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2020-09-27
La mannaia islamica voleva colpire di nuovo «Charlie»
La vecchia sede di Charlie Hebdo (Ansa)
Pensava di trovare sempre lì, in rue Nicolas-Appert, i giornalisti di Charlie Hebdo, per attaccare nuovamente la redazione già decimata nel 2015. Secondo Le Parisien, che cita una fonte dell'inchiesta, l'uomo che venerdì ha colpito con una mannaia due persone davanti all'ex sede del giornale satirico credeva che Charlie non si fosse mai trasferito, come invece è accaduto subito dopo la strage di cinque anni fa. La scelta del luogo non era quindi dovuta a una macabra coincidenza, né a una sorta di atto simbolico, ma si trattava di un vero e proprio nuovo attacco agli odiati autori satirici.
Nel frattempo, gli inquirenti hanno continuato il loro lavoro interrogando l'«autore principale» dell'attentato, come lo ha definito venerdì il capo della Procura nazionale antiterrorismo (la Pnat) Jean-François Ricard. Di lui si sa, come riportato da Le Figaro, che si chiama Ali H. (e non Hasham U., come trapelato venerdì) ed è un cittadino pakistano nato a Islamabad nel 2002. L'agenzia France Presse ha citato fonti vicine all'inchiesta, secondo le quali il migrante avrebbe «riconosciuto il proprio atto collocandolo nel contesto della ripubblicazione delle caricature (di Maometto, ndr) che non ha supportato». Anzi, si sarebbe definito «in collera» con quei disegni. Vari media transalpini hanno rivelato che il presunto attentatore non avrebbe espresso il minimo rimorso per l'accaduto. Per Le Parisien, inoltre, il giovane avrebbe riconosciuto «una dimensione religiosa del proprio atto». Inoltre, la polizia ha perquisito gli alloggi di nove persone, poi fermate, che avrebbero avuto legami con il presunto attentatore. Tra esse, il fratello minore del presunto attentatore. Invece, il cittadino algerino di 33 anni fermato venerdì è stato scagionato dalle accuse perché ne è stata accertata l'estraneità dall'attacco.
Già venerdì sera, il ministro dell'Interno francese, Gérald Darmanin, aveva spiegato al telegiornale delle 20 di France 2 che si è trattato chiaramente di «un atto di terrorismo islamico» e che Ali H., era arrivato in Francia «tre anni fa come minore non accompagnato». Questo gli aveva permesso di beneficiare dell'assistenza prevista dalle normative francesi per questo tipo di profili di migranti. L'età dell'individuo è stata però messa in dubbio, già al suo arrivo in Francia, dalle autorità che dovevano versargli l'Ase (sussidio per i minori). Tuttavia, il tribunale di minori aveva respinto la richiesta di un esame osseo nei confronti del sospetto attentatore.
Gli investigatori hanno perquisito gli ultimi luoghi di residenza del migrante. Fino al 10 agosto scorso, il giovane avrebbe vissuto in un albergo sociale a Cergy-Pontoise, pagato con i sussidi statali. Non avendo più diritto a tali aiuti, il pakistano si sarebbe quindi trasferito in un bilocale a Pantin, sempre nella banlieue «calda» di Parigi. Qui, Ali H. viveva con vari connazionali. Cinque di questi sono stati fermati. Da questa ricostruzione emerge che con la maggiore età, il «principale autore» dell'aggressione di venerdì avrebbe perso lo status di soggetto protetto, e avrebbe quindi potuto essere espulso dal Paese. Chissà se questa eventualità sia stata un altro dei motivi che lo hanno portato a ferire gravemente due persone. Se fosse confermato, si tratterebbe di una situazione simile a quella di Nantes dove, a fine luglio, un cittadino ruandese a rischio di espulsione aveva incendiato la cattedrale della città. Oltre alle polemiche sull'età del giovane pakistano, ha fatto discutere anche il fatto che per un luogo simbolico, come l'ex sede di Charlie Hebdo, non fosse stata prevista alcuna forma di sicurezza, soprattutto in concomitanza del processo per gli attentati del gennaio 2015. Ad esprimere la collera per questa leggerezza è stato Luc Hermann, condirettore dell'agenzia Premières Lignes. Intervistato ieri mattina dal canale d'informazione CNews, il giornalista ha, dapprima, confermato che i due suoi colleghi gravemente feriti erano stati operati e che le loro condizioni erano «rassicuranti». Poi, Hermann ha rivelato che i due feriti avevano ricevuto «colpi estremamente violenti al volto e sul collo». Il giornalista ha spiegato che lui e i suoi altri colleghi erano «sotto choc e arrabbiati» perché «questo palazzo è un simbolo della libertà di espressione e della libertà di stampa». Eppure, ha continuato il condirettore dell'agenzia giornalistica, in rue Nicolas Appert era evidente la «mancanza di sicurezza e l'assenza di forze dell'ordine dall'inizio del processo» per gli attentati a Charlie e all'Hyperacher.
