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2020-09-27
La mannaia islamica voleva colpire di nuovo «Charlie»
La vecchia sede di Charlie Hebdo (Ansa)
Pensava di trovare sempre lì, in rue Nicolas-Appert, i giornalisti di Charlie Hebdo, per attaccare nuovamente la redazione già decimata nel 2015. Secondo Le Parisien, che cita una fonte dell'inchiesta, l'uomo che venerdì ha colpito con una mannaia due persone davanti all'ex sede del giornale satirico credeva che Charlie non si fosse mai trasferito, come invece è accaduto subito dopo la strage di cinque anni fa. La scelta del luogo non era quindi dovuta a una macabra coincidenza, né a una sorta di atto simbolico, ma si trattava di un vero e proprio nuovo attacco agli odiati autori satirici.
Nel frattempo, gli inquirenti hanno continuato il loro lavoro interrogando l'«autore principale» dell'attentato, come lo ha definito venerdì il capo della Procura nazionale antiterrorismo (la Pnat) Jean-François Ricard. Di lui si sa, come riportato da Le Figaro, che si chiama Ali H. (e non Hasham U., come trapelato venerdì) ed è un cittadino pakistano nato a Islamabad nel 2002. L'agenzia France Presse ha citato fonti vicine all'inchiesta, secondo le quali il migrante avrebbe «riconosciuto il proprio atto collocandolo nel contesto della ripubblicazione delle caricature (di Maometto, ndr) che non ha supportato». Anzi, si sarebbe definito «in collera» con quei disegni. Vari media transalpini hanno rivelato che il presunto attentatore non avrebbe espresso il minimo rimorso per l'accaduto. Per Le Parisien, inoltre, il giovane avrebbe riconosciuto «una dimensione religiosa del proprio atto». Inoltre, la polizia ha perquisito gli alloggi di nove persone, poi fermate, che avrebbero avuto legami con il presunto attentatore. Tra esse, il fratello minore del presunto attentatore. Invece, il cittadino algerino di 33 anni fermato venerdì è stato scagionato dalle accuse perché ne è stata accertata l'estraneità dall'attacco.
Già venerdì sera, il ministro dell'Interno francese, Gérald Darmanin, aveva spiegato al telegiornale delle 20 di France 2 che si è trattato chiaramente di «un atto di terrorismo islamico» e che Ali H., era arrivato in Francia «tre anni fa come minore non accompagnato». Questo gli aveva permesso di beneficiare dell'assistenza prevista dalle normative francesi per questo tipo di profili di migranti. L'età dell'individuo è stata però messa in dubbio, già al suo arrivo in Francia, dalle autorità che dovevano versargli l'Ase (sussidio per i minori). Tuttavia, il tribunale di minori aveva respinto la richiesta di un esame osseo nei confronti del sospetto attentatore.
Gli investigatori hanno perquisito gli ultimi luoghi di residenza del migrante. Fino al 10 agosto scorso, il giovane avrebbe vissuto in un albergo sociale a Cergy-Pontoise, pagato con i sussidi statali. Non avendo più diritto a tali aiuti, il pakistano si sarebbe quindi trasferito in un bilocale a Pantin, sempre nella banlieue «calda» di Parigi. Qui, Ali H. viveva con vari connazionali. Cinque di questi sono stati fermati. Da questa ricostruzione emerge che con la maggiore età, il «principale autore» dell'aggressione di venerdì avrebbe perso lo status di soggetto protetto, e avrebbe quindi potuto essere espulso dal Paese. Chissà se questa eventualità sia stata un altro dei motivi che lo hanno portato a ferire gravemente due persone. Se fosse confermato, si tratterebbe di una situazione simile a quella di Nantes dove, a fine luglio, un cittadino ruandese a rischio di espulsione aveva incendiato la cattedrale della città. Oltre alle polemiche sull'età del giovane pakistano, ha fatto discutere anche il fatto che per un luogo simbolico, come l'ex sede di Charlie Hebdo, non fosse stata prevista alcuna forma di sicurezza, soprattutto in concomitanza del processo per gli attentati del gennaio 2015. Ad esprimere la collera per questa leggerezza è stato Luc Hermann, condirettore dell'agenzia Premières Lignes. Intervistato ieri mattina dal canale d'informazione CNews, il giornalista ha, dapprima, confermato che i due suoi colleghi gravemente feriti erano stati operati e che le loro condizioni erano «rassicuranti». Poi, Hermann ha rivelato che i due feriti avevano ricevuto «colpi estremamente violenti al volto e sul collo». Il giornalista ha spiegato che lui e i suoi altri colleghi erano «sotto choc e arrabbiati» perché «questo palazzo è un simbolo della libertà di espressione e della libertà di stampa». Eppure, ha continuato il condirettore dell'agenzia giornalistica, in rue Nicolas Appert era evidente la «mancanza di sicurezza e l'assenza di forze dell'ordine dall'inizio del processo» per gli attentati a Charlie e all'Hyperacher.
