True
2019-02-09
La Francia insulta ancora: «Bisogna fermare la lebbra nazionalista»
Ansa
Nessuno mi può convocare, nemmeno tu. Prosegue il festival delle stoccate incrociate tra Roma e Parigi: anche ieri il governo italiano e quello francese si sono scambiati accuse e controaccuse, dopo che l'altro ieri l'ambasciatore francese in Italia, Christian Masset, era stato richiamato in patria a causa dell'incontro avvenuto il 5 febbraio scorso a Montargis tra il vicepremier Luigi Di Maio e alcuni gilet gialli.
Una misura diplomatica che per Parigi potrebbe essere temporanea: «Quando un ministro di un Paese straniero», ha detto ieri il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux, «si reca in Francia per incontrare i gilet gialli, la cortesia e la diplomazia vorrebbero che si avvertisse il governo. Abbiamo richiamato l'ambasciatore per una consultazione, non è un atto permanente ma è un importante segnale perché l'Italia è un alleato storico della Francia e un Paese fondatore dell'Unione europea. Il dialogo non è mai stato spezzato», ha aggiunto Griveaux, «ma c'è anche un presidente del Consiglio in Italia, si chiama Giuseppe Conte, è lui il capo del governo italiano e Macron lo ha già incontrato molte volte».
Parole fintamente concilianti seguite da un attacco durissimo: «Se si vuol fare indietreggiare la lebbra nazionalista, se si vuole fare indietreggiare i populisti, se si vuol fare indietreggiare la sfida all'Europa, il modo migliore è di comportarsi bene con i propri partner». Una frase riferita ai gilet gialli, ma che chiama in causa direttamente anche i gialloblù, visto che proprio Macron a giugno si era già rivolto al nostro governo parlando proprio di «lebbra populista», proprio le stesse parole scelte dal suo portavoce. Per finire, Griveaux ha aggiunto che le «battute» di Luigi Di Maio e Matteo Salvini sulla Francia «non hanno evitato all'Italia di entrare in recessione».
«Non si tratta di drammatizzare», ha rincarato il ministro francese per gli Affari europei Nathalie Loiseau, «si tratta di dire che la ricreazione è finita. Un rappresentante di un governo straniero che viene in Francia a sostenere quello che non è nemmeno un leader politico, ma uno che ha chiamato alla guerra civile, al rovesciamento del presidente e a un governo militare, non si era mai visto».
Si riapre anche un altro fronte caldo, quello dell'immigrazione. Fonti del Viminale hanno fatto sapere che la Francia avrebbe cambiato idea sulla Sea Watch, e non sarebbe disposta ad accogliere la sua quota di profughi come concordato: accetterebbe solo stranieri che hanno diritto alla protezione internazionale e non migranti economici.
«Faremo a meno della Francia», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «non dei francesi che sono un popolo stupendo. Evidentemente chi sta governando ha le idee un po' confuse. La Francia ha respinto negli ultimi due anni 60.000 migranti».
«La prossima settimana», ha aggiunto Salvini a margine di una manifestazione elettorale in Abruzzo, «incontrerò a Roma il ministro degli Interni francese. Lo convocherò perché voglio risolvere la situazione. Con i no non si va da nessuna parte. Al ministro francese chiederò che vengano rimandati in Italia i 15 terroristi italiani che oggi si trovano in Francia».
Il ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, però, prima ha risposto piccato «Non mi faccio convocare da nessuno!» e poi ha aggiunto: «Con l'Italia il dialogo è costante ma deve essere rispettoso. Sono pronto anch'io ad accogliere Salvini. Penso che le missioni diplomatiche non debbano farsi di nascosto ma in modo ufficiale». «Ovviamente», ha precisato Salvini, «io non voglio ne posso convocare nessuno: sarò lieto di ospitare in Italia, il prima possibile, il mio collega francese per discutere e risolvere i problemi». Lo stesso Salvini ha poi inviato una lettera a Castaner: «Caro collega», ha scritto Salvini, «i nostri Paesi da sempre condividono solidi rapporti bilaterali, con particolare riferimento ai campi della sicurezza, del terrorismo e dell'immigrazione. In questo quadro, sarei particolarmente lieto di invitarla a Roma, per un confronto e un proficuo scambio sui dossier aperti. Le anticipo, tra i vari temi, che confermo un vivo interesse per la collaborazione da voi offerta», ha scritto Salvini, riferendosi abbastanza esplicitamente al caso dei migranti della Sea Watch, «a proposito dei rimpatri dei migranti economici».
