2019-05-30
Ansa
Indagati per omicidio colposo cinque agenti della Mobile dopo la morte di un pluricondannato: lo stavano rincorrendo lungo l’autostrada perché guidava un camion rubato, quando il pregiudicato s’è lanciato dall’abitacolo nella fuga e ha perso la vita. Qual è la colpa?
Voglio fare una proposta: sciogliamo la polizia. E già che ci siamo pure i carabinieri e gli altri corpi di pubblica sicurezza. Risparmieremmo centinaia di milioni di euro, forse addirittura miliardi, e di sicuro avremmo un vantaggio dal punto di vista del numero di processi. Non solo di quelli a carico dei delinquenti, che così potrebbero circolare indisturbati e continuare a delinquere come già fanno, ma pure quelli nei confronti degli uomini delle forze dell’ordine.
I quali ormai sempre più spesso finiscono indagati per aver fatto il proprio dovere e aver difeso i cittadini onesti da ladri, rapinatori, spacciatori, stupratori e così via. Da persone che hanno a cuore la legge, la mia vi sembra una proposta paradossale? Lo è. Ma è anche la reazione spontanea di chi comincia a pensare che in Italia abbiano vinto i malviventi e che, con certa magistratura, non sia più possibile far rispettare il codice.
Come i lettori sanno, su queste pagine ho difeso il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, un carabiniere che a Roma è stato condannato a tre anni di carcere e a risarcire con 150.000 euro i parenti di un ladro ucciso dopo che aveva ferito un militare. E sempre sulla Verità ho anche preso le parti della pattuglia che a Milano ha inseguito due fuggiaschi in moto, fino a quando uno dei due si è schiantato contro un palo del semaforo ed è rimasto ucciso: pure in questo caso i militari sono finiti a processo e rischiano una condanna. Sia Marroccella che i colleghi in servizio nel capoluogo lombardo sono stati accusati di aver prestato servizio con troppo zelo, cioè di aver fermato un ladro e di aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt. Eccesso di uso legittimo dell’arma è la colpa del primo, eccesso colposo nell’adempimento del dovere è la colpa degli altri. Marroccella, in pratica, avrebbe dovuto ignorare il ladro che aveva colpito il collega con un cacciavite. Mentre i carabinieri in servizio nella metropoli lombarda avrebbero dovuto chiudere gli occhi ed evitare di segnalare i due in fuga.
Ma è di ieri la notizia di un altro paradosso: ad Aosta cinque poliziotti sono finiti indagati per aver inseguito un bandito a bordo di un camion. Davide Sevilla, un tizio con una fedina penale macchiata da reati contro il patrimonio e da condanne per spaccio, invece di fermarsi all’alt ha accelerato e, a bordo di un mezzo pesante, ha tentato di sottrarsi all’arresto lungo la statale 26, nella zona di Châtillon. E siccome gli agenti non avrebbero mollato la presa, a un certo punto si sarebbe lanciato dal veicolo in fuga. Non si sa se per l’impatto con l’asfalto, per essere finito sotto le ruote del camion o investito dall’auto della polizia, sta di fatto che Sevilla è morto e i suoi complici, uno è egiziano, che a bordo di un’altra vettura facevano da staffetta, sono stati arrestati. In un’operazione del genere, che ha portato a sgominare una banda specializzata nell’assalto ai Tir, la polizia dovrebbe meritare un encomio. E invece no: gli agenti impegnati nell’operazione sono stati indagati. La magistratura deve accertare come si sono svolti i fatti e dunque i poliziotti dovranno prendersi un avvocato e difendersi dall’accusa di aver provocato, con il loro inseguimento, il decesso del malvivente. Il quale, per inciso, nella fuga avrebbe pure cercato di speronare i veicoli delle forze dell’ordine.
Insomma, siamo alla follia. Da un lato abbiamo chi accetta il rischio di violare la legge e dunque di finire arrestato o peggio di essere «vittima» di un incidente sul «lavoro». Se rapini qualcuno, infatti, ti può capitare che ci sia chi reagisce e il «colpo» non solo vada male, ma finisca anche peggio o con l’arresto o con un «danno collaterale» come in Val d’Aosta. Dall’altro abbiamo uomini delle forze dell’ordine che, per un magro stipendio, fanno rispettare la legge e non soltanto accettano il rischio di essere feriti dai delinquenti, ma corrono pure il pericolo di essere puniti da quello Stato che sono incaricati di difendere. Non vi sembra un paradosso? Di questo passo non ci resta che abolire il codice penale. Ovviamente solo per i malviventi. Per tutti gli altri invece, ovvero per le persone per bene, raddoppiamo le pene. Così impareranno a farsi rapinare senza fiatare e senza chiamare la polizia.
