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2021-07-10
Ricatti e speculazioni: la guerra del vaccino
Ansa
La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività.
In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie.
Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta.
Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.
Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica
La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione».
Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta.
Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo».
La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza.
«La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
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Pericolosa l'idea di Andrea Crisanti & C: la sanità pubblica è pagata dalle tasse e aggirare gli obblighi togliendo i diritti è un precedente che non deve passare. Pure il green pass Ue vieta di discriminare i non immunizzati.L'Fda: «Non ce n'è bisogno». Fredde anche Oms ed Ema. Nel nostro Paese le 500.000 iniezioni al giorno si raggiungono solo grazie ai richiami: sempre meno le adesioni.Lo speciale contiene due articoli.La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività. In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie. Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta. Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-del-vaccino-2653732384.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-fermano-le-pressioni-di-pfizer-per-la-terza-dose-in-italia-la-campagna-zoppica" data-post-id="2653732384" data-published-at="1625858708" data-use-pagination="False"> Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione». Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta. Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo». La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza. «La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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