A proposito della Sea Watch: lunedì 11 e martedì 12 febbraio la nave, che batte bandiera dell'Olanda e che è ormeggiata nel porto di Catania, sarà oggetto di un'ispezione tecnica a cura dell'ispettorato ambiente e trasporti del ministero olandese delle Infrastrutture.
Nell'attesa di sapere se e dove si incontreranno Salvini e Castaner, magari in «campo neutro», c'è da registrare anche la lettera che Luigi Di Maio ha indirizzato a Le Monde: «Il popolo francese», ha scritto il leader del M5s, «è il nostro riferimento. Noi guardiamo al vostro popolo come a un punto di riferimento e non un nemico, e le divergenze politiche e di visione fra il governo francese e italiano non devono ricadere sul rapporto di amicizia storico che unisce i nostri due popoli e i nostri due Stati».
Invita alla calma, parlando con La Stampa, il commissario europeo all'Economia, il francese Pierre Moscovici: «È incomprensibile immaginare, per ragioni politiche e pretestuose, un allontanamento fra Italia e Francia».
Pochi mesi fa Eliseo e M5s tubavano
Il M5s che oggi fa a pezzettini Emmanuel Macron e che flirta con i gilet gialli è lo stesso partito che nei mesi (non millenni) scorsi considerava l'inquilino dell'Eliseo un potenziale alleato. Una visione condivisa da Macron, che durante le lunghe consultazioni al Quirinale aveva teso una mano ai grillini proprio quando l'ipotesi del M5s al governo sembrava destinata a tramontare. Basti pensare che il 25 maggio (prima che Sergio Mattarella convocasse Carlo Cottarelli per cercare i voti per un esecutivo tecnico), il presidente francese disse: «Vogliamo tendere la mano al nuovo governo italiano» per lavorare insieme su temi come «la sicurezza, l'immigrazione, l'integrazione dell'Eurozona».
Già da tempo, d'altronde, i grillini mandavano messaggi rassicuranti all'Eliseo. Il 23 novembre 2017, per esempio, sul Blog delle Stelle Luigi Di Maio aveva scritto: «Egr. sig. presidente Macron il Movimento 5 stelle avrà modo di raccontarle e spiegarle chi siamo davvero, cosa vogliamo e come vediamo il futuro dell'Europa e dell'Italia nello scenario internazionale. Probabilmente l'opinione che lei si è venuto via via costruendo nei confronti della prima forza politica italiana è influenzata da una forte propaganda da parte di certo giornalismo e dalle cose che le riferiscono i politici italiani che provengono dai partiti tradizionali, quegli stessi partiti che sono in crisi di rappresentanza in tutta Europa e che lei ha sconfitto nettamente alle presidenziali del maggio scorso con una formazione giovanissima, En Marche». «Presidente Macron», proseguiva Di Maio, «il Movimento 5 stelle crede profondamente, proprio come lei, in una rifondazione dell'Europa che ci riporti alle missioni originarie che la comunità continentale si era data: la pace, la stabilità, il progresso economico, la tutela e la promozione dei popoli».
