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2021-05-28
La grande abbuffata sul Covid
Jorge Solis, l'intermediario ecuadoregno coinvolto nell'inchiesta sulla maxi commessa da 800 milioni di mascherine targate Mario Benotti, il 31 ottobre del 2020, intercettato al telefono, tifava apertamente Covid. E attendeva il lockdown ferreo. A posteriori come dargli torto. Dallo scoppio della pandemia lo Stato ha stanziato e in parte speso poco più di 23 miliardi di euro. Esattamente la metà di questa cifra è stata destinata all'acquisto di mascherine e dispositivi di protezione. Analoga percentuale vale per gli ordinativi che sono passati direttamente dalla struttura commissariale. Lì, a comandare, dal 16 marzo 2020 fino al primo marzo di quest'anno, è stato Domenico Arcuri. Se si pensa che il valore delle commesse portate a casa dal team di Benotti si aggira sul miliardo e 200 milioni di euro, si comprende che questa assegnazione su cui ancora indaga la Procura di Roma vale il 10% della spesa per le mascherine e il 5% di tutto quanto lo Stato ha messo a bilancio per far fronte alla pandemia. E per tutto si intende non solo le protezioni sanitarie, i ventilatori e quanto necessario a tamponare l'emergenza. Ma anche la spesa sostenuta fino a oggi per i vaccini e per gli ospedali. Nel maxi calderone dei circa 23 miliardi c'è pure il budget per la scuola e per i mezzi di trasporto. Se si uniscono i puntini si comprende l'enormità di quel 5% che la struttura di Arcuri ha affidato direttamente al gruppo di Benotti, del quale conosciamo dettagli e incongruenze grazie soprattutto al lavoro di Giacomo Amadori. Il dramma sta tutto però in una domanda. Esistono altri Benotti? La vecchia struttura commissariale ad esempio non ha mai chiarito perché si sia rifornita di luer lock, siringhe di precisione, a prezzi ben superiori del mercato e senza passare da fornitori italiani anche rinomati.
D'altronde, in questa enorme spesa che l'Italia non vedeva transitare dai tempi del dopoguerra, sono molteplici gli aspetti che non funzionano. Sul sito di Openpolis, dove si accede a tutte le informazioni recuperate tramite Foia, è possibile digitare i nomi delle aziende vincitrici di gara o assegnatarie dirette. Wenzhou light industrial product è presente nel database. È uno dei fornitori cinesi di Benotti. Lo stesso nome è nel file delle aziende i cui dispositivi sono stati autorizzati in deroga al Cts. La Procura di Gorizia a metà aprile ha fatto sequestrare 250 milioni di mascherine. Tra queste compaiono i nomi di Wenzhou light industrial product e di Luokai, anch'essa utilizzata per la commessa Benotti. Purtroppo i sequestri ci sono stati anche in Lazio, dove ora si indaga su 5 milioni di mascherine e 430.000 camici. Nellel conversazioni degli indagati compariva il nome di Massimo D'Alema. Così come in un'altro filone di sequestri avviato su segnalazione della Regione Lazio. Qui a non funzionare sono i ventilatori Vg 70 acquistati dalla Silk road global information limited. A incrociare i contatti cinesi con la struttura del commissario fu appunto l'ex segretario dei Ds. Inutile dire che la Silk road compare nel data base di Openpolis. Quindi da un lato consente di arrivare alla cifra di 23 miliardi e aggiunge un tassello al grande impegno economico profuso dallo Stato, ma dall'altro impone una revisione, quanto meno politica, dell'impresa, degli obiettivi e di quanto è stato fatto. Soprattutto del metodo applicato. Perché le inchieste stanno aumentando dal Nord al Sud e gli interrogativi lasciati aperti da Arcuri necessitano urgentemente una risposta.
Bene la commissione d'inchiesta. Non possono essere solo le Procure a dover fare luce. Spetta al Parlamento, sebbene parta già in ritardo. Indagare sulle scelte dell'ex commissario serve anche a trovare la strada migliore per la gestione della pandemia, qualora il virus dovesse diventare endemico. Ad Arcuri toccherà pure chiedere conto delle scelte sul vaccino Reithera. Le recenti motivazioni della Corte dei conti sono emblematiche.
