oggi perché fra un anno, l’ultimo prima delle elezioni, ci saranno fuochi di artificio. Si parla addirittura di 50 miliardi. Insomma, sarà una legge di bilancio molto frizzante quella dell’anno prossimo. Hanno ragione i maligni oppure no?
«(Ride, ndr) Cosa vuole che le dica? Ma speriamo. Perché vorrebbe dire che il Paese è cresciuto oltre le aspettative. Tanto da consentirci di fare una legge di bilancio di 40-50 miliardi. E comunque andrebbero in misure di grande utilità per gli italiani. Penso anche che, se avessimo avuto la possibilità, sarebbe stato molto utile anche in questa legge di bilancio mettere un po’ più di risorse. Le leggi di bilancio vanno messe in fila durante una legislatura. Quindi non eludo la punta di veleno nella sua domanda. Quello dei maligni è un legittimo sospetto, però non è neanche così veritiero».
Più un auspicio che una previsione per Osnato.
«Io lo spererei perché vorrebbe dire che ci sono molte disponibilità per gli italiani».
Decreto armi Ucraina. Ma con uno strascico di polemica. La parola «militari» compare nel titolo del provvedimento. Claudio Borghi nella Lega sostiene che qualcuno dalle parti di Fdi non si sia comportato lealmente. Il titolo non era stato concordato. A chi si riferisce?
«In tutta onestà e franchezza io credo sinceramente che non ci sia necessità di trovare alcun accordo. L’intesa con la Lega sta nei fatti. In Consiglio dei ministri e in Parlamento ha sempre votato mozioni o atti d’indirizzo all’unanimità come tutto il centrodestra. A differenza del centrosinistra, che ogni volta presenta sempre quattro-cinque mozioni diverse su questi temi. Come deputato di Fratelli d’Italia, per me è facile ricordare come la nostra posizione sia stata coerente. Anche dai banchi dell’opposizione. Mettiamo al primo posto sempre il tema dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Noi l’abbiamo sempre votata questa impostazione. E quindi per noi è un caposaldo. Non so se Borghi abbia veramente messo in dubbio la lealtà di Fratelli d’Italia. Credo che la prima lealtà sia dovuta alla Nazione, al governo e alla volontà del popolo ucraino di difendere la propria integrità nazionale. Se Borghi ha idee diverse, ne discuta pure col suo partito. Però prenda anche atto che le scelte dell’Italia sono volte alla tutela della libertà e della sicurezza, non solo dell’Ucraina, ma di tutta Europa».
Riapro il capitolo banche. Materia di competenza della sua commissione. Si è molto parlato dell’operazione Mps-Mediobanca. Ma è veramente un successo? Lo Stato si è intromesso in un’operazione di mercato?
«Questo lo vedremo concretamente nei prossimi mesi, ma io credo che sia stata un’operazione di prospettiva molto importante quella di unire una banca come Mps, riorganizzata e risanata, con una realtà come Piazzetta Cuccia, che guarda più al mondo produttivo e finanziario del Nord. E onestamente era da qualche tempo un po’ silente sulle grandi operazioni. Nel complesso, vedo che questi asset importanti e strategici per il Paese, e mi riferisco segnatamente a Generali, rimangono saldamente in mani italiane. E probabilmente con una prospettiva ancora più legata alla tutela del risparmio degli italiani. Aspetto e osservo con fiducia».
Da presidente della commissione Finanze, quindi qui siamo nelle sue competenze, non ha mancato di esprimersi a favore del riconoscimento della proprietà delle riserve auree in capo al popolo italiano. E proprio nel momento forse più complicato. Quando tutti parlavano di bocciatura da parte della Bce. Avete fatto goal alla fine?
«È un ragionamento di principio che nasce da una considerazione storica. La Banca d’Italia ha come azionisti delle banche. Una volta erano tutte di proprietà pubblica. Poi negli anni, con le privatizzazioni, sono diventate di proprietà privata. Con l’adesione all’unione monetaria (quindi con l’euro) è stato necessario ribadire che la proprietà di quella riserva…».
