
Nel dibattito sul Recovery plan sta prevalendo l'impostazione che vede nell'invadenza dello Stato la grande finzione per mezzo della quale tutti si sforzano di vivere a spese di tutti. Questa visione conduce necessariamente verso la corruttela, la finanza malata, le sabbie mobili del burocratismo irresponsabile. Si sta facendo strada in vasti settori della società la fallace adesione al principio della gratuità diffusa, che in alcuni uomini forse nasconde la volontà di provocare la progressiva espansione delle aree di privilegio che ingrassano sé stesse succhiando i denari gestiti dalla pubblica amministrazione. E accrescono smisuratamente i poteri di quest'ultima.
La tentazione mefistofelica del principe di finanziare i propri fasti avendo a disposizione una quantità illimitata di moneta, senza preoccuparsi di garantirne la stabilità, sta diventando realtà, poiché, per ottenere il risultato, il principe alimenta artatamente in molti l'illusione di poter partecipare al banchetto. Si discute prevalentemente di chi gestirà i soldi (per ora solo virtuali), meno di cosa si farà con quei soldi. Per esempio, i sostenitori del Mes a tutti i costi ne hanno fatto un feticcio da adorare acriticamente, senza preoccuparsi di produrre un programma di spesa che indichi cosa e con quali tempi quei fondi finanzieranno. E invece è proprio questo il punto più importante: cosa fare. Il Recovery plan sarà utilizzato per realizzare i progetti e le opere di cui c'è disperato bisogno per modernizzare l'Italia o, invece, per largheggiare nella distribuzione di privilegi? I dispensatori di pubblico denaro avranno la capacità di innalzare le barriere per difendersi dall'aggressione di coloro i quali sono abituati a intercettare copiosi flussi di risorse senza lasciare granché ai cittadini che affermano di servire?
Il clima politico attuale non consente di nutrire troppe speranze. I partiti sono distratti dalla discussione sulla ridefinizione degli equilibri interni alla coalizione di governo e, nonostante gli scricchiolii, ministri e tecnici da loro nominati si sentono protetti dallo schermo dell'emergenza sanitaria. Il «Plan» presentato da Giuseppe Conte appare un amalgama confuso di aggregati di spesa definiti in modo volutamente vago, che difficilmente potrà sottrarsi alla voracità di alcuni consolidati grumi di potere abituati a navigare nella nebbia. In questo quadro è razionalmente difficile essere ottimisti.
Formulare un piano non equivale a favorire l'incessante allargamento dello Stato attraverso la continua espansione della spesa corrente. Al contrario formulare un piano significa riuscire a conciliare con saggezza le istanze dei diversi gruppi sociali, le cui aspirazioni devono essere rese tra loro compatibili in modo trasparente. E ciò implica assunzione di responsabilità, puntuale definizione di obiettivi di progresso, chiarezza. Non c'è traccia di questo dietro gli anglicismi che gli estensori del «Plan» hanno utilizzato per mascherare il vuoto.
Circa 100 anni or sono, Luigi Einaudi non poteva scrivere parole migliori per permetterci di provare a destare - oggi - le nostre coscienze: «I governanti scordarono a poco a poco che dovevano adempiere solo quegli uffici per cui lo Stato è il più grande istituto di elevazione morale che esista in un Paese. Esercito, giustizia, sicurezza, istruzione, grandi opere pubbliche costruite non per i viventi ma per i posteri, tutela delle nuove generazioni ricevettero omaggio di parole; ma i governanti preferirono farsi ferrovieri, regolatori supremi di mercati, incitatori di industrie con dazi e con premi. Così fu creato lo Stato immorale, lo Stato che non compie i suoi doveri primordiali e si fa centro di intrighi, di favori, di trasferimenti di ricchezza. Lo Stato immorale è Stato debole, è Stato corrotto. Quando l'uomo non è più libero di correre la ventura a suo rischio, ma deve o spera di ottenere da Roma il sussidio o il dazio che lo protegga contro il rivale più capace, è fatale la degenerazione del costume politico e la corruttela dello Stato. Che cosa contano i sistemi elettorali quando i rappresentanti non sono chiamati a tutelare gli interessi generali del Paese, ma sono i sollecitatori degli interessi privati dei servi da cui hanno ricevuto il mandato; e quando a essi non è lecito rifiutarsi di essere mezzani perché la vita e gli averi dei loro mandanti dipendono dalle decisioni che si prendono a Roma? Questa è la ragione per cui lo Stato divenne una parvenza che sembrava persona ed era il nulla, perché l'immoralità intima lo consumava».
Oggi, come allora, la questione è grave. La composizione degli interessi particolari viene demandata allo Stato - sotto forma di un indebitamento percepito come potenzialmente illimitato - al di fuori delle aule parlamentari, nel tentativo di spegnere la dialettica tra partiti, annullare la funzione di controllo dell'opposizione democratica ed esautorare la politica.
L'estensione degli interventi governativi si associa con l'oppressione del debole da parte del forte, con la sostituzione dell'intrigo e dell'arrembaggio alla libera competizione, con la negazione del diritto dell'uomo a far valere sé stesso senza necessità di avvilimento verso i potenti. La pervasiva direzione dell'economia da parte di un gruppo di oscuri burocrati produce l'immiserimento dei molti a vantaggio dei pochi segnalati nel procacciamento dei favori politici. La diffusa dipendenza dei ceti economici dallo Stato ingenera necessariamente la corruzione della classe politica e amministrativa, distogliendola dai compiti che le sono propri.
Memori degli insegnamenti di Luigi Einaudi, riteniamo di lanciare un grido di allarme affinché lo strumento per la presunta salvezza economica dell'Italia non divenga il pretesto per generare una burocrazia onnipresente, desiderosa di regolare minuziosamente la vita di un intero Stato, trasformandosi nel male morale della nazione.
Federico Carli, Presidente Associazione Guido Carli