Al termine della primavera del 2020, il commissario, che in quel momento aveva pure le due vesti di controllore (struttura commissariale) e controllato (ad di Invitalia), avvia una trattativa con l'azienda di Castel Romano. Una trattativa che termina il primo febbraio del 2021. Nel frattempo almeno un fondo estero sarebbe potuto entrare nel capitale e mettere i soldi necessari per lo sviluppo della fase 2. Qualcuno ha paventato l'uso del golden power? Fatto sta che si sono persi quasi nove mesi. A quel punto il contratto tra Invitalia e l'azienda farmaceutica prevede una somma consistente per lo sviluppo delle infrastrutture e non del vaccino. Invitalia entra nel capitale ma si ferma lì. La doccia fredda congela l'operazione. Il neo ministro Giancarlo Giorgetti ha detto di voler andare avanti per sviluppare un farmaco nostrano. Ma il rischio concreto è che quando sarà pronto il vaccino tricolore, per prezzo e tipologia, potrà essere competitivo solo per il progetto Covax, quello destinato ai Paesi poveri. Sacrosanta beneficenza, ma una presa in giro, se consideriamo che i giornali italiani sono stati settimane a perdere tempo dietro alle primule. Adesso la poltrona di Arcuri in Invitalia traballa sempre più. Ma non è questo il punto. Per la salute della nostra democrazia serve una commissione d'inchiesta.
Dai ventilatori ai banchi a rotelle. Il Covid ci costa più di 23 miliardi

Domenica Arcuri (Ansa)
La pandemia non è soltanto un'immensa tragedia umana: è anche un gigantesco business. E un macigno per i conti pubblici, se si considera che finora, per l'emergenza - e per un totale di 15.418 lotti, monitorati dalla fondazione Openpolis - sono stati stanziati 23,46 miliardi di euro. Una somma enorme, che include anche i 7,27 miliardi per gli accordi quadro, cioè le procedure di affidamento diretto alle imprese, in seguito alla convenzione con alcune ditte fornitrici. Di questi, 8,61 miliardi sono i denari già aggiudicati (dei quali 1,78 rientrano negli accordi quadro). Tutte cifre monstre, frutto dell'operato di 1.358 stazioni appaltanti, tra Stato centrale, struttura commissariale, Regioni, Asl, società partecipate ed enti locali, che hanno affidato commesse a 2.549 aziende.
Da un lato, insomma, ci sono le oltre 125.000 vittime stroncate dal Sars-Cov-2. Le famiglie distrutte dal dolore; interi territori, come Alzano e Nembro, falcidiati dal virus cinese; e i lunghi mesi di lockdown, costati 183 miliardi di Pil. Dall'altro, un grande banchetto. Che in parte è l'inevitabile conseguenza di una calamità planetaria: tamponi, siringhe, respiratori, mascherine, erano tutti acquisti indispensabili. Ma il disastro sanitario s'è anche portato dietro tutte le storture, i lati oscuri e le inefficienze dell'abituale gestione «all'italiana». Con un nome ricorrente: quello di Domenico Arcuri. In fondo, oltre il 55% degli importi mobilitati per il Covid è passato dalla struttura commissariale, sia ai tempi del governo Conte, sia, nell'era di Mario Draghi, con il generale Paolo Figliuolo. Stiamo parlando di circa 10 miliardi e mezzo di euro.
Solo ad aprile, è stato messo a bando quasi mezzo miliardo per procurare vaccini, allestire gli hub per le somministrazioni, organizzare la logistica e il trasporto delle dosi. Si tratta dell'80,6% dei fondi stanziati in totale, nel corso del mese, per fronteggiare l'epidemia. La campagna d'immunizzazioni, ormai, occupa quasi il 9% delle somme indette: intorno a 2 miliardi di euro.
