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2019-05-23
La Bugno rientra dalle vacanze e mette le mani su Alitalia e nomine
Ansa
Mentre il governo gialloblù prende la mira per scagliare le reciproche frecce pre elettorali e i due partiti di maggioranza si impuntano sui rispettivi decreti bandiera, il ministero dell'Economia è in fase di riassesto. Tensioni interne per competenze e incarichi fuori ruolo. Nel mirino resta Claudia Bugno, la super consigliera di Giovanni Tria che in pochi mesi ha scalato i gradini di Via XX Settembre. Dopo le inchieste portate avanti dalla Verità, che hanno portato anche alla rinuncia dell'incarico in Stm e al congelamento della poltrona all'Agenzia spaziale italiana, la Bugno è rientrata a tutti gli effetti al lavoro. E sulla sua scrivania sono finiti due importanti dossier. Anzi decisivi.
Il primo è quello di Alitalia. I bene informati spiegano che la consulente di Tria è riuscita ad accentrare l'intera pratica, bypassando anche i suoi superiori. La stessa Bugno resta ferma sull'idea che il partner ideale resta Lufthansa. Nessun'altra compagnia potrebbe meglio di quella tedesca riuscire a gestire il rilancio dell'ex monopolista italiana. Peccato che Berlino resta ferma nell'idea che i tagli di personale debbano essere sostanziali e Luigi Di Maio e Danilo Toninelli si infilerebbero da soli in un cul de sac con il solo rischio garantito di perdere voti. Per il resto, il collo di bottiglia della Bugno sembra rendere difficile anche la trattativa con Giovanni Castellucci, l'uomo dei Benetton che sta cercando di far pesare il più possibile ai grillini la propria partecipazione in Alitalia. Se Atlantia versasse 300 milioni di euro, in cambio vorrebbe una riabilitazione piena per il crollo del ponte Morandi. Gestire però un dossier così complicato da soli non sembra facilitare le tempistiche. Peccato che il 15 giugno scadrà l'ennesimo rinvio per presentare a Fs le offerte vincolanti e bucare anche questa scadenza rischia di azzerare le possibilità di nuovi road show per investitori esteri.
Sulla scrivania della Bugno c'è anche un secondo faldone bollente che porta il nome di Antonio Turicchi. Il suo contratto da dirigente del Mef è scaduto lo scorso 30 aprile. Il dirigente generale ha le deleghe per le partecipate. Sempre la Bugno avrebbe l'idea di prendere l'incarico del dirigente di nomina piddina e al contempo di garantire l'insediamento di quest'ultimo in Ansaldo, ricoprendo la figura di presidente, ma con deleghe da amministratore delegato. Per evitare l'ennesimo cedimento di Tria sulla Bugno sarebbe intervenuto Alessandro Rivera, direttore generale del Mef. Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano, Rivera avrebbe detto a Tria : «Nessuna promozione altrimenti mi dimetto». Sarebbe bastato il niet del dirigente del Mef più apprezzato da Giuseppe Guzzetti a far rientrare il tentativo, ma restano ancora due poltrone da sistemare. Una è nel cda di Leonardo, l'altra in Mps. E tutte e due a breve dovranno essere liberate da Turicchi. Due incarichi ambitissimi che come sempre saranno assegnati con il beneplacito del Quirinale.
Diversa invece è la partita in atto nel comparto sicurezza, dove si segnala particolare agitazione sull'asse Aise e Aisi, i nostri servizi segreti esteri e interni, coordinati dal Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) di Giampiero Vecchione.
Da settimane si rincorrono voci su una possibile rivoluzione ai vertici delle agenzie, anche per la situazione sempre più difficile dell'esecutivo, in attesa delle elezioni europee di domenica. Del resto la maggior parte delle nomine nei nostri servizi segreti sono dei precedenti governi di centrosinistra e anche qui negli ultimi mesi sono emerse criticità tra l'esecutivo e la nostra intelligence. Ma le voci fino a questo momento sono rimaste solo voci. E gli stravolgimenti circolati nei corridoi di Forte Braschi e Palazzo Chigi si sono fermati alle ipotesi.
In queste ore a fare rumore è soprattutto la vicenda Exodus, un software spia utilizzato da forze di polizia, intelligence e Procure per le intercettazioni, che avrebbe consentito di carpire in maniera illecita i dati di centinaia di utenti che non avevano nulla a che fare con inchieste e procedimenti penali: ieri la Procura di Napoli, che indaga, ha effettuato due arresti. Ma è solo uno dei tanti motivi di tensione.