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Andrea Sempio (Ansa)
Un anno fa una cimice nell’auto registrò l’indagato che parlava da solo e ammetteva di aver visto il video intimo con Chiara Poggi e Alberto Stasi: «Le ho detto: “Riusciamo a vederci?”. E lei: “Non voglio parlare con te”». E poi: «L’interesse non era reciproco, cazzo».
Piove su Pavia mentre Andrea Sempio entra in Procura. Guida lui. Accanto c’è l’avvocato Liborio Cataliotti. Dietro, Angela Taccia. Mancano 15 minuti alle 10. Poco dopo arriva anche Marco Poggi. Quando Sempio esce, quasi 4 ore dopo, c’è un’auto civetta dei carabinieri a proteggerlo dall’assalto di telecamere e microfoni.
Dopo l’interrogatorio, in cui l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere, sono diventate di pubblico dominio, almeno in parte, le prove che i pm gli avrebbero squadernato davanti nel lungo faccia a faccia. L’asso in mano ai magistrati sarebbe un’intercettazione ambientale. Sempio, come aveva già fatto decine di volte nel 2017, parla da solo in macchina. Una cimice nell’abitacolo capta una serie di frasi che, secondo la Procura di Pavia e i carabinieri di Milano, smentirebbero la versione delle telefonate fatte a casa Poggi alla vigilia dell’omicidio per cercare Marco (che era in vacanza e Sempio lo sapeva). La data della captazione è 14 aprile 2025. Poco più di un anno fa. Sempio sa già di essere nuovamente indagato. Lo sa da circa un mese. E questo diventa un elemento che rende l’intercettazione un importante spunto investigativo, sebbene da chiarire. «Ho visto il video di Chiara e Alberto» è la frase rilanciata dal Tg1 sui suoi canali social.
Ma c’è un passaggio ancora più delicato: quello sul presunto approccio. Sempio avrebbe detto di aver chiamato Chiara prima del delitto e lei avrebbe risposto: «Non ci voglio parlare con te». Poi avrebbe attaccato il telefono. Ed è qui che gli inquirenti ritengono di aver trovato la crepa nella difesa di Sempio. Che per anni aveva assicurato che quelle chiamate sarebbero state fatte «per sbaglio». Una in particolare, rapidissima. Pochi secondi. E aveva aggiunto di non avere avuto nessun rapporto particolare con la ragazza. Ma le parole registrate sembrano raccontare altro. «Lei ha detto... “non ci voglio parlare con te”». Sempio, stando a quanto riportato da alcune agenzie, in questo passaggio avrebbe imitato una voce femminile. Per poi aggiungere: «Era tipo… io ho detto “riusciamo a vederci?”». Un possibile approccio che rappresenterebbe il movente dell’omicidio. Anche perché lei, apprendiamo dal monologo, avrebbe tagliato corto, suscitando il risentimento del respinto («Mi ha messo giù… e ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura…»). Accanto a quella che appare come una confessione c’è anche una frase che sembra confermare il (tragico) rifiuto: «Ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco, cazzo». Un rapporto sbilanciato, un interesse non contraccambiato che sarebbe stato confermato anche dalle testimonianze delle gemelle Paola e Stefania Cappa.
L’intercettazione sembra incastonarsi a perfezione nel capo d’imputazione stampigliato sull’invito a comparire per rendere interrogatorio che la Procura ha fatto notificare a Sempio qualche giorno fa. Perché sembra dimostrare che la relazione tra i due sarebbe stata diversa da quella raccontata fino a ieri. Non una semplice conoscenza indiretta attraverso Marco, con il quale nella narrazione ufficiale giocava alla playstation. La chiave del giallo, a questo punto, sarebbe tutta nel pc di Chiara (ma in uso a tutta la famiglia, Marco compreso e, quindi, probabilmente anche Sempio). Collegata direttamente al mistero dei video intimi di Chiara contenuti nel computer e protetti solo dopo che, probabilmente, era già stati visionati da più persone. Il filmato che potrebbe avere scatenato la fantasia e incoraggiato Sempio a provarci con Chiara è citato più volte nel soliloquio dell’indagato, quando, avrebbe inscenato una specie di botta e risposta: «Lei dice “non l’ho più trovato” il video. Io ho portato il video». E ancora: «Anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… perché Chiara non… con quel video e io ce l’ho dentro la penna, va bene un cazzo». Frasi spezzate. Piene di interruzioni. Di vuoti. Di parole incomprensibili. Ma il dato investigativo resta. E queste intercettazioni sarebbero state fatte ascoltare anche a Marco Poggi, forse per convincerlo a cercare nei ricordi qualche altro elemento utile alle indagini. Se cercavano conferme da Marco, però, potrebbero non averle trovate. Il fratello di Chiara avrebbe, infatti, ribadito di non aver mai visto insieme a Sempio video della sorella con Alberto Stasi.
