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2024-09-01
La notte dei sospetti. Ecco il racconto della presunta vittima
Nello Trocchia e Sara Giudice
C’è una foto della festa durante la quale sarebbero cominciate le avances dei giornalisti Nello Trocchia e Sara Giudice che poi, in taxi, si sarebbero trasformate, stando alla denuncia orale fonoregistrata della parte offesa, in molestie sessuali. L’ha postata su Instagram M.V., una collega che era presente, accompagnandola con questo messaggio: «Le feste con Sara sono sempre pericolose ma indimenticabili (tranne per lei, che dimentica tutto al secondo cocktail)». E di feste devono essercene state anche altre, visto che Giada (nome di fantasia), la giornalista televisiva che ha sporto denuncia, ha riferito alla polizia di fare «parte di un collettivo di giornalisti che creano e partecipano a eventi». Gli inviti del Cral festaiolo della stampa moralista arrivavano via chat. E gli investigatori danno atto che la ragazza che si è presentata alla Squadra mobile mostra il suo cellulare per circostanziare, tramite i messaggi, il giorno in cui è stata contattata dalla Giudice. La data: domenica 29 gennaio. «Verso le ore 19:10», verbalizza la ragazza, «sono arrivata sotto casa di Trocchia e Giudice», che condividono l’abitazione in quanto conviventi, «e a bordo di un taxi ci siamo recati in viale di Trastevere» dove, in un pub, si sarebbero incontrati con gli altri colleghi. Una trentina, che la denunciante afferma essere di sua conoscenza: «Appartenevamo tutte all’ambiente giornalistico», dice. Poi aggiunge: «Quando siamo entrati ho notato che avevamo a disposizione una zona riservata del pub». La festa, nell’area intima del locale, sembrava inizialmente tranquilla. Qualche chiacchiera, «pubbliche relazioni», le chiama la vittima. Che non ha nascosto di aver bevuto: «Una birra [...], altri due cocktail». Due gin tonic che avrebbe ritirato direttamente al banco. «I drink», afferma, «mi sono stati serviti dai baristi». Un passaggio che i pm devono aver ritenuto rilevante, perché, stando ai sospetti che Giada ha confidato alla polizia, qualcuno potrebbe averle somministrato del Ghb, la droga dello stupro. Lei sostiene di non ricordare il momento in cui ha cominciato a sentirsi euforica: «Ricordo solo di aver bevuto il secondo gin tonic ma non i dettagli della situazione». Di una cosa è certa, però: «Ero sempre in compagnia di qualcuno». Verso mezzanotte alcuni invitati sarebbero andati via e la compagnia si sarebbe dimezzata. «A questo punto», afferma, «ricordo che Nello ha iniziato a dirmi di tenere d’occhio Sara, come se dovessi controllarla, perché lei era un po’ su di giri». E quel «su di giri» deve aver incuriosito gli agenti, che le chiedono di spiegarsi meglio: «Lei era molto euforica. Più volte mi ha detto «quanto sei bona?» e poi mi ha dato un bacio sulla guancia». La situazione deve essersi fatta rovente. «Prendeva la panna dalla torta», racconta Giada, «e con il dito la metteva sulla mia bocca e probabilmente anche su quella dell’altra festeggiata, R. B.». Il racconto continua: «Ricordo che Sara, rivolgendosi al marito, diceva: «Però bacia bene». Tuttavia, questo è accaduto in un contesto di amicizia. Alla festa non è successo nulla di ambiguo». Nulla di ambiguo, valuta Giada. Ma in quel momento deve aver deciso di documentare tutto. «Ricordo che eravamo tutti un po’ alterati, ho anche dei video». Oltre ai selfie che la ritraggono sorridente. Mentre al tavolo continuano ad arrivare alcolici: «Ho bevuto un drink che credo fosse rum o whisky, ma non ricordo se fosse stato ordinato da me. Ricordo che c’era Nello accanto a me, che diceva: «Io e te dovevamo stare insieme anni fa». Questa frase mi ha infastidito, anche perché l’ho trovata irrispettosa nei confronti della moglie, che era presente. Lei, invece, ha continuato a dirmi «quanto sei bona»». E