Gli alleati tentennano: Kiev resta senza F-16
General Dynamics F-16 «Fighting falcon» (Ansa)
  • L’Ucraina ammette che non sarà in grado di difendersi con i caccia dopo l’estate a causa dei ritardi nell’addestramento dei piloti. La mancata fornitura rivela invece un freno del sostegno occidentale. Intanto, l’India ribadisce l’esclusione di Zelensky dal G20.
  • Dopo la cattura a Mariupol e la liberazione, il battaglione Azov è dispiegato ora nel Lugansk.

Lo speciale contiene due articoli.

«È ovvio già ora che non saremo in grado di difendere l’Ucraina con gli F-16 questo autunno-inverno», ha ammesso ieri il portavoce dell’Aeronautica militare ucraina Yurii Ihnat. La versione ufficiale propagandata da Kiev punta su presunti ritardi nell’avvio della formazione dei piloti. Anche questa possibilità, però, sembra molto remota. È lo stesso Ihnat ad affermare che solo «nel prossimo futuro» i piloti ucraini «riceveranno addestramento all’interno dei Paesi membri della coalizione» Nato. Anche perché, sostiene, «speranze significative sono state riposte su questo velivolo». Kiev, però, probabilmente ha puntato sul cavallo sbagliato. Anche perché le dichiarazioni del portavoce dell’Aeronautica sembrano stridere con quelle del ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba: «Una volta che l’addestramento sarà terminato penso che i piloti ucraini torneranno e i jet arriveranno con loro». In realtà pare che l’addestramento non sia proprio cominciato. E non è detto che ci sarà. La mossa di Kuleba sembra un tentativo di rassicurare i suoi: «Lo dico in modo diplomatico, penso ci saranno presto buone notizie». Stando alla narrazione di Kuleba, in settimana il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe tenuto colloqui e riunioni «su base quotidiana» per spingere sulla fornitura dei jet. In realtà, Stanley Brown, vicesegretario degli Affari militari del Dipartimento di Stato Usa, aveva già annunciato che ci sarebbero voluti mesi per sbloccare le procedure formali che avrebbero portato alle consegne. Stando alla versione statunitense le pratiche legate all’addestramento sono nelle mani di Danimarca e Olanda. Ma in realtà sembra che l’aria stia cambiando e che gli Usa si siano resi conto che non è il caso di continuare a sostenere in modo massiccio Kiev.

D’altra parte, la mancata fornitura degli F-16 sembra essere un segnale preciso. Anche perché comincia ad affacciarsi in modo sempre più costante l’idea di un armistizio. Ieri anche la Repubblica ha sostenuto che «l’unica opzione teoricamente praticabile è quella di un cessate il fuoco sul modello coreano, che congeli le ostilità senza la rinuncia formale dell’Ucraina alla riconquista delle regioni invase». Nessuno, insomma, ritiene possibile continuare a oltranza la guerra contro Mosca. Un cambio di passo. Da Kiev sembrano comunque determinati ad andare avanti. Ieri hanno denunciato che le forze d’occupazione hanno portato illegalmente in Russia altri 450 bambini dall’Ucraina. Oleksiy Danilov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e influente collaboratore del presidente Zelensky, poi, ha dichiarato a Repubblica che gli ucraini non si fermeranno e che dai partner occidentali non ci sono state pressioni per un negoziato. Durante una conferenza in Norvegia, però, Stian Jenssen, capo staff del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, aveva ipotizzato uno scambio tra la rinuncia ai territori occupati e l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica, confermando così le voci sui tentativi di trovare una soluzione al conflitto. Jenssen, successivamente, si è scusato, ma non ha corretto il tiro: «Non avrei dovuto dirlo in quel modo. È stato un errore». E ha spiegato che il suo discorso «faceva parte di una discussione più ampia sui possibili scenari futuri in Ucraina». Appunto, trovare una soluzione. Un’idea che serpeggia anche in Francia. Ieri l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro: «Abbiamo rifiutato l’adesione di Ucraina e Georgia alla Nato, nonostante le forti pressioni americane. Non volevamo che Vladimir Putin scivolasse nella paranoia anti occidentale che è stata a lungo la tentazione dei leader russi. Il complesso di accerchiamento del Cremlino è una vecchia storia. Putin ha sbagliato. Quello che ha fatto è grave e si traduce in un fallimento. Ma una volta che l’hai detto, devi andare avanti e trovare una via d’uscita». Da Mosca il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha subito twittato: «Come ho detto in diverse occasioni, i politici europei del passato avevano una levatura maggiore di quelli odierni. Sarkozy, per esempio, che ha contribuito a risolvere il conflitto con la Georgia nel 2008 e non ha perso il suo buon senso». Medvedev ha sottolineato che l’ex presidente francese «ha detto che la Crimea è una parte storica della Russia e che l’Ucraina non ha posto nell’Ue. Dichiarazioni audaci e accurate. Si sente la differenza. Non è come pianificare invasioni incompetenti in Africa o fornire missili ai nazisti a Kiev». Ovviamente una risposta ucraina non poteva mancare.

Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha subito accusato in modo pesante Sarkozy di portare avanti «una logica criminale» e di giustificare «le guerre d’aggressione della Russia». Prese di posizione che stanno contribuendo non poco all’isolamento di Kiev, esclusa dal G20 in programma il mese prossimo in India. Ieri dal ministero degli Esteri ucraino hanno fatto sapere di essere al lavoro per partecipare. Ma il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha confermato che l’Ucraina non è stata invitata. E sempre sul fronte diplomatico, Putin e il presidente iraniano Ebrahim Raisi, durante un colloquio telefonico, hanno discusso «la cooperazione negli affari internazionali», compresa l’aspirazione di Teheran di entrare nel gruppo di Paesi del Brics. Mentre la Bielorussia ha fatto sapere che «aiuterà sempre la Russia» ma se gli ucraini, ha spiegato il presidente Aleskandr Lukashenko, non varcheranno i confini bielorussi Minsk non entrerà in guerra contro Kiev.

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