Fuori dalla Procura la difesa di Sempio ha provato a contenere l’onda d’urto delle nuove rivelazioni: «Non c’è sostanzialmente nulla di nuovo, è tutto spiegabilissimo. Siamo calmi e lucidi», afferma la Taccia. Ma è soprattutto Cataliotti a mostrare irritazione: «Alla faccia del segreto istruttorio, mi viene da dire». Poi argomenta: «Io ho appena lasciato il mio cliente e avevamo tutti il telefono spento, non può essere trasudato da noi quanto si sta dicendo, tra l’altro in modo non aderente alla realtà». E aggiunge un dettaglio importante: la difesa non ha ancora ascoltato direttamente gli audio. Ieri a Pavia sono state illustrate agli avvocati di Sempio le fonti di prova solo oralmente e senza che sia stata data loro la possibilità di ascoltare le captazioni ambientali e telefoniche. «La Procura», ha spiegato il legale, «ha ritenuto che rappresentare fonti di prova non pregiudichi le indagini, noi non commentiamo». E ha aggiunto: «Ci confronteremo con queste stesse fonti di prova non appena il supporto che le riassume ci verrà consegnato». Cataliotti conclude: «Io non ho sentito le intercettazioni del soliloquio, pieno di nc, cioè di "non comprensibile”». È il punto con il quale la difesa prova a rallentare la corsa dell’accusa. Un uomo che parla da solo in auto non produce automaticamente una confessione. E non produce automaticamente nemmeno una verità lineare. Infatti il legale offre immediatamente più scenari interpretativi: «Vedremo se Sempio commentava il racconto di qualcun altro, se parlava con se stesso o interloquiva con altri».
La permanenza in Procura di Sempio era apparsa subito «incongrua» per un interrogatorio senza risposte. Adesso Cataliotti conferma che il motivo è dovuto solo al lungo rosario di prove snocciolato dagli inquirenti: «L’interrogatorio è durato 2 ore e 40 minuti, noi abbiamo ascoltato passivamente la narrazione che verrà condensata in uno scritto su cui punteremo la nostra attenzione per replicare laddove possibile fin da subito, laddove non possibile più avanti». La Procura, insomma, ha esposto il proprio impianto accusatorio. Di certo gli avvocati qualche valutazione devono averla fatta. Se i magistrati avessero avuto in mano gravi indizi concordanti e precisi avrebbero chiesto una misura cautelare. La convocazione per l’interrogatorio con molta probabilità fa parte di una strategia che mira a mettere Sempio con le spalle al muro. A fargli fare un ultimo passo falso. Magari crollando davanti ai pm.
Di certo il giorno prima dell’interrogatorio la difesa aveva fatto sapere di avere «conferito incarico a uno psicoterapeuta di redigere una consulenza personologica» su Sempio. Un atto che Cataliotti definisce uno dei «presupposti opportuni prima dell’eventuale sottoposizione» del suo assistito a interrogatorio. E, così, 19 anni dopo il delitto di Garlasco, si stringe attorno a tre telefonate, a un’intercettazione ambientale, a un presunto approccio e a un rifiuto. Mentre l’alibi, quello confortato dal ticket del parcheggio di Vigevano, non regge. Soprattutto di fronte a questa frase che ora pesa come un macigno: «L’interesse non era reciproco, cazzo».
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Tonino Cantelmi (Imagoeconomica)
Il consulente di Nathan e Catherine, Tonino Cantelmi: «Le domande ai bambini tradotte con lo smartphone. I genitori risultati sani di mente».