Passa qualche mesetto e si arriva al febbraio 2018, a poche settimane dalle elezioni del 4 marzo. Di Maio parla alla Link campus university e fa capire ciò che pensa sulla strettissima intesa tra Germania e Francia: «Deve essere chiaro che l'idea di competere con l'asse francotedesco non mi piace: dobbiamo uscire dall'idea degli assi e dei direttori e cominciare a parlare di governance europea. Confido in una migliore integrazione con la Francia, anche per il problema di Ventimiglia. In ogni caso spero di incontrare presto Macron, al quale ho già scritto delle lettere per dirgli che il M5s non è una minaccia per l'Europa». Intervistato da Le Monde, Di Maio all'epoca diceva: «Macron ha meriti immensi», e «il M5s è pro europeo».
Vabbè ma dopo le elezioni la musica è cambiata, direte voi. Non proprio. A fine marzo l'Europe en Marche, movimento associato ma diverso dal partito En Marche in Francia, aveva pubblicato un duro comunicato contro un'apertura ai 5 stelle. In poche ore, però, il messaggio era stato fatto sparire. Secondo fonti vicine all'Eliseo, l'ordine sarebbe partito da Macron, interessato a mantenere buoni rapporti. Il 18 aprile 2018 a sua volta la delegazione del M5s al Parlamento europeo aveva diffuso una nota ufficiale per schierarsi senza se e senza ma al fianco di Macron. Lo spunto era stato il discorso del presidente francese all'Europarlamento: «Siamo pronti a collaborare con il presidente Macron», scrivevano i deputati europei del M5s, «per fornire il nostro contributo a un'agenda veramente europea, in grado di rilanciare un'integrazione fiaccata da anni di egoismi e politiche fallimentari».
Una corrispondenza di amorosi sensi interrotta quando Di Maio ha scelto di allearsi con la Lega.
Ma la stampa d’Oltralpe fa le pulci a Macron: «Ha iniziato lui lo scontro»
Come molti presidenti della Quinta Repubblica francese, anche Emmanuel Macron pensa di essere onnipotente. Dato che la Costituzione - cucita su misura sulla figura del generale Charles de Gaulle - riduce fortemente i contrappesi istituzionali e il ruolo delle opposizioni, non appena qualcuno fa qualcosa che non piace all'Eliseo viene classificato tra i nemici, tra i non républicains. Dopo il suo tour in terra gallica, anche il nostro Luigi Di Maio è stato classificato tra i «cattivi».
Paradossalmente però vari media e osservatori francesi hanno riconosciuto la responsabilità dell'inquilino dell'Eliseo in questa crisi diplomatica inedita e sproporzionata. A differenza di quanto è avvenuto in Italia, pochi sono quelli che si sono stracciati le vesti davanti all'«ingerenza italiana». Quasi tutti coloro che lo hanno fatto appartengono all'area della maggioranza macronista.
Tutto è accaduto nella stessa settimana in cui il Paese ha scoperto un nuovo filone - il quarto - dell'affaire Benalla. Quasi negli stessi giorni il sito Mediapart si è opposto a una perquisizione della sua redazione, giusto qualche ora dopo aver pubblicato la registrazione di una conversazione tra l'ex bodyguard dell'Eliseo e Vincent Crase, l'altro indagato per i fatti del 1° maggio 2018. Fatte queste considerazioni ci si può domandare se la Francia di Macron possa permettersi di fare la morale all'Italia.
La risposta è no per Didier Maïsto, presidente di Sud Radio, soprattutto in materia di migranti. «L'Italia non deve ricevere lezioni dalla Francia, perché in questa emergenza ha lavorato bene, in silenzio e da sola». Per Maïsto, il richiamo dell'ambasciatore di Francia a Roma «non è tanto un segno di debolezza di Macron, piuttosto lo vedo come una strategia volta a strumentalizzare la storia per fare paura agli elettori. Un modo per farsi passare come l'ultima barriera contro gli estremismi». Per il numero uno di Sud Radio «con questa polemica il governo sposta l'attenzione sul rischio di appropriazione che corre il movimento dei gilet gialli. In questo modo non si parla più delle loro rivendicazioni perché si paventa il rischio di ingerenza straniera».
