
Lo scivolone bavarese è storico: la Csu sbanda e, con essa, la coalizione di governo della Cancelliera. Il prossimo Land alle elezioni sarà l'Assia: in caso di flop si aprono scenari grigi per il congresso. La Germania si sta rivoltando alla politica sugli stranieri.L'esito del voto in Baviera lancia un messaggio netto: il modello Merkel così come è stato per la Germania, non funziona più. E - per estensione - non va bene più nemmeno per l'Europa. Se il land più ricco, con piena occupazione, crescita esponenziale, ha bocciato la politica della «buona accoglienza» come risposta al problema migratorio, che la cancelliera vorrebbe esportare in Europa, a maggior ragione un verdetto ancora più netto è atteso in aree dove il benessere è meno diffuso e i profughi sono percepiti come una minaccia alla redistribuzione del reddito nazionale e alla cultura identitaria. Nei numeri definitivi del voto in Baviera si intravedono le prove generali di quelli che potrebbero essere i nuovi equilibri nel Parlamento europeo dopo le elezioni della prossima primavera. E sarà proprio Berlino, che con la cancelliera Angela Merkel si è fatto garante della stabilità dell'Unione, dove si sono replicati i suoi equilibri politici, a fare da detonatore per un cambiamento davvero epocale.La prima a saltare, in questo rimescolamento delle carte, rischia di essere la grosse koalition, la creatura da laboratorio realizzata dalla Merkel e che finora ha superato indenne alterne vicende. Il voto in Baviera ha segnato la disfatta proprio degli alleati della cancelliera: i cristiano-sociali della Csu, (gemella del Cdu) dopo sessant'anni di maggioranza e predominio incontrastato sono scivolati al 37,3% mentre l'Spd è stata dimezzata precipitando al 9,5%. Vincitori di questa partita sono i Verdi, che hanno raddoppiato i voti (hanno sfondato il 17,8%) in modo speculare al dimezzamento dell'Spd, segno di un travaso realizzato in modo scientifico, impossessandosi dei temi cari al loro competitor come quello dell'Heimat, la patria e rispondendo alle mancanze dei socialdemocratici sui temi dell'immigrazione, dell'austerità e dell'Europa; i Freie Waehler che conquistano l'11,6% e l'ultradestra di Alternative für Deutschland che toccando il 10,7% entra nel Parlamento regionale.È impensabile che un risultato di questa portata non abbia ripercussioni a Berlino e sul futuro della Merkel. Il segretario generale dell'Spd (che ora è il quarto partito dietro ai Verdi e all'Afd) Lars Klingbeil non ha esitato a dire che dalle urne bavaresi arriva un «chiaro segnale» che pesa fortemente sulla grosse koalition. E prefigura delle «conseguenze». Klingbeil dice in modo esplicito che la linea finora seguita dal governo comporta che la gente si allontani dall'Spd e dall'Unione. «La situazione è difficile», ammette fuori dai denti», e per questo adesso dobbiamo avere un nuovo stile nella grosse koalition».Cosa significhi questo «nuovo stile» ancora non è dato di capirlo, o almeno i tempi non sono ancora maturi anche se è un processo che si preannuncia veloce. Tra due settimane, il 28 ottobre, ci sono le elezioni in Assia e bisognerà vedere fino a che punto si spingerà la caduta dei socialdemocratici. La Merkel nell'immediato deve occuparsi di cercare un partner per il Csu per governare in Baviera e risolvere la leadership di Horst Seehofer (anche ministro dell'Interno) che nonostante il pesante risultato non vuole fare autocritica. «Non intendo affrontare alcuna discussione su di me», ha detto trenchant prima della seduta del presidio del partito a Monaco, dove si sono discussi gli esiti elettorali. Secondo i partiti sconfitti avrebbero pesato le liti a Berlino, provocate proprio da Seehofer, che ha mandato in crisi il governo due volte in pochi mesi. Markus Soeder, candidato presidente della Csu, ha