Una bambina ricoverata in ospedale che rimane da sola, senza i genitori, perché qualcuno non ha voluto avvisare la mamma al telefono. Anche questo è capitato alla famiglia nel bosco, eppure le istituzioni continuano a ripetere che ora, finalmente, i tre piccoli Trevallion sono al sicuro e curati come si deve.
Di fronte a certi fatti, però, è difficile non porsi qualche interrogativo. In particolare, riguardo a quanto è successo a questa piccina di appena 7 anni. A ricostruire l’accaduto è Tonino Cantelmi, super esperto che lavora con la famiglia. «Domenica sera la bimba di 7 anni ha avuto una crisi respiratoria», racconta. «È stato predisposto un ricovero d’urgenza e avrebbero cercato verso le 22 Nathan, il cui cellulare era però spento. Nessuno, e ribadisco nessuno, ha pensato di chiamare Catherine, il cui cellulare era raggiungibile. Solo il giorno dopo i genitori hanno saputo che la bimba era stata ricoverata. Viene loro concesso di visitarla, ma alla presenza di una operatrice della casa famiglia senza alcuna intimità. Sono tre notti che accanto alla bimba ricoverata non ci sono i genitori. Martedì ho fatto chiedere dagli avvocati l’autorizzazione alla tutrice per parlare - da medico, su richiesta dei genitori - con la primaria. Nessuna risposta ad ora. Non ho dubbi: in questa circostanza sono i genitori, che non sono né delinquenti né abusatori e perfino sani di mente secondo la perizia della consulente tecnica d’ufficio, a dover rimanere vicino alla bimba. E in quanto medico, su richiesta dei genitori, ho il diritto e il dovere di interloquire con i medici del reparto. Si continua a gestire questa triste faccenda della famiglia smembrata con una sostanziale insensibilità. La Garante nazionale per l’infanzia ha fatto benissimo a sollevare il problema: perché la mamma in questa circostanza straordinaria non può stare vicino alla bimba?».
In effetti, professore, è una bella domanda. Altre domande sorgono quando si esamina la perizia firmata dalla psichiatra nominata dal tribunale, a cui lei prima ha fatto riferimento. Una perizia che lascia molti dubbi.
«Questa perizia, così clamorosamente ingenua dal nostro punto di vista, sul piano scientifico, però qualcosa di buono lo dice».
Cioè?
«Non è stata in grado di dimostrare che Catherine e Nathan abbiano qualche malattia psichiatrica, qualche disturbo psichiatrico. Non dimostra che abbiano disturbi della personalità. La perizia non è in grado di dimostrare tutto ciò, dunque dice: non ci sono malattie, sono sani di mente. Cosa che peraltro sapevamo da tempo».
Tuttavia la perizia dice anche che Nathan e Catherine non sono adeguati a fare i genitori.
«Su questo presenteremo tutta la documentazione scientifica. Perché con illazioni basate su test assolutamente deboli, che contestiamo radicalmente, la perizia dice che ci sono dei tratti, per esempio la rigidità, che rendono questi genitori inadeguati. Che è un’affermazione clamorosa dal punto di vista tecnico. Un tratto, perché possa pregiudicare la capacità genitoriale, deve avere delle caratteristiche specifiche. Qualunque genitore ha tratti particolari: ci sono genitori perfezionisti, per esempio, genitori rigidi, genitori più rilassati. Ognuno di noi come genitore ha dei tratti, poi però bisogna dimostrare che questi tratti siano un guaio per i bambini».
Restiamo un attimo sulla perizia. Tanto spazio è dedicato a dei test grafici. Viene chiesto ai genitori e ai bambini di disegnare ad esempio degli alberi. E a partire da questi disegni si giunge a una lunga serie di valutazioni sulla loro personalità. Con sguardo da profani, queste valutazioni lasciano un po’ perplessi…
«Capisco la perplessità. Quando la gente si stufa di seguire i voli pindarici degli psicologi, gli psicologi si lamentano e dicono di non venire creduti a sufficienza, di non avere sufficiente riconoscimento sociale. Il problema è che il riconoscimento sociale bisogna conquistarselo con l’attività scientifica. Lei parlava dei test grafoproiettivi. Ho letto vari articoli esilaranti sul tema. Per altro i giornalisti hanno visto la perizia prima di me, ma passi. Credo che purtroppo la satira su questi test sia tutta meritata. Su quei test si lavora in modo possibilistico, probabilistico, ipotetico. Ma proprio per tirare fuori delle prescrizioni limitative per la vita delle persone è clamoroso. Come si fa a decidere della vita delle persone sulla base di questi disegni? C’è poi un’altra cosa da notare».