Critico anche Le Figaro, che in un commento di Isabelle Lasserre ha evidenziato che a iniziare le ostilità è stato Macron, che ormai si presenta come la bandiera contro i governi populisti, a partire dal quello di Viktor Orbán in Ungheria, non Luigi Di Maio con la sua visita ai gilet gialli. «Macron ha scelto il suo campo», ha scritto, aggiungendo una domanda retorica: «La relazione fra Francia e Italia è una vittima collaterale dell'opposizione introdotta nel continente dall'Eliseo?».
Critico anche Alexandre Devecchio, giornalista sempre di Le Figaro: «Credo che litigare con un alleato storico come l'Italia non sia il modo migliore per costruire l'Europa della pace, promossa da Emmanuel Macron». Per il giornalista del quotidiano «le due parti hanno trovato nell'altra il loro migliore nemico. Dopo tutto è come se al di qua e al di là delle Alpi si stesse recitando una commedia con finalità di politica interna ed elettorali». Secondo Devecchio comunque la Francia dovrebbe cambiare la propria strategia nell'Ue. «Invece che trovare degli avversari, credo che Parigi dovrebbe agire come un arbitro in Europa. Dovrebbe cercare delle alleanze multiple, non solo con la Germania».
«Spero che ce ne dimenticheremo presto», conclude Alexandre Devecchio, «ma se un giorno dovessimo arrivare a una ridefinizione dell'Europa, in senso progressista o sovranista, potremmo identificare questo momento come l'inizio di questo cambiamento».
Continua a leggereRiduci
Parigi alza il livello della battaglia: potrebbe respingere i migranti della Sea Watch. Matteo Salvini invita a Roma l'omologo Christophe Castaner, che lo snobba: «Non mi faccio convocare».Pochi mesi fa Eliseo e M5s tubavano. Durante le lunghe consultazioni al Quirinale, il leader di En Marche assicurava: «Tenderò una mano al nuovo governo». E Luigi Di Maio rispondeva: «Ha meriti immensi».Ma la stampa d'Oltralpe fa le pulci a Emmanuel Macron: «Ha iniziato lui lo scontro». Per «Le Figaro» è stato il presidente a incominciare la guerra Il direttore di Sud Radio: «Una strategia contro i gilet gialli».Lo speciale contiene tre articoli. Nessuno mi può convocare, nemmeno tu. Prosegue il festival delle stoccate incrociate tra Roma e Parigi: anche ieri il governo italiano e quello francese si sono scambiati accuse e controaccuse, dopo che l'altro ieri l'ambasciatore francese in Italia, Christian Masset, era stato richiamato in patria a causa dell'incontro avvenuto il 5 febbraio scorso a Montargis tra il vicepremier Luigi Di Maio e alcuni gilet gialli. Una misura diplomatica che per Parigi potrebbe essere temporanea: «Quando un ministro di un Paese straniero», ha detto ieri il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux, «si reca in Francia per incontrare i gilet gialli, la cortesia e la diplomazia vorrebbero che si avvertisse il governo. Abbiamo richiamato l'ambasciatore per una consultazione, non è un atto permanente ma è un importante segnale perché l'Italia è un alleato storico della Francia e un Paese fondatore dell'Unione europea. Il dialogo non è mai stato spezzato», ha aggiunto Griveaux, «ma c'è anche un presidente del Consiglio in Italia, si chiama Giuseppe Conte, è lui il capo del governo italiano e Macron lo ha già incontrato molte volte».Parole fintamente concilianti seguite da un attacco durissimo: «Se si vuol fare indietreggiare la lebbra nazionalista, se si vuole fare indietreggiare i populisti, se si vuol fare indietreggiare la sfida all'Europa, il modo migliore è di comportarsi bene con i propri partner». Una frase riferita ai gilet gialli, ma che chiama in causa direttamente anche i gialloblù, visto che proprio Macron a giugno si era già rivolto al nostro governo parlando proprio di «lebbra populista», proprio le stesse parole scelte dal suo portavoce. Per finire, Griveaux ha aggiunto che le «battute» di Luigi Di Maio e Matteo Salvini sulla Francia «non hanno evitato all'Italia di entrare in recessione».