Ma la parte del leone, nelle forniture pandemiche, continuano a farla le mascherine, per le quali sono stati impegnati circa 12 miliardi, di cui quasi 4 e mezzo già aggiudicati (escludendo gli accordi quadro). Al secondo posto, ci sono gli stanziamenti per tamponi e altri sistemi di diagnosi della malattia: si arriva praticamente a 4 miliardi di euro. Le risorse destinate a terapie intensive, rianimazione e farmaci anti Covid sono poco meno di quelle fino ad oggi indirizzate sui vaccini: oltre 1 miliardo e 800 milioni. E al quinto posto della classifica per tipologia di forniture, compaiono sorprendentemente «infrastrutture, arredi e attrezzature scolastiche»: più di 1 miliardo e 300 milioni, in larga parte stanziati nei mesi estivi dello scorso anno, in vista del ritorno in classe degli alunni. Un progetto sul quale l'esecutivo giallorosso e Giuseppe Conte in persona avevano puntato molto, ma che non ha avuto grossa fortuna. È qui, non a caso, che affiora la prima nota dolente, se non altro per come è stata impegnata quella ragguardevole somma.
Come si evince dal dettaglio di spesa, infatti, 1 miliardo e 200 milioni sono stati destinati alle «sedute innovative», i famigerati banchi a rotelle e monoposto voluti dalla rovinosa coppia Lucia Azzolina-Domenico Arcuri, rispettivamente ex ministro dell'Istruzione ed ex commissario straordinario. Che fine abbiano fatto questi attrezzi, che avrebbero dovuto rivoluzionare la sicurezza delle aule, lo sappiamo: spesso inutilizzati, accatastati, abbandonati, o comunque contestati per la scomodità del sedile e le dimensioni ridotte del tavolino. I lettori della Verità, tra l'altro, ricorderanno altresì le travagliate vicende del relativo appalto: Arcuri si vantava di aver indetto un bando, anche se i poteri conferitigli gli avrebbero permesso l'affidamento diretto; solo che, come scoprì il nostro giornale, inizialmente, tra le ditte aggiudicatarie figurava pure la Nexus, una società di Ostia con un solo dipendente, in cassa integrazione, che avrebbe dovuto realizzare 180.000 banchi.
Di contro, prima che il decreto Sostegni bis aumentasse le dotazioni, meno di 3 milioni erano stati stanziati per rafforzare il trasporto pubblico, potenziale fonte di contagi. Allora, l'ex titolare del Mit, la piddina Paola De Micheli, aveva individuato una geniale misura di prevenzione: tenere i finestrini degli scuolabus aperti. Da piangere.
Un altro aspetto che va messo in luce riguarda l'assegnazione delle commesse. Come rivelato dal monitoraggio di Openpolis, l'86% degli importi viene attribuito attraverso procedure semplificate, tra negoziazioni senza previa pubblicazione (67,55), accordi quadro (10,14%) e affidamenti diretti (8,22%). E se, in una situazione di emergenza sanitaria, era scontato - e necessario - velocizzare la macchina statale, dall'altro, l'allentamento dei vincoli canonici è un invito a nozze per gli speculatori con pochi scrupoli. O per aziende improvvisate e consorzi di imprenditori raffazzonati: basti pensare al trio Mario Benotti-Andrea Tommasi-Jorge Solis, ai loro fornitori cinesi e all'affare miliardario per le mascherine, finito sotto la lente della Procura di Roma. Perché il Covid è una sciagura, ma per molti è stato anche una ghiotta occasione.