comunque rivendicato il diritto al governo: «Abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare». E ha anche annunciato di «voler parlare con tutti i partiti, ma non con l'Afd». A questo punto i cristianosociali potrebbero formare un esecutivo con i Verdi ma forse anche con i Freie Waehler, politicamente più affini.A Berlino sono in molti a chiedere la testa di Seehofer ma è poco probabile un rimpasto a breve, che darebbe un segnale ancora più evidente della debolezza del governo. È lampante però che a questo punto s'impone un cambio di passo della grosse koalition. A fare da perno è sempre il tema dell'immigrazione sul quale la Merkel potrebbe trovarsi in minoranza. Il momento decisivo sarà il congresso del Cdu ad Amburgo il 6 dicembre. La cancelliera ha annunciato la sua candidatura e ha anche ribadito più volte che entrambe le cariche sono legate a stretto filo, quella di presidente del partito e quella a capo del governo. Dal voto in Assia potrebbe arrivare la spallata decisiva. Esplosa la situazione in Germania, con la débâcle dei partiti tradizionali di centrodestra e centrosinistra, impossibile non pensare che l'onda d'urto non si faccia sentire in Europa favorendo l'avanzata delle famiglie populiste. Se queste poi riuscissero a trovare un accordo con il Ppe, gli attuali equilibri di Bruxelles rischierebbero la stessa sconfitta della Baviera.Le conseguenze per l'Italia da questi smottamenti sono ancora difficili da delineare. Uno spostamento a destra della politica tedesca potrebbe rappresentare un rischio per il nostro Paese se il governo non sarà in grado di far sentire di più la propria voce nelle istituzioni europee. Il rafforzamento della politica antimigratoria renderebbe più difficile la linea delle quote di smistamento dei profughi che arrivano sulle nostre coste. Inoltre i partiti che hanno vinto in Baviera hanno nei loro programmi un richiamo al rispetto rigido delle regole di bilancio e un no netto a qualsiasi concessione a Paesi considerati «pigri» come l'Italia. La Germania inoltre tenderà a mettere un suo candidato al vertice della Bce dopo la fine del mandato di Mario Draghi, o comunque qualcuno in linea con i nuovi equilibri di Berlino o con la nuova linea della grosse koalition. All'Italia non resta che tentare di occupare qualche posizione strategica tra le istituzioni europee, con l'obiettivo di governare e non di subire il cambiamento.
Emanuele Fiano (Ansa)
L’ex deputato pd chiede di boicottare un editore ospite alla fiera patrocinata da Gualtieri e «reo» di avere un catalogo di destra.
Per architettare una censura coi fiocchi bisogna avere un prodotto «nero» ed etichettarlo con la dicitura «neofascista» o «neonazista». Se poi scegli un ebreo (si può dire in questo contesto oppure è peccato?) che è stato pure censurato come testimonial, hai fatto bingo. La questione è questa: l’ex parlamentare Pd, Emanuele Fiano, che già era passato alla cronaca come bersaglio dei pro Pal colpevoli di non averlo fatto parlare all’Università Ca’ Foscari di Venezia e contro il quale qualche idiota aveva mimato la P38, sta premendo per censurare una casa editrice colpevole di pubblicare dei libri pericolosi perché di destra. Anzi, di estrema destra.
Un frame del video dell'aggressione a Costanza Tosi (nel riquadro) nella macelleria islamica di Roubaix
Giornalista di «Fuori dal coro», sequestrata in Francia nel ghetto musulmano di Roubaix.
Sequestrata in una macelleria da un gruppo di musulmani. Minacciata, irrisa, costretta a chiedere scusa senza una colpa. È durato più di un’ora l’incubo di Costanza Tosi, giornalista e inviata per la trasmissione Fuori dal coro, a Roubaix, in Francia, una città dove il credo islamico ha ormai sostituito la cultura occidentale.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.