Le falle alla sicurezza sono state peraltro ammesse anche dal ministro dell'Interno transalpino, che ha anche affermato che «le minacce nella via sono state sottovalutate». Subito dopo l'attacco di venerdì, il governo di Parigi si è invece voluto mostrare estremamente determinato nella lotta al terrorismo. Ieri il primo ministro Jean Castex ha lanciato un avvertimento: «I nemici della Repubblica non vinceranno».
Porte aperte e pensiero unico: così la Francia si suicida
La strage di Charlie Hebdo, avvenuta nel 2015 e dovuta alle caricature di Maometto, è divenuta il simbolo della violenza sanguinaria del terrorismo islamico, ma anche della diffusione capillare di musulmani (non assimilati) sul suolo dell'antico continente europeo. Da poco abbiamo ricordato i 5 anni della strage e in concomitanza con questa triste ricorrenza, la Francia registra delle nuove violenze e ancora una volta per mano di militanti della causa islamica.
Così, alcuni terroristi sono stati arrestati venerdì, tra cui un pakistano, ora reo confesso, migrato di recente in Francia come «minore in cerca di salvezza». Il quale, per mezzo di una mannaia, ha ferito due giornalisti francesi dell'agenzia Premières Lignes, la cui redazione è prossima alla (ex) sede di Charlie. Ma è bene mettere da parte la cronaca per capire meglio la situazione assurda e inconcepibile che da anni sta vivendo la Francia. Con un crescendo quotidiano di violenze, dovute spesso a magrebini e africani non assimilati, sia in ragione della religione, sia per futili motivi.
Davanti a questo scenario, non è più solo la periferia – la tristemente nota banlieue – a essere il teatro di violenze irrazionali, ma è l'intera società francese a subire una sorta di guerra civile ai danni degli autoctoni. La Francia deve questa situazione esplosiva a due ragioni di fondo. L'immigrazione incontrollata da Nord Africa e Maghreb di oltre 200.000 uomini ogni anno e il vergognoso lassismo giudiziario. Il legame tra immigrati che si auto-ghettizzano e prendono in odio la cultura francese che li ospita, assai più di quanto accadeva coi loro genitori, nonni e avi, è stato approfondito dal coraggioso giornalista ebreo Eric Zemmour. Il quale, in libri come Il suicidio francese o Destino francese, venduti in milioni di esemplari, ha mostrato l'evoluzione negativa dell'immigrazione in Francia. Un tempo, da Napoleone a De Gaulle, limitata agli onesti lavoratori e fondata sull'assimilazione dello straniero alla nazione. Ma ora, illimitata e basata sulla rivendicazione, favorita dalle teorie «indigeniste» della sinistra antirazzista, delle tradizione native, tra cui l'islam o la poligamia. Tradizione ed etnia rivendicate in chiave oppositiva a ciò che storicamente è la Francia. Ovvero: un Paese cristiano, popolato da bianchi, di tradizione greco-latina, come la definì il presidente Charles De Gaulle prima di morire. Ebbene lo stesso giorno del recente attentato nel pieno centro di Parigi, oltre al sangue sparso, si registrava la condanna di Eric Zemmour a pagare 10.000 euro, per supposto e immaginifico «razzismo». E ciò a causa di un discorso tenuto dallo scrittore, il 28 settembre 2019, alla Convenzione della destra, promossa dal settimanale cattolico Valeurs Actuelles.
Il passaggio che è valso la condanna al giornalista diceva testualmente: «In Francia, come in tutta Europa, tutti i nostri problemi sono aggravati – non dico creati, ma aggravati – dall'immigrazione: scuola, alloggi, disoccupazione, deficit sociali, debito pubblico, ordine pubblico, prigioni, livello professionale, spazi negli ospedali, droga». Opinioni forti e opposte al mainstream progressista, ma opinioni per cui un giornalista libero viene oggi condannato a pagare forti somme di denaro. Destinate poi alle associazioni antirazziste e pro immigrazione! La seconda causa delle violenze sta nel buonismo giudiziario. Il giovane giornalista Laurent Obertone ne ha svelato il meccanismo in alcuni saggi che hanno fatto epoca, come La France orange mécanique o nel romanzo distopico Guerilla, tradotto anche in italiano.
Il 24 settembre, lo stesso giorno dell'attacco al machete, Obertone ha fatto uscire un coraggioso Elogio della forza (Ring edizioni). In cui invita tutti i francesi, uomini e donne, progressisti e conservatori, a liberarsi dalle paure indotte dal sistema. A lottare a viso aperto per la soluzione dei veri problemi e in tal modo tornare padroni del proprio destino.
