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2021-01-23
La cresta sulle mascherine di Arcuri
L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine.
Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro).
Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco».
Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni.
In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante.
Il broker teme un'inchiesta in Cina
Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
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Gli inquirenti contestano la frode nelle pubbliche forniture. Agli atti uno scambio di mail tra gli indagati: si parla di commissioni da oltre 200 milioni di euro sugli acquisti dei dispositivi ordinati dalla struttura commissariale. Il triplo di quanto ipotizzato finora. Il procacciatore d'affari impaurito dai controlli di Pechino sul business nel nostro Paese. In un'intercettazione chiede all'amico di cambiare numero e di usare una chat segreta. Lo speciale contiene due articoli. L'inchiesta sulle mascherine cinesi acquistate dalla struttura del commissario straordinarioDomenico Arcuri potrebbe avere presto a sviluppi clamorosi. Nei corridoi della Procura di Roma si vocifera di un aumento del numero degli indagati (al momento delle perquisizioni di dicembre erano 8) e di un'accelerazione delle indagini. Mentre davanti al gip pende l'istanza di archiviazione per Arcuri e Antonio Fabbrocini (uno dei responsabili acquisti, contratti e gestione dei fornitori della struttura), iscritti a novembre sul registro delle notizie di reato per corruzione. In particolare, a quanto risulta alla Verità, ai mediatori del presunto pessimo affare i magistrati hanno deciso di contestare un nuovo reato: la frode nelle pubbliche forniture, che consente le intercettazioni e prevede pene da 1 a 5 anni di reclusione. A dare la svolta alle indagini è stato l'accertamento da parte della Procura guidata da Michele Prestipino del prezzo eccessivo delle mascherine in relazione alla loro qualità. Per comprendere che pasticcio si nasconda dietro alla maxi fornitura di 801 milioni di dispositivi di protezione, acquistati dal commissario alla modica cifra di 1,25 miliardi di euro, sono illuminanti le mail che si sono scambiati due degli indagati tra il 28 maggio e il 21 giugno dove si parla di provvigioni «occulte» di importo ben superiore rispetto ai 72 milioni (per la precisione 71.654.412 euro) di cui si era discusso sino a oggi. Ma prima di leggere questi messaggi occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Tra marzo e aprile, come si può vedere in questa pagina, la Sunsky Srl di Milano, l'intermediario ufficiale dell'affare, firma tre lettere di incarico, che sembrano fatte con lo stampino, con altrettante ditte cinesi: la Wenzhou light industrial products arts&crafts, la Wenzhou Moon-ray e la Luokai trade. A luglio da Banca Intesa parte una segnalazione di operazione sospetta indirizzata alla Banca d'Italia in cui si legge che «gli accordi siglati» dall'ingegnere milanese Andrea Vincenzo Tommasi, titolare della Sunsky, «parrebbero identici variando solo le date e la carta intestata». Tommasi consegna documentazione secondo cui la Sunsky dovrebbe ricevere 59,7 milioni di euro di provvigioni, mentre altri 11,9 sembrano destinati alla Microproducts It riconducibile al giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, con trascorsi da stretto collaboratore di ministri come Graziano Delrio, Giuliano Poletti e Sandro Gozi. È lui l'uomo in contatto con Arcuri, ed è lui che sostiene di essere stato chiamato dal commissario straordinario per reperire mascherine. Ma nella nostra storia, come stanno appurando gli investigatori, le bocche da sfamare sono molte di più e forse lo sono anche i soldi spremuti allo Stato italiano. A dicembre, quando i magistrati di Roma bussano alla porta degli indagati, compare sulla scena un nuovo protagonista, il misterioso ecuadoriano Jorge