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Domenico Arcuri, che traballa in Invitalia, ha compiuto altre operazioni dubbie, come l'acquisto delle siringhe ignorando i fornitori nazionali o i soldi a Reithera. Va fatta chiarezza. Le pulci a 14 mesi di appalti: il 55% delle spese è passato dai commissari, soprattutto con affidamenti diretti. Previsti 1 miliardo e 200 milioni per i monoposto, ma (prima del Sostegni bis) meno di 3 milioni per i trasporti. Lo speciale contiene due articoli. Jorge Solis, l'intermediario ecuadoregno coinvolto nell'inchiesta sulla maxi commessa da 800 milioni di mascherine targate Mario Benotti, il 31 ottobre del 2020, intercettato al telefono, tifava apertamente Covid. E attendeva il lockdown ferreo. A posteriori come dargli torto. Dallo scoppio della pandemia lo Stato ha stanziato e in parte speso poco più di 23 miliardi di euro. Esattamente la metà di questa cifra è stata destinata all'acquisto di mascherine e dispositivi di protezione. Analoga percentuale vale per gli ordinativi che sono passati direttamente dalla struttura commissariale. Lì, a comandare, dal 16 marzo 2020 fino al primo marzo di quest'anno, è stato Domenico Arcuri. Se si pensa che il valore delle commesse portate a casa dal team di Benotti si aggira sul miliardo e 200 milioni di euro, si comprende che questa assegnazione su cui ancora indaga la Procura di Roma vale il 10% della spesa per le mascherine e il 5% di tutto quanto lo Stato ha messo a bilancio per far fronte alla pandemia. E per tutto si intende non solo le protezioni sanitarie, i ventilatori e quanto necessario a tamponare l'emergenza. Ma anche la spesa sostenuta fino a oggi per i vaccini e per gli ospedali. Nel maxi calderone dei circa 23 miliardi c'è pure il budget per la scuola e per i mezzi di trasporto. Se si uniscono i puntini si comprende l'enormità di quel 5% che la struttura di Arcuri ha affidato direttamente al gruppo di Benotti, del quale conosciamo dettagli e incongruenze grazie soprattutto al lavoro di Giacomo Amadori. Il dramma sta tutto però in una domanda. Esistono altri Benotti? La vecchia struttura commissariale ad esempio non ha mai chiarito perché si sia rifornita di luer lock, siringhe di precisione, a prezzi ben superiori del mercato e senza passare da fornitori italiani anche rinomati. D'altronde, in questa enorme spesa che l'Italia non vedeva transitare dai tempi del dopoguerra, sono molteplici gli aspetti che non funzionano. Sul sito di Openpolis, dove si accede a tutte le informazioni recuperate tramite Foia, è possibile digitare i nomi delle aziende vincitrici di gara o assegnatarie dirette. Wenzhou light industrial product è presente nel database. È uno dei fornitori cinesi di Benotti. Lo stesso nome è nel file delle aziende i cui dispositivi sono stati autorizzati in deroga al Cts. La Procura di Gorizia a metà aprile ha fatto sequestrare 250 milioni di mascherine. Tra queste compaiono i nomi di Wenzhou light industrial product e di Luokai, anch'essa utilizzata per la commessa Benotti. Purtroppo i sequestri ci sono stati anche in Lazio, dove ora si indaga su 5 milioni di mascherine e 430.000 camici. Nellel conversazioni degli indagati compariva il nome di Massimo D'Alema. Così come in un'altro filone di sequestri avviato su segnalazione della Regione Lazio. Qui a non funzionare sono i ventilatori Vg 70 acquistati dalla Silk road global information limited. A incrociare i contatti cinesi con la struttura del commissario fu appunto l'ex segretario dei Ds. Inutile dire che la Silk road compare nel data base di Openpolis. Quindi da un lato consente di arrivare alla cifra di 23 miliardi e aggiunge un tassello al grande impegno economico profuso dallo Stato, ma dall'altro impone una revisione, quanto meno politica, dell'impresa, degli obiettivi e di quanto è stato fatto. Soprattutto del metodo applicato. Perché le inchieste stanno aumentando dal Nord al Sud e gli interrogativi lasciati aperti da Arcuri necessitano urgentemente una risposta. Bene la commissione d'inchiesta. Non possono essere solo le Procure a dover fare luce. Spetta al Parlamento, sebbene parta già in