dopo un altro ordine, «uno shot di tequila», dice Giada che, però, non sa dire se sia mai arrivato al tavolo o se l’ha bevuto, i suoi ricordi si sono fatti «molto vaghi» e «non conformi» al solito. Giada non riesce a spiegarsi le ragioni del suo stato: «Dopo solo due cocktail e una birra non avrei dovuto sentirmi così male». A quel punto sarebbero cominciate le avances di Nello, «ma», precisa la ragazza, «non ricordo se ho fatto qualcosa per respingerle». Deve essere stata al centro dell’attenzione per un po’. E non solo di quella della coppia. «Ho dei video in cui M.V. mi fa altre avances». E lui le avrebbe detto: «Guarda come sei brava a scopare». Lei ha risposto: «Non era il caso di dire certe cose, anche perché stavo registrando e magari quei video avrei voluto mostrarli al mio compagno». Quando la festa è terminata Giada si è trovata sul taxi: «Appena si sono chiuse le portiere mi sono ritrovata addosso Sara e Nello. Mentre mi baciava, Sara diceva “quanto sei bella”. Ho avuto la sensazione che loro si fossero parlati, come se fossi stata ingannata». Poi si corregge: «Ho avuto l’impressione che lei fosse sincera ma non riuscivo a reagire, a muovermi». Lui, invece, secondo Giada, «dava ordini: «Stasera non puoi tornare a casa, devi venire su da noi»». Poi avrebbe cominciato anche lui a baciarla. Finché, è sempre la ricostruzione della ragazza, «ha preso la mia mano e l’ha messa sulle sue parti intime e ho sentito la sua erezione. Sono rimasta spiazzata, perché nel corso della serata non mi ero resa conto che avessero intenzioni sessuali nei miei confronti. Invece, quando sono salita sul taxi, ho pensato che la cosa fosse stata premeditata».
Scesa dal taxi con i due colleghi, però, «forse per un momento di lucidità ho pensato al mio compagno che mi aspettava a casa», verbalizza la ragazza. Sara, secondo Giada, «si è rivolta a Nello dicendogli che se non andavo su da loro, allora dovevo riprendere il taxi. A quel punto, mi sono precipitata sul sedile davanti e [...] senza rendermi conto completamente della gravità della situazione ho iniziato a chiedere cosa fosse successo». Giunta a casa Giada racconta di aver raccontato tutto al suo compagno e di aver «discusso». Ma anche di averci ripensato su: «Ho ritenuto che non fosse normale che con soli due cocktail avessi perso la capacità di reagire e che mi sentissi come una marionetta». E per cercare di capire «se», ricorda Giada, «nel corso della serata, Nello e Sara avessero dato segnali che volevano fare una cosa a tre», ha chiamato una collega. «Lei mi ha detto “assolutamente no”, aggiungendo che Sara era molto ubriaca mentre Nello no. Le ho raccontato la situazione dell’approccio e si è mostrata molto stupita, comunque mi ha rassicurato che non avevo manifestato nulla verso Nello e Sara». Alla fine della festa, mentre i tre attendevano il taxi, c’era anche Paco, amico dei Trocchia. Sentito dagli investigatori ha riferito che «mentre Nello chiamava il taxi lui si era accorto che Sara e Giada si stavano baciando e che avevano continuato ad abbracciarsi per alcuni minuti, tanto che lui aveva avuto la sensazione che si frequentassero ed era convinto che avrebbero finito la serata «in tre».
Qualche tempo dopo Paco si è anche sentito con Sara e lei, a proposito di Giada, le aveva risposto: «Prima ti limonano e poi non ti rispondono». E quando ha saputo della denuncia Paco è rimasto di stucco: «Le aveva viste baciarsi reciprocamente». E ha consegnato la chat agli investigatori. C’è un messaggio di Sara che gli chiede di ricordare un particolare: Giada «accovacciata» che la «baciava tutta disinvolta». Lui risponde con i suoi ricordi: «Sì Sara... no, più che là fori (fuori, ndr) prima... sulla porta... poi lì al taxi si stavate a fa un po’ di mattacchioni così». E aggiunge: «Sì, comunque si avvinghiava, vi avvinghiavate, certo tu eri più spinta, questo va detto».
