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2023-08-18
Gli alleati tentennano: Kiev resta senza F-16
General Dynamics F-16 «Fighting falcon» (Ansa)
«È ovvio già ora che non saremo in grado di difendere l’Ucraina con gli F-16 questo autunno-inverno», ha ammesso ieri il portavoce dell’Aeronautica militare ucraina Yurii Ihnat. La versione ufficiale propagandata da Kiev punta su presunti ritardi nell’avvio della formazione dei piloti. Anche questa possibilità, però, sembra molto remota. È lo stesso Ihnat ad affermare che solo «nel prossimo futuro» i piloti ucraini «riceveranno addestramento all’interno dei Paesi membri della coalizione» Nato. Anche perché, sostiene, «speranze significative sono state riposte su questo velivolo». Kiev, però, probabilmente ha puntato sul cavallo sbagliato. Anche perché le dichiarazioni del portavoce dell’Aeronautica sembrano stridere con quelle del ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba: «Una volta che l’addestramento sarà terminato penso che i piloti ucraini torneranno e i jet arriveranno con loro». In realtà pare che l’addestramento non sia proprio cominciato. E non è detto che ci sarà. La mossa di Kuleba sembra un tentativo di rassicurare i suoi: «Lo dico in modo diplomatico, penso ci saranno presto buone notizie». Stando alla narrazione di Kuleba, in settimana il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe tenuto colloqui e riunioni «su base quotidiana» per spingere sulla fornitura dei jet. In realtà, Stanley Brown, vicesegretario degli Affari militari del Dipartimento di Stato Usa, aveva già annunciato che ci sarebbero voluti mesi per sbloccare le procedure formali che avrebbero portato alle consegne. Stando alla versione statunitense le pratiche legate all’addestramento sono nelle mani di Danimarca e Olanda. Ma in realtà sembra che l’aria stia cambiando e che gli Usa si siano resi conto che non è il caso di continuare a sostenere in modo massiccio Kiev.
D’altra parte, la mancata fornitura degli F-16 sembra essere un segnale preciso. Anche perché comincia ad affacciarsi in modo sempre più costante l’idea di un armistizio. Ieri anche la Repubblica ha sostenuto che «l’unica opzione teoricamente praticabile è quella di un cessate il fuoco sul modello coreano, che congeli le ostilità senza la rinuncia formale dell’Ucraina alla riconquista delle regioni invase». Nessuno, insomma, ritiene possibile continuare a oltranza la guerra contro Mosca. Un cambio di passo. Da Kiev sembrano comunque determinati ad andare avanti. Ieri hanno denunciato che le forze d’occupazione hanno portato illegalmente in Russia altri 450 bambini dall’Ucraina. Oleksiy Danilov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e influente collaboratore del presidente Zelensky, poi, ha dichiarato a Repubblica che gli ucraini non si fermeranno e che dai partner occidentali non ci sono state pressioni per un negoziato. Durante una conferenza in Norvegia, però, Stian Jenssen, capo staff del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, aveva ipotizzato uno scambio tra la rinuncia ai territori occupati e l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica, confermando così le voci sui tentativi di trovare una soluzione al conflitto. Jenssen, successivamente, si è scusato, ma non ha corretto il tiro: «Non avrei dovuto dirlo in quel modo. È stato un errore». E ha spiegato che il suo discorso «faceva parte di una discussione più ampia sui possibili scenari futuri in Ucraina». Appunto, trovare una soluzione. Un’idea che serpeggia anche in Francia. Ieri l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro: «Abbiamo rifiutato l’adesione di Ucraina e Georgia alla Nato, nonostante le forti pressioni americane. Non volevamo che Vladimir Putin scivolasse nella paranoia anti occidentale che è stata a lungo la tentazione dei leader russi. Il complesso di accerchiamento del Cremlino è una vecchia storia. Putin ha sbagliato. Quello che ha fatto è grave e si traduce in un fallimento. Ma una volta che l’hai detto, devi andare avanti e trovare una via d’uscita». Da Mosca il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha subito twittato: «Come ho detto in diverse occasioni, i politici europei del passato avevano una levatura maggiore di quelli odierni. Sarkozy, per esempio, che ha contribuito a risolvere il conflitto con la Georgia nel 2008 e non ha perso il suo buon senso». Medvedev ha sottolineato che l’ex presidente francese «ha detto che la Crimea è una parte storica della Russia e che l’Ucraina non ha posto nell’Ue. Dichiarazioni audaci e accurate. Si sente la differenza. Non è come pianificare invasioni incompetenti in Africa o fornire missili ai nazisti a Kiev». Ovviamente una risposta ucraina non poteva mancare.
Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha subito accusato in modo pesante Sarkozy di portare avanti «una logica criminale» e di giustificare «le guerre d’aggressione della Russia». Prese di posizione che stanno contribuendo non poco all’isolamento di Kiev, esclusa dal G20 in programma il mese prossimo in India. Ieri dal ministero degli Esteri ucraino hanno fatto sapere di essere al lavoro per partecipare. Ma il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha confermato che l’Ucraina non è stata invitata. E sempre sul fronte diplomatico, Putin e il presidente iraniano Ebrahim Raisi, durante un colloquio telefonico, hanno discusso «la cooperazione negli affari internazionali», compresa l’aspirazione di Teheran di entrare nel gruppo di Paesi del Brics. Mentre la Bielorussia ha fatto sapere che «aiuterà sempre la Russia» ma se gli ucraini, ha spiegato il presidente Aleskandr Lukashenko, non varcheranno i confini bielorussi Minsk non entrerà in guerra contro Kiev.
Il battaglione Azov torna al fronte: «Già inflitte perdite al nemico»
Con la foto di un veicolo da combattimento dell’esercito russo distrutto pubblicata sul canale Telegram, il battaglione Azov ha dimostrato di essere tornato in campo. E fa sapere: «Stiamo lavorando in direzione Zaporizhzhia». Il reggimento speciale è stato ricostituito ed è di nuovo operativo nella regione di Lugansk. Il rappresentante della Guardia nazionale ucraina, colonnello Nikolai Urshalovich, lo ha confermato sul canale Rbc Ucraina. La ricostituita unità di guerra «ha cominciato le sue missioni di combattimento nell’area della foresta di Serebrianka», ha detto il colonnello. E ha aggiunto che i combattenti dell’Azov «mantengono brillantemente le loro linee e infliggono pesanti perdite al nemico in termini di uomini e di mezzi». Durante l’assedio di Mariupol il reggimento giocò un ruolo di primo piano nella difesa della città e mantenne la posizione nell’acciaieria di Azovstal per due mesi. L’assedio terminò quando un numero significativo di combattenti del reggimento, incluso il suo comandante, Denys Prokopenko, originario della Carelia e di etnia finnica, soprannominato Redis (ravanello), si arrese alle forze russe su ordine dell’alto comando ucraino. A settembre, i sopravvissuti all’inferno dell’Azovstal, compreso il comandante dell’Azov Prokopenko, sono stati inviati in Turchia come parte di uno scambio di prigionieri di guerra. Sarebbero dovuti rimanere lì fino alla fine della guerra, ma dopo 300 giorni (alcuni dei quali passati in una prigione russa e il resto in Turchia) cinque comandanti dell’Azov sono rientrati in ucraina a luglio insieme al presidente Volodymyr Zelensky dopo una visita ad Ankara. «Torniamo dalla Turchia e riportiamo a casa i nostri eroi», affermò Zelensky. La Russia accusò sia Kiev che Ankara di aver violato i termini dell’accordo. Prokopenko ha incontrato i combattenti del reggimento a metà luglio e l’ufficio stampa dell’Azov aveva fatto sapere che il battaglione sarebbe «tornato ai suoi doveri all’interno del reggimento». Si tratta di una brigata d’assalto, formazione della Guardia nazionale, con sede a Mariupol, nella regione costiera del Mar d’Azov, da cui deriva il suo nome. È stato fondato da paramilitari volontari nel maggio 2014 sotto il nome di Battaglione Azov, poi incorporato nella Guardia nazionale e ribattezzato Distaccamento operazioni speciali Azov, tra le polemiche sulla sua contiguità con gruppi di estrema destra e per la simbologia neo nazista. La dimensione del reggimento era stimata sui 2.500 combattenti nel 2017 e sui 900 nel 2022. La maggior parte dei volontari è di lingua russa e proviene da regioni ucraine di lingua russa. Sempre ieri un tribunale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) filorussa, riportano i media locali, ha condannato due prigionieri ex soldati del battaglione Azov a 24 anni di carcere. Pavlo Artemenko e Anton Romaniuk sono stati accusati di aver «bombardato edifici residenziali della Dpr durante la ritirata della primavera del 2022».