ritardo. Indagare sulle scelte dell'ex commissario serve anche a trovare la strada migliore per la gestione della pandemia, qualora il virus dovesse diventare endemico. Ad Arcuri toccherà pure chiedere conto delle scelte sul vaccino Reithera. Le recenti motivazioni della Corte dei conti sono emblematiche. Al termine della primavera del 2020, il commissario, che in quel momento aveva pure le due vesti di controllore (struttura commissariale) e controllato (ad di Invitalia), avvia una trattativa con l'azienda di Castel Romano. Una trattativa che termina il primo febbraio del 2021. Nel frattempo almeno un fondo estero sarebbe potuto entrare nel capitale e mettere i soldi necessari per lo sviluppo della fase 2. Qualcuno ha paventato l'uso del golden power? Fatto sta che si sono persi quasi nove mesi. A quel punto il contratto tra Invitalia e l'azienda farmaceutica prevede una somma consistente per lo sviluppo delle infrastrutture e non del vaccino. Invitalia entra nel capitale ma si ferma lì. La doccia fredda congela l'operazione. Il neo ministro Giancarlo Giorgetti ha detto di voler andare avanti per sviluppare un farmaco nostrano. Ma il rischio concreto è che quando sarà pronto il vaccino tricolore, per prezzo e tipologia, potrà essere competitivo solo per il progetto Covax, quello destinato ai Paesi poveri. Sacrosanta beneficenza, ma una presa in giro, se consideriamo che i giornali italiani sono stati settimane a perdere tempo dietro alle primule. Adesso la poltrona di Arcuri in Invitalia traballa sempre più. Ma non è questo il punto. Per la salute della nostra democrazia serve una commissione d'inchiesta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-grande-abbuffata-sul-covid-2653128260.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-ventilatori-ai-banchi-a-rotelle-il-covid-ci-costa-piu-di-23-miliardi" data-post-id="2653128260" data-published-at="1622141649" data-use-pagination="False"> Dai ventilatori ai banchi a rotelle. Il Covid ci costa più di 23 miliardi Domenica Arcuri (Ansa) La pandemia non è soltanto un'immensa tragedia umana: è anche un gigantesco business. E un macigno per i conti pubblici, se si considera che finora, per l'emergenza - e per un totale di 15.418 lotti, monitorati dalla fondazione Openpolis - sono stati stanziati 23,46 miliardi di euro. Una somma enorme, che include anche i 7,27 miliardi per gli accordi quadro, cioè le procedure di affidamento diretto alle imprese, in seguito alla convenzione con alcune ditte fornitrici. Di questi, 8,61 miliardi sono i denari già aggiudicati (dei quali 1,78 rientrano negli accordi quadro). Tutte cifre monstre, frutto dell'operato di 1.358 stazioni appaltanti, tra Stato centrale, struttura commissariale, Regioni, Asl, società partecipate ed enti locali, che hanno affidato commesse a 2.549 aziende. Da un lato, insomma, ci sono le oltre 125.000 vittime stroncate dal Sars-Cov-2. Le famiglie distrutte dal dolore; interi territori, come Alzano e Nembro, falcidiati dal virus cinese; e i lunghi mesi di lockdown, costati 183 miliardi di Pil. Dall'altro, un grande banchetto. Che in parte è l'inevitabile conseguenza di una calamità planetaria: tamponi, siringhe, respiratori, mascherine, erano tutti acquisti indispensabili. Ma il disastro sanitario s'è anche portato dietro tutte le storture, i lati oscuri e le inefficienze dell'abituale gestione «all'italiana». Con un nome ricorrente: quello di Domenico Arcuri. In fondo, oltre il 55% degli importi mobilitati per il Covid è passato dalla struttura commissariale, sia ai tempi del governo Conte, sia, nell'era di Mario Draghi, con il generale Paolo Figliuolo. Stiamo parlando di circa 10 miliardi e mezzo di euro. Solo ad aprile, è stato messo a bando quasi mezzo miliardo per procurare vaccini, allestire gli hub per le somministrazioni, organizzare la logistica e il trasporto delle dosi. Si tratta dell'80,6% dei fondi stanziati in totale, nel corso del mese, per fronteggiare l'epidemia. La campagna d'immunizzazioni, ormai, occupa quasi il 9% delle somme indette: intorno a 2 miliardi di euro. Ma la parte del leone, nelle forniture pandemiche, continuano a