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2023-06-23
La Cedu delude i gay. Roccella: ora sanatoria
Roberto Gualtieri (Ansa)
La Corte europea dei diritti umani mette un’altra robusta pietra d’inciampo sulla strada del Far West delle culle. Ieri i giudici di Strasburgo hanno bocciato una serie di ricorsi contro l’Italia di coppie dello stesso sesso che chiedevano la condanna dell’Italia perché non consente di trascrivere all’anagrafe gli atti di nascita esteri per bambini nati approfittando dell’utero in affitto. Assai dura la motivazione: «La Corte constata che il desiderio di veder riconosciuto un legame tra i bambini e i genitori d’intenzione non si è scontrato con un’impossibilità generale e assoluta, visto che i ricorrenti avevano a disposizione la strada dell’adozione e non l’hanno utilizzata».
Insomma, ancora una volta cause e ricorsi si sono dimostrati tentativi di aggirare le norme, comprese quelle che in Italia vietano la maternità surrogata e la registrazione dei figli di coppie dello stesso sesso. Il quadro si va sempre più delineando in modo chiaro, dopo che negli ultimi giorni la Procura di Padova ha impugnato una serie di registrazioni, la Commissione europea ha ribadito che ogni Stato membro mantiene piena sovranità in materia di diritto di famiglia. E, alla Camera, è iniziata la discussione della proposta di legge di Fratelli d’Italia che rende perseguibile il reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da un cittadino italiano.
I giudici di Strasburgo sono intervenuti su una serie di ricorsi di coppie omosessuali, ma anche su una richiesta di far condannare l’Italia presentata da una coppia eterosessuale. Tutti i ricorrenti erano andati all’estero per affidarsi alla pratica dell’utero in affitto e si lamentavano di non poter registrare in Italia gli atti di nascita. La Corte ha bollato come inammissibili tutti i ricorsi, confermando la legittimità del veto opposto negli uffici anagrafici.
In particolare, in una delle sentenze emesse il 30 maggio e pubblicate ieri, i giudici europei ricordano che «la maternità surrogata alla quale hanno fatto ricorso i denuncianti per crearsi una famiglia era contraria all’ordinamento pubblico italiano» e che «questi lo sapevano». Poi osservano che, in Italia, c’è anche una giurisprudenza ormai costante che consente all’altro genitore, quello putativo, di chiedere l’adozione del bambino e garantire, così, il diritto del minore ad avere una famiglia.
Infine, come detto, la Corte di Strasburgo spiega chiaramente che la via maestra per far valere i diritti la cui violazione è stata lamentata era proprio questa: adottare il bambino del compagno o compagna. Insomma, anziché piantare bandiere e bandierine, andare dritti all’esercizio delle potestà e dei doveri di genitore.
Va detto che la linea tenuta da Strasburgo stupisce poco, perché già a maggio del 2021, chiamati a esprimersi sulla legislazione islandese, i giudici considerarono legittimo il divieto dell’utero in affitto. E anche la Cassazione civile, a sezioni unite, l’anno scorso aveva indicato la via della cosiddetta stepchild adoption per risolvere una serie di problemi sulle trascrizioni e tenere il punto sulla surrogata come reato. Il problema è che anni di caos e scorciatoie più o meno lecite, magari nella convinzione che la battaglia per i diritti della comunità Lgbt avrebbe prima o poi risolto tutto, hanno lasciato aperti una serie di problemi.
Ieri Eugenia Roccella, ministro per le Famiglia e le Pari opportunità, ha praticamente aperto la porta a una sorta di «sanatoria» sui bambini già nati, anche se il termine, forse, non è dei più felici in un Paese che, di solito, lo usa per le tasse non pagate e gli abusi edilizi. Registrando La confessione con Peter Gomez sul Nove, Roccella ha affermato: «Dovremo pensare a una sorta di sanatoria una volta che ci sarà la nuova legge per la perseguibilità dell’utero in affitto, anche per chi lo fa all’estero, visto che in Italia è già vietato per fortuna. Io penso che sia utile introdurre una soluzione legale che non sia un modo di aggirare le leggi per i bambini nati fin qui».
