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2019-05-23
La Bugno rientra dalle vacanze e mette le mani su Alitalia e nomine
Ansa
Mentre il governo gialloblù prende la mira per scagliare le reciproche frecce pre elettorali e i due partiti di maggioranza si impuntano sui rispettivi decreti bandiera, il ministero dell'Economia è in fase di riassesto. Tensioni interne per competenze e incarichi fuori ruolo. Nel mirino resta Claudia Bugno, la super consigliera di Giovanni Tria che in pochi mesi ha scalato i gradini di Via XX Settembre. Dopo le inchieste portate avanti dalla Verità, che hanno portato anche alla rinuncia dell'incarico in Stm e al congelamento della poltrona all'Agenzia spaziale italiana, la Bugno è rientrata a tutti gli effetti al lavoro. E sulla sua scrivania sono finiti due importanti dossier. Anzi decisivi.
Il primo è quello di Alitalia. I bene informati spiegano che la consulente di Tria è riuscita ad accentrare l'intera pratica, bypassando anche i suoi superiori. La stessa Bugno resta ferma sull'idea che il partner ideale resta Lufthansa. Nessun'altra compagnia potrebbe meglio di quella tedesca riuscire a gestire il rilancio dell'ex monopolista italiana. Peccato che Berlino resta ferma nell'idea che i tagli di personale debbano essere sostanziali e Luigi Di Maio e Danilo Toninelli si infilerebbero da soli in un cul de sac con il solo rischio garantito di perdere voti. Per il resto, il collo di bottiglia della Bugno sembra rendere difficile anche la trattativa con Giovanni Castellucci, l'uomo dei Benetton che sta cercando di far pesare il più possibile ai grillini la propria partecipazione in Alitalia. Se Atlantia versasse 300 milioni di euro, in cambio vorrebbe una riabilitazione piena per il crollo del ponte Morandi. Gestire però un dossier così complicato da soli non sembra facilitare le tempistiche. Peccato che il 15 giugno scadrà l'ennesimo rinvio per presentare a Fs le offerte vincolanti e bucare anche questa scadenza rischia di azzerare le possibilità di nuovi road show per investitori esteri.
Sulla scrivania della Bugno c'è anche un secondo faldone bollente che porta il nome di Antonio Turicchi. Il suo contratto da dirigente del Mef è scaduto lo scorso 30 aprile. Il dirigente generale ha le deleghe per le partecipate. Sempre la Bugno avrebbe l'idea di prendere l'incarico del dirigente di nomina piddina e al contempo di garantire l'insediamento di quest'ultimo in Ansaldo, ricoprendo la figura di presidente, ma con deleghe da amministratore delegato. Per evitare l'ennesimo cedimento di Tria sulla Bugno sarebbe intervenuto Alessandro Rivera, direttore generale del Mef. Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano, Rivera avrebbe detto a Tria : «Nessuna promozione altrimenti mi dimetto». Sarebbe bastato il niet del dirigente del Mef più apprezzato da Giuseppe Guzzetti a far rientrare il tentativo, ma restano ancora due poltrone da sistemare. Una è nel cda di Leonardo, l'altra in Mps. E tutte e due a breve dovranno essere liberate da Turicchi. Due incarichi ambitissimi che come sempre saranno assegnati con il beneplacito del Quirinale.
Diversa invece è la partita in atto nel comparto sicurezza, dove si segnala particolare agitazione sull'asse Aise e Aisi, i nostri servizi segreti esteri e interni, coordinati dal Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) di Giampiero Vecchione.
Da settimane si rincorrono voci su una possibile rivoluzione ai vertici delle agenzie, anche per la situazione sempre più difficile dell'esecutivo, in attesa delle elezioni europee di domenica. Del resto la maggior parte delle nomine nei nostri servizi segreti sono dei precedenti governi di centrosinistra e anche qui negli ultimi mesi sono emerse criticità tra l'esecutivo e la nostra intelligence. Ma le voci fino a questo momento sono rimaste solo voci. E gli stravolgimenti circolati nei corridoi di Forte Braschi e Palazzo Chigi si sono fermati alle ipotesi.
In queste ore a fare rumore è soprattutto la vicenda Exodus, un software spia utilizzato da forze di polizia, intelligence e Procure per le intercettazioni, che avrebbe consentito di carpire in maniera illecita i dati di centinaia di utenti che non avevano nulla a che fare con inchieste e procedimenti penali: ieri la Procura di Napoli, che indaga, ha effettuato due arresti. Ma è solo uno dei tanti motivi di tensione.
