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2019-03-31
La democrazia dei dem negli Usa: togliere peso elettorale agli altri Stati
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«Credo che abbiamo bisogno di un emendamento costituzionale che protegga il diritto di voto per ogni cittadino americano», ha non a caso affermato la senatrice del Massachusetts. La proposta è stata ripresa a stretto giro da un altro candidato alla nomination democratica, il texano Beto O' Rourke, secondo cui nell'idea della Warren ci sarebbe «molta saggezza». Se insomma la sinistra del Partito Democratico non sembri amare troppo l'attuale sistema elettorale americano, di diverso avviso pare invece essere Donald Trump, che ha twittato: «La forza del Collegio Elettorale è che devi andare in molti Stati per vincere. Con il voto popolare, vai nei grandi Stati - le città finirebbero per governare il Paese, gli Stati più piccoli e l'intero Midwest finirebbero per perdere ogni rilevanza - e non possiamo permettere che ciò accada».
Per capire come mai tale questione sia piombata improvvisamente al centro del dibattito politico d'oltreoceano, è forse utile fare un passo indietro, partendo dal funzionamento di questo controverso sistema. In base a quanto prescrive la stessa Costituzione, la scelta del presidente degli Stati Uniti avviene attraverso un'elezione di secondo grado. Gli elettori di ciascuno Stato eleggono i grandi elettori che, a loro volta, si trovano ad esprimere il presidente. In quest'ottica, uno Stato ha diritto a un numero di grandi elettori proporzionale all'ampiezza della propria popolazione: per esempio, la popolosa California dispone attualmente di cinquantacinque delegati, laddove lo spopolato Alaska ne possiede appena tre. Solitamente chi riesce a conquistare la maggioranza nel voto popolare in un singolo Stato, consegue l'intero pacchetto di delegati a cui quello stesso Stato ha diritto.
Ora, data tale articolazione, può talvolta accadere che un candidato riesca ad arrivare alla Casa Bianca pur non vincendo nel voto popolare. Una situazione rara che tuttavia può verificarsi quando si riesce a inanellare molte vittorie negli Stati piccoli, perdendo invece in quelli di dimensioni maggiori. Una situazione che si è verificata, ad oggi, cinque volte nella Storia americana. Nel 1824 con John Quincy Adams, nel 1876 con Rutherford Hayes, nel 1888 con Benjamin Harrison, nel 2000 con George W. Bush e infine nel 2016 con Donald Trump. Ed è proprio qui che casca il proverbiale asino.
Due anni fa, il magnate newyorchese ha conquistato la Casa Bianca, nonostante la sua avversaria Hillary Clinton lo avesse sopravanzato del 2,1% nel voto popolare. Questo fatto ha spinto molti democratici ad affermare che quella di Trump non possa considerarsi una vera vittoria, visto che il popolo in realtà non lo avrebbe appoggiato. La stessa Hillary, oltre ad incolpare gli immancabili hacker russi, attribuì la sua sconfitta a un sistema elettorale considerato iniquo e difettoso. Ecco: è proprio a questo argomento che si rifanno le recenti istanze della Warren e di O' Rourke. C'è quindi da capire innanzitutto se le loro proposte abbiano qualche speranza tecnica di successo.
Cambiare il sistema elettorale americano implicherebbe una modifica costituzionale, il che richiederebbe un processo lungo e tortuoso. Per approvare un emendamento è infatti necessario una maggioranza di due terzi al Congresso, oltre all'assenso dei parlamenti di tre quarti degli Stati: risulta pertanto improbabile che gli Stati più piccoli possano decidere di accettare un cambiamento che, di fatto, li taglierebbe fuori dal processo per l'elezione del presidente. Un sistema basato esclusivamente sul voto popolare favorirebbe infatti solo gli Stati di grandi dimensioni e più popolosi, estromettendo tutti gli altri. E' allora chiaro che – nonostante alcuni limiti oggettivi – l'attuale sistema miri a spalmare la rappresentanza su un territorio vasto e culturalmente complesso come effettivamente sono gli Stati Uniti d'America. Paradossalmente sarebbe proprio il modello del voto popolare a minare la possibilità di rappresentanza democratica per tutti i cinquanta Stati americani, perché alla fine il peso elettorale si ritroverebbe limitato a una esigua manciata di territori. Possibile che né la Warren né O' Rourke se ne rendano conto? No: non è possibile. E, infatti, alla base delle loro proposte c'è una ragione squisitamente politica. Non dimentichiamo infatti che – fatta eccezione per il Texas – gli Stati americani tradizionalmente più popolosi (come la California e il New York) siano feudi del Partito Democratico. Va quindi da sé che un'eventuale introduzione del modello del voto popolare avvantaggerebbe infinitamente l'Asinello, penalizzando al contrario il Partito Repubblicano.