La stessa nomina di Giuseppe Zafarana a capo della guardia di finanza, al posto di Giorgio Toschi, ha creato qualche mal di pancia che continua a trascinarsi. Ieri, dopo l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si sarebbero dovute sbloccare le nomine di due vice dell'Aisi e dell'Aise. I nomi che circolano da giorni, sono quelli di Luigi Della Volpe e Angelo Agovino. Queste nomine dovevano già essere fatte lunedì scorso, ma si è preso altro tempo. Ieri non c'è stata alcuna comunicazione ufficiale. Domenica forse cambierà qualcosa.
La grana hacker al figliastro di Tria
Sono al lavoro da due settimane gli esperti della polizia postale e gli 007 del Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) per rintracciare gli autori dell'attacco hacker che tra il 6 e il 7 maggio scorso ha «bucato» il server Visura che custodisce e gestisce le mail degli avvocati di Roma e di numerosi altri distretti giudiziari. Un'intrusione firmata dal collettivo Anonymous con questa rivendicazione: «Vogliamo ricordare i vecchi amici Aken e Otherwise arrestati nel maggio 2015. Non avete capito che Anonymous non ha leader? Arrestati due ne nascono altri cento».
L'indagine della Procura di Roma è partita dopo gli esposti di alcuni legali che si sono visti pubblicare, online, i contenuti delle loro caselle Pec (posta elettronica certificata). Tra i 30.000 professionisti «derubati» c'è anche Virginia Raggi, il sindaco della capitale, a cui i «pirati informatici» hanno riservato un trattamento assai più lesivo, andando letteralmente a scavare tra le centinaia di messaggi ricevuti in questi anni e «pescando» quelli politicamente più imbarazzanti. Come i solleciti, provenienti dall'Ordine forense, di regolarizzare il pagamento dell'iscrizione per gli anni 2017 e 2018 (290 euro) o, ancora, le proposte di collaborazione con il governo cittadino grillino provenienti da «storici simpatizzanti» del Movimento. Più che una casella della posta, una cassetta dei desideri in cui imbucare una lettera virtuale con la speranza di poter entrare nel cerchio magico di Palazzo Senatorio. Tra le mail rese pubbliche c'è anche quella di una donna che invia il curriculum del marito per un incarico.
Il materiale trafugato è ancora reperibile in Rete con tutte le implicazioni giudiziarie che ne derivano. Le caselle sono rimaste inaccessibili per un giorno dopo l'attacco hacker, mentre la società fornitrice del servizio provvedeva al ripristino e alla «fortificazione» di più spesse mura di difesa virtuali. Visura Spa è una controllata (60 per cento) di Tinexta, società di cui è consigliere e amministratore Pier Andrea Chevallard che di Visura è anche presidente. In Tinexta, come ricorderanno i lettori della Verità, lavora da qualche tempo il figliastro del ministro dell'Economia Giovanni Tria, Niccolò Ciapetti. Di Tria è superconsulente invece la compagna di Chevallard, Claudia Bugno. Un «triangolo» lavorativo che, nei mesi scorsi, ha creato non pochi impacci al super ministro che ha dovuto abbandonare, per il fuoco di fila scatenato dai grillini, il proposito di «promuovere» la Bugno prima nel board della St-Microeletronics, colosso dell'informatica italo-francese, e poi nel consiglio di amministrazione dell'Agenzia spaziale italiana. Lasciandola, infine, nel ruolo di consigliera del ministero dell'Economia, ma con un «portafogli competenze» assai ricco e con piena libertà di movimento.
Nel curriculum di Claudia Bugno c'è anche una stagione come consigliere di amministrazione in banca Etruria dal febbraio 2013 al febbraio 2015 con un compenso di 115.000 euro. In quel periodo, l'intraprendente manager ha conosciuto anche Pier Luigi Boschi, papà dell'ex ministro Maria Elena. Nel marzo dell'anno successivo, la Banca d'Italia multerà sia la Bugno (121.000 euro) sia la Boschi senior (130.000) per «carenze nel governo, nella gestione e nel controllo dei rischi» dell'istituto di credito toscano. Dove, sempre nel 2013, la Infocert - altra azienda di cui è consigliere Chevallard, il compagno della Bugno - aveva investito la «liquidità eccedente». Esperienze non certo coronate dal successo che, nel cv della donna, pubblicato online sul sito del ministero dell'Economia, sono state cancellate.