Il tassista: «Mi disse: “Non sai chi hai in auto”»
Nella vicenda che vede indagati per il presunto stupro di una collega i giornalisti Nello Trocchia (cronista del Domani ) e Sara Giudice (inviata di La7 in procinto di sbarcare su Rai 2) la ricostruzione dei fatti è affidata principalmente al verbale di Patrizio F., il tassista unico testimone delle presunte violenze. E a quanto pare, per l’autista di piazza i tre giornalisti erano dei clienti di cui liberarsi prima possibile: «Ho percepito che erano brilli quando erano all’interno della vettura, perché ridevano, scherzavano, la ragazza più giovane mi ha detto “hai visto chi stai portando stasera a casa?”, io non ho neanche risposto, non vedevo l’ora che scendessero dal taxi perché erano su di giri…». A vantarsi dello status di vip sarebbe stata proprio la presunta vittima, ma in realtà emerge che l’uomo era consapevole che almeno uno dei suoi passeggeri era una persona nota: «Lui (Trocchia, ndr) lo ricordo perché l’ho visto in televisione, c’era poi una donna e una ragazza». Va detto che anche se l’uomo ha confermato che la ragazza era molto scossa e che gli aveva detto «che non si sarebbe aspettata quello che era accaduto», non ha raccontato agli investigatori di aver avuto la percezione di una violenza, ma di atti consensuali, con il bacio che non gli sarebbe sembrato «forzato». E soprattutto, il 7 febbraio del 2023, in una telefonata intercettata durante le indagini, il tassista racconta al suo interlocutore l’accaduto e la sua convocazione negli uffici della Squadra mobile: «Io non lo so io te giuro a me non me pareva tutta sta pesantezza cioè ner senso... io gli ho spiegato tutto ma che te devo dì!». Poi chiosava: «Quindi non so che ditte io non lo so lei che ha fatto! Se ha fatto la denuncia, probabilmente ha fatto la denuncia perché sennò non mi avrebbero chiamato ... sicuramente avrà fatto la denuncia e quindi niente mi hanno voluto senti pure a me... mo non so...». L’uomo, quindi, non è in grado di corroborare le accuse della presunta vittima, ma dal momento che ammette che erano «su di giri», la sua non può neanche essere considerata una smentita netta.
A differenza della moglie Trocchia ha finora scelto la strada del silenzio. Per ricostruire la sua versione dei fatti, si deve quindi fare riferimento ai riassunti citati dalla pm Barbara Trotta nella richiesta di archiviazione che verrà valutata dal gip il prossimo 10 dicembre. Secondo il giornalista la presunta vittima e la moglie «avevano iniziato a baciarsi» fuori dal pub dove si era svolta la festa. All’arrivo del taxi la ragazza «decideva di andare con loro e si sedevano tutt’e tre dietro» con la presunta vittima «al centro la quale continuava a baciarsi con Sara. Vedendo la scena il Trocchia riferiva di avere chiesto» alla presunta vittima «se, dato che stava baciando la sua compagna, voleva baciare anche lui». La ragazza «rispondeva che avrebbe fatto quello che diceva Sara. Sara diceva che poteva fare quello che voleva ed allora» la presunta vittima «lo baciava ed i due si toccavano anche reciprocamente».
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Al locale alcol ed effusioni. Il verbale cita foto, video e chat della serata sopra le righe. L’amico: «Sara era più spinta».Secondo il verbale dell’autista l’autrice della denuncia si vantò così salendo a bordo.Lo speciale contiene due articoliC’è una foto della festa durante la quale sarebbero cominciate le avances dei giornalisti Nello Trocchia e Sara Giudice che poi, in taxi, si sarebbero trasformate, stando alla denuncia orale fonoregistrata della parte offesa, in molestie sessuali. L’ha postata su Instagram M.V., una collega che era presente, accompagnandola con questo messaggio: «Le feste con Sara sono sempre pericolose ma indimenticabili (tranne per lei, che dimentica tutto al secondo cocktail)». E di feste devono essercene state anche altre, visto che Giada (nome di fantasia), la giornalista televisiva che ha sporto denuncia, ha riferito alla polizia di fare «parte di un collettivo di giornalisti che creano e partecipano a eventi». Gli inviti del Cral festaiolo della stampa moralista arrivavano via chat. E gli investigatori danno atto che la ragazza che si è presentata alla Squadra mobile mostra il suo cellulare per circostanziare, tramite i messaggi, il giorno in cui è stata contattata dalla Giudice. La data: domenica 29 gennaio. «Verso le ore 19:10», verbalizza la ragazza, «sono arrivata sotto casa di Trocchia e Giudice», che condividono l’abitazione in quanto conviventi, «e a bordo di un taxi ci siamo recati