Perché alla fine è proprio questo il problema. Nel 2016, Hillary non ha perso per il sistema elettorale. Ha perso perché ha dato per scontato l'appoggio di classi elettorali che invece le hanno voltato le spalle. Ha preferito concentrarsi in aree dove aveva già la vittoria in pugno, anziché impegnarsi ad ascoltare territori e fasce di elettori da lei considerati scomodi (i famosi deplorables). È proprio da qui che il Partito Democratico dovrebbe ripartire, per cercare di metabolizzare e analizzare le cause di quella clamorosa sconfitta. E invece no: per risalire la china, sembra non trovare nulla di meglio che "censurare" gli elettori sgraditi. Non capendo che – proseguendo su questa strada – nel 2020 potrebbe finire col regalare a Trump una nuova, incredibile vittoria.
Breve storia dei tentativi di modificare il sistema elettorale
Nel corso della storia, si sono verificati svariati tentativi per modificare il sistema elettorale americano.
Nel 1934, una votazione per procedere alla sua abolizione fallì al Senato per appena due voti. A quel tempo, l'allora senatore democratico Alben Barkley aveva etichettato il sistema come "inutile", tanto da dire: «Il popolo americano è qualificato per eleggere il proprio presidente con un voto diretto, e spero di vedere il giorno in cui lo farà». Non fu accontentato.
Nel 1966, il senatore democratico Birch Bayh condusse delle audizioni con l'idea di tentare nuovamente lo smantellamento del sistema. Ma anche in quel caso, non ci fu nulla da fare. Era il 1979 quando invece il Senato tentò nuovamente di introdurre un modello di elezione diretta: tuttavia la mossa naufragò, in quanto la camera alta non riuscì a conseguire la maggioranza qualificata di due terzi, richiesta per le modifiche costituzionali.
Negli ultimi tempi, sta invece cercando di imporsi il "National Popular Vote Interstate Compact": un piano che prevedrebbe un insieme di Stati che si impegnerebbero ad assegnare i propri voti elettorali a chiunque vinca il voto popolare nazionale. Tuttavia molti territori sono al momento rimasti fuori da questo progetto. La possibilità di un'abolizione dell'attuale sistema elettorale resta quindi particolarmente difficile da realizzare. Almeno nel breve termine.
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I democratici americani hanno trovato un nuovo totem da bersagliare: il sistema elettorale statunitense. Qualche giorno fa, Elizabeth Warren – candidata alle primarie dell'Asinello – ha dichiarato di voler sostenere una proposta che abolisca di fatto il modello dei grandi elettori per introdurre un sistema esclusivamente basato sul voto popolare. «Credo che abbiamo bisogno di un emendamento costituzionale che protegga il diritto di voto per ogni cittadino americano», ha non a caso affermato la senatrice del Massachusetts. La proposta è stata ripresa a stretto giro da un altro candidato alla nomination democratica, il texano Beto O' Rourke, secondo cui nell'idea della Warren ci sarebbe «molta saggezza». Se insomma la sinistra del Partito Democratico non sembri amare troppo l'attuale sistema elettorale americano, di diverso avviso pare invece essere Donald Trump, che ha twittato: «La forza del Collegio Elettorale è che devi andare in molti Stati per vincere. Con il voto popolare, vai nei grandi Stati - le città finirebbero per governare il Paese, gli Stati più piccoli e l'intero Midwest finirebbero per perdere ogni rilevanza - e non possiamo permettere che ciò accada».Per capire come mai tale questione sia piombata improvvisamente al centro del dibattito politico d'oltreoceano, è forse utile fare un passo indietro, partendo dal funzionamento di questo controverso sistema. In base a quanto prescrive la stessa Costituzione, la scelta del presidente degli Stati Uniti avviene attraverso un'elezione di secondo grado. Gli elettori di ciascuno Stato eleggono i grandi elettori che, a loro volta, si trovano ad esprimere il presidente. In quest'ottica, uno Stato ha diritto a un numero di grandi elettori proporzionale all'ampiezza della propria popolazione: per esempio, la