Simone Di Meo
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La superconsigliera, sempre più forte al Mef, sta creando scompiglio. Per la compagnia aerea di bandiera punta tutto su Lufthansa. E si allarga anche sulle partecipate. Nuova tornata di incarichi nei servizi segreti.L'attacco di Anonymous a 30.000 avvocati, Raggi compresa, coinvolge la Tinexta. La società del compagno del consigliere di Giovanni Tria, che aveva assunto il giovane Niccolò Ciapetti.Lo speciale contiene due articoliMentre il governo gialloblù prende la mira per scagliare le reciproche frecce pre elettorali e i due partiti di maggioranza si impuntano sui rispettivi decreti bandiera, il ministero dell'Economia è in fase di riassesto. Tensioni interne per competenze e incarichi fuori ruolo. Nel mirino resta Claudia Bugno, la super consigliera di Giovanni Tria che in pochi mesi ha scalato i gradini di Via XX Settembre. Dopo le inchieste portate avanti dalla Verità, che hanno portato anche alla rinuncia dell'incarico in Stm e al congelamento della poltrona all'Agenzia spaziale italiana, la Bugno è rientrata a tutti gli effetti al lavoro. E sulla sua scrivania sono finiti due importanti dossier. Anzi decisivi. Il primo è quello di Alitalia. I bene informati spiegano che la consulente di Tria è riuscita ad accentrare l'intera pratica, bypassando anche i suoi superiori. La stessa Bugno resta ferma sull'idea che il partner ideale resta Lufthansa. Nessun'altra compagnia potrebbe meglio di quella tedesca riuscire a gestire il rilancio dell'ex monopolista italiana. Peccato che Berlino resta ferma nell'idea che i tagli di personale debbano essere sostanziali e Luigi Di Maio e Danilo Toninelli si infilerebbero da soli in un cul de sac con il solo rischio garantito di perdere voti. Per il resto, il collo di bottiglia della Bugno sembra rendere difficile anche la trattativa con Giovanni Castellucci, l'uomo dei Benetton che sta cercando di far pesare il più possibile ai grillini la propria partecipazione in Alitalia. Se Atlantia versasse 300 milioni di euro, in cambio vorrebbe una riabilitazione piena per il crollo del ponte Morandi. Gestire però un dossier così complicato da soli non sembra facilitare le tempistiche. Peccato che il 15 giugno scadrà l'ennesimo rinvio per presentare a Fs le offerte vincolanti e bucare anche questa scadenza rischia di azzerare le possibilità di nuovi road show per investitori esteri. Sulla scrivania della Bugno c'è anche un secondo faldone bollente che porta il nome di Antonio Turicchi. Il suo contratto da dirigente del Mef è scaduto lo scorso 30 aprile. Il dirigente generale ha le deleghe per le partecipate. Sempre la Bugno avrebbe l'idea di prendere l'incarico del dirigente di nomina piddina e al contempo di garantire l'insediamento di quest'ultimo in Ansaldo, ricoprendo la figura di presidente, ma con deleghe da amministratore delegato. Per evitare l'ennesimo cedimento di Tria sulla Bugno sarebbe intervenuto Alessandro Rivera, direttore generale del Mef. Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano, Rivera avrebbe detto a Tria : «Nessuna promozione altrimenti mi dimetto». Sarebbe bastato il niet del dirigente del Mef più apprezzato da Giuseppe Guzzetti a far rientrare il tentativo, ma restano ancora due poltrone da sistemare. Una è nel cda di Leonardo, l'altra in Mps. E tutte e due a breve dovranno essere liberate da Turicchi. Due incarichi ambitissimi che come sempre saranno assegnati con il beneplacito del Quirinale. Diversa invece è la partita in atto nel comparto sicurezza, dove si segnala particolare agitazione sull'asse Aise e Aisi, i nostri servizi segreti esteri e interni, coordinati dal Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) di Giampiero Vecchione. Da settimane si rincorrono voci su una possibile rivoluzione ai vertici delle agenzie, anche per la situazione sempre più difficile dell'esecutivo, in attesa delle elezioni europee di domenica. Del resto la maggior parte delle nomine nei nostri servizi segreti sono dei precedenti governi di centrosinistra e anche qui negli ultimi mesi sono emerse criticità tra l'esecutivo e la nostra intelligence. Ma le voci fino a questo momento sono rimaste solo voci. E gli stravolgimenti circolati nei corridoi di Forte Braschi e Palazzo Chigi si sono fermati alle ipotesi. In queste ore a fare rumore è soprattutto la vicenda Exodus, un software spia utilizzato da forze di polizia, intelligence e Procure per le intercettazioni, che avrebbe consentito di carpire in maniera illecita i dati di centinaia di utenti che non avevano nulla a che fare con inchieste e procedimenti penali: ieri la Procura di Napoli, che indaga, ha effettuato due arresti. Ma