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2021-07-10
Ricatti e speculazioni: la guerra del vaccino
Ansa
La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività.
In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie.
Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta.
Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.
Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica
La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione».
Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta.
Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo».
La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza.
«La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
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Pericolosa l'idea di Andrea Crisanti & C: la sanità pubblica è pagata dalle tasse e aggirare gli obblighi togliendo i diritti è un precedente che non deve passare. Pure il green pass Ue vieta di discriminare i non immunizzati.L'Fda: «Non ce n'è bisogno». Fredde anche Oms ed Ema. Nel nostro Paese le 500.000 iniezioni al giorno si raggiungono solo grazie ai richiami: sempre meno le adesioni.Lo speciale contiene due articoli.La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività. In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie. Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta. Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-del-vaccino-2653732384.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-fermano-le-pressioni-di-pfizer-per-la-terza-dose-in-italia-la-campagna-zoppica" data-post-id="2653732384" data-published-at="1625858708" data-use-pagination="False"> Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione». Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta. Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo». La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza. «La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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