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2021-07-10
Ricatti e speculazioni: la guerra del vaccino
Ansa
La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività.
In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie.
Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta.
Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.
Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica
La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione».
Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta.
Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo».
La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza.
«La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
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Pericolosa l'idea di Andrea Crisanti & C: la sanità pubblica è pagata dalle tasse e aggirare gli obblighi togliendo i diritti è un precedente che non deve passare. Pure il green pass Ue vieta di discriminare i non immunizzati.L'Fda: «Non ce n'è bisogno». Fredde anche Oms ed Ema. Nel nostro Paese le 500.000 iniezioni al giorno si raggiungono solo grazie ai richiami: sempre meno le adesioni.Lo speciale contiene due articoli.La linea tra l'ideologia e l'abuso della legge è molto sottile. Una gran fetta di politici e di medici pensa di imporre l'obbligo vaccinale non per legge ma per esclusione di diritti. L'idea piace molto a Roberto Speranza. Ma i caterpillar si chiamano Matteo Bassetti, primario al San Martino di Genova, e Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia a Padova. Il primo ha sostenuto la necessità di utilizzare il green pass praticamente per ogni attività. In questo modo chi non è vaccinato potrà al massimo starsene a casa o passeggiare in luoghi isolati. Crisanti giovedì sera, ospite su La7 della coppia De Gregorio/Parenzo, ha detto la sua dopo aver elencato le varie motivazioni che spingono gli italiani a non farsi fare l'iniezione. C'è chi si nega per motivi religiosi, chi per paura e chi per pregiudizio. «Il miglior deterrente che ci sia è di levare la copertura sanitaria se si prendono il Covid, cioè fargliela pagare. Un giorno in rianimazione costa 2.500 euro, non capisco perché lo debba pagare il servizio sanitario visto che è una cosa che si sono procuratori da loro», ha detto a In Onda concludendo che se ti «ammali paghi tutto». Inutile dire che non c'è stato contraddittorio. La proposta è passata tra gli applausi. D'altronde l'atteggiamento punitivo di una certa parte di sinistra ha trovato terreno fertilissimo nel brodo della pandemia. In fondo il comunismo ama cavalcare le disgrazie per poter diventare quella forma di Stato materno che interviene per prendere tutte le decisioni ed eliminare i bivi tipici di una democrazia occidentale. Lo aveva sintetizzato bene Margaret Thatcher. Socialismo e comunismo odiano la libertà. Più un cittadino è libero meno aderirebbe a tali ideologie. Per cui partendo dall'assunto dell'opportunità di vaccinarsi, il primo bivio è la scelta individuale. A oggi il vaccino non è obbligatorio, ricordiamolo. Non esiste una legge che lo imponga, fatta eccezione per l'ex Repubblica sovietica del Turkmenistan. In Italia, nessuno si prenderà la responsabilità di renderlo obbligatorio. Troppo pericoloso per il legislatore. Ogni contraccolpo o effetto indesiderato dovrebbe essere risarcito, perché ricordiamo che si tratta di iniezioni che sperimentano la fase 4 direttamente sul campo. E quindi su milioni di persone. Ne consegue che se non è obbligatorio non può essere imposto né tanto meno il soggetto che si sottrae può essere discriminato. La sua mobilità non può essere ridotta. Non gli si può vietare l'accesso a luoghi o a servizi. Non è possibile imporre ai ragazzi il vaccino e in alternativa obbligarli alla Dad. Ed è ancor più abominevole far passare il concetto che chi non è vaccinato deve pagarsi il servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la vittima di Covid ha già pagato per ricevere assistenza. Se non è un evasore si è già svenato per pagare lo stipendio ai