La stessa nomina di Giuseppe Zafarana a capo della guardia di finanza, al posto di Giorgio Toschi, ha creato qualche mal di pancia che continua a trascinarsi. Ieri, dopo l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si sarebbero dovute sbloccare le nomine di due vice dell'Aisi e dell'Aise. I nomi che circolano da giorni, sono quelli di Luigi Della Volpe e Angelo Agovino. Queste nomine dovevano già essere fatte lunedì scorso, ma si è preso altro tempo. Ieri non c'è stata alcuna comunicazione ufficiale. Domenica forse cambierà qualcosa.
La grana hacker al figliastro di Tria
Sono al lavoro da due settimane gli esperti della polizia postale e gli 007 del Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) per rintracciare gli autori dell'attacco hacker che tra il 6 e il 7 maggio scorso ha «bucato» il server Visura che custodisce e gestisce le mail degli avvocati di Roma e di numerosi altri distretti giudiziari. Un'intrusione firmata dal collettivo Anonymous con questa rivendicazione: «Vogliamo ricordare i vecchi amici Aken e Otherwise arrestati nel maggio 2015. Non avete capito che Anonymous non ha leader? Arrestati due ne nascono altri cento».
L'indagine della Procura di Roma è partita dopo gli esposti di alcuni legali che si sono visti pubblicare, online, i contenuti delle loro caselle Pec (posta elettronica certificata). Tra i 30.000 professionisti «derubati» c'è anche Virginia Raggi, il sindaco della capitale, a cui i «pirati informatici» hanno riservato un trattamento assai più lesivo, andando letteralmente a scavare tra le centinaia di messaggi ricevuti in questi anni e «pescando» quelli politicamente più imbarazzanti. Come i solleciti, provenienti dall'Ordine forense, di regolarizzare il pagamento dell'iscrizione per gli anni 2017 e 2018 (290 euro) o, ancora, le proposte di collaborazione con il governo cittadino grillino provenienti da «storici simpatizzanti» del Movimento. Più che una casella della posta, una cassetta dei desideri in cui imbucare una lettera virtuale con la speranza di poter entrare nel cerchio magico di Palazzo Senatorio. Tra le mail rese pubbliche c'è anche quella di una donna che invia il curriculum del marito per un incarico.
Il materiale trafugato è ancora reperibile in Rete con tutte le implicazioni giudiziarie che ne derivano. Le caselle sono rimaste inaccessibili per un giorno dopo l'attacco hacker, mentre la società fornitrice del servizio provvedeva al ripristino e alla «fortificazione» di più spesse mura di difesa virtuali. Visura Spa è una controllata (60 per cento) di Tinexta, società di cui è consigliere e amministratore Pier Andrea Chevallard che di Visura è anche presidente. In Tinexta, come ricorderanno i lettori della Verità, lavora da qualche tempo il figliastro del ministro dell'Economia Giovanni Tria, Niccolò Ciapetti. Di Tria è superconsulente invece la compagna di Chevallard, Claudia Bugno. Un «triangolo» lavorativo che, nei mesi scorsi, ha creato non pochi impacci al super ministro che ha dovuto abbandonare, per il fuoco di fila scatenato dai grillini, il proposito di «promuovere» la Bugno prima nel board della St-Microeletronics, colosso dell'informatica italo-francese, e poi nel consiglio di amministrazione dell'Agenzia spaziale italiana. Lasciandola, infine, nel ruolo di consigliera del ministero dell'Economia, ma con un «portafogli competenze» assai ricco e con piena libertà di movimento.
Nel curriculum di Claudia Bugno c'è anche una stagione come consigliere di amministrazione in banca Etruria dal febbraio 2013 al febbraio 2015 con un compenso di 115.000 euro. In quel periodo, l'intraprendente manager ha conosciuto anche Pier Luigi Boschi, papà dell'ex ministro Maria Elena. Nel marzo dell'anno successivo, la Banca d'Italia multerà sia la Bugno (121.000 euro) sia la Boschi senior (130.000) per «carenze nel governo, nella gestione e nel controllo dei rischi» dell'istituto di credito toscano. Dove, sempre nel 2013, la Infocert - altra azienda di cui è consigliere Chevallard, il compagno della Bugno - aveva investito la «liquidità eccedente». Esperienze non certo coronate dal successo che, nel cv della donna, pubblicato online sul sito del ministero dell'Economia, sono state cancellate.
