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2021-01-23
La cresta sulle mascherine di Arcuri
L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine.
Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro).
Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco».
Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni.
In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante.
Il broker teme un'inchiesta in Cina
Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
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Gli inquirenti contestano la frode nelle pubbliche forniture. Agli atti uno scambio di mail tra gli indagati: si parla di commissioni da oltre 200 milioni di euro sugli acquisti dei dispositivi ordinati dalla struttura commissariale. Il triplo di quanto ipotizzato finora. Il procacciatore d'affari impaurito dai controlli di Pechino sul business nel nostro Paese. In un'intercettazione chiede all'amico di cambiare numero e di usare una chat segreta. Lo speciale contiene due articoli. L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine. Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro). Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco». Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni. In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cresta-sulle-mascherine-di-arcuri-2650070693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-broker-teme-un-inchiesta-in-cina" data-post-id="2650070693" data-published-at="1611346462" data-use-pagination="False"> Il broker teme un'inchiesta in Cina Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
iStock
Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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