medici e per versare soldi a ospedali e Asl. Giusto per ricordare a chi ama il modello cinese dell'obbligo digitale che c'è un decreto legislativo del 2000 che indica espressamente da quali tasche e da quali bilanci debba attingere l'Ssn. Circa metà dell'Irap (almeno 12 miliardi ogni anno) finisce a finanziare la sanità. Poi c'è una fetta di Irpef con la relativa addizionale regionale. Quando gli italiani comprano una bistecca pagano l'Iva. Lì dentro c'è un boccone con cui ci si paga le cure. Lo stesso quando si fa il pieno dell'auto e pure quando si paga la tassa dei rifiuti, visto che è l'unica tassa su cui si versa pure l'imposta. Il 20% di tutto ciò che versiamo all'erario va a finanziare il welfare sanitario. Crisanti dovrebbe saperlo, visto che fa il primario. Lo scrivente è vaccinato ed è a favore del vaccino, ma nulla al mondo può permetterci di discriminare chi decida di intraprendere la strada opposta. Almeno per due motivi. Primo perché se una specifica categoria (i ni vax) devono essere privati di un diritto allora va abolito l'intero welfare. Allora, basta sanità pubblica. Ma al tempo stesso basta tasse. E bisognerebbe, in aggiunta, avere il coraggio di passare al modello americano. E accettare la povertà che causa e le diseguaglianze che produce. Secondo motivo, la sinistra sanitaria che manda avanti i primari dovrebbe apertamente prendere le distanze dall'Ue e non fingere di ignorare i diritti fondamentali che almeno fino a oggi sussistono sulla carta. Ci riferiamo al regolamento approvato meno di un mese fa, soprannominato Carta verde per viaggiare. Nel testo del green pass si legge chiaramente che «va vietata ogni discriminazione diretta o indiretta delle persone non vaccinate». È vietata non solo la discriminazione di chi non può optare per l'iniezione, ma anche chi non voglia. Nella traduzione in italiano guarda caso si è omesso il secondo dettaglio. Sta tutto qui. Far scivolare i diritti fondamentali verso lo stadio infimo è un allarme che nessuno deve farsi scappare. La prima crepa è l'inizio della fine della diga. Ci vuole poco per trovarsi in un mondo regolato sul modello comunista, oppure a ritrovarsi con un sanità del tutto smantellata e con lo stesso carico di tasse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerra-del-vaccino-2653732384.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-fermano-le-pressioni-di-pfizer-per-la-terza-dose-in-italia-la-campagna-zoppica" data-post-id="2653732384" data-published-at="1625858708" data-use-pagination="False"> Gli Usa fermano le pressioni di Pfizer per la terza dose. In Italia la campagna zoppica La terza dose può attendere. Almeno negli Stati Uniti. Dove il pressing di Pfizer e della tedesca Biontech (proprietaria del brevetto del vaccino) non è andato a segno. Le due case farmaceutiche hanno annunciato che nelle prossime settimane chiederanno alle autorità regolatorie, tra cui la Fda negli Usa e l'Ema nella Ue, l'autorizzazione per la terza dose del vaccino anti Covid. La mossa arriva dopo i dati iniziali «incoraggianti» di un sperimentazione clinica. «Come si vede dai dati globali diffusi dal ministero della Salute israeliano», ha detto Pfizer in una dichiarazione inviata alla Cnn, «l'efficacia del vaccino nel prevenire sia l'infezione che la malattia sintomatica è diminuita sei mesi dopo la vaccinazione, sebbene l'efficacia nella prevenzione di esiti gravi rimanga alta». «Inoltre, in questo periodo», aggiunge l'azienda farmaceutica, «la variante Delta sta diventando dominante in Israele e in molti altri Paesi. Questi risultati sono coerenti con un'analisi in corso dello studio di fase 3 delle aziende». Per tutti questi motivi, Pfizer e Biontech ritengono che una terza dose da somministrare dopo 6-12 mesi dalla seconda «può essere utile per mantenere i più alti livelli di protezione». Ma le autorità sanitarie statunitensi, Cdc e Fda, hanno già risposto picche: «Gli americani che sono stati completamente vaccinati non hanno bisogno di una dose di richiamo in questo momento, hanno un basso rischio