Le falle alla sicurezza sono state peraltro ammesse anche dal ministro dell'Interno transalpino, che ha anche affermato che «le minacce nella via sono state sottovalutate». Subito dopo l'attacco di venerdì, il governo di Parigi si è invece voluto mostrare estremamente determinato nella lotta al terrorismo. Ieri il primo ministro Jean Castex ha lanciato un avvertimento: «I nemici della Repubblica non vinceranno».
Porte aperte e pensiero unico: così la Francia si suicida
La strage di Charlie Hebdo, avvenuta nel 2015 e dovuta alle caricature di Maometto, è divenuta il simbolo della violenza sanguinaria del terrorismo islamico, ma anche della diffusione capillare di musulmani (non assimilati) sul suolo dell'antico continente europeo. Da poco abbiamo ricordato i 5 anni della strage e in concomitanza con questa triste ricorrenza, la Francia registra delle nuove violenze e ancora una volta per mano di militanti della causa islamica.
Così, alcuni terroristi sono stati arrestati venerdì, tra cui un pakistano, ora reo confesso, migrato di recente in Francia come «minore in cerca di salvezza». Il quale, per mezzo di una mannaia, ha ferito due giornalisti francesi dell'agenzia Premières Lignes, la cui redazione è prossima alla (ex) sede di Charlie. Ma è bene mettere da parte la cronaca per capire meglio la situazione assurda e inconcepibile che da anni sta vivendo la Francia. Con un crescendo quotidiano di violenze, dovute spesso a magrebini e africani non assimilati, sia in ragione della religione, sia per futili motivi.
Davanti a questo scenario, non è più solo la periferia – la tristemente nota banlieue – a essere il teatro di violenze irrazionali, ma è l'intera società francese a subire una sorta di guerra civile ai danni degli autoctoni. La Francia deve questa situazione esplosiva a due ragioni di fondo. L'immigrazione incontrollata da Nord Africa e Maghreb di oltre 200.000 uomini ogni anno e il vergognoso lassismo giudiziario. Il legame tra immigrati che si auto-ghettizzano e prendono in odio la cultura francese che li ospita, assai più di quanto accadeva coi loro genitori, nonni e avi, è stato approfondito dal coraggioso giornalista ebreo Eric Zemmour. Il quale, in libri come Il suicidio francese o Destino francese, venduti in milioni di esemplari, ha mostrato l'evoluzione negativa dell'immigrazione in Francia. Un tempo, da Napoleone a De Gaulle, limitata agli onesti lavoratori e fondata sull'assimilazione dello straniero alla nazione. Ma ora, illimitata e basata sulla rivendicazione, favorita dalle teorie «indigeniste» della sinistra antirazzista, delle tradizione native, tra cui l'islam o la poligamia. Tradizione ed etnia rivendicate in chiave oppositiva a ciò che storicamente è la Francia. Ovvero: un Paese cristiano, popolato da bianchi, di tradizione greco-latina, come la definì il presidente Charles De Gaulle prima di morire. Ebbene lo stesso giorno del recente attentato nel pieno centro di Parigi, oltre al sangue sparso, si registrava la condanna di Eric Zemmour a pagare 10.000 euro, per supposto e immaginifico «razzismo». E ciò a causa di un discorso tenuto dallo scrittore, il 28 settembre 2019, alla Convenzione della destra, promossa dal settimanale cattolico Valeurs Actuelles.
Il passaggio che è valso la condanna al giornalista diceva testualmente: «In Francia, come in tutta Europa, tutti i nostri problemi sono aggravati – non dico creati, ma aggravati – dall'immigrazione: scuola, alloggi, disoccupazione, deficit sociali, debito pubblico, ordine pubblico, prigioni, livello professionale, spazi negli ospedali, droga». Opinioni forti e opposte al mainstream progressista, ma opinioni per cui un giornalista libero viene oggi condannato a pagare forti somme di denaro. Destinate poi alle associazioni antirazziste e pro immigrazione! La seconda causa delle violenze sta nel buonismo giudiziario. Il giovane giornalista Laurent Obertone ne ha svelato il meccanismo in alcuni saggi che hanno fatto epoca, come La France orange mécanique o nel romanzo distopico Guerilla, tradotto anche in italiano.
Il 24 settembre, lo stesso giorno dell'attacco al machete, Obertone ha fatto uscire un coraggioso Elogio della forza (Ring edizioni). In cui invita tutti i francesi, uomini e donne, progressisti e conservatori, a liberarsi dalle paure indotte dal sistema. A lottare a viso aperto per la soluzione dei veri problemi e in tal modo tornare padroni del proprio destino.
