
«Storica vittoria», festeggia Greenpeace: «Da oggi in Italia è finalmente possibile ottenere giustizia climatica». Sì: giustizia climatica. Fa tanto caldo, ma viene da rabbrividire. La doccia gelata ce la offre la Corte di Cassazione, la quale ordina al Tribunale di Roma di esaminare nel merito la causa per risarcimento danni che gli attivisti green, ReCommon e 12 cittadini «residenti in aree del territorio nazionale particolarmente esposte al cambiamento climatico» hanno intentato all’Eni, insieme al ministero delle Finanze e alla Cassa depositi e prestiti, in quanto «azionisti che esercitano un’influenza dominante» sulla società.
Capiamoci: non c’è ancora alcuna condanna. Però il procedimento andrà avanti e i magistrati saranno tenuti a esaminare le ragioni degli ambientalisti. Al contrario, in un precedente pronunciamento, i giudici della Capitale si erano dichiarati incompetenti a decidere, perché l’azione legale avviata, in quel caso, nei confronti della presidenza del Consiglio, avrebbe interferito con scelte politiche discrezionali. Adesso, gli ermellini ribaltano la situazione, aggrappandosi a una distinzione sottile, eppure determinante: quella tra la «comune azione risarcitoria», promossa appunto dai ricorrenti contro Eni, Mef e Cdp, «ancorché fondata sull’allegazione dell’omesso o illegittimo esercizio della potestà legislativa» (ossia sul presunto rifiuto di mettere in atto adeguate misure di mitigazione delle emissioni di CO2), e la vera e propria «invasione della sfera riservata al potere legislativo».
Così, la palla passerà al giudice ordinario, il quale aveva già fissato a settembre un’udienza per valutare gli argomenti presentati dai tre soggetti coinvolti. Questi ultimi contestavano la «non giustiziabilità» della pretesa, nonché il difetto di giurisdizione della nostra autorità giudiziaria, quello del tribunale rispetto alle prerogative esclusive del ministero dell’Ambiente e l’attacco alla libertà d’impresa da parte degli ecologisti. In attesa della sentenza finale, non è difficile capire cosa ne pensi la Cassazione stessa. Nella cui ordinanza, datata 21 luglio, si ricorda ad esempio che «vi è ormai certezza in ordine all’esistenza di un cambiamento climatico di origine antropica, che rappresenta una grave minaccia per il godimento dei diritti umani e richiede l’adozione di misure urgenti che coinvolgono sia il settore pubblico che quello privato, al fine di limitare l’aumento della temperatura a 1,5° C».
Quanto alla difficoltà di localizzare il presunto illecito civile e, quindi, di determinare se in effetti le toghe abbiano titolo a esprimersi, la Corte afferma che «il luogo in cui si verifica l’evento generatore del danno dev’essere individuato in quello (o in tutti quelli, avuto riguardo della pluralità di luoghi e di Stati in cui si svolge direttamente o indirettamente l’attività dell’Eni) in cui si producono le emissioni climalteranti, mentre il luogo in cui si concretizza il danno fatto valere dagli attori va identificato in quello in cui gli stessi risiedono». Cioè, in Italia. Ed ecco che l’autorità giudiziaria nazionale diventa l’unica competente.
La convinzione di Greenpeace, ReCommon e dei cittadini battaglieri è che la compagnia energetica partecipata da Mef e Cdp, pur «pienamente consapevole», dagli anni Settanta e Ottanta, della pericolosità dei combustibili fossili, abbia continuato a investire sulla loro estrazione. I ricorrenti hanno attinto a tutto l’arsenale di norme e trattati sulla riduzione della CO2: convenzioni Onu, Accordo di Copenaghen, Accordi di Cancun, Accordi di Parigi, Cop, Ipcc. Ma di particolare rilievo sono state alcune innovazioni normative sulle quali La Verità, in tempi non sospetti, aveva messo in guardia i lettori. In primis, le modifiche alla Costituzione risalenti al 2022: l’articolo 9 ha introdotto la tutela dell’ambiente «nell’interesse delle future generazioni»; il 41 vieta l’iniziativa economica privata se essa reca danno «all’ambiente». Formulazioni che, prevedevamo su questo giornale, avrebbero finito per legittimare il sindacato giudiziario sull’attività d’impresa. Dopodiché, ci sono le esperienze all’estero. In particolare, la class action delle «Anziane per il clima», da cui è scaturita una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, come nota la Cassazione, «ha riconosciuto la complementarietà dell’intervento giudiziario rispetto ai processi democratici, affermando che, pur non potendo sostituire l’azione del potere legislativo ed esecutivo, il compito della magistratura consiste nel garantire il rispetto dei requisiti legali». Copione già recitato dalla nostra Consulta su adozioni gay, madri intenzionali, suicidio assistito.
Da questo punto di vista, Greenpeace e compagnia, fautori della «Giusta causa» dinanzi al Tribunale di Roma, non sbagliano nel sostenere che il verdetto degli ermellini «avrà impatto su tutte le cause climatiche in corso o future» e spalancherà, anche in Italia, le porte alla climate change litigation. Una valanga di ricorsi di ispirazione ambientalista nei confronti delle aziende, specie se esse svolgono un ruolo strategico qual è quello dell’Eni. Perciò è pura ipocrisia escludere cortocircuiti con la sovranità e l’autonomia della politica: sul versante opposto della totale irresponsabilità dei privati - che va senza dubbio scongiurata! - si situa il comunismo verde vagheggiato da certe associazioni. In Europa, questo genere di procedimenti è già esploso: nel Vecchio continente è stata superata quota 200.
Sarà sufficiente che un’ultrasessantenne di Canicattì patisca l’afa per mettere in croce le compagnie di idrocarburi? Per delegittimare la politica energetica di un governo e imporgli la transizione green, oltre che a colpi di direttive Ue, a furia di sentenze? Un giorno andrà sotto processo pure il nucleare? E se le bollette aumenteranno i nome del verde, o le famiglie non potranno più permettersi auto abbastanza ecocompatibili, la causa per danni bisognerà farla a Greenpeace?