Prima che sia troppo tardi.
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L'ex «minore non accompagnato» che ha agito venerdì a Parigi cercava il giornale satirico per vendicarsi delle vignette blasfeme.Porte aperte e pensiero unico: così la Francia si suicida. Oltralpe l'isteria antirazzista impazza: lo stesso giorno dell'attacco, lo scrittore Eric Zemmour veniva condannato per reati d'opinione.Lo speciale comprende due articoli. Pensava di trovare sempre lì, in rue Nicolas-Appert, i giornalisti di Charlie Hebdo, per attaccare nuovamente la redazione già decimata nel 2015. Secondo Le Parisien, che cita una fonte dell'inchiesta, l'uomo che venerdì ha colpito con una mannaia due persone davanti all'ex sede del giornale satirico credeva che Charlie non si fosse mai trasferito, come invece è accaduto subito dopo la strage di cinque anni fa. La scelta del luogo non era quindi dovuta a una macabra coincidenza, né a una sorta di atto simbolico, ma si trattava di un vero e proprio nuovo attacco agli odiati autori satirici. Nel frattempo, gli inquirenti hanno continuato il loro lavoro interrogando l'«autore principale» dell'attentato, come lo ha definito venerdì il capo della Procura nazionale antiterrorismo (la Pnat) Jean-François Ricard. Di lui si sa, come riportato da Le Figaro, che si chiama Ali H. (e non Hasham U., come trapelato venerdì) ed è un cittadino pakistano nato a Islamabad nel 2002. L'agenzia France Presse ha citato fonti vicine all'inchiesta, secondo le quali il migrante avrebbe «riconosciuto il proprio atto collocandolo nel contesto della ripubblicazione delle caricature (di Maometto, ndr) che non ha supportato». Anzi, si sarebbe definito «in collera» con quei disegni. Vari media transalpini hanno rivelato che il presunto attentatore non avrebbe espresso il minimo rimorso per l'accaduto. Per Le Parisien, inoltre, il giovane avrebbe riconosciuto «una dimensione religiosa del proprio atto». Inoltre, la polizia ha perquisito gli alloggi di nove persone, poi fermate, che avrebbero avuto legami con il presunto attentatore. Tra esse, il fratello minore del presunto attentatore. Invece, il cittadino algerino di 33 anni fermato venerdì è stato scagionato dalle accuse perché ne è stata accertata l'estraneità dall'attacco. Già venerdì sera, il ministro dell'Interno francese, Gérald Darmanin, aveva spiegato al telegiornale delle 20 di France 2 che si è trattato chiaramente di «un atto di terrorismo islamico» e che Ali H., era arrivato in Francia «tre anni fa come minore non accompagnato». Questo gli aveva permesso di beneficiare dell'assistenza prevista dalle normative francesi per questo tipo di profili di migranti. L'età dell'individuo è stata però messa in dubbio, già al suo arrivo in Francia, dalle autorità che dovevano versargli l'Ase (sussidio per i minori). Tuttavia, il tribunale di minori aveva respinto la richiesta di un esame osseo nei confronti del sospetto attentatore.Gli investigatori hanno perquisito gli ultimi luoghi di residenza del migrante. Fino al 10 agosto scorso, il giovane avrebbe vissuto in un albergo sociale a Cergy-Pontoise, pagato con i sussidi statali. Non avendo più diritto a tali aiuti, il pakistano si sarebbe quindi trasferito in un bilocale a Pantin, sempre nella banlieue «calda» di Parigi. Qui, Ali H. viveva con vari connazionali. Cinque di questi sono stati fermati. Da questa ricostruzione emerge che con la maggiore età, il «principale autore» dell'aggressione di venerdì avrebbe perso lo status di soggetto protetto, e avrebbe quindi potuto essere espulso dal Paese. Chissà se questa eventualità sia stata un altro dei motivi che lo hanno portato a ferire gravemente due persone. Se fosse confermato, si tratterebbe di una situazione simile a quella di Nantes dove, a fine luglio, un cittadino ruandese a rischio di espulsione aveva incendiato la cattedrale della città. Oltre alle polemiche sull'età del giovane pakistano, ha fatto discutere anche il fatto che per un luogo simbolico, come l'ex sede di Charlie Hebdo, non fosse stata prevista alcuna forma di sicurezza, soprattutto in concomitanza del processo per gli attentati del gennaio 2015. Ad esprimere la collera per questa leggerezza è stato Luc Hermann, condirettore dell'agenzia Premières Lignes. Intervistato ieri mattina dal canale d'informazione CNews, il giornalista ha, dapprima, confermato che i due suoi colleghi gravemente feriti erano stati operati e che le loro condizioni erano «rassicuranti». Poi, Hermann ha rivelato che i due feriti avevano ricevuto «colpi estremamente violenti al volto e sul collo». Il giornalista