di infezione, anche dalle varianti più facilmente trasmissibili». Fda, Cdc e Nih - sottolineano le massime autorità sanitarie statunitensi - «sono impegnate in un processo rigoroso e su basi scientifiche per valutare se o quando potrebbe essere necessario un richiamo. Questo processo tiene conto dei dati di laboratorio, dei dati degli studi clinici e dei dati sperimentali globali, che possono includere dati di specifiche aziende farmaceutiche, ma non si basano esclusivamente su questi dati. Continuiamo ad analizzare i nuovi dati mano a mano che saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per eventuali dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», concludono le autorità sanitarie Usa nella dichiarazione congiunta. Per l'Organizzazione mondiale della sanità non è chiaro se una terza dose di richiamo per il vaccino anti Covid-19 sia utile per mantenere la protezione contro il virus e le prove sulla sua utilità sono «limitate». E anche secondo l'Agenzia europea del farmaco (Ema) al momento «è troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione». Comunque, «l'Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili», in modo da garantire procedure rapide per un'autorizzazione «il prima possibile qualora ciò fosse necessario». Quanto alla Commissione Ue, un portavoce ieri ha assicurato che con la conclusione dei contratti per le forniture supplementari dei vaccini Pfizer-Biontech e Moderna, l'Unione europea «è pronta ad affrontare le sfide delle varianti, così come l'eventuale necessità di un terzo richiamo». La mossa dell'Fda americana, e la cautela di Oms e Ema confermano intanto la sensazione che l'acquisto europeo sia stato dettato più da ragioni politiche che scientifiche. Perché, come ha scritto La Verità nelle scorse settimane, l'Italia ha già speso 2.369,25 miliardi di euro per 121,5 milioni di dosi di vaccino prodotto da Pfizer-Biontech a 19,50 euro a dose. Ovvero il 13,5% di quel nuovo contratto da 900 milioni di dosi firmato dalla Commissione Ue a inizio maggio per avere garantite le forniture a partire da gennaio 2022. E la cifra può anche raddoppiare se acquisteremo anche la parte pro quota degli altri 900 milioni di dosi già opzionate da Bruxelles da qui al 2023. L'essere legati troppo a una sola azienda ci espone al rischio di esserne dipendenti per i prossimi anni sia in termini di forniture sia di gestione dei richiami. Senza, per altro, avere ancora sufficienti prove che ripetute iniezioni di Rna soddisfino il requisito della sicurezza, che certamente ha un'asticella più alta per una vaccinazione di routine, in persone gìà vaccinate, di quella che abbiamo accettato per la vaccinazione in emergenza. «La terza dose è nelle cose ma non sappiamo ancora quando», ha intanto spiegato ieri il direttore della prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza durante la conferenza stampa sul monitoraggio settimanale dei dati Covid, «Sappiamo che l'effetto del vaccino sono anticorpi che durano 8-9 mesi ma serve monitorare l'effetto delle varianti. In ogni caso non è detto che servirà vaccinare ogni anno e comunque si partirà dai più fragili». Siamo davvero pronti per gestire un nuovo round di vaccinazioni a tappeto? Si discute di terza dose quando ancora non sappiamo se riusciremo a completare l'immunizzazione della maggioranza dell'80% degli italiani entro settembre. Le somministrazioni procedono ancora con un trend di discesa continua soprattutto per le prime dosi. Sui 564.360 vaccini che risultano somministrati in base ai dati aggiornati alle 6 del mattino di ieri, solo 103.663 sono prime dosi. Se non andiamo sotto quota 500.000 è solo grazie all'anticipo delle seconde, che ora sono quattro volte le prime. Segno che siamo arrivati al nocciolo di no vax, indecisi o opportunisti (quelli che aspettano di tornare dalle ferie per poi decidere). Con un recupero quindi assai complicato da gestire a fine agosto o inizio settembre.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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