Notiamola.
«La perizia aveva un focus, cioè stabilire la capacità genitoriale dei Trevallion. E a questo proposito c’è un gravissimo vulnus: non c’è alcun test oggi riconosciuto per determinare la capacità genitoriale, che è un costrutto complesso».
Cioè per valutare la capacità genitoriale andavano fatti test diversi da quelli somministrati?
«C’erano test specifici per valutare la capacità genitoriale che non hanno saputo o voluto fare. E non è tutto. L’Mpi è un test che valuta la qualità della salute mentale delle persone: Nathan e Catherine sono risultati del tutto normali. Il colloquio clinico ha la sua validità e, di nuovo, anche qui sono risultati normali. Quanto ai test grafoproiettivi, che abbiamo esaminato con l’Intelligenza artificiale, hanno una validità del 25%. Quindi stiamo parlando del niente. Ma c’è un vulnus ancora più clamoroso».
Quale?
«La psichiatra non ha fatto colloqui clinici con i bambini, non ha fatto alcuna attività clinica con i bambini e soprattutto non ha fatto alcuna osservazione sul rapporto bambini-genitori. Tutto quello che viene detto sui bambini nella perizia non ha nessun riscontro clinico, sono considerazioni desunte da altri test grafo-proiettivi assolutamente deboli, inattendibili, e che oltretutto sono stati somministrati in un modo sbagliato perché la psicologa che è stata scelta per fare i test non conosce la lingua inglese».
Stiamo parlando della stessa psicologa che pubblicava post irridenti sulla famiglia. Ha somministrato i test senza conoscere la lingua inglese?
«Siamo arrivati ad alcune cose assurde. A un certo punto, di fronte a certe domande, si vedeva che il bambino rimaneva perplesso e allora si andava sul telefonino a cercare la traduzione corretta di una parola che poi gli veniva mostrata. Secondo voi queste sono le condizioni per fare dei test attendibili? Veramente questa perizia fa acqua da tutte le parti. A cominciare dalla bibliografia».
Cioè?
«Il 75% della bibliografia ha più di 25 anni, ma di che stiamo parlando? Si citano i fondatori di una scuola e si dimentica tutto quello che è stato fatto nei decenni successivi in cui abbiamo elaborato teorie, prassi… In questi anni è cambiato il mondo, tutto questo viene ignorato. Ci sono citazioni a caso, testi che non c’entrano nulla con l’elaborato. Non è questo il modo giusto di operare».
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Roberto Savi e Francesca Fagnani (Ansa)
Il killer della banda della Uno bianca parla dalla Fagnani. E per sminuire le proprie responsabilità tira in ballo pure le barbe finte. «Prendevamo ordini e colpivamo su commissione». I pm e Lepore si scaldano, ma di questo show criminale non c’era bisogno.
Chiamatelo fattore «S» che condiziona e fa diventare la giustizia uno show costellato di errori e omissioni.«Esse» come Andrea Sempio o Alberto Stasi, «esse» soprattutto come Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca che dopo 30 anni di reclusione nel carcere di Bollate dove sta scontando l’ergastolo si concede a favore di telecamere a Belve Crime su Rai 2 - la rete dei delitti molti e dei castighi pochi - per farsi intervistare da Francesca Fagnani.