«Non si tratta di drammatizzare», ha rincarato il ministro francese per gli Affari europei Nathalie Loiseau, «si tratta di dire che la ricreazione è finita. Un rappresentante di un governo straniero che viene in Francia a sostenere quello che non è nemmeno un leader politico, ma uno che ha chiamato alla guerra civile, al rovesciamento del presidente e a un governo militare, non si era mai visto».Si riapre anche un altro fronte caldo, quello dell'immigrazione. Fonti del Viminale hanno fatto sapere che la Francia avrebbe cambiato idea sulla Sea Watch, e non sarebbe disposta ad accogliere la sua quota di profughi come concordato: accetterebbe solo stranieri che hanno diritto alla protezione internazionale e non migranti economici.«Faremo a meno della Francia», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «non dei francesi che sono un popolo stupendo. Evidentemente chi sta governando ha le idee un po' confuse. La Francia ha respinto negli ultimi due anni 60.000 migranti». «La prossima settimana», ha aggiunto Salvini a margine di una manifestazione elettorale in Abruzzo, «incontrerò a Roma il ministro degli Interni francese. Lo convocherò perché voglio risolvere la situazione. Con i no non si va da nessuna parte. Al ministro francese chiederò che vengano rimandati in Italia i 15 terroristi italiani che oggi si trovano in Francia». Il ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, però, prima ha risposto piccato «Non mi faccio convocare da nessuno!» e poi ha aggiunto: «Con l'Italia il dialogo è costante ma deve essere rispettoso. Sono pronto anch'io ad accogliere Salvini. Penso che le missioni diplomatiche non debbano farsi di nascosto ma in modo ufficiale». «Ovviamente», ha precisato Salvini, «io non voglio ne posso convocare nessuno: sarò lieto di ospitare in Italia, il prima possibile, il mio collega francese per discutere e risolvere i problemi». Lo stesso Salvini ha poi inviato una lettera a Castaner: «Caro collega», ha scritto Salvini, «i nostri Paesi da sempre condividono solidi rapporti bilaterali, con particolare riferimento ai campi della sicurezza, del terrorismo e dell'immigrazione. In questo quadro, sarei particolarmente lieto di invitarla a Roma, per un confronto e un proficuo scambio sui dossier aperti. Le anticipo, tra i vari temi, che confermo un vivo interesse per la collaborazione da voi offerta», ha scritto Salvini, riferendosi abbastanza esplicitamente al caso dei migranti della Sea Watch, «a proposito dei rimpatri dei migranti economici». A proposito della Sea Watch: lunedì 11 e martedì 12 febbraio la nave, che batte bandiera dell'Olanda e che è ormeggiata nel porto di Catania, sarà oggetto di un'ispezione tecnica a cura dell'ispettorato ambiente e trasporti del ministero olandese delle Infrastrutture.Nell'attesa di sapere se e dove si incontreranno Salvini e Castaner, magari in «campo neutro», c'è da registrare anche la lettera che Luigi Di Maio ha indirizzato a Le Monde: «Il popolo francese», ha scritto il leader del M5s, «è il nostro riferimento. Noi guardiamo al vostro popolo come a un punto di riferimento e non un nemico, e le divergenze politiche e di visione fra il governo francese e italiano non devono ricadere sul rapporto di amicizia storico che unisce i nostri due popoli e i nostri due Stati». Invita alla calma, parlando con La Stampa, il commissario europeo all'Economia, il francese Pierre Moscovici: «È incomprensibile immaginare, per ragioni politiche e pretestuose, un allontanamento fra Italia e Francia».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-francia-insulta-ancora-bisogna-fermare-la-lebbra-nazionalista-2628406582.