Solis, pluridenunciato per truffa e appropriazione indebita, che avrebbe incassato 3,8 milioni attraverso una società nata per commercializzare cannabis. È proprio questo quarantanovenne sudamericano ad avere i contatti con l'ancora più misterioso Zhongkai «Marco» Cai, institore (dirigente) della Athena engineering, società con sede a Settimo milanese. Il signor Cai, 44 anni, che risiede a Roma nel popolare quartiere del Quadraro, è il gancio con le ditte cinesi. La moglie Lu Zhou Xiao, per esempio, è la general manager della Luokai trade, la società di import-export nata il 10 aprile, cinque giorni prima della firma del contratto con il governo e destinataria della fetta più grossa della commessa (634 milioni di euro). Gli ultimi sviluppi investigativi hanno permesso di identificare Cai «quale componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi (Daniele, commercialista sammarinese, ndr), che […] ha ricevuto provvigioni non contrattualizzate per l'attività di intermediazione e/o consulenza prestata». A quanto ammontano questi compensi? A raccontarlo sono gli stessi Jorge, detto «Giorgio», e «Marco» nelle loro mail. Che contengono numeri mai pubblicati sino a oggi. Facciamo un esempio: nella lettera di incarico della Wenzhou light alla Sunsky del 16 marzo si parlava di un accordo con il cliente «Presidenza del Consiglio dei ministri italiana, dipartimento Protezione civile, Invitalia» per mascherine chirurgiche da 0,55 euro al pezzo e Ffp2 da 2,2 euro. Le provvigioni avrebbero dovuto essere rispettivamente di 0,025 euro e 0,055 al pezzo. Il 6 aprile Arcuri firma un contratto per 100.000.000 di Ffp2, in cui pare ottenere un piccolo sconto: 2,16 euro a dispositivo. Ma sapete quanto dice Solis di aver pagato le Ffp2 della Wenzhou light all'amico Cai? «Il costo della mascherina definito da Giorgio e Marco e de 1,70 euro (un euro e settanta centesimi)». Lo stesso prezzo lo avrebbero spuntato con la Moon-Ray. A voler credere a questa incredibile missiva le provvigioni sarebbero di 46 centesimi a dispositivo, più di otto volte di quanto indicato negli specchietti della Sunsky. In pratica in questo caso le commissioni anziché del 2,55 per cento sarebbero del 21,3 per un totale di 46 milioni di euro su 216 milioni di contratto. Una cifra mostruosa, caricata non sui produttori cinesi, ma sui clienti italiani. Giorgio e Marco fanno anche sapere che in questo caso 16 milioni se li sarebbero divisi il «Gruppo Daniele (Guidi, ndr)», il «Gruppo Andrea (Tommasi, ndr)», che avrebbero incassato rispettivamente 5,25 milioni e 5,5 (somme «pagate con fattura») e il «Gruppo Giorgio», a cui spettava una fetta di 5,25 «ancora non pagata (divisa con Marco)». Un'ulteriore provvigione, ancora da incassare, secondo la mail, valeva 30 milioni e andava «divisa tra Giorgio e Marco». Dai messaggi apprendiamo anche che 150 milioni di mascherine chirurgiche da 0,49 euro sono state tramutate in 21.617.647 di Ffp3. Il costo è lo stesso (73,5 milioni di euro), ma le commissioni sono molto diverse. Prendendo per buone le cifre ufficiali si passa da 3,75 milioni di euro a 5,4. Se invece consideriamo la «remuneration» indicata nelle mail il totale sale a 10,8 milioni. In totale le provvigioni versate per le Ffp3 ammonterebbero a 115.808.823 euro, mentre per l'intera fornitura di dispositivi di protezione a 203,8 milioni di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Ma la parcella pare destinata a crescere: nei suoi messaggi Solis precisa che al conto bisogna aggiungere le provvigioni, «ancora da definire», concordate da Cai con le singole aziende. Con una specifica finale: «Tutto il totale de provvigione tra Marco e Giorgio è diviso in noi due». Questi numeri sono reali? Lo scopriremo. Comunque è probabile che la decisione di contestare la frode nelle pubbliche forniture sia legata anche a questa cresta esorbitante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cresta-sulle-mascherine-di-arcuri-2650070693.