Negli ultimi giorni, in effetti, un po’ di nodi sono venuti al pettine. Mercoledì un portavoce della Commissione europea, al quale si voleva far aprire una polemica contro l’Italia sul caso Padova, aveva ricordato senza mezzi termini che «ogni Stato in Europa è sovrano in materia di diritto di famiglia». La Procura della città veneta ha impugnato la trascrizione di 33 atti di nascita da parte di coppie di mamme, registrando anche il fatto che non tutte erano padovane e che evidentemente c’era stato un certo turismo anagrafico.
A Milano, per esempio, il sindaco Beppe Sala aveva registrato circa 300 bambini figli di coppie arcobaleno ma poi, a metà marzo, ha smesso dopo che Viminale e Procura avevano fatto capire che avrebbero applicato la legge che vieta a due persone dello stesso sesso di registrare un bambino. E il sindaco dem aveva giustificato il voltafaccia con la volontà di non esporre i funzionari comunali a rischi penali. Non senza polemizzare, però, con la Cassazione e con il suo invito a seguire la strada dell’adozione, definita da Sala «tortuosa». La stessa strada che oggi viene confermata anche da Strasburgo sulla base della sua evidente logicità: voglio fare il papà di un bambino? Lo adotto.
A Roma, invece, il sindaco Roberto Gualtieri, due settimane fa, ha trascritto per la prima volta l’atto di nascita di due minori nati all’estero da coppie di donne. Inoltre distingue tra bambini nati con l’eterologa o con la surrogata e teorizza che la sentenza della Cassazione dello scorso dicembre, riguardando un caso di utero in affitto, non riguarderebbe altre fattispecie utilizzate da coppie gay.
Roccella se ne esce con la sanatoria
«Dovremo pensare a una sorta di sanatoria, una volta che ci sarà la nuova legge per la perseguibilità dell’utero in affitto, anche per chi lo fa all’estero, visto che in Italia è già vietato per fortuna». Sono le parole del ministro della Famiglia Eugenia Roccella, secondo la quale sarebbe «utile introdurre una soluzione legale che non sia un modo di aggirare le leggi per i bambini nati fin qui». Il punto è capire come mettere a punto tale «sanatoria» dato che, per esempio, l’ipotesi stepchild adoption - richiamata dalla stessa Roccella al Corriere della Sera all’indomani dell’impugnazione degli atti di nascita di 33 bambini con «due mamme» da parte della Procura di Padova - non convince il mondo pro life. Il perché l’ha illustrato in una nota Simone Pillon, già senatore della Lega e oggi presidente dell’associazione San Tommaso Moro il quale, anzitutto, ricorda la differenza tra stepchild adoption e l’adozione in casi particolari prevista dalla legge 184 del 1983. «Nel primo caso, infatti, si assisterebbe a una sorta di automatismo», spiega Pillon, «mentre nel secondo sarebbe necessario comunque un approfondito e accurato vaglio da parte dell’autorità giudiziaria per verificare, intanto, l’assenza di altri genitori naturali e poi per valutare se tale adozione risponda o meno all’interesse del fanciullo».Secondo Pillon, il solo modo efficace per intervenire è quello di affermare («anche in Costituzione, se necessario») il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, vietando ogni forma di riconoscimento di altra genitorialità. Diversamente, per Pillon, il rischio è che la stepchild adoption possa vanificare anche il rendere l’affitto reato universale: «Sarebbe semplice per un uomo recarsi all’estero, ritirare il bambino appena partorito, farsi firmare una dichiarazione dalla madre surrogata in cui la stessa attesti che il figlio sia frutto di una relazione carnale e, contestualmente, rinunci al riconoscimento del figlio e alla responsabilità genitoriale e poi tornare in Italia per iniziare immediatamente l’iter della stepchild».Anche Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia onlus è contrario all’«adozione del figliastro», che - nella sentenza con cui ieri ha rigettato le istanze di coppie ricorse contro l’Italia perché non consente le trascrizioni degli atti di nascita dei nati con l’utero in affitto - la Corte europea dei diritti umani ha indicato come strumento da poter utilizzare.