in viale di Trastevere» dove, in un pub, si sarebbero incontrati con gli altri colleghi. Una trentina, che la denunciante afferma essere di sua conoscenza: «Appartenevamo tutte all’ambiente giornalistico», dice. Poi aggiunge: «Quando siamo entrati ho notato che avevamo a disposizione una zona riservata del pub». La festa, nell’area intima del locale, sembrava inizialmente tranquilla. Qualche chiacchiera, «pubbliche relazioni», le chiama la vittima. Che non ha nascosto di aver bevuto: «Una birra [...], altri due cocktail». Due gin tonic che avrebbe ritirato direttamente al banco. «I drink», afferma, «mi sono stati serviti dai baristi». Un passaggio che i pm devono aver ritenuto rilevante, perché, stando ai sospetti che Giada ha confidato alla polizia, qualcuno potrebbe averle somministrato del Ghb, la droga dello stupro. Lei sostiene di non ricordare il momento in cui ha cominciato a sentirsi euforica: «Ricordo solo di aver bevuto il secondo gin tonic ma non i dettagli della situazione». Di una cosa è certa, però: «Ero sempre in compagnia di qualcuno». Verso mezzanotte alcuni invitati sarebbero andati via e la compagnia si sarebbe dimezzata. «A questo punto», afferma, «ricordo che Nello ha iniziato a dirmi di tenere d’occhio Sara, come se dovessi controllarla, perché lei era un po’ su di giri». E quel «su di giri» deve aver incuriosito gli agenti, che le chiedono di spiegarsi meglio: «Lei era molto euforica. Più volte mi ha detto «quanto sei bona?» e poi mi ha dato un bacio sulla guancia». La situazione deve essersi fatta rovente. «Prendeva la panna dalla torta», racconta Giada, «e con il dito la metteva sulla mia bocca e probabilmente anche su quella dell’altra festeggiata, R. B.». Il racconto continua: «Ricordo che Sara, rivolgendosi al marito, diceva: «Però bacia bene». Tuttavia, questo è accaduto in un contesto di amicizia. Alla festa non è successo nulla di ambiguo». Nulla di ambiguo, valuta Giada. Ma in quel momento deve aver deciso di documentare tutto. «Ricordo che eravamo tutti un po’ alterati, ho anche dei video». Oltre ai selfie che la ritraggono sorridente. Mentre al tavolo continuano ad arrivare alcolici: «Ho bevuto un drink che credo fosse rum o whisky, ma non ricordo se fosse stato ordinato da me. Ricordo che c’era Nello accanto a me, che diceva: «Io e te dovevamo stare insieme anni fa». Questa frase mi ha infastidito, anche perché l’ho trovata irrispettosa nei confronti della moglie, che era presente. Lei, invece, ha continuato a dirmi «quanto sei bona»». E dopo un altro ordine, «uno shot di tequila», dice Giada che, però, non sa dire se sia mai arrivato al tavolo o se l’ha bevuto, i suoi ricordi si sono fatti «molto vaghi» e «non conformi» al solito. Giada non riesce a spiegarsi le ragioni del suo stato: «Dopo solo due cocktail e una birra non avrei dovuto sentirmi così male». A quel punto sarebbero cominciate le avances di Nello, «ma», precisa la ragazza, «non ricordo se ho fatto qualcosa per respingerle». Deve essere stata al centro dell’attenzione per un po’. E non solo di quella della coppia. «Ho dei video in cui M.V. mi fa altre avances». E lui le avrebbe detto: «Guarda come sei brava a scopare». Lei ha risposto: «Non era il caso di dire certe cose, anche perché stavo registrando e magari quei video avrei voluto mostrarli al mio compagno». Quando la festa è terminata Giada si è trovata sul taxi: «Appena si sono chiuse le portiere mi sono ritrovata addosso Sara e Nello. Mentre mi baciava, Sara diceva “quanto sei bella”. Ho avuto la sensazione che loro si fossero parlati, come se fossi stata ingannata». Poi si corregge: «Ho avuto l’impressione che lei fosse sincera ma non riuscivo a reagire, a muovermi». Lui, invece, secondo Giada, «dava ordini: «Stasera non puoi tornare a casa, devi venire su da noi»». Poi avrebbe cominciato anche lui a baciarla. Finché, è sempre la ricostruzione della ragazza, «ha preso la mia mano e l’ha messa sulle sue parti intime e ho sentito la sua erezione. Sono rimasta spiazzata, perché nel corso della serata non mi ero resa conto che avessero intenzioni sessuali nei miei confronti. Invece, quando sono salita sul taxi, ho pensato che la cosa fosse stata premeditata».Scesa dal taxi con i due colleghi, però, «forse per un momento di lucidità ho pensato al mio compagno che mi aspettava a casa», verbalizza la ragazza. Sara, secondo Giada, «si è rivolta a Nello dicendogli che se non andavo su da loro, allora dovevo riprendere il taxi. A quel punto, mi sono precipitata sul sedile davanti e [...] senza rendermi conto completamente della gravità della situazione