farla le mascherine, per le quali sono stati impegnati circa 12 miliardi, di cui quasi 4 e mezzo già aggiudicati (escludendo gli accordi quadro). Al secondo posto, ci sono gli stanziamenti per tamponi e altri sistemi di diagnosi della malattia: si arriva praticamente a 4 miliardi di euro. Le risorse destinate a terapie intensive, rianimazione e farmaci anti Covid sono poco meno di quelle fino ad oggi indirizzate sui vaccini: oltre 1 miliardo e 800 milioni. E al quinto posto della classifica per tipologia di forniture, compaiono sorprendentemente «infrastrutture, arredi e attrezzature scolastiche»: più di 1 miliardo e 300 milioni, in larga parte stanziati nei mesi estivi dello scorso anno, in vista del ritorno in classe degli alunni. Un progetto sul quale l'esecutivo giallorosso e Giuseppe Conte in persona avevano puntato molto, ma che non ha avuto grossa fortuna. È qui, non a caso, che affiora la prima nota dolente, se non altro per come è stata impegnata quella ragguardevole somma. Come si evince dal dettaglio di spesa, infatti, 1 miliardo e 200 milioni sono stati destinati alle «sedute innovative», i famigerati banchi a rotelle e monoposto voluti dalla rovinosa coppia Lucia Azzolina-Domenico Arcuri, rispettivamente ex ministro dell'Istruzione ed ex commissario straordinario. Che fine abbiano fatto questi attrezzi, che avrebbero dovuto rivoluzionare la sicurezza delle aule, lo sappiamo: spesso inutilizzati, accatastati, abbandonati, o comunque contestati per la scomodità del sedile e le dimensioni ridotte del tavolino. I lettori della Verità, tra l'altro, ricorderanno altresì le travagliate vicende del relativo appalto: Arcuri si vantava di aver indetto un bando, anche se i poteri conferitigli gli avrebbero permesso l'affidamento diretto; solo che, come scoprì il nostro giornale, inizialmente, tra le ditte aggiudicatarie figurava pure la Nexus, una società di Ostia con un solo dipendente, in cassa integrazione, che avrebbe dovuto realizzare 180.000 banchi. Di contro, prima che il decreto Sostegni bis aumentasse le dotazioni, meno di 3 milioni erano stati stanziati per rafforzare il trasporto pubblico, potenziale fonte di contagi. Allora, l'ex titolare del Mit, la piddina Paola De Micheli, aveva individuato una geniale misura di prevenzione: tenere i finestrini degli scuolabus aperti. Da piangere. Un altro aspetto che va messo in luce riguarda l'assegnazione delle commesse. Come rivelato dal monitoraggio di Openpolis, l'86% degli importi viene attribuito attraverso procedure semplificate, tra negoziazioni senza previa pubblicazione (67,55), accordi quadro (10,14%) e affidamenti diretti (8,22%). E se, in una situazione di emergenza sanitaria, era scontato - e necessario - velocizzare la macchina statale, dall'altro, l'allentamento dei vincoli canonici è un invito a nozze per gli speculatori con pochi scrupoli. O per aziende improvvisate e consorzi di imprenditori raffazzonati: basti pensare al trio Mario Benotti-Andrea Tommasi-Jorge Solis, ai loro fornitori cinesi e all'affare miliardario per le mascherine, finito sotto la lente della Procura di Roma. Perché il Covid è una sciagura, ma per molti è stato anche una ghiotta occasione.
Don Carlo Parodi e Francesco Paolo Cardona Albini durante la messa a Genova
La scena, come ha ricostruito ieri La Verità, era insolita. Un magistrato che parla del referendum per la riforma della magistratura davanti ai fedeli tra i banchi di una chiesa alla fine della messa della domenica. E lui, il protagonista di domenica mattina, rivendica con calma di avere fatto soltanto una cosa: spiegare. «Io ho fatto un intervento, sì, in una chiesa dove mi era stato chiesto di spiegare in che cosa consistesse il referendum», dice alla Verità Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8, e per l’inchiesta sui presunti concorsi truccati nella facoltà di Giurisprudenza dell’università genovese, aggiungendo: «Ho spiegato in maniera molto semplice, perché non avevo più di cinque-dieci minuti per parlare di questa cosa, e ho invitato tutti ad andare a votare, perché è una riforma costituzionale e quindi interessa a tutti i cittadini».