Il fattore «esse» è già scattato; appena spenti i televisori i pm di Bologna annunciano che vogliono interrogare di nuovo Savi così come il sindaco Matteo Lepore (Pd) - figurarsi se si perde l’occasione del «gomblotto» - tuona che «bisogna promuovere ogni approfondimento possibile dopo le rivelazioni di Savi». Garlasco chiama, Bologna risponde soprattutto se si parla di servizi segreti. Ormai siamo abituati alle «suggestioni in nero» via tubo catodico. Francesca Fagnani fa niente male il suo mestiere, ma si è dimenticata la prima fondamentale domanda. Come il maresciallo dei carabinieri Francesco Micheletto che interrogò Andrea Sempio il 18 agosto del 2007 si scordò di fargli la più elementare delle contestazioni: che faceva lei il 13 agosto quando hanno ammazzato Chiara Poggi? Così la Fagnani a Savi non ha posto la domanda-icona del programma: «Che belva si sente?». Chissà cosa avrebbe detto questo ex poliziotto che in sette anni tra Emilia e Marche ha ammazzato con i suoi complici - i suoi fratelli Alberto e Fabio Savi, Marino Occhipinti e altri due gregari - 24 persone e ne ha ferite un altro centinaio? Nonostante oggi sembri l’ombra del Rambo di paese di quarant’anni fa non ha perso il vizio di fare il bullo. Ha buttato lì una verità che pare una bomba, forse è una bufala, di certo racconta per l’ennesima volta, come già con Garlasco, che le indagini hanno seguito la via più breve. «Ci proteggevano i servizi segreti, anzi molte azioni le abbiamo fatte dietro loro richiesta», come la rapina all’armeria di via Volturno, in pieno centro a Bologna; è una di quelle strade dove tutti si conoscono, dove si vende di tutto, anche l’amore a prezzi modici. Era la mattina del 2 maggio del 1991; entrarono nel negozio e fecero fuori Licia Ansaloni e Pietro Capolongo, una sorta di commesso-esperto, ex carabiniere. Chiede la Fagnani: «Fu una rapina?». Savi spavaldo replica: «Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevano nient’altro che pistole in quella casa. Lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri. Volevamo una scusa, farlo fuori in qualche maniera…». Eccolo il Savi killer su commissione delle barbe finte da cui - racconta - andava a prendere ordini tutte le settimane a Roma. Ce l’avevano in particolare con i carabinieri perché l’esordio ufficiale della Uno bianca - c’era stato un prologo insignificante nel 1987 con la rapina al casello dell’A-14 a Pesaro - fu la sera del 4 gennaio del ’91. Quartiere Pilastro; una pattuglia dell’Arma accerchiata. La mattanza lasciò sul terreno Otello Stefanini, capopattuglia, e i carabinieri Andrea Moneta e Mauro Mitilini; neppure cinquant’anni in due. Loro ferirono Roberto Savi, ma furono finiti tutti e tre con un colpo alla nuca. Bologna - che troppe ne ha subite - pensò all’attacco terroristico neofascista. Qualcosa però non tornava. Lo si seppe nel ’96 con le condanne all’ergastolo. Ma c’è ancora chi non crede che quelli fossero assassini in divisa da poliziotto. Giovanni Spinosa - magistrato, è stato anche all’antimafia di Bologna - aveva avuto al suo servizio Roberto Savi senza mai sospettare di nulla e ha scritto un libro L’Italia della Uno bianca per sostenere che la «banda» era un’organizzazione sovversiva. Ecco il fattore «esse». La Procura di Bologna guidata dal dotto Paolo Guido ora intende interrogare Roberto Savi dopo l’intervista. Oggetto: i servizi segreti. Quando? Non c’è fretta perché prima i magistrati vogliono studiarsi il video dell’intervista, soprattutto nella parte in cui Savi rievoca la rapina di via Volturno e l’ordine di far fuori l’ex carabiniere Pietro Capolongo. Esattamente trentacinque anni dopo! Di conseguenza il sindaco di Bologna Matteo Lepore, quello che va a braccetto dei pro Pal anche se gli sfasciano tutto - sentenzia: «Di fronte alle gravi affermazioni di Roberto Savi voglio ribadire, a nome della comunità bolognese, la nostra sentita vicinanza ai familiari delle vittime (non l’hanno pressa benissimo e hanno protestato con la Rai ndr), che si sentono colpiti dalle rivelazioni televisive di uno dei capi della Uno bianca. Savi è responsabile di efferati delitti e la sua intervista è rilevatrice di un profilo criminale di massimo rilievo, che sicuramente non gode d’immediata affidabilità. Tuttavia, di fronte alle sue dichiarazioni, che evocano presunte connivenze e coinvolgimenti di apparati dello Stato, riteniamo necessario promuovere ogni approfondimento possibile».
Eh si facciamo piena luce, ma forse le pile sono scariche. Una cosa è sicura: i riflettori della tivvù ormai fanno diventare personaggi (negativi?) i criminali, ripropongono sul vecchio modello americano il filone noir per fare audience. Che poi si dia nuova sofferenza a chi ha avuto un marito, un fratello, una figlia ammazzati fa parte del macabro gioco, così come chi è in galera forse innocente fa un’incessante doccia scozzese di speranze e delusioni. Ma show must go on.
Ps: Chi scrive quella sera del 4 gennaio del ’91 era al Pilastro a raccontare l’esordio della Uno bianca. Ai cronisti non sono concesse le lacrime. Ma pianse.
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