popolosa California dispone attualmente di cinquantacinque delegati, laddove lo spopolato Alaska ne possiede appena tre. Solitamente chi riesce a conquistare la maggioranza nel voto popolare in un singolo Stato, consegue l'intero pacchetto di delegati a cui quello stesso Stato ha diritto. Ora, data tale articolazione, può talvolta accadere che un candidato riesca ad arrivare alla Casa Bianca pur non vincendo nel voto popolare. Una situazione rara che tuttavia può verificarsi quando si riesce a inanellare molte vittorie negli Stati piccoli, perdendo invece in quelli di dimensioni maggiori. Una situazione che si è verificata, ad oggi, cinque volte nella Storia americana. Nel 1824 con John Quincy Adams, nel 1876 con Rutherford Hayes, nel 1888 con Benjamin Harrison, nel 2000 con George W. Bush e infine nel 2016 con Donald Trump. Ed è proprio qui che casca il proverbiale asino.Due anni fa, il magnate newyorchese ha conquistato la Casa Bianca, nonostante la sua avversaria Hillary Clinton lo avesse sopravanzato del 2,1% nel voto popolare. Questo fatto ha spinto molti democratici ad affermare che quella di Trump non possa considerarsi una vera vittoria, visto che il popolo in realtà non lo avrebbe appoggiato. La stessa Hillary, oltre ad incolpare gli immancabili hacker russi, attribuì la sua sconfitta a un sistema elettorale considerato iniquo e difettoso. Ecco: è proprio a questo argomento che si rifanno le recenti istanze della Warren e di O' Rourke. C'è quindi da capire innanzitutto se le loro proposte abbiano qualche speranza tecnica di successo. Cambiare il sistema elettorale americano implicherebbe una modifica costituzionale, il che richiederebbe un processo lungo e tortuoso. Per approvare un emendamento è infatti necessario una maggioranza di due terzi al Congresso, oltre all'assenso dei parlamenti di tre quarti degli Stati: risulta pertanto improbabile che gli Stati più piccoli possano decidere di accettare un cambiamento che, di fatto, li taglierebbe fuori dal processo per l'elezione del presidente. Un sistema basato esclusivamente sul voto popolare favorirebbe infatti solo gli Stati di grandi dimensioni e più popolosi, estromettendo tutti gli altri. E' allora chiaro che – nonostante alcuni limiti oggettivi – l'attuale sistema miri a spalmare la rappresentanza su un territorio vasto e culturalmente complesso come effettivamente sono gli Stati Uniti d'America. Paradossalmente sarebbe proprio il modello del voto popolare a minare la possibilità di rappresentanza democratica per tutti i cinquanta Stati americani, perché alla fine il peso elettorale si ritroverebbe limitato a una esigua manciata di territori. Possibile che né la Warren né O' Rourke se ne rendano conto? No: non è possibile. E, infatti, alla base delle loro proposte c'è una ragione squisitamente politica. Non dimentichiamo infatti che – fatta eccezione per il Texas – gli Stati americani tradizionalmente più popolosi (come la California e il New York) siano feudi del Partito Democratico. Va quindi da sé che un'eventuale introduzione del modello del voto popolare avvantaggerebbe infinitamente l'Asinello, penalizzando al contrario il Partito Repubblicano.Perché alla fine è proprio questo il problema. Nel 2016, Hillary non ha perso per il sistema elettorale. Ha perso perché ha dato per scontato l'appoggio di classi elettorali che invece le hanno voltato le spalle. Ha preferito concentrarsi in aree dove aveva già la vittoria in pugno, anziché impegnarsi ad ascoltare territori e fasce di elettori da lei considerati scomodi (i famosi deplorables). È proprio da qui che il Partito Democratico dovrebbe ripartire, per cercare di metabolizzare e analizzare le cause di quella clamorosa sconfitta. E invece no: per risalire la china, sembra non trovare nulla di meglio che "censurare" gli elettori sgraditi. Non capendo che – proseguendo su questa strada – nel 2020 potrebbe finire col regalare a Trump una nuova, incredibile