è solo uno dei tanti motivi di tensione. La stessa nomina di Giuseppe Zafarana a capo della guardia di finanza, al posto di Giorgio Toschi, ha creato qualche mal di pancia che continua a trascinarsi. Ieri, dopo l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si sarebbero dovute sbloccare le nomine di due vice dell'Aisi e dell'Aise. I nomi che circolano da giorni, sono quelli di Luigi Della Volpe e Angelo Agovino. Queste nomine dovevano già essere fatte lunedì scorso, ma si è preso altro tempo. Ieri non c'è stata alcuna comunicazione ufficiale. Domenica forse cambierà qualcosa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bugno-rientra-dalle-vacanze-e-mette-le-mani-su-alitalia-e-nomine-2637811345.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grana-hacker-al-figliastro-di-tria" data-post-id="2637811345" data-published-at="1778693014" data-use-pagination="False"> La grana hacker al figliastro di Tria Sono al lavoro da due settimane gli esperti della polizia postale e gli 007 del Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) per rintracciare gli autori dell'attacco hacker che tra il 6 e il 7 maggio scorso ha «bucato» il server Visura che custodisce e gestisce le mail degli avvocati di Roma e di numerosi altri distretti giudiziari. Un'intrusione firmata dal collettivo Anonymous con questa rivendicazione: «Vogliamo ricordare i vecchi amici Aken e Otherwise arrestati nel maggio 2015. Non avete capito che Anonymous non ha leader? Arrestati due ne nascono altri cento». L'indagine della Procura di Roma è partita dopo gli esposti di alcuni legali che si sono visti pubblicare, online, i contenuti delle loro caselle Pec (posta elettronica certificata). Tra i 30.000 professionisti «derubati» c'è anche Virginia Raggi, il sindaco della capitale, a cui i «pirati informatici» hanno riservato un trattamento assai più lesivo, andando letteralmente a scavare tra le centinaia di messaggi ricevuti in questi anni e «pescando» quelli politicamente più imbarazzanti. Come i solleciti, provenienti dall'Ordine forense, di regolarizzare il pagamento dell'iscrizione per gli anni 2017 e 2018 (290 euro) o, ancora, le proposte di collaborazione con il governo cittadino grillino provenienti da «storici simpatizzanti» del Movimento. Più che una casella della posta, una cassetta dei desideri in cui imbucare una lettera virtuale con la speranza di poter entrare nel cerchio magico di Palazzo Senatorio. Tra le mail rese pubbliche c'è anche quella di una donna che invia il curriculum del marito per un incarico. Il materiale trafugato è ancora reperibile in Rete con tutte le implicazioni giudiziarie che ne derivano. Le caselle sono rimaste inaccessibili per un giorno dopo l'attacco hacker, mentre la società fornitrice del servizio provvedeva al ripristino e alla «fortificazione» di più spesse mura di difesa virtuali. Visura Spa è una controllata (60 per cento) di Tinexta, società di cui è consigliere e amministratore Pier Andrea Chevallard che di Visura è anche presidente. In Tinexta, come ricorderanno i lettori della Verità, lavora da qualche tempo il figliastro del ministro dell'Economia Giovanni Tria, Niccolò Ciapetti. Di Tria è superconsulente invece la compagna di Chevallard, Claudia Bugno. Un «triangolo» lavorativo che, nei mesi scorsi, ha creato non pochi impacci al super ministro che ha dovuto abbandonare, per il fuoco di fila scatenato dai grillini, il proposito di «promuovere» la Bugno prima nel board della St-Microeletronics, colosso dell'informatica italo-francese, e poi nel consiglio di amministrazione dell'Agenzia spaziale italiana. Lasciandola, infine, nel ruolo di consigliera del ministero dell'Economia, ma con un «portafogli competenze» assai ricco e con piena libertà di movimento. Nel curriculum di Claudia Bugno c'è anche una stagione come consigliere di amministrazione in banca Etruria dal febbraio 2013 al febbraio 2015 con un compenso di 115.000 euro. In quel periodo, l'intraprendente manager ha conosciuto anche Pier Luigi Boschi, papà dell'ex ministro Maria Elena. Nel marzo dell'anno successivo, la Banca d'Italia multerà sia la Bugno (121.000 euro) sia la Boschi senior (130.000) per «carenze nel governo, nella gestione e nel controllo dei rischi» dell'istituto di credito toscano. Dove, sempre nel 2013, la Infocert - altra azienda di cui è consigliere Chevallard, il compagno della Bugno - aveva investito la «liquidità eccedente». Esperienze non certo coronate dal successo che, nel cv della donna, pubblicato online sul sito del ministero dell'Economia, sono state cancellate. Simone Di Meo
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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