Prima che sia troppo tardi.
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L'ex «minore non accompagnato» che ha agito venerdì a Parigi cercava il giornale satirico per vendicarsi delle vignette blasfeme.Porte aperte e pensiero unico: così la Francia si suicida. Oltralpe l'isteria antirazzista impazza: lo stesso giorno dell'attacco, lo scrittore Eric Zemmour veniva condannato per reati d'opinione.Lo speciale comprende due articoli. Pensava di trovare sempre lì, in rue Nicolas-Appert, i giornalisti di Charlie Hebdo, per attaccare nuovamente la redazione già decimata nel 2015. Secondo Le Parisien, che cita una fonte dell'inchiesta, l'uomo che venerdì ha colpito con una mannaia due persone davanti all'ex sede del giornale satirico credeva che Charlie non si fosse mai trasferito, come invece è accaduto subito dopo la strage di cinque anni fa. La scelta del luogo non era quindi dovuta a una macabra coincidenza, né a una sorta di atto simbolico, ma si trattava di un vero e proprio nuovo attacco agli odiati autori satirici. Nel frattempo, gli inquirenti hanno continuato il loro lavoro interrogando l'«autore principale» dell'attentato, come lo ha definito venerdì il capo della Procura nazionale antiterrorismo (la Pnat) Jean-François Ricard. Di lui si sa, come riportato da Le Figaro, che si chiama Ali H. (e non Hasham U., come trapelato venerdì) ed è un cittadino pakistano nato a Islamabad nel 2002. L'agenzia France Presse ha citato fonti vicine all'inchiesta, secondo le quali il migrante avrebbe «riconosciuto il proprio atto collocandolo nel contesto della ripubblicazione delle caricature (di Maometto, ndr) che non ha supportato». Anzi, si sarebbe definito «in collera» con quei disegni. Vari media transalpini hanno rivelato che il presunto attentatore non avrebbe espresso il minimo rimorso per l'accaduto. Per Le Parisien, inoltre, il giovane avrebbe riconosciuto «una dimensione religiosa del proprio atto». Inoltre, la polizia ha perquisito gli alloggi di nove persone, poi fermate, che avrebbero avuto legami con il presunto attentatore. Tra esse, il fratello minore del presunto attentatore. Invece, il cittadino algerino di 33 anni fermato venerdì è stato scagionato dalle accuse perché ne è stata accertata l'estraneità dall'attacco. Già venerdì sera, il ministro dell'Interno francese, Gérald Darmanin, aveva spiegato al telegiornale delle 20 di France 2 che si è trattato chiaramente di «un atto di terrorismo islamico» e che Ali H., era arrivato in Francia «tre anni fa come minore non accompagnato». Questo gli aveva permesso di beneficiare dell'assistenza prevista dalle normative francesi per questo tipo di profili di migranti. L'età dell'individuo è stata però messa in dubbio, già al suo arrivo in Francia, dalle autorità che dovevano versargli l'Ase (sussidio per i minori). Tuttavia, il tribunale di minori aveva respinto la richiesta di un esame osseo nei confronti del sospetto attentatore.Gli investigatori hanno perquisito gli ultimi luoghi di residenza del migrante. Fino al 10 agosto scorso, il giovane avrebbe vissuto in un albergo sociale a Cergy-Pontoise, pagato con i sussidi statali. Non avendo più diritto a tali aiuti, il pakistano si sarebbe quindi trasferito in un bilocale a Pantin, sempre nella banlieue «calda» di Parigi. Qui, Ali H. viveva con vari connazionali. Cinque di questi sono stati fermati. Da questa ricostruzione emerge che con la maggiore età, il «principale autore» dell'aggressione di venerdì avrebbe perso lo status di soggetto protetto, e avrebbe quindi potuto essere espulso dal Paese. Chissà se questa eventualità sia stata un altro dei motivi che lo hanno portato a ferire gravemente due persone. Se fosse confermato, si tratterebbe di una situazione simile a quella di Nantes dove, a fine luglio, un cittadino ruandese a rischio di espulsione aveva incendiato la cattedrale della città. Oltre alle polemiche sull'età del giovane pakistano, ha fatto discutere anche il fatto che per un luogo simbolico, come l'ex sede di Charlie Hebdo, non fosse stata prevista alcuna forma di sicurezza, soprattutto in concomitanza del processo per gli attentati del gennaio 2015. Ad esprimere la collera per questa leggerezza è stato Luc Hermann, condirettore dell'agenzia Premières Lignes. Intervistato ieri mattina dal canale d'informazione CNews, il giornalista ha, dapprima, confermato che i due suoi colleghi gravemente feriti erano stati operati e che le loro condizioni erano «rassicuranti». Poi, Hermann ha rivelato che i due feriti avevano ricevuto «colpi estremamente violenti al volto