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-broker-teme-un-inchiesta-in-cina" data-post-id="2650070693" data-published-at="1611346462" data-use-pagination="False"> Il broker teme un'inchiesta in Cina Anche le autorità cinesi stanno indagando sulle mascherine prodotte nel loro paese e destinate alla gigantesca fornitura da 1,2 miliardi di euro acquistata dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid o sulle aziende che le hanno fabbricate? Stando al contenuto di un'intercettazione tra Zhongkai Cai, il cinese trasferito a Roma che ha reperito la fornitura di dispositivi nel suo Paese, e un certo «Giorgio», nella quale emergono i timori di Cai sull'uso del telefono per parlare di affari, l'ipotesi appare verosimile. Certamente Cai, una delle figure chiave dell'inchiesta, dimostra il timore di essere intercettato dalle autorità di Pechino. Alle 14:26 del 18 novembre, meno di 24 ore prima dello scoop della Verità che scoperchierà il vaso di pandora dei misteri della fornitura da parte di tre aziende cinesi, la Luokai trade, la Wenzhou moon-Ray e la Wenzhou light alla struttura del commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri, Michele Casciani telefona a «Marco», il nome con cui Cai, cinese trapiantato a Roma, viene chiamato in Italia. La chiamata è intercontinentale, dal cellulare italiano di Casciani (non indagato) a quello cinese di Cai, che in quel momento non può ancora sapere nulla di ufficiale sull'inchiesta della Procura di Roma che ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati con l'accusa di traffico di influenze dei mediatori della fornitura, il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, il titolare della Sunsky Srl Andrea Vincenzo Tommasi, il trader di origine equadoregna Jeorge Solis e il banchiere sammarinese Daniele Guidi. Nella prima parte della telefonata i due parlano di affari, ancora in relazione a dispositivi da importare. Poi Casciani passa il telefono a «Giorgio», che nel brogliaccio gli inquirenti identificano come «Jeorge». Cai chiede a Jeorge di allontanarsi da Casciani per non essere ascoltato ed è a quel punto che dalle parole del cinese del Tuscolano emergono tutti i timori sulle autorità del suo Paese, che spingono Cai a chiedere a Jeorge di cambiare numero di telefono e di installare Wechat, un'app di messaggistica molto usata in Cina: «[…] tu può mettere un altro numero con Wechat con un altro nome», poi continua «melo (meglio, ndr) fa un altro perché qui no, quando successo quella cosa lì no». Cai insiste con Jeorge fino a quando non viene rassicurato: «Va bene, dopo cambio numero». Ma al cinese non basta, vuole che il suo interlocutore gli comunichi il nuovo numero chiamando da un telefono non suo: «Quando tu ti vedi con Michele, così parliamo... numero di Michele, così no? Me lo dai capito?». Cai spiega che teme i controlli del regime comunista, e Jorge gli risponde che «l'unico problema è Daniele, io no problema Daniele ha problema, io no problema». Cai raccomanda a Jorge di non dire nulla a nessuno, «perché cinese quando comunista, ci fa un controllo, controllo l'Italia a me, tutti no? Per telefono no». Chi è Daniele? Forse l'indagato Daniele Guidi? E se sì, a quale problema si riferisce? Risposte che forse arriveranno dall'indagine. Quello che sappiamo invece è che Cai non risulta aver più messo piede nell'abitazione romana in cui risiede con la moglie Zhou Xialou, la firmataria del contratto tra la struttura commissariale e la Luokai trade di cui è general manager, dai primi di dicembre. In corrispondenza cioè con le perquisizioni a carico degli indagati, avvenute il 4 dicembre. Nei giorni scorsi ci siamo recati sul posto e abbiamo appreso che nessuno li ha più visti, mentre la corrispondenza, compreso un pacco contenente acquisti fatti online, è ferma nelle mani della portiera.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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