Simone Di Meo
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La superconsigliera, sempre più forte al Mef, sta creando scompiglio. Per la compagnia aerea di bandiera punta tutto su Lufthansa. E si allarga anche sulle partecipate. Nuova tornata di incarichi nei servizi segreti.L'attacco di Anonymous a 30.000 avvocati, Raggi compresa, coinvolge la Tinexta. La società del compagno del consigliere di Giovanni Tria, che aveva assunto il giovane Niccolò Ciapetti.Lo speciale contiene due articoliMentre il governo gialloblù prende la mira per scagliare le reciproche frecce pre elettorali e i due partiti di maggioranza si impuntano sui rispettivi decreti bandiera, il ministero dell'Economia è in fase di riassesto. Tensioni interne per competenze e incarichi fuori ruolo. Nel mirino resta Claudia Bugno, la super consigliera di Giovanni Tria che in pochi mesi ha scalato i gradini di Via XX Settembre. Dopo le inchieste portate avanti dalla Verità, che hanno portato anche alla rinuncia dell'incarico in Stm e al congelamento della poltrona all'Agenzia spaziale italiana, la Bugno è rientrata a tutti gli effetti al lavoro. E sulla sua scrivania sono finiti due importanti dossier. Anzi decisivi. Il primo è quello di Alitalia. I bene informati spiegano che la consulente di Tria è riuscita ad accentrare l'intera pratica, bypassando anche i suoi superiori. La stessa Bugno resta ferma sull'idea che il partner ideale resta Lufthansa. Nessun'altra compagnia potrebbe meglio di quella tedesca riuscire a gestire il rilancio dell'ex monopolista italiana. Peccato che Berlino resta ferma nell'idea che i tagli di personale debbano essere sostanziali e Luigi Di Maio e Danilo Toninelli si infilerebbero da soli in un cul de sac con il solo rischio garantito di perdere voti. Per il resto, il collo di bottiglia della Bugno sembra rendere difficile anche la trattativa con Giovanni Castellucci, l'uomo dei Benetton che sta cercando di far pesare il più possibile ai grillini la propria partecipazione in Alitalia. Se Atlantia versasse 300 milioni di euro, in cambio vorrebbe una riabilitazione piena per il crollo del ponte Morandi. Gestire però un dossier così complicato da soli non sembra facilitare le tempistiche. Peccato che il 15 giugno scadrà l'ennesimo rinvio per presentare a Fs le offerte vincolanti e bucare anche questa scadenza rischia di azzerare le possibilità di nuovi road show per investitori esteri. Sulla scrivania della Bugno c'è anche un secondo faldone bollente che porta il nome di Antonio Turicchi. Il suo contratto da dirigente del Mef è scaduto lo scorso 30 aprile. Il dirigente generale ha le deleghe per le partecipate. Sempre la Bugno avrebbe l'idea di prendere l'incarico del dirigente di nomina piddina e al contempo di garantire l'insediamento di quest'ultimo in Ansaldo, ricoprendo la figura di presidente, ma con deleghe da amministratore delegato. Per evitare l'ennesimo cedimento di Tria sulla Bugno sarebbe intervenuto Alessandro Rivera, direttore generale del Mef. Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano, Rivera avrebbe detto a Tria : «Nessuna promozione altrimenti mi dimetto». Sarebbe bastato il niet del dirigente del Mef più apprezzato da Giuseppe Guzzetti a far rientrare il tentativo, ma restano ancora due poltrone da sistemare. Una è nel cda di Leonardo, l'altra in Mps. E tutte e due a breve dovranno essere liberate da Turicchi. Due incarichi ambitissimi che come sempre saranno assegnati con il beneplacito del Quirinale. Diversa invece è la partita in atto nel comparto sicurezza, dove si segnala particolare agitazione sull'asse Aise e Aisi, i nostri servizi segreti esteri e interni, coordinati dal Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) di Giampiero Vecchione. Da settimane si rincorrono voci su una possibile rivoluzione ai vertici delle agenzie, anche per la situazione sempre più difficile dell'esecutivo, in attesa delle elezioni europee di domenica. Del resto la maggior parte delle nomine nei nostri servizi segreti sono dei precedenti governi di centrosinistra e anche qui negli ultimi mesi sono emerse criticità tra l'esecutivo e la nostra intelligence. Ma le voci fino a questo momento sono rimaste solo voci. E gli stravolgimenti circolati nei corridoi di Forte Braschi e Palazzo Chigi si sono fermati alle ipotesi. In queste ore a fare rumore è soprattutto la vicenda Exodus, un software spia utilizzato da forze di polizia, intelligence e Procure per le intercettazioni, che avrebbe consentito di carpire in maniera illecita i dati di centinaia di utenti che non avevano nulla a che fare con inchieste e procedimenti penali: ieri la Procura di Napoli, che indaga, ha effettuato due arresti. Ma