La terza al mondo dopo Stati Uniti e Germania…
«Appunto, quella riserva è di proprietà del popolo italiano. Cosa peraltro scontata in tutti gli altri Paesi. La Francia l’ha sempre scritto, noi non l’avevamo scritto, ma adesso l’abbiamo esteso per tabulas, come dicono quelli che hanno studiato. Per cui nessun oro alla patria, perché l’oro è degli italiani e questo è giusto che si sappia. Andrebbe anche detto che quando si parla di oro alla patria erano gli italiani che donavano l’oro allo Stato. In questo caso è esattamente il contrario.
Le cose importanti riguardano la politica e l’economia nazionale. Ma questo governo è molto fissato con la politica estera. Non mi dica dieci perché non è credibile.
«L’aspetto più evidente e più riconosciuto da tutte le testate e dai leader internazionali, che è anche, credo, il prodromo di quello che è stato poi definito come successo internazionale dell’Italia, è che la nostra è una nazione stabile, rassicurante e affidabile in vari contesti. Che possono essere quelli della difesa, delle finanze, degli investimenti, e dell’export in generale. La figura di Giorgia Meloni ha rassicurato il mondo rispetto a tutti i possibili dubbi del passato. Questa è stata la sua capacità».
Che si sono detti Giorgia Meloni e Donald Trump nell’ultima telefonata di fine anno? Hanno risolto il problema dei super dazi sulla pasta italiana?
«Non conosco il contenuto delle eventuali comunicazioni tra il presidente Meloni e il presidente Trump. Come sempre sostenuto, il tema dei dazi - comunque delicato - non andava trattato sull’onda delle emozioni ma avendo presente il loro reale impatto. Oggi i dati sono meno preoccupanti di qualche mese fa, grazie anche al lavoro del nostro governo. E sulla pasta sicuramente anche l’attività del ministro Lollobrigida ha propiziato il quasi annullamento del loro peso. Speriamo che Trump abbia festeggiato il nuovo anno anche con una bella spaghettata alle vongole, come nella migliore tradizione italiana».
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Antonio Di Pietro (Ansa)
L’ex eroe di Mani Pulite: «Se la riforma della giustizia passa, occhio a chi dovrà scrivere le leggi attuative: sono quasi sempre magistrati e possono trasformare il bianco in grigio».
Antonio Di Pietro, già eroe di Mani Pulite, l’hanno strappata alla quieta esistenza da Cincinnato nella sua Montenero di Bisaccia.
«Dal 2016 ho deciso di ritornare semplice cittadino. Si discute però di una riforma costituzionale. Non è di questo governo e nemmeno dei prossimi. Ho sentito il dovere di impegnarmi».
Perché?
«Perché io c’ero. Sono stato poliziotto, commissario, magistrato, indagato, parte civile, testimone, avvocato. Ho indossato ogni abito processuale. E a seconda della giacchetta che porti, cambia tutto. Non c’è niente da fare: quando diventi imputato, si innesta un timore difficile da comprendere».
La paura della legge?
«È il connubio tra accusa e giudice che intimorisce. Quando uno dei giocatori fa anche l’arbitro, non ci si sente sereni».
Nemmeno lei lo era?
«Dopo aver lasciato la toga, ho subito richieste di rinvio giudizio incredibili. Sono riuscito a difendermi, ci mancherebbe altro. “Vabbè, ha vinto tutte le cause” dicono adesso. Sì, certo. Ma intanto la mia carriera, prima da magistrato e poi da politico, è stata distrutta».
Smessa la toga, è entrato in politica.
«Dopo aver fatto per due anni l’imputato a Brescia, sono stato nominato ministro nel governo Prodi. Mi sono dovuto dimettere sei mesi più tardi: avevano pubblicato la notizia di un altro avviso di garanzia. Alla fine, sono stati condannati i miei accusatori».
Tra gli ex colleghi, chi l’ha difesa?