«Si tratta di un abuso», ha commentato Coghe, «poiché quella disposizione, all’interno della legge 184 del 1983, non fu fatta per coppie dello stesso sesso e la sua applicazione al caso di specie è uno stravolgimento della stessa legge che viene, di fatto, strumentalizzata a uso e consumo della comunità Lgbtqia+ per soddisfare il desiderio ideologico di avere figli a tutti i costi». Il portavoce di Pro vita & famiglia è perplesso pure sull’ipotesi di «sanatoria» per i figli nati fino ad oggi con l’utero in affitto. «Non esiste una sola situazione concreta», dice Coghe alla Verità, «che non possa essere risolta per esempio attraverso deleghe e scritture private. Il compagno del genitore biologico può fare testamento e può essere nominato fiduciario sanitario. Infine, in caso di morte del genitore biologico, esiste la continuità affettiva che permetterebbe al compagno del padre o compagna della madre di custodire il bimbo».Ciò detto, va sottolineato, tornando alla stepchild adoption, come sia un’ipotesi cui, secondo gli attivisti arcobaleno, il governo non crede sul serio. Basti vedere quanto detto da Alessandro Zan, responsabile diritti del Pd: «Hanno sempre criticato la stepchild adoption anzi, l’hanno voluta affossare. E utilizzare adesso la stepchild adoption è un argomento risibile». Alessia Crocini, presidente di Famiglie arcobaleno ha, addirittura, accusato il ministro della Famiglia di essere una «bugiarda».
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La Corte europea ha respinto i ricorsi contro l’Italia perché vieta il riconoscimento automatico di chi è nato all’estero con la surrogata. I «genitori» arcobaleno «potevano avvalersi dell’adozione, non l’hanno usata». Il ministro della Famiglia pensa a una «soluzione legale» per i bambini partoriti fin qui. Scettici i Pro vita: «Così si vanifica l’iter per far diventare la Gpa un reato universale». Lo speciale contiene due articoli. La Corte europea dei diritti umani mette un’altra robusta pietra d’inciampo sulla strada del Far West delle culle. Ieri i giudici di Strasburgo hanno bocciato una serie di ricorsi contro l’Italia di coppie dello stesso sesso che chiedevano la condanna dell’Italia perché non consente di trascrivere all’anagrafe gli atti di nascita esteri per bambini nati approfittando dell’utero in affitto. Assai dura la motivazione: «La Corte constata che il desiderio di veder riconosciuto un legame tra i bambini e i genitori d’intenzione non si è scontrato con un’impossibilità generale e assoluta, visto che i ricorrenti avevano a disposizione la strada dell’adozione e non l’hanno utilizzata».Insomma, ancora una volta cause e ricorsi si sono dimostrati tentativi di aggirare le norme, comprese quelle che in Italia vietano la maternità surrogata e la registrazione dei figli di coppie dello stesso sesso. Il quadro si va sempre più delineando in modo chiaro, dopo che negli ultimi giorni la Procura di Padova ha impugnato una serie di registrazioni, la Commissione europea ha ribadito che ogni Stato membro mantiene piena sovranità in materia di diritto di famiglia. E, alla Camera, è iniziata la discussione della proposta di legge di Fratelli d’Italia che rende perseguibile il reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da un cittadino italiano. I giudici di Strasburgo sono intervenuti su una serie di ricorsi di coppie omosessuali, ma anche su una richiesta di far condannare l’Italia presentata da una coppia eterosessuale. Tutti i ricorrenti erano andati all’estero per affidarsi alla pratica dell’utero in affitto e si lamentavano di non poter registrare in Italia gli atti di nascita. La Corte ha bollato come inammissibili tutti i ricorsi, confermando la legittimità del veto opposto negli uffici anagrafici.In particolare, in una delle sentenze emesse il 30 maggio e pubblicate ieri, i giudici europei ricordano