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2021-07-10
Ricatti e speculazioni: la guerra del vaccino
Ansa
La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività.
In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie.
Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta.
Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.
Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica
La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione».
Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta.
Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo».
La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza.
«La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
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Pericolosa l'idea di Andrea Crisanti & C: la sanità pubblica è pagata dalle tasse e aggirare gli obblighi togliendo i diritti è un precedente che non deve passare. Pure il green pass Ue vieta di discriminare i non immunizzati.L'Fda: «Non ce n'è bisogno». Fredde anche Oms ed Ema. Nel nostro Paese le 500.000 iniezioni al giorno si raggiungono solo grazie ai richiami: sempre meno le adesioni.Lo speciale contiene due articoli.La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività. In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie. Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta. Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-del-vaccino-2653732384.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-fermano-le-pressioni-di-pfizer-per-la-terza-dose-in-italia-la-campagna-zoppica" data-post-id="2653732384" data-published-at="1625858708" data-use-pagination="False"> Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione». Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta. Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo». La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza. «La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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