«Nessuno. Io ero un battitore libero. Questo ha dato grande forza a Mani Pulite, però mi sono ritrovato nudo quanto ho dovuto affrontare quelle inchieste».
Adesso è stato arruolato della Fondazione Einaudi.
«Non mi sarei mai schierato con un partito. Questa riforma serve ai cittadini. E sarà un referendum tre per uno: separazione delle carriere, sorteggio e Alta corte disciplinare. Bisogna votare sì, per non continuare a mischiare cavoli e fagioli».
Tradotto dal dipietrese: pm e giudici.
«Siamo fratelli di sangue. Abbiamo superato un concorso identico, progrediamo insieme nella carriera, commettiamo gli stessi errori».
Lei è il vessillifero della controparte governativa.
«Io porto il vessillo di una riforma che si discute da trent’anni, fin da quando la voleva il centrosinistra».
A quei tempi, aveva fondato l’Italia dei Valori.
«Il Pd scriveva che la separazione delle carriere era “inevitabile”. Tanto è vero che ora molti esponenti dell’opposizione, alcuni apertamente e altri sommessamente, sanno che è nell’ordine naturale delle cose».
Lei non si sottrae.
«Perché ho due preoccupazioni».
Ovvero?
«Intanto, il rischio di politicizzazione. La riforma è difficile da spiegare. E io temo che tutto si risolva in un voto a favore o contro il governo. L’altro giorno l’ho spiegata a un gruppo di amici in paese. Alla fine, uno m’ha detto: “Sci sci, va buòne… ma io a quella nun la voto”».
E il secondo?
«La differenza tra sì e no potrebbe non superare i due milioni di voti: più o meno, il numero degli italiani all’estero che partecipano alle elezioni. Diverse inchieste hanno già dimostrato che quei pacchetti di preferenze, arrivati ancora per busta, sono spesso controllati. Dentro ci sono pure le schede di morti e ignari. Eppure, per evitare brogli, basterebbe fare votare tutti nelle ambasciate o nei consolati. Come si fa alle europee».
Il fiuto resta.
«Mi domando come non abbiano fatto a pensarci prima. Visto che ci siamo, avanzerei anche un altro dubbio».
Quale?
«Se passa la riforma, bisognerà fare le leggi attuative».
Ci pensano i burocrati.
«Che sono quasi sempre magistrati. La politica parla di massimi principi. Poi, però, gli aspetti tecnici li segue la stessa gente da quarant’anni: dirigenti, funzionari, capi di gabinetto».
Rischiano di annacquare?
«Tu hai scritto bianco, ma i tecnici-magistrati lo riscrivono in modo che diventi grigio».
Gli ex colleghi l’accusano di alto tradimento.
«La vita si sale a scalini. Guardarsi indietro è un gesto di maturità. Detto questo, io non ho mai cambiato idea».
Tanti, nelle segrete stanze, sono favorevoli?
«Anche stamattina mi ha telefonato un ex collega della Cassazione, annunciandomi il suo sostegno».
Cosa spaventa i ferocemente contrari?
«Non risponderanno più alla propria corrente, ma alla propria coscienza. Abbiamo scoperto il caso Palamara perché l’abbiamo intercettato. Ma quanti altri Palamara c’erano nel Csm?».
È stato il colpo definitivo per la credibilità della categoria?
«Ai tempi di Mani pulite il consenso era del 97%. Oggi non arriva al 50».
Perché?
«Inutile nascondersi dietro a un dito. Una grossa fetta di responsabilità ce l’hanno pure i magistrati, che non hanno mai fatto autocritica. A cominciare dall’Anm. Se cerchi chi ha commesso il reato, fai il tuo dovere. Se fai indagini esplorative, nella rete finiscono tanti innocenti. Su cento persone, ne vengono condannate una ventina in primo grado, poi ancora meno».
L’hanno fatto tanti suoi emuli.
«I dipietrini non sono più partiti dal fatto, per individuare il colpevole, ma dalla persona, per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati casi come quello del sottoscritto, che ha avuto 37 avvisi di garanzia».