vittoria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-democrazia-dei-dem-negli-usa-togliere-peso-elettorale-agli-altri-stati-2633242039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="breve-storia-dei-tentativi-di-modificare-il-sistema-elettorale" data-post-id="2633242039" data-published-at="1767379563" data-use-pagination="False"> Breve storia dei tentativi di modificare il sistema elettorale Nel corso della storia, si sono verificati svariati tentativi per modificare il sistema elettorale americano.Nel 1934, una votazione per procedere alla sua abolizione fallì al Senato per appena due voti. A quel tempo, l'allora senatore democratico Alben Barkley aveva etichettato il sistema come "inutile", tanto da dire: «Il popolo americano è qualificato per eleggere il proprio presidente con un voto diretto, e spero di vedere il giorno in cui lo farà». Non fu accontentato. Nel 1966, il senatore democratico Birch Bayh condusse delle audizioni con l'idea di tentare nuovamente lo smantellamento del sistema. Ma anche in quel caso, non ci fu nulla da fare. Era il 1979 quando invece il Senato tentò nuovamente di introdurre un modello di elezione diretta: tuttavia la mossa naufragò, in quanto la camera alta non riuscì a conseguire la maggioranza qualificata di due terzi, richiesta per le modifiche costituzionali. Negli ultimi tempi, sta invece cercando di imporsi il "National Popular Vote Interstate Compact": un piano che prevedrebbe un insieme di Stati che si impegnerebbero ad assegnare i propri voti elettorali a chiunque vinca il voto popolare nazionale. Tuttavia molti territori sono al momento rimasti fuori da questo progetto. La possibilità di un'abolizione dell'attuale sistema elettorale resta quindi particolarmente difficile da realizzare. Almeno nel breve termine.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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Friedrich Merz (Ansa)
La transizione ora entra nel vivo. Il primo grande gruppo, oltre 500 miliardi di euro, ha dodici mesi per sistemare i portafogli. Gli analisti prevedono che si parta dallo smontaggio delle coperture sui tassi - gli swap, per gli amici - e da una riduzione dell’esposizione sulle scadenze lunghissime. La banca centrale olandese stima un taglio da 100-150 miliardi tra bond di Stato e derivati ultra-lunghi. Numeri che, messi insieme, fanno tremare la parte lunga delle curve dei rendimenti.
Non a caso la Germania già sente il colpo. Il premio pagato sui titoli a lunga scadenza rispetto a quelli medi è ai massimi da sei anni. I mercati hanno fiutato la mossa: meno compratori «naturali» di Bund proprio mentre Berlino prepara nuovo debito per finanziare gli stimoli fiscali. Risultato? La Germania pensa di emettere per la prima volta un bond a 20 anni. Segno dei tempi: se i fondi scappano dai trentennali, bisogna accorciare il passo.
E qui arriva il paradosso. Mentre il Nord stringe la cintura e rivede le strategie, il Sud potrebbe sorridere. Italia e Spagna, debiti più rischiosi ma rendimenti più generosi, diventano improvvisamente più interessanti. Se i fondi olandesi compreranno meno Bund, qualcuno dovrà pur comprare altro. E i Btp, spesso trattati come cugini poveri, potrebbero trovare nuovi estimatori ad Amsterdam. Certo, non sarà una passeggiata. Alcuni fondi hanno già rinviato il passaggio, altri potrebbero farlo: la complessità è enorme e la volatilità di inizio anno, con liquidità ridotta, è dietro l’angolo. Anche Wall Street intanto balla – Dow, S&P e Nasdaq in calo – a ricordare che il mercato non ama le rivoluzioni improvvise.
Ma il messaggio è chiaro: l’Olanda ha acceso la miccia. Ha deciso che la sicurezza assoluta è un’illusione e che, per pagare le pensioni del futuro, bisogna accettare un po’ di rischio oggi. Una scelta che cambia il volto dei mercati europei e che, ironia della sorte, potrebbe regalare un assist proprio ai Paesi più indebitati. Insomma, quando i fondi pensione olandesi smettono di comprare Bund, a Roma qualcuno potrebbe stappare una bottiglia. Anche se, per scaramanzia, meglio tenerla in fresco: i mercati, come le pensioni di nuova generazione, non promettono più nulla.
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