Il magistrato racconta così la sua presenza nella chiesa di San Donato, nel cuore del centro storico di Genova. Una presenza che ha fatto discutere. Perché quel breve intervento ha acceso qualche malumore tra chi era seduto tra le navate. Il magistrato ricostruisce la scena: «Alla fine dell’intervento ho informato l’uditorio che ci sarebbe stato un incontro, moderato da un giornalista, il 16 marzo al liceo Colombo, pubblicizzato dagli stessi ragazzi dell’istituto, dove interverrò io insieme a un collega (Giuseppe Longo, anche lui pm della Procura di Genova, ndr) a spiegare le ragioni del No e interverranno due avvocati (Giovanni Beverini ed Emanuele Olcese, ndr) per quelle del Sì». È a quel punto che, secondo il magistrato, qualcosa sarebbe cambiato nell’aria della chiesa. «Molti», racconta il magistrato, «mi hanno ringraziato per questa spiegazione, mentre una persona ha polemizzato perché ha ritenuto che io stessi facendo propaganda elettorale, cosa che non credo onestamente di aver fatto. Un’altra persona mi ha detto all’uscita della chiesa “sono d’accordo con lei, non ha fatto propaganda, perché l’avrebbe fatta se avesse detto «votate no”».
Ma, come detto, tra i presenti c’era anche chi ha giudicato in modo critico l’intervento dall’altare del magistrato schierato per il No. È probabilmente lui l’uomo ha cui ha fatto riferimento con noi Cardona Albini. Si tratta dell’avvocato Enrico Ivaldi, già consigliere comunale eletto con l’Ulivo, ora attivista del Pd nel circolo del centro storico, presente alla funzione e che ha scelto di affrontare direttamente il magistrato al termine dell’intervento. La sua versione è molto più netta: «Ho parlato con il pm, dicendo che non mi sembrava il caso di fare queste cose in chiesa». Il punto, per lui, non è il merito del referendum. Dice: «Al di là del No, del Sì, della Sampdoria o del Genoa». Il problema è il luogo. «Non era il luogo adeguato».
L’avvocato usa parole semplici, ma taglienti: «Parlare dall’altare e fare un comizio per votare non mi sembra una grande idea. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per altri argomenti». La sua obiezione non riguarda la riforma, ma il contesto: «Al di là che uno sia d’accordo o meno, proprio non mi sembra il luogo». Il confronto, racconta, è stato breve: «Io ho detto soltanto “guardi, non mi sembra una cosa opportuna”. Mi fa specie che lei non si renda conto, da procuratore della Repubblica, dell’inopportunità». E la risposta del magistrato? «Che gliel’hanno chiesto», afferma Ivaldi. Una frase che chiude il piccolo incidente tra i banchi della chiesa.
Un botta e risposta rapido, consumato all’uscita. A rivendicare la scelta, però, è soprattutto il parroco, don Carlo Parodi. Ed è proprio il sacerdote a ricostruire la genesi dell’invito rivolto alla toga. La premessa: «Non ho invitato il magistrato a intervenire durante la messa, ma quando questa era ormai finita». Il sacerdote non vede nulla di strano in quello che è accaduto tra le navate. Anzi, lo definisce un servizio ai parrocchiani: «È un servizio anche civico che facciamo». Il sacerdote porta un esempio concreto: «Quando i carabinieri mi hanno chiesto di venire a parlare alla gente delle frodi e dei pericoli delle truffe, sono venuti e alla fine della messa l’hanno fatto». Secondo il parroco, la logica è la stessa: «Quello di ieri è stato un servizio d’informazione». Una scelta che, nella sua ricostruzione, rientra quindi in una prassi già adottata in altre occasioni per temi di interesse pubblico.
Peccato che il magistrato, l’unico invitato a informare i parrocchiani, sia schierato proprio per il No. E che la sua partecipazione al dibattito pubblico sulla riforma della magistratura sia già avvenuta in altri contesti cittadini. Solo lo scorso 5 marzo, sempre a Genova, infatti, con Carlo Ferruccio Ferrajoli, docente di Diritto costituzionale, aveva preso parte a un incontro organizzato dal comitato Giusto dire No, quello partorito dall’Associazione nazionale magistrati.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
Kaja Kallas e Ursula von der Leyen (Ansa)
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.
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Secondo Claudio Bertolotti, direttore di React, la guerra all’Iran provocherà attentati anche in Europa. Gli ayatollah sfrutteranno anche la microcriminalità minorile propensa a delinquere.