La Germania paga la crisi Usa-Russia ma anche l’Italia ha da rimetterci
Contraccolpi sul gasdotto Nord Stream 2 e sugli scambi commerciali con Mosca. Il nazionalismo vaccinale di Joe Biden e la pessima gestione della Ue spingono vari Paesi verso lo Sputnik, che sarà prodotto pure da noi.

La crescente crisi tra Stati Uniti e Russia rischia di costituire un serio problema soprattutto per l’Unione europea (a partire dall’Italia). Le tensioni tra Mosca e Washington non accennano del resto a diminuire, con il segretario di Stato americano, Antony Blinken, che giovedì ha minacciato sanzioni, per ostacolare il completamento di Nord Stream 2: gasdotto che dovrebbe trasportare gas naturale dalla Russia alla Germania.

Non è la prima volta che quest’opera, la cui realizzazione sta avvenendo sotto l’egida della società statale russa Gazprom, finisce al centro delle tensioni tra la Casa Bianca e il Cremlino. Washington cita principalmente il caso di Aleksej Navalny per giustificare la sua opposizione al gasdotto. In realtà, si svolge dietro le quinte una delicata partita geopolitica ed energetica. Come sottolineato da Energy Monitor, i produttori americani di gas naturale vorrebbero innanzitutto incrementare l’export in Europa e giudicano la Russia un pericoloso concorrente: soprattutto alla luce del fatto che la Germania non ha al momento alcuna intenzione di rinunciare al Nord Stream 2. In secondo luogo, il gasdotto bypasserebbe l’Ucraina, mettendo a rischio le sue entrate di transito e rafforzando così l’influenza politica russa sull’area. Va detto che l’opposizione al Nord Stream 2 non è una peculiarità di Joe Biden. Sanzioni per colpire il progetto erano state irrogate dall’amministrazione Trump, mentre viene portata avanti una linea dura sul tema dal repubblicano, Ted Cruz: senatore di uno Stato, il Texas, che risulta uno dei principali produttori di gas naturale oltreatlantico.

Il punto è che stavolta le minacce americane si inseriscono all’interno di un quadro diplomatico tesissimo: appena martedì scorso, Biden ha concordato nel definire Vladimir Putin un «assassino». Una posizione che ha spinto Mosca a richiamare il proprio ambasciatore negli Stati Uniti e che ha portato lo stesso Putin a replicare tra il sarcastico e lo stizzito, augurando al suo omologo «buona salute». Un auspicio non esattamente realizzatosi, visto che ieri, salendo la scaletta dell’Air Force One, il presidente americano è capitombolato: un episodio che ha riacceso le vecchie polemiche (mai del tutto sopite) sul suo effettivo stato di salute. Il Cremlino ha frattanto chiesto un «dialogo aperto» tra i due leader per dopodomani, mentre non è al momento chiaro se l’esplosiva presa di posizione di Biden sia stata una gaffe o una scelta deliberata. Tuttavia il fatto che le minacce di Blinken su Nord Stream 2 siano arrivate appena pochi giorni dopo l’incidente diplomatico fa pensare che, quello di Biden, possa essere considerato un abbaglio soltanto fino a un certo punto.

L’Unione europea, dal canto suo, non ha troppo da guadagnare da questa Guerra Fredda rediviva. Fatta eccezione per i Paesi baltici e la Polonia (da sempre su posizioni rigidamente antirusse), l’Europa centro-occidentale non apprezza granché le rinnovate tensioni tra Washington e Mosca. E attenzione: non si tratta soltanto dei problemi energetici della Germania. La questione è più ampia. E chiama in causa anche il fronte sanitario. Il nazionalismo vaccinale di Biden e la disastrosa gestione in termini di approvvigionamento da parte di Bruxelles stanno infatti portando vari Paesi del Vecchio Continente a guardare con interesse al siero russo, Sputnik V: in particolare, è stato recentemente concluso un accordo per una sua prossima produzione in Italia. Un obiettivo che rischia di essere tuttavia ostacolato da queste turbolenze geopolitiche.

Turbolenze che pesano sul nostro Paese anche in termini economici, visti i significativi legami commerciali che intratteniamo con la Russia. Non sarà del resto un caso che, pur rivendicando un granitico ancoraggio atlantico, Mario Draghi abbia invocato in parlamento «meccanismi di dialogo con la Federazione russa», riservando di contro un atteggiamento ben più freddo alla Cina: una sostanziale sconfessione dell’eredità giallorossa. Eppure una postura americana tanto aggressiva rischia di spingere sempre più Mosca tra le braccia di Pechino, rafforzando così indirettamente l’influenza economico-politica cinese sulla stessa Europa occidentale (e in particolare sull’Italia).

Non è infine fuori luogo chiedersi se la linea bideniana di attacco personale contro specifici leader stranieri (da Mohammad bin Salman allo stesso Putin) sia finalizzata a favorire forme soft di regime change. Nel caso fosse realmente questo l’obiettivo, siamo sicuri che la Casa Bianca abbia una strategia per un eventuale «dopo Putin»? Perché attenzione: qui non si tratta di difendere il (controverso) leader russo. Il problema è geopolitico, è di stabilità internazionale (soprattutto europea). Perché, dopo gli oggettivi disastri lasciati da quella araba, l’ultima cosa che possiamo permetterci oggi è una «primavera russa».

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