che «la maternità surrogata alla quale hanno fatto ricorso i denuncianti per crearsi una famiglia era contraria all’ordinamento pubblico italiano» e che «questi lo sapevano». Poi osservano che, in Italia, c’è anche una giurisprudenza ormai costante che consente all’altro genitore, quello putativo, di chiedere l’adozione del bambino e garantire, così, il diritto del minore ad avere una famiglia. Infine, come detto, la Corte di Strasburgo spiega chiaramente che la via maestra per far valere i diritti la cui violazione è stata lamentata era proprio questa: adottare il bambino del compagno o compagna. Insomma, anziché piantare bandiere e bandierine, andare dritti all’esercizio delle potestà e dei doveri di genitore. Va detto che la linea tenuta da Strasburgo stupisce poco, perché già a maggio del 2021, chiamati a esprimersi sulla legislazione islandese, i giudici considerarono legittimo il divieto dell’utero in affitto. E anche la Cassazione civile, a sezioni unite, l’anno scorso aveva indicato la via della cosiddetta stepchild adoption per risolvere una serie di problemi sulle trascrizioni e tenere il punto sulla surrogata come reato. Il problema è che anni di caos e scorciatoie più o meno lecite, magari nella convinzione che la battaglia per i diritti della comunità Lgbt avrebbe prima o poi risolto tutto, hanno lasciato aperti una serie di problemi. Ieri Eugenia Roccella, ministro per le Famiglia e le Pari opportunità, ha praticamente aperto la porta a una sorta di «sanatoria» sui bambini già nati, anche se il termine, forse, non è dei più felici in un Paese che, di solito, lo usa per le tasse non pagate e gli abusi edilizi. Registrando La confessione con Peter Gomez sul Nove, Roccella ha affermato: «Dovremo pensare a una sorta di sanatoria una volta che ci sarà la nuova legge per la perseguibilità dell’utero in affitto, anche per chi lo fa all’estero, visto che in Italia è già vietato per fortuna. Io penso che sia utile introdurre una soluzione legale che non sia un modo di aggirare le leggi per i bambini nati fin qui».Negli ultimi giorni, in effetti, un po’ di nodi sono venuti al pettine. Mercoledì un portavoce della Commissione europea, al quale si voleva far aprire una polemica contro l’Italia sul caso Padova, aveva ricordato senza mezzi termini che «ogni Stato in Europa è sovrano in materia di diritto di famiglia». La Procura della città veneta ha impugnato la trascrizione di 33 atti di nascita da parte di coppie di mamme, registrando anche il fatto che non tutte erano padovane e che evidentemente c’era stato un certo turismo anagrafico. A Milano, per esempio, il sindaco Beppe Sala aveva registrato circa 300 bambini figli di coppie arcobaleno ma poi, a metà marzo, ha smesso dopo che Viminale e Procura avevano fatto capire che avrebbero applicato la legge che vieta a due persone dello stesso sesso di registrare un bambino. E il sindaco dem aveva giustificato il voltafaccia con la volontà di non esporre i funzionari comunali a rischi penali. Non senza polemizzare, però, con la Cassazione e con il suo invito a seguire la strada dell’adozione, definita da Sala «tortuosa». La stessa strada che oggi viene confermata anche da Strasburgo sulla base della sua evidente logicità: voglio fare il papà di un bambino? Lo adotto.A Roma, invece, il sindaco Roberto Gualtieri, due settimane fa, ha trascritto per la prima volta l’atto di nascita di due minori nati all’estero da coppie di donne. Inoltre distingue tra bambini nati con l’eterologa o con la surrogata e teorizza che la sentenza della Cassazione dello scorso dicembre, riguardando un caso di utero in affitto, non riguarderebbe altre fattispecie utilizzate da coppie gay.