ho iniziato a chiedere cosa fosse successo». Giunta a casa Giada racconta di aver raccontato tutto al suo compagno e di aver «discusso». Ma anche di averci ripensato su: «Ho ritenuto che non fosse normale che con soli due cocktail avessi perso la capacità di reagire e che mi sentissi come una marionetta». E per cercare di capire «se», ricorda Giada, «nel corso della serata, Nello e Sara avessero dato segnali che volevano fare una cosa a tre», ha chiamato una collega. «Lei mi ha detto “assolutamente no”, aggiungendo che Sara era molto ubriaca mentre Nello no. Le ho raccontato la situazione dell’approccio e si è mostrata molto stupita, comunque mi ha rassicurato che non avevo manifestato nulla verso Nello e Sara». Alla fine della festa, mentre i tre attendevano il taxi, c’era anche Paco, amico dei Trocchia. Sentito dagli investigatori ha riferito che «mentre Nello chiamava il taxi lui si era accorto che Sara e Giada si stavano baciando e che avevano continuato ad abbracciarsi per alcuni minuti, tanto che lui aveva avuto la sensazione che si frequentassero ed era convinto che avrebbero finito la serata «in tre». Qualche tempo dopo Paco si è anche sentito con Sara e lei, a proposito di Giada, le aveva risposto: «Prima ti limonano e poi non ti rispondono». E quando ha saputo della denuncia Paco è rimasto di stucco: «Le aveva viste baciarsi reciprocamente». E ha consegnato la chat agli investigatori. C’è un messaggio di Sara che gli chiede di ricordare un particolare: Giada «accovacciata» che la «baciava tutta disinvolta». Lui risponde con i suoi ricordi: «Sì Sara... no, più che là fori (fuori, ndr) prima... sulla porta... poi lì al taxi si stavate a fa un po’ di mattacchioni così». 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E a quanto pare, per l’autista di piazza i tre giornalisti erano dei clienti di cui liberarsi prima possibile: «Ho percepito che erano brilli quando erano all’interno della vettura, perché ridevano, scherzavano, la ragazza più giovane mi ha detto “hai visto chi stai portando stasera a casa?”, io non ho neanche risposto, non vedevo l’ora che scendessero dal taxi perché erano su di giri…». A vantarsi dello status di vip sarebbe stata proprio la presunta vittima, ma in realtà emerge che l’uomo era consapevole che almeno uno dei suoi passeggeri era una persona nota: «Lui (Trocchia, ndr) lo ricordo perché l’ho visto in televisione, c’era poi una donna e una ragazza». Va detto che anche se l’uomo ha confermato che la ragazza era molto scossa e che gli aveva detto «che non si sarebbe aspettata quello che era accaduto», non ha raccontato agli investigatori di aver avuto la percezione di una violenza, ma di atti consensuali, con il bacio che non gli sarebbe sembrato «forzato». E soprattutto, il 7 febbraio del 2023, in una telefonata intercettata durante le indagini, il tassista racconta al suo interlocutore l’accaduto e la sua convocazione negli uffici della Squadra mobile: «Io non lo so io te giuro a me non me pareva tutta sta pesantezza cioè ner senso... io gli ho spiegato tutto ma che te devo dì!». Poi chiosava: «Quindi non so che ditte io non lo so lei che ha fatto! Se ha fatto la denuncia, probabilmente ha fatto la denuncia perché sennò non mi avrebbero chiamato ... sicuramente avrà fatto la denuncia e quindi niente mi hanno voluto senti pure a me... mo non so...». L’uomo, quindi, non è in grado di corroborare le accuse della presunta vittima, ma dal momento che ammette che erano «su di giri», la sua non può neanche essere considerata una smentita netta. A differenza della moglie Trocchia ha finora scelto la strada del silenzio. Per ricostruire la sua versione dei fatti, si deve quindi fare riferimento ai riassunti citati dalla pm Barbara Trotta nella richiesta di archiviazione che verrà valutata dal gip il prossimo 10 dicembre. Secondo il giornalista la presunta vittima e la moglie «avevano iniziato a baciarsi» fuori dal pub dove si era svolta la festa. All’arrivo del taxi la ragazza «decideva di andare con loro e si sedevano tutt’e tre dietro» con la presunta vittima «al centro la quale continuava a baciarsi con Sara. Vedendo la scena il Trocchia riferiva di avere chiesto» alla presunta vittima «se, dato che stava baciando la sua compagna, voleva baciare anche lui». La ragazza «rispondeva che avrebbe fatto quello che diceva Sara. Sara diceva che poteva fare quello che voleva ed allora» la presunta vittima «lo baciava ed i due si toccavano anche reciprocamente».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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