ha spiegato che lui e i suoi altri colleghi erano «sotto choc e arrabbiati» perché «questo palazzo è un simbolo della libertà di espressione e della libertà di stampa». Eppure, ha continuato il condirettore dell'agenzia giornalistica, in rue Nicolas Appert era evidente la «mancanza di sicurezza e l'assenza di forze dell'ordine dall'inizio del processo» per gli attentati a Charlie e all'Hyperacher. Le falle alla sicurezza sono state peraltro ammesse anche dal ministro dell'Interno transalpino, che ha anche affermato che «le minacce nella via sono state sottovalutate». Subito dopo l'attacco di venerdì, il governo di Parigi si è invece voluto mostrare estremamente determinato nella lotta al terrorismo. 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Da poco abbiamo ricordato i 5 anni della strage e in concomitanza con questa triste ricorrenza, la Francia registra delle nuove violenze e ancora una volta per mano di militanti della causa islamica. Così, alcuni terroristi sono stati arrestati venerdì, tra cui un pakistano, ora reo confesso, migrato di recente in Francia come «minore in cerca di salvezza». Il quale, per mezzo di una mannaia, ha ferito due giornalisti francesi dell'agenzia Premières Lignes, la cui redazione è prossima alla (ex) sede di Charlie. Ma è bene mettere da parte la cronaca per capire meglio la situazione assurda e inconcepibile che da anni sta vivendo la Francia. Con un crescendo quotidiano di violenze, dovute spesso a magrebini e africani non assimilati, sia in ragione della religione, sia per futili motivi. Davanti a questo scenario, non è più solo la periferia – la tristemente nota banlieue – a essere il teatro di violenze irrazionali, ma è l'intera società francese a subire una sorta di guerra civile ai danni degli autoctoni. La Francia deve questa situazione esplosiva a due ragioni di fondo. L'immigrazione incontrollata da Nord Africa e Maghreb di oltre 200.000 uomini ogni anno e il vergognoso lassismo giudiziario. Il legame tra immigrati che si auto-ghettizzano e prendono in odio la cultura francese che li ospita, assai più di quanto accadeva coi loro genitori, nonni e avi, è stato approfondito dal coraggioso giornalista ebreo Eric Zemmour. Il quale, in libri come Il suicidio francese o Destino francese, venduti in milioni di esemplari, ha mostrato l'evoluzione negativa dell'immigrazione in Francia. Un tempo, da Napoleone a De Gaulle, limitata agli onesti lavoratori e fondata sull'assimilazione dello straniero alla nazione. Ma ora, illimitata e basata sulla rivendicazione, favorita dalle teorie «indigeniste» della sinistra antirazzista, delle tradizione native, tra cui l'islam o la poligamia. Tradizione ed etnia rivendicate in chiave oppositiva a ciò che storicamente è la Francia. Ovvero: un Paese cristiano, popolato da bianchi, di tradizione greco-latina, come la definì il presidente Charles De Gaulle prima di morire. Ebbene lo stesso giorno del recente attentato nel pieno centro di Parigi, oltre al sangue sparso, si registrava la condanna di Eric Zemmour a pagare 10.000 euro, per supposto e immaginifico «razzismo». E ciò a causa di un discorso tenuto dallo scrittore, il 28 settembre 2019, alla Convenzione della destra, promossa dal settimanale cattolico Valeurs Actuelles. Il passaggio che è valso la condanna al giornalista diceva testualmente: «In Francia, come in tutta Europa, tutti i nostri problemi sono aggravati – non dico creati, ma aggravati – dall'immigrazione: scuola, alloggi, disoccupazione, deficit sociali, debito pubblico, ordine pubblico, prigioni, livello professionale, spazi negli ospedali, droga». Opinioni forti e opposte al mainstream progressista, ma opinioni per cui un giornalista libero viene oggi condannato a pagare forti somme di denaro. Destinate poi alle associazioni antirazziste e pro immigrazione! La seconda causa delle violenze sta nel buonismo giudiziario. Il giovane giornalista Laurent Obertone ne ha svelato il meccanismo in alcuni saggi che hanno fatto epoca, come La France orange mécanique o nel romanzo distopico Guerilla, tradotto anche in italiano. Il 24 settembre, lo stesso giorno dell'attacco al machete, Obertone ha fatto uscire un coraggioso Elogio della forza (Ring edizioni). In cui invita tutti i francesi, uomini e donne, progressisti e conservatori, a liberarsi dalle paure indotte dal sistema. A lottare a viso aperto per la soluzione dei veri problemi e in tal modo tornare padroni del proprio destino. Prima che sia troppo tardi.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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