Le risponderebbero: c’è l'obbligo dell’azione penale.
«Ma dev’essere sempre rapportata a un reato credibile. O davvero vogliamo credere che il procuratore di Pavia sia stato corrotto dalla famiglia Sempio? Alla fine, bene che vada, la montagna avrà partorito il topolino».
Si dibatte anche della famiglia del bosco.
«Avrebbero sbagliato perfino a far svegliare i figli all’alba. Non capisco. Mi dovrei sentire in colpa pure io, che mi alzo prestissimo?».
Perché, da Garlasco a Palmoli, si persevera?
«Per eccesso di zelo. Hanno cominciato un’inchiesta e devono dimostrare quel che pensano. Su ognuno di noi si trova sempre qualcosa, quando ti rigirano come un calzino».
Pure Mani pulite non viene spesso considerata un modello di garantismo.
«Ancora adesso ci sono molte persone che criticano quell’inchiesta per l’eccessiva violenza. Sono accuse che rigetto totalmente. Le esigenze cautelari c’erano. Alla luce di quello che poi è successo, dicono che abbiamo avuto la mano pesante. Bisogna però tenere conto della realtà di allora».
Si pente di qualcosa?
«Mi guardo allo specchio e rivendico tutto ciò che ho fatto. Ma ci sono stati i suicidi: essere orgoglioso non è sufficiente. Porto quei pesi sulla coscienza».
A partire dalla morte di Raul Gardini?
«Dal punto di vista giuridico, so benissimo di non avere colpe. Però si è suicidato perché doveva venire da me, un quarto d’ora prima dell’interrogatorio. Dopodiché, cosa avrei dovuto fare? Con il senno del poi, sono tutti bravi. Se sai che uno si butterà dalla finestra, la vai a chiudere prima. Che ragionamenti sono?».
I magistrati hanno troppo potere?
«Cento volte più dei politici. Per questo è quantomai balzana l’idea della loro sottomissione al governo, che vogliono fare passare i contrari. Abbiate pazienza: un pubblico ministero non è subordinato a nessuno. Può essere fermato solo da un altro pm o da un quintale di tritolo».
La riforma potrebbe arginare lo strapotere delle correnti?
«Sono loro che hanno il pallino in mano. Controllano nomine, promozioni, sanzioni. Decidono chi può andare al bagno in quel momento e chi deve rimanere seduto».
I favorevoli vinceranno il referendum?
«La maggior parte dei cittadini andrà a votare senza precise conoscenze. Si rimetterà ai cosiddetti maestri, buoni o cattivi che siano».
Chi sono i cattivi maestri?
«Chi non racconta oggettivamente i fatti, come fa l’Anm. Dice che questa riforma finirà per mettere il pubblico ministero agli ordini dell’esecutivo. Benedetto Iddio: puoi votare sì o no, ma il presupposto dev’essere vero. Al contrario, si continua a sostenere il falso».
Il sindacato delle toghe non partecipa ai dibattiti.
«Sembra come quel film di Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”».
Lei battaglia, invece.
«Non porto la bandiera di nessuno. Solo quella della Costituzione».
Ha abbandonato la vita da Cincinnato.
«La campagna, per qualche mese, può aspettare. Lo diceva pure mio padre: con le nuvole o con il sereno, la terra sempre là resta».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
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Regione Puglia apre procedimento contro i dottori di base: dovranno restituire circa 23 milioni di integrazioni salariali. Avvisati via mail a Capodanno. È una mossa in attesa della Cassazione sull’Emilia, che negò ai suoi camici bianchi 100 milioni di aumenti.
La Regione Puglia chiede ai medici di base di restituire 23 milioni di euro ricevuti, negli ultimi dieci anni, come parte dei loro compensi in virtù di un Accordo collettivo nazionale che, secondo una sentenza del Tar dell’Emilia Romagna (che riguarda peraltro i pediatri di libera scelta) non è più valido. Non è un gioco di parole, ma una pretesa talmente incredibile, che va letta un paio di volte per capirla bene.
Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
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