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pochi-mesi-fa-eliseo-e-m5s-tubavano" data-post-id="2628406582" data-published-at="1781261069" data-use-pagination="False"> Pochi mesi fa Eliseo e M5s tubavano Il M5s che oggi fa a pezzettini Emmanuel Macron e che flirta con i gilet gialli è lo stesso partito che nei mesi (non millenni) scorsi considerava l'inquilino dell'Eliseo un potenziale alleato. Una visione condivisa da Macron, che durante le lunghe consultazioni al Quirinale aveva teso una mano ai grillini proprio quando l'ipotesi del M5s al governo sembrava destinata a tramontare. Basti pensare che il 25 maggio (prima che Sergio Mattarella convocasse Carlo Cottarelli per cercare i voti per un esecutivo tecnico), il presidente francese disse: «Vogliamo tendere la mano al nuovo governo italiano» per lavorare insieme su temi come «la sicurezza, l'immigrazione, l'integrazione dell'Eurozona». Già da tempo, d'altronde, i grillini mandavano messaggi rassicuranti all'Eliseo. Il 23 novembre 2017, per esempio, sul Blog delle Stelle Luigi Di Maio aveva scritto: «Egr. sig. presidente Macron il Movimento 5 stelle avrà modo di raccontarle e spiegarle chi siamo davvero, cosa vogliamo e come vediamo il futuro dell'Europa e dell'Italia nello scenario internazionale. Probabilmente l'opinione che lei si è venuto via via costruendo nei confronti della prima forza politica italiana è influenzata da una forte propaganda da parte di certo giornalismo e dalle cose che le riferiscono i politici italiani che provengono dai partiti tradizionali, quegli stessi partiti che sono in crisi di rappresentanza in tutta Europa e che lei ha sconfitto nettamente alle presidenziali del maggio scorso con una formazione giovanissima, En Marche». «Presidente Macron», proseguiva Di Maio, «il Movimento 5 stelle crede profondamente, proprio come lei, in una rifondazione dell'Europa che ci riporti alle missioni originarie che la comunità continentale si era data: la pace, la stabilità, il progresso economico, la tutela e la promozione dei popoli». Passa qualche mesetto e si arriva al febbraio 2018, a poche settimane dalle elezioni del 4 marzo. Di Maio parla alla Link campus university e fa capire ciò che pensa sulla strettissima intesa tra Germania e Francia: «Deve essere chiaro che l'idea di competere con l'asse francotedesco non mi piace: dobbiamo uscire dall'idea degli assi e dei direttori e cominciare a parlare di governance europea. Confido in una migliore integrazione con la Francia, anche per il problema di Ventimiglia. In ogni caso spero di incontrare presto Macron, al quale ho già scritto delle lettere per dirgli che il M5s non è una minaccia per l'Europa». Intervistato da Le Monde, Di Maio all'epoca diceva: «Macron ha meriti immensi», e «il M5s è pro europeo». Vabbè ma dopo le elezioni la musica è cambiata, direte voi. Non proprio. A fine marzo l'Europe en Marche, movimento associato ma diverso dal partito En Marche in Francia, aveva pubblicato un duro comunicato contro un'apertura ai 5 stelle. In poche ore, però, il messaggio era stato fatto sparire. Secondo fonti vicine all'Eliseo, l'ordine sarebbe partito da Macron, interessato a mantenere buoni rapporti. Il 18 aprile 2018 a sua volta la delegazione del M5s al Parlamento europeo aveva diffuso una nota ufficiale per schierarsi senza se e senza ma al fianco di Macron. Lo spunto era stato il discorso del presidente francese all'Europarlamento: «Siamo pronti a collaborare con il presidente Macron», scrivevano i deputati europei del M5s, «per fornire il nostro contributo a un'agenda veramente europea, in grado di rilanciare un'integrazione fiaccata da anni di egoismi e politiche fallimentari». Una corrispondenza di amorosi sensi interrotta quando Di Maio ha scelto di allearsi con la Lega. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-francia-insulta-ancora-bisogna-fermare-la-lebbra-nazionalista-2628406582.