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2021-01-23
La cresta sulle mascherine di Arcuri
L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine.
Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro).
Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco».
Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni.
In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante.
Il broker teme un'inchiesta in Cina
Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
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Gli inquirenti contestano la frode nelle pubbliche forniture. Agli atti uno scambio di mail tra gli indagati: si parla di commissioni da oltre 200 milioni di euro sugli acquisti dei dispositivi ordinati dalla struttura commissariale. Il triplo di quanto ipotizzato finora. Il procacciatore d'affari impaurito dai controlli di Pechino sul business nel nostro Paese. In un'intercettazione chiede all'amico di cambiare numero e di usare una chat segreta. Lo speciale contiene due articoli. L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine. Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro). Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco». Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni. In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cresta-sulle-mascherine-di-arcuri-2650070693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-broker-teme-un-inchiesta-in-cina" data-post-id="2650070693" data-published-at="1611346462" data-use-pagination="False"> Il broker teme un'inchiesta in Cina Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
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Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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