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2021-01-23
La cresta sulle mascherine di Arcuri
L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine.
Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro).
Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco».
Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni.
In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante.
Il broker teme un'inchiesta in Cina
Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
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Gli inquirenti contestano la frode nelle pubbliche forniture. Agli atti uno scambio di mail tra gli indagati: si parla di commissioni da oltre 200 milioni di euro sugli acquisti dei dispositivi ordinati dalla struttura commissariale. Il triplo di quanto ipotizzato finora. Il procacciatore d'affari impaurito dai controlli di Pechino sul business nel nostro Paese. In un'intercettazione chiede all'amico di cambiare numero e di usare una chat segreta. Lo speciale contiene due articoli. L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine. Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro). Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco». Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni. In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cresta-sulle-mascherine-di-arcuri-2650070693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-broker-teme-un-inchiesta-in-cina" data-post-id="2650070693" data-published-at="1611346462" data-use-pagination="False"> Il broker teme un'inchiesta in Cina Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
@GaiaPanozzo
Il Trentino si prepara a vivere da protagonista i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, assumendo un ruolo centrale sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo organizzativo e territoriale. Sul territorio provinciale verrà infatti assegnato circa il 30% delle medaglie complessive dei Giochi, un dato di assoluto rilievo che conferma il valore delle infrastrutture trentine, la solidità dell’esperienza maturata nel tempo e la capacità di gestire eventi sportivi di portata internazionale. In Val di Fiemme, nelle venue di Lago di Tesero e Predazzo, verranno assegnate complessivamente 59 medaglie. Le gare olimpiche saranno 21 e riguarderanno alcune delle discipline più iconiche dello sport invernale, come lo sci di fondo, la combinata nordica e il salto con gli sci. A queste si aggiungono 38 gare paralimpiche nelle discipline dello sci di fondo paralimpico, noto come para cross-country, e del para biathlon. Numeri che collocano il Trentino tra i territori strategici dell’intero programma olimpico e paralimpico, sia per quantità di competizioni sia per valore simbolico delle discipline ospitate.
Lo sport rappresenta da sempre un elemento identitario del Trentino, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo grazie a un contesto naturalistico unico. Il territorio offre una vera e propria palestra a cielo aperto, ideale per la pratica sportiva in ogni stagione, dalle attività invernali a quelle outdoor primaverili ed estive. Tra cime innevate, paesaggi dolomitici e vallate alpine, l’attività sportiva è parte integrante della vita quotidiana e contribuisce in modo significativo allo sviluppo turistico, economico e sociale.
Questo legame profondo tra territorio e sport trova conferma anche nei dati. Una recente ricerca di Profit to Share per Il Sole 24 Ore ha collocato Trento al primo posto tra le province italiane per indice di sportività. Per il Trentino si tratta dell’ottavo successo nelle 19 edizioni della ricerca, un risultato che testimonia la diffusione della pratica sportiva, la qualità delle strutture disponibili e l’efficienza del sistema organizzativo locale.
In questo contesto si inserisce la scelta della Val di Fiemme come Host Venue per le discipline nordiche. Gli stadi del fondo al Lago di Tesero e del salto a Predazzo rappresentano da anni punti di riferimento a livello internazionale, grazie a infrastrutture di alto livello e a una tradizione consolidata nell’ospitare eventi sportivi di massimo prestigio. Le gare olimpiche di sci di fondo e combinata nordica, così come le competizioni paralimpiche di para cross-country skiing e para biathlon, si svolgeranno presso l’impianto di Tesero. Le gare di salto con gli sci, maschili, femminili, a squadre e a squadre miste, avranno invece luogo presso lo Stadio del Salto di Predazzo, struttura che da tempo accoglie appuntamenti di Coppa del Mondo e manifestazioni internazionali.