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-la-stampa-doltralpe-fa-le-pulci-a-macron-ha-iniziato-lui-lo-scontro" data-post-id="2628406582" data-published-at="1781261069" data-use-pagination="False"> Ma la stampa d’Oltralpe fa le pulci a Macron: «Ha iniziato lui lo scontro» Come molti presidenti della Quinta Repubblica francese, anche Emmanuel Macron pensa di essere onnipotente. Dato che la Costituzione - cucita su misura sulla figura del generale Charles de Gaulle - riduce fortemente i contrappesi istituzionali e il ruolo delle opposizioni, non appena qualcuno fa qualcosa che non piace all'Eliseo viene classificato tra i nemici, tra i non républicains. Dopo il suo tour in terra gallica, anche il nostro Luigi Di Maio è stato classificato tra i «cattivi». Paradossalmente però vari media e osservatori francesi hanno riconosciuto la responsabilità dell'inquilino dell'Eliseo in questa crisi diplomatica inedita e sproporzionata. A differenza di quanto è avvenuto in Italia, pochi sono quelli che si sono stracciati le vesti davanti all'«ingerenza italiana». Quasi tutti coloro che lo hanno fatto appartengono all'area della maggioranza macronista. Tutto è accaduto nella stessa settimana in cui il Paese ha scoperto un nuovo filone - il quarto - dell'affaire Benalla. Quasi negli stessi giorni il sito Mediapart si è opposto a una perquisizione della sua redazione, giusto qualche ora dopo aver pubblicato la registrazione di una conversazione tra l'ex bodyguard dell'Eliseo e Vincent Crase, l'altro indagato per i fatti del 1° maggio 2018. Fatte queste considerazioni ci si può domandare se la Francia di Macron possa permettersi di fare la morale all'Italia. La risposta è no per Didier Maïsto, presidente di Sud Radio, soprattutto in materia di migranti. «L'Italia non deve ricevere lezioni dalla Francia, perché in questa emergenza ha lavorato bene, in silenzio e da sola». Per Maïsto, il richiamo dell'ambasciatore di Francia a Roma «non è tanto un segno di debolezza di Macron, piuttosto lo vedo come una strategia volta a strumentalizzare la storia per fare paura agli elettori. Un modo per farsi passare come l'ultima barriera contro gli estremismi». Per il numero uno di Sud Radio «con questa polemica il governo sposta l'attenzione sul rischio di appropriazione che corre il movimento dei gilet gialli. In questo modo non si parla più delle loro rivendicazioni perché si paventa il rischio di ingerenza straniera». Critico anche Le Figaro, che in un commento di Isabelle Lasserre ha evidenziato che a iniziare le ostilità è stato Macron, che ormai si presenta come la bandiera contro i governi populisti, a partire dal quello di Viktor Orbán in Ungheria, non Luigi Di Maio con la sua visita ai gilet gialli. «Macron ha scelto il suo campo», ha scritto, aggiungendo una domanda retorica: «La relazione fra Francia e Italia è una vittima collaterale dell'opposizione introdotta nel continente dall'Eliseo?». Critico anche Alexandre Devecchio, giornalista sempre di Le Figaro: «Credo che litigare con un alleato storico come l'Italia non sia il modo migliore per costruire l'Europa della pace, promossa da Emmanuel Macron». Per il giornalista del quotidiano «le due parti hanno trovato nell'altra il loro migliore nemico. Dopo tutto è come se al di qua e al di là delle Alpi si stesse recitando una commedia con finalità di politica interna ed elettorali». Secondo Devecchio comunque la Francia dovrebbe cambiare la propria strategia nell'Ue. «Invece che trovare degli avversari, credo che Parigi dovrebbe agire come un arbitro in Europa. Dovrebbe cercare delle alleanze multiple, non solo con la Germania». «Spero che ce ne dimenticheremo presto», conclude Alexandre Devecchio, «ma se un giorno dovessimo arrivare a una ridefinizione dell'Europa, in senso progressista o sovranista, potremmo identificare questo momento come l'inizio di questo cambiamento».
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
Continua a leggereRiduci