è solo uno dei tanti motivi di tensione. La stessa nomina di Giuseppe Zafarana a capo della guardia di finanza, al posto di Giorgio Toschi, ha creato qualche mal di pancia che continua a trascinarsi. Ieri, dopo l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si sarebbero dovute sbloccare le nomine di due vice dell'Aisi e dell'Aise. I nomi che circolano da giorni, sono quelli di Luigi Della Volpe e Angelo Agovino. Queste nomine dovevano già essere fatte lunedì scorso, ma si è preso altro tempo. Ieri non c'è stata alcuna comunicazione ufficiale. Domenica forse cambierà qualcosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bugno-rientra-dalle-vacanze-e-mette-le-mani-su-alitalia-e-nomine-2637811345.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grana-hacker-al-figliastro-di-tria" data-post-id="2637811345" data-published-at="1780117008" data-use-pagination="False"> La grana hacker al figliastro di Tria Sono al lavoro da due settimane gli esperti della polizia postale e gli 007 del Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) per rintracciare gli autori dell'attacco hacker che tra il 6 e il 7 maggio scorso ha «bucato» il server Visura che custodisce e gestisce le mail degli avvocati di Roma e di numerosi altri distretti giudiziari. Un'intrusione firmata dal collettivo Anonymous con questa rivendicazione: «Vogliamo ricordare i vecchi amici Aken e Otherwise arrestati nel maggio 2015. Non avete capito che Anonymous non ha leader? Arrestati due ne nascono altri cento». L'indagine della Procura di Roma è partita dopo gli esposti di alcuni legali che si sono visti pubblicare, online, i contenuti delle loro caselle Pec (posta elettronica certificata). Tra i 30.000 professionisti «derubati» c'è anche Virginia Raggi, il sindaco della capitale, a cui i «pirati informatici» hanno riservato un trattamento assai più lesivo, andando letteralmente a scavare tra le centinaia di messaggi ricevuti in questi anni e «pescando» quelli politicamente più imbarazzanti. Come i solleciti, provenienti dall'Ordine forense, di regolarizzare il pagamento dell'iscrizione per gli anni 2017 e 2018 (290 euro) o, ancora, le proposte di collaborazione con il governo cittadino grillino provenienti da «storici simpatizzanti» del Movimento. Più che una casella della posta, una cassetta dei desideri in cui imbucare una lettera virtuale con la speranza di poter entrare nel cerchio magico di Palazzo Senatorio. Tra le mail rese pubbliche c'è anche quella di una donna che invia il curriculum del marito per un incarico. Il materiale trafugato è ancora reperibile in Rete con tutte le implicazioni giudiziarie che ne derivano. Le caselle sono rimaste inaccessibili per un giorno dopo l'attacco hacker, mentre la società fornitrice del servizio provvedeva al ripristino e alla «fortificazione» di più spesse mura di difesa virtuali. Visura Spa è una controllata (60 per cento) di Tinexta, società di cui è consigliere e amministratore Pier Andrea Chevallard che di Visura è anche presidente. In Tinexta, come ricorderanno i lettori della Verità, lavora da qualche tempo il figliastro del ministro dell'Economia Giovanni Tria, Niccolò Ciapetti. Di Tria è superconsulente invece la compagna di Chevallard, Claudia Bugno. Un «triangolo» lavorativo che, nei mesi scorsi, ha creato non pochi impacci al super ministro che ha dovuto abbandonare, per il fuoco di fila scatenato dai grillini, il proposito di «promuovere» la Bugno prima nel board della St-Microeletronics, colosso dell'informatica italo-francese, e poi nel consiglio di amministrazione dell'Agenzia spaziale italiana. Lasciandola, infine, nel ruolo di consigliera del ministero dell'Economia, ma con un «portafogli competenze» assai ricco e con piena libertà di movimento. Nel curriculum di Claudia Bugno c'è anche una stagione come consigliere di amministrazione in banca Etruria dal febbraio 2013 al febbraio 2015 con un compenso di 115.000 euro. In quel periodo, l'intraprendente manager ha conosciuto anche Pier Luigi Boschi, papà dell'ex ministro Maria Elena. Nel marzo dell'anno successivo, la Banca d'Italia multerà sia la Bugno (121.000 euro) sia la Boschi senior (130.000) per «carenze nel governo, nella gestione e nel controllo dei rischi» dell'istituto di credito toscano. Dove, sempre nel 2013, la Infocert - altra azienda di cui è consigliere Chevallard, il compagno della Bugno - aveva investito la «liquidità eccedente». Esperienze non certo coronate dal successo che, nel cv della donna, pubblicato online sul sito del ministero dell'Economia, sono state cancellate. Simone Di Meo
Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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