I Giochi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre i Giochi paralimpici dal 6 al 15 marzo 2026. Durante tutto il periodo olimpico e paralimpico, l’accessibilità delle valli di Fiemme e Fassa sarà garantita sia dal punto di vista della viabilità sia per quanto riguarda la fruibilità delle ski area, che resteranno operative e non verranno chiuse in occasione delle competizioni. Una scelta strategica che permetterà a residenti e turisti di continuare a vivere il territorio, praticare sport e usufruire dei servizi anche durante lo svolgimento dei Giochi, in un equilibrio tra grandi eventi e vita quotidiana delle comunità locali.
Accanto allo sport, il Trentino sarà protagonista anche sul piano culturale grazie all’Olimpiade culturale Milano-Cortina 2026, che rappresenta un’opportunità per valorizzare il rapporto tra cultura e sport come leva di crescita per i territori. A febbraio 2024 il Trentino ha inaugurato l’Olimpiade culturale ospitando alle Gallerie di Trento la prima mostra del progetto espositivo triennale «Anelli di congiunzione». Da questa esperienza è nato il progetto «Combinazioni_caratteri sportivi», che coinvolge dodici realtà del sistema museale provinciale in tredici proposte culturali tra mostre, spettacoli e iniziative diffuse.
I Giochi lasceranno infine una legacy significativa per il territorio, fatta di competenze, esperienze e infrastrutture che contribuiranno ad accrescere ulteriormente l’attrattività del Trentino come destinazione per eventi sportivi internazionali. Un patrimonio che assume un valore ancora maggiore in vista dei Giochi olimpici giovanili invernali Yog 2028, già assegnati al Trentino. È già attiva la biglietteria ufficiale per assistere alle gare attraverso il sito di ticketing di Milano-Cortina 2026.
Fiemme e Fassa, valli sempre aperte durante l’evento sportivo mondiale
La promessa è chiara: durante i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 la Val di Fiemme e la Val di Fassa non saranno territori blindati. Dal 6 al 22 febbraio, mentre sci di fondo, salto e combinata nordica assegneranno medaglie tra Lago di Tesero e Predazzo, la quasi totalità delle strade resterà aperta al traffico e gli impianti sciistici continueranno a funzionare, seppur con alcune limitazioni. Una scelta che punta a evitare l’effetto «zona rossa» già visto in altri grandi eventi, ma che impone un delicato equilibrio tra sicurezza, mobilità e vita quotidiana delle comunità locali.Il piano, definito dopo mesi di confronto tra organizzatori, Commissariato del governo e Questura di Trento, prevede poche chiusure mirate: via Stazione, tra Tesero e la frazione di Lago, sarà riservata alle navette olimpiche, così come le strade che costeggiano la caserma della Guardia di finanza di Predazzo, sede del villaggio olimpico. Per il resto, salvo emergenze o criticità impreviste, la circolazione ordinaria sarà garantita. A presidiare la situazione sarà una centrale operativa presso i vigili del fuoco di Cavalese, chiamata a intervenire in tempo reale su eventuali congestioni o problemi di viabilità.L’accesso alle venue di gara resterà però rigidamente controllato: a Lago di Tesero e allo Stadio del Salto di Predazzo entreranno solo accreditati e possessori di biglietto, con l’obiettivo di separare i flussi locali da quelli olimpici. È qui che entra in gioco il sistema dei parcheggi e delle navette, pensato per spostare migliaia di tifosi senza riversarli nei centri abitati. I principali hub saranno distribuiti lungo la valle: dal Lido di Molina di Fiemme alla Troticoltura e al Vivaio forestale di Masi di Cavalese, fino all’area artigianale di Tesero, snodo chiave per chi raggiunge il Centro del Fondo. Per il salto, invece, i parcheggi di Mezzavalle e Moena faranno da filtro verso Predazzo.Ampio spazio sarà riservato anche ai bus: zone artigianali, centri sportivi e piazzali comunali verranno riconvertiti temporaneamente a posteggi per pullman, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato. Una strategia che, nelle intenzioni, limiterà l’impatto sulle arterie principali, dalla statale 48 alla strada di fondovalle, entrambe confermate come aperte. Non si escludono però deviazioni consigliate, come l’uscita di Bolzano Nord sull’A22 Brennero-Modena per raggiungere la Val di Fassa passando da Val d’Ega e Passo Costalunga.Capitolo impianti: Alpe Cermis, Alpe Lusia-Bellamonte e Pampeago resteranno operativi senza restrizioni, mentre lo Ski Center Latemar dovrà ridimensionare l’attività a Predazzo, dove la partenza della cabinovia ricade all’interno dell’area olimpica. Un sacrificio parziale, compensato dalla possibilità di accedere al comprensorio da Pampeago e Obereggen.Resta il nodo più delicato: la sostenibilità reale di un evento che porterà in valle atleti, staff, volontari e migliaia di spettatori. Il rafforzamento del trasporto pubblico, con collegamenti anche da Trento, è la risposta messa sul tavolo. La scommessa, per Fiemme e Fassa, è vivere l’Olimpiade senza sospendere la normalità. Una sfida logistica prima ancora che sportiva.