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L’Ucraina ammette che non sarà in grado di difendersi con i caccia dopo l’estate a causa dei ritardi nell’addestramento dei piloti. La mancata fornitura rivela invece un freno del sostegno occidentale. Intanto, l’India ribadisce l’esclusione di Zelensky dal G20.Dopo la cattura a Mariupol e la liberazione, il battaglione Azov è dispiegato ora nel Lugansk.Lo speciale contiene due articoli.«È ovvio già ora che non saremo in grado di difendere l’Ucraina con gli F-16 questo autunno-inverno», ha ammesso ieri il portavoce dell’Aeronautica militare ucraina Yurii Ihnat. La versione ufficiale propagandata da Kiev punta su presunti ritardi nell’avvio della formazione dei piloti. Anche questa possibilità, però, sembra molto remota. È lo stesso Ihnat ad affermare che solo «nel prossimo futuro» i piloti ucraini «riceveranno addestramento all’interno dei Paesi membri della coalizione» Nato. Anche perché, sostiene, «speranze significative sono state riposte su questo velivolo». Kiev, però, probabilmente ha puntato sul cavallo sbagliato. Anche perché le dichiarazioni del portavoce dell’Aeronautica sembrano stridere con quelle del ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba: «Una volta che l’addestramento sarà terminato penso che i piloti ucraini torneranno e i jet arriveranno con loro». In realtà pare che l’addestramento non sia proprio cominciato. E non è detto che ci sarà. La mossa di Kuleba sembra un tentativo di rassicurare i suoi: «Lo dico in modo diplomatico, penso ci saranno presto buone notizie». Stando alla narrazione di Kuleba, in settimana il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe tenuto colloqui e riunioni «su base quotidiana» per spingere sulla fornitura dei jet. In realtà, Stanley Brown, vicesegretario degli Affari militari del Dipartimento di Stato Usa, aveva già annunciato che ci sarebbero voluti mesi per sbloccare le procedure formali che avrebbero portato alle consegne. Stando alla versione statunitense le pratiche legate all’addestramento sono nelle mani di Danimarca e Olanda. Ma in realtà sembra che l’aria stia cambiando e che gli Usa si siano resi conto che non è il caso di continuare a sostenere in modo massiccio Kiev.D’altra parte, la mancata fornitura degli F-16 sembra essere un segnale preciso. Anche perché comincia ad affacciarsi in modo sempre più costante l’idea di un armistizio. Ieri anche la Repubblica ha sostenuto che «l’unica opzione teoricamente praticabile è quella di un cessate il fuoco sul modello coreano, che congeli le ostilità senza la rinuncia formale dell’Ucraina alla riconquista delle regioni invase». Nessuno, insomma, ritiene possibile continuare a oltranza la guerra contro Mosca. Un cambio di passo. Da Kiev sembrano comunque determinati ad andare avanti. Ieri hanno denunciato che le forze d’occupazione hanno portato illegalmente in Russia altri 450 bambini dall’Ucraina. Oleksiy Danilov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e influente collaboratore del presidente Zelensky, poi, ha dichiarato a Repubblica che gli ucraini non si fermeranno e che dai partner occidentali non ci sono state pressioni per un negoziato. Durante una conferenza in Norvegia, però, Stian Jenssen, capo staff del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, aveva ipotizzato uno scambio tra la rinuncia ai territori occupati e l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica, confermando così le voci sui tentativi di trovare una soluzione al conflitto. Jenssen, successivamente, si è scusato, ma non ha corretto il tiro: «Non avrei dovuto dirlo in quel modo. È stato un errore». E ha spiegato che il suo discorso «faceva parte di una discussione più ampia sui possibili scenari futuri in Ucraina». Appunto, trovare una soluzione. Un’idea che serpeggia anche in Francia. Ieri l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro: «Abbiamo rifiutato l’adesione di Ucraina e Georgia alla Nato, nonostante le forti pressioni americane. Non volevamo che Vladimir Putin scivolasse nella paranoia anti occidentale che è stata a lungo la tentazione dei leader russi. Il complesso di accerchiamento del Cremlino è una vecchia storia. Putin ha sbagliato. Quello che ha fatto è grave e si traduce in un fallimento. Ma una volta che l’hai detto, devi andare avanti e trovare una via d’uscita». Da Mosca il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha subito twittato: «Come ho detto in diverse occasioni, i politici europei del passato avevano una levatura maggiore di quelli odierni. Sarkozy, per esempio, che ha contribuito a risolvere il conflitto con la Georgia nel 2008 e non ha perso il suo buon senso». Medvedev ha sottolineato che l’ex presidente francese «ha detto che la Crimea è una parte storica della Russia e che l’Ucraina non ha posto nell’Ue. Dichiarazioni audaci e accurate. Si sente la differenza. Non è come pianificare invasioni incompetenti in Africa o fornire missili ai nazisti a Kiev». Ovviamente una risposta ucraina non poteva mancare. Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha subito accusato in modo pesante Sarkozy di portare avanti «una logica criminale» e di giustificare «le guerre d’aggressione della Russia». Prese di posizione che stanno contribuendo non poco all’isolamento di Kiev, esclusa dal G20 in programma il mese prossimo in India. Ieri dal ministero degli Esteri ucraino hanno fatto sapere di essere al lavoro per partecipare. Ma il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha confermato che l’Ucraina non è stata invitata. E sempre sul fronte diplomatico, Putin e il presidente iraniano Ebrahim Raisi, durante un colloquio telefonico, hanno discusso «la cooperazione negli affari internazionali», compresa l’aspirazione di Teheran di entrare nel gruppo di Paesi del Brics. Mentre la Bielorussia ha fatto sapere che «aiuterà sempre la Russia» ma se gli ucraini, ha spiegato il presidente Aleskandr Lukashenko, non varcheranno i confini bielorussi Minsk non entrerà in guerra contro Kiev.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-f-16-zelensky-2664015849.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-battaglione-azov-torna-al-fronte-gia-inflitte-perdite-al-nemico" data-post-id="2664015849" data-published-at="1692304883" data-use-pagination="False"> Il battaglione Azov torna al fronte: «Già inflitte perdite al nemico» Con la foto di un veicolo da combattimento dell’esercito russo distrutto pubblicata sul canale Telegram, il battaglione Azov ha dimostrato di essere tornato in campo. E fa sapere: «Stiamo lavorando in direzione Zaporizhzhia». Il reggimento speciale è stato ricostituito ed è di nuovo operativo nella regione di Lugansk. Il rappresentante della Guardia nazionale ucraina, colonnello Nikolai Urshalovich, lo ha confermato sul canale Rbc Ucraina. La ricostituita unità di guerra «ha cominciato le sue missioni di combattimento nell’area della foresta di Serebrianka», ha detto il colonnello. E ha aggiunto che i combattenti dell’Azov «mantengono brillantemente le loro linee e infliggono pesanti perdite al nemico in termini di uomini e di mezzi». Durante l’assedio di Mariupol il reggimento giocò un ruolo di primo piano nella difesa della città e mantenne la posizione nell’acciaieria di Azovstal per due mesi. L’assedio terminò quando un numero significativo di combattenti del reggimento, incluso il suo comandante, Denys Prokopenko, originario della Carelia e di etnia finnica, soprannominato Redis (ravanello), si arrese alle forze russe su ordine dell’alto comando ucraino. A settembre, i sopravvissuti all’inferno dell’Azovstal, compreso il comandante dell’Azov Prokopenko, sono stati inviati in Turchia come parte di uno scambio di prigionieri di guerra. Sarebbero dovuti rimanere lì fino alla fine della guerra, ma dopo 300 giorni (alcuni dei quali passati in una prigione russa e il resto in Turchia) cinque comandanti dell’Azov sono rientrati in ucraina a luglio insieme al presidente Volodymyr Zelensky dopo una visita ad Ankara. «Torniamo dalla Turchia e riportiamo a casa i nostri eroi», affermò Zelensky. La Russia accusò sia Kiev che Ankara di aver violato i termini dell’accordo. Prokopenko ha incontrato i combattenti del reggimento a metà luglio e l’ufficio stampa dell’Azov aveva fatto sapere che il battaglione sarebbe «tornato ai suoi doveri all’interno del reggimento». Si tratta di una brigata d’assalto, formazione della Guardia nazionale, con sede a Mariupol, nella regione costiera del Mar d’Azov, da cui deriva il suo nome. È stato fondato da paramilitari volontari nel maggio 2014 sotto il nome di Battaglione Azov, poi incorporato nella Guardia nazionale e ribattezzato Distaccamento operazioni speciali Azov, tra le polemiche sulla sua contiguità con gruppi di estrema destra e per la simbologia neo nazista. La dimensione del reggimento era stimata sui 2.500 combattenti nel 2017 e sui 900 nel 2022. La maggior parte dei volontari è di lingua russa e proviene da regioni ucraine di lingua russa. Sempre ieri un tribunale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) filorussa, riportano i media locali, ha condannato due prigionieri ex soldati del battaglione Azov a 24 anni di carcere. Pavlo Artemenko e Anton Romaniuk sono stati accusati di aver «bombardato edifici residenziali della Dpr durante la ritirata della primavera del 2022».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.