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cedu-gela-i-gay-2661739928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roccella-se-ne-esce-con-la-sanatoria" data-post-id="2661739928" data-published-at="1687505463" data-use-pagination="False"> Roccella se ne esce con la sanatoria «Dovremo pensare a una sorta di sanatoria, una volta che ci sarà la nuova legge per la perseguibilità dell’utero in affitto, anche per chi lo fa all’estero, visto che in Italia è già vietato per fortuna». Sono le parole del ministro della Famiglia Eugenia Roccella, secondo la quale sarebbe «utile introdurre una soluzione legale che non sia un modo di aggirare le leggi per i bambini nati fin qui». Il punto è capire come mettere a punto tale «sanatoria» dato che, per esempio, l’ipotesi stepchild adoption - richiamata dalla stessa Roccella al Corriere della Sera all’indomani dell’impugnazione degli atti di nascita di 33 bambini con «due mamme» da parte della Procura di Padova - non convince il mondo pro life. Il perché l’ha illustrato in una nota Simone Pillon, già senatore della Lega e oggi presidente dell’associazione San Tommaso Moro il quale, anzitutto, ricorda la differenza tra stepchild adoption e l’adozione in casi particolari prevista dalla legge 184 del 1983. «Nel primo caso, infatti, si assisterebbe a una sorta di automatismo», spiega Pillon, «mentre nel secondo sarebbe necessario comunque un approfondito e accurato vaglio da parte dell’autorità giudiziaria per verificare, intanto, l’assenza di altri genitori naturali e poi per valutare se tale adozione risponda o meno all’interesse del fanciullo».Secondo Pillon, il solo modo efficace per intervenire è quello di affermare («anche in Costituzione, se necessario») il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, vietando ogni forma di riconoscimento di altra genitorialità. Diversamente, per Pillon, il rischio è che la stepchild adoption possa vanificare anche il rendere l’affitto reato universale: «Sarebbe semplice per un uomo recarsi all’estero, ritirare il bambino appena partorito, farsi firmare una dichiarazione dalla madre surrogata in cui la stessa attesti che il figlio sia frutto di una relazione carnale e, contestualmente, rinunci al riconoscimento del figlio e alla responsabilità genitoriale e poi tornare in Italia per iniziare immediatamente l’iter della stepchild».Anche Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia onlus è contrario all’«adozione del figliastro», che - nella sentenza con cui ieri ha rigettato le istanze di coppie ricorse contro l’Italia perché non consente le trascrizioni degli atti di nascita dei nati con l’utero in affitto - la Corte europea dei diritti umani ha indicato come strumento da poter utilizzare.«Si tratta di un abuso», ha commentato Coghe, «poiché quella disposizione, all’interno della legge 184 del 1983, non fu fatta per coppie dello stesso sesso e la sua applicazione al caso di specie è uno stravolgimento della stessa legge che viene, di fatto, strumentalizzata a uso e consumo della comunità Lgbtqia+ per soddisfare il desiderio ideologico di avere figli a tutti i costi». Il portavoce di Pro vita & famiglia è perplesso pure sull’ipotesi di «sanatoria» per i figli nati fino ad oggi con l’utero in affitto. «Non esiste una sola situazione concreta», dice Coghe alla Verità, «che non possa essere risolta per esempio attraverso deleghe e scritture private. Il compagno del genitore biologico può fare testamento e può essere nominato fiduciario sanitario. Infine, in caso di morte del genitore biologico, esiste la continuità affettiva che permetterebbe al compagno del padre o compagna della madre di custodire il bimbo».Ciò detto, va sottolineato, tornando alla stepchild adoption, come sia un’ipotesi cui, secondo gli attivisti arcobaleno, il governo non crede sul serio. Basti vedere quanto detto da Alessandro Zan, responsabile diritti del Pd: «Hanno sempre criticato la stepchild adoption anzi, l’hanno voluta affossare. E utilizzare adesso la stepchild adoption è un argomento risibile». Alessia Crocini, presidente di Famiglie arcobaleno ha, addirittura, accusato il ministro della Famiglia di essere una «bugiarda».
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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