e sul collo». Il giornalista ha spiegato che lui e i suoi altri colleghi erano «sotto choc e arrabbiati» perché «questo palazzo è un simbolo della libertà di espressione e della libertà di stampa». Eppure, ha continuato il condirettore dell'agenzia giornalistica, in rue Nicolas Appert era evidente la «mancanza di sicurezza e l'assenza di forze dell'ordine dall'inizio del processo» per gli attentati a Charlie e all'Hyperacher. Le falle alla sicurezza sono state peraltro ammesse anche dal ministro dell'Interno transalpino, che ha anche affermato che «le minacce nella via sono state sottovalutate». Subito dopo l'attacco di venerdì, il governo di Parigi si è invece voluto mostrare estremamente determinato nella lotta al terrorismo. 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Da poco abbiamo ricordato i 5 anni della strage e in concomitanza con questa triste ricorrenza, la Francia registra delle nuove violenze e ancora una volta per mano di militanti della causa islamica. Così, alcuni terroristi sono stati arrestati venerdì, tra cui un pakistano, ora reo confesso, migrato di recente in Francia come «minore in cerca di salvezza». Il quale, per mezzo di una mannaia, ha ferito due giornalisti francesi dell'agenzia Premières Lignes, la cui redazione è prossima alla (ex) sede di Charlie. Ma è bene mettere da parte la cronaca per capire meglio la situazione assurda e inconcepibile che da anni sta vivendo la Francia. Con un crescendo quotidiano di violenze, dovute spesso a magrebini e africani non assimilati, sia in ragione della religione, sia per futili motivi. Davanti a questo scenario, non è più solo la periferia – la tristemente nota banlieue – a essere il teatro di violenze irrazionali, ma è l'intera società francese a subire una sorta di guerra civile ai danni degli autoctoni. La Francia deve questa situazione esplosiva a due ragioni di fondo. L'immigrazione incontrollata da Nord Africa e Maghreb di oltre 200.000 uomini ogni anno e il vergognoso lassismo giudiziario. Il legame tra immigrati che si auto-ghettizzano e prendono in odio la cultura francese che li ospita, assai più di quanto accadeva coi loro genitori, nonni e avi, è stato approfondito dal coraggioso giornalista ebreo Eric Zemmour. Il quale, in libri come Il suicidio francese o Destino francese, venduti in milioni di esemplari, ha mostrato l'evoluzione negativa dell'immigrazione in Francia. Un tempo, da Napoleone a De Gaulle, limitata agli onesti lavoratori e fondata sull'assimilazione dello straniero alla nazione. Ma ora, illimitata e basata sulla rivendicazione, favorita dalle teorie «indigeniste» della sinistra antirazzista, delle tradizione native, tra cui l'islam o la poligamia. Tradizione ed etnia rivendicate in chiave oppositiva a ciò che storicamente è la Francia. Ovvero: un Paese cristiano, popolato da bianchi, di tradizione greco-latina, come la definì il presidente Charles De Gaulle prima di morire. Ebbene lo stesso giorno del recente attentato nel pieno centro di Parigi, oltre al sangue sparso, si registrava la condanna di Eric Zemmour a pagare 10.000 euro, per supposto e immaginifico «razzismo». E ciò a causa di un discorso tenuto dallo scrittore, il 28 settembre 2019, alla Convenzione della destra, promossa dal settimanale cattolico Valeurs Actuelles. Il passaggio che è valso la condanna al giornalista diceva testualmente: «In Francia, come in tutta Europa, tutti i nostri problemi sono aggravati – non dico creati, ma aggravati – dall'immigrazione: scuola, alloggi, disoccupazione, deficit sociali, debito pubblico, ordine pubblico, prigioni, livello professionale, spazi negli ospedali, droga». Opinioni forti e opposte al mainstream progressista, ma opinioni per cui un giornalista libero viene oggi condannato a pagare forti somme di denaro. Destinate poi alle associazioni antirazziste e pro immigrazione! La seconda causa delle violenze sta nel buonismo giudiziario. Il giovane giornalista Laurent Obertone ne ha svelato il meccanismo in alcuni saggi che hanno fatto epoca, come La France orange mécanique o nel romanzo distopico Guerilla, tradotto anche in italiano. Il 24 settembre, lo stesso giorno dell'attacco al machete, Obertone ha fatto uscire un coraggioso Elogio della forza (Ring edizioni). In cui invita tutti i francesi, uomini e donne, progressisti e conservatori, a liberarsi dalle paure indotte dal sistema. A lottare a viso aperto per la soluzione dei veri problemi e in tal modo tornare padroni del proprio destino. Prima che sia troppo tardi.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.