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Andrea Orcel (Ansa)
A suggerire la validità dell’integrazione fra Milano e Siena è un report di Deutsche Bank, che mette in fila le ragioni industriali dell’eventuale accordo. Unicredit, integrando Mps, potrebbe sfruttarne i prodotti nella gestione patrimoniale e nella distribuzione specializzata nel private banking. Detto più semplicemente: rafforzare la presenza dove oggi il gruppo di Piazza Aulenti mostra un punto debole piuttosto evidente. Oltre 1.000 consulenti finanziari, una distribuzione di fascia alta che consentirebbe al gruppo guidato da Orcel di consolidare il presidio sul segmento più redditizio. Un salto che, sempre secondo Deutsche Bank, migliorerebbe anche una posizione già forte nel credito al consumo e aprirebbe la porta a sinergie rilevanti considerato che nel portafoglio di Mps ora c’è anche Mediobanca. Insomma, ci sarebbe possibilità di «sfruttare ed espandere l’attività della banca d’affari attraverso la rete europea di Unicredit». Insomma, Siena come snodo, non come fardello.
A dare consistenza alle voci contribuiscono dettagli non certo secondari. A cominciare dagli ottimi rapporti personali. A volere Orcel alla guida di Unicredit dopo la fallimentare esperienza di Jean Pierre Mustier era stato proprio Leonardo Del Vecchio. Una scelta certamente azzeccata considerando che il titolo è passato da meno di 9 euro ai 71 attuali. A questo bisogna aggiungere che Orcel è membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Del Vecchio insieme a Francesco Milleri, presidente di Delfin. Una consuetudine che rende probabile il successo della trattativa per la vendita della partecipazione in Mps. Tanto più che gli eredi Del Vecchio premono per fare liquidità e chiudere dopo quasi quattro anni la successione al vecchio Leonardo.
E mentre il dossier Mps resta sullo sfondo, un altro cda si prepara a entrare nel vivo: quello di Banco Bpm. Il prossimo 20 gennaio il consiglio di Piazza Meda affronterà la revisione dello statuto e farà il punto sulla lista da presentare per il rinnovo del board di aprile. Qui la variabile francese si chiama Credit Agricole, autorizzato dalla Bce a salire sopra il 20% ma con una serie di raccomandazioni molto precise sulla governance. Traduzione: contare sì, comandare no.
I francesi, almeno per ora, hanno promesso di restare sotto la soglia dell’opa - oggi al 25%, domani al 30% con il nuovo Tuf - ma avranno comunque la forza per condizionare le strategie di Bpm sul terreno delle aggregazioni. Il loro obiettivo è di avere almeno cinque consiglieri su 15. Una rappresentanza di peso. Soprattutto considerando che fino a ora i francesi non esprimevano nessun consigliere.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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