True
2023-08-18
Gli alleati tentennano: Kiev resta senza F-16
General Dynamics F-16 «Fighting falcon» (Ansa)
«È ovvio già ora che non saremo in grado di difendere l’Ucraina con gli F-16 questo autunno-inverno», ha ammesso ieri il portavoce dell’Aeronautica militare ucraina Yurii Ihnat. La versione ufficiale propagandata da Kiev punta su presunti ritardi nell’avvio della formazione dei piloti. Anche questa possibilità, però, sembra molto remota. È lo stesso Ihnat ad affermare che solo «nel prossimo futuro» i piloti ucraini «riceveranno addestramento all’interno dei Paesi membri della coalizione» Nato. Anche perché, sostiene, «speranze significative sono state riposte su questo velivolo». Kiev, però, probabilmente ha puntato sul cavallo sbagliato. Anche perché le dichiarazioni del portavoce dell’Aeronautica sembrano stridere con quelle del ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba: «Una volta che l’addestramento sarà terminato penso che i piloti ucraini torneranno e i jet arriveranno con loro». In realtà pare che l’addestramento non sia proprio cominciato. E non è detto che ci sarà. La mossa di Kuleba sembra un tentativo di rassicurare i suoi: «Lo dico in modo diplomatico, penso ci saranno presto buone notizie». Stando alla narrazione di Kuleba, in settimana il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe tenuto colloqui e riunioni «su base quotidiana» per spingere sulla fornitura dei jet. In realtà, Stanley Brown, vicesegretario degli Affari militari del Dipartimento di Stato Usa, aveva già annunciato che ci sarebbero voluti mesi per sbloccare le procedure formali che avrebbero portato alle consegne. Stando alla versione statunitense le pratiche legate all’addestramento sono nelle mani di Danimarca e Olanda. Ma in realtà sembra che l’aria stia cambiando e che gli Usa si siano resi conto che non è il caso di continuare a sostenere in modo massiccio Kiev.
D’altra parte, la mancata fornitura degli F-16 sembra essere un segnale preciso. Anche perché comincia ad affacciarsi in modo sempre più costante l’idea di un armistizio. Ieri anche la Repubblica ha sostenuto che «l’unica opzione teoricamente praticabile è quella di un cessate il fuoco sul modello coreano, che congeli le ostilità senza la rinuncia formale dell’Ucraina alla riconquista delle regioni invase». Nessuno, insomma, ritiene possibile continuare a oltranza la guerra contro Mosca. Un cambio di passo. Da Kiev sembrano comunque determinati ad andare avanti. Ieri hanno denunciato che le forze d’occupazione hanno portato illegalmente in Russia altri 450 bambini dall’Ucraina. Oleksiy Danilov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e influente collaboratore del presidente Zelensky, poi, ha dichiarato a Repubblica che gli ucraini non si fermeranno e che dai partner occidentali non ci sono state pressioni per un negoziato. Durante una conferenza in Norvegia, però, Stian Jenssen, capo staff del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, aveva ipotizzato uno scambio tra la rinuncia ai territori occupati e l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica, confermando così le voci sui tentativi di trovare una soluzione al conflitto. Jenssen, successivamente, si è scusato, ma non ha corretto il tiro: «Non avrei dovuto dirlo in quel modo. È stato un errore». E ha spiegato che il suo discorso «faceva parte di una discussione più ampia sui possibili scenari futuri in Ucraina». Appunto, trovare una soluzione. Un’idea che serpeggia anche in Francia. Ieri l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro: «Abbiamo rifiutato l’adesione di Ucraina e Georgia alla Nato, nonostante le forti pressioni americane. Non volevamo che Vladimir Putin scivolasse nella paranoia anti occidentale che è stata a lungo la tentazione dei leader russi. Il complesso di accerchiamento del Cremlino è una vecchia storia. Putin ha sbagliato. Quello che ha fatto è grave e si traduce in un fallimento. Ma una volta che l’hai detto, devi andare avanti e trovare una via d’uscita». Da Mosca il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha subito twittato: «Come ho detto in diverse occasioni, i politici europei del passato avevano una levatura maggiore di quelli odierni. Sarkozy, per esempio, che ha contribuito a risolvere il conflitto con la Georgia nel 2008 e non ha perso il suo buon senso». Medvedev ha sottolineato che l’ex presidente francese «ha detto che la Crimea è una parte storica della Russia e che l’Ucraina non ha posto nell’Ue. Dichiarazioni audaci e accurate. Si sente la differenza. Non è come pianificare invasioni incompetenti in Africa o fornire missili ai nazisti a Kiev». Ovviamente una risposta ucraina non poteva mancare.
Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha subito accusato in modo pesante Sarkozy di portare avanti «una logica criminale» e di giustificare «le guerre d’aggressione della Russia». Prese di posizione che stanno contribuendo non poco all’isolamento di Kiev, esclusa dal G20 in programma il mese prossimo in India. Ieri dal ministero degli Esteri ucraino hanno fatto sapere di essere al lavoro per partecipare. Ma il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha confermato che l’Ucraina non è stata invitata. E sempre sul fronte diplomatico, Putin e il presidente iraniano Ebrahim Raisi, durante un colloquio telefonico, hanno discusso «la cooperazione negli affari internazionali», compresa l’aspirazione di Teheran di entrare nel gruppo di Paesi del Brics. Mentre la Bielorussia ha fatto sapere che «aiuterà sempre la Russia» ma se gli ucraini, ha spiegato il presidente Aleskandr Lukashenko, non varcheranno i confini bielorussi Minsk non entrerà in guerra contro Kiev.
Il battaglione Azov torna al fronte: «Già inflitte perdite al nemico»
Con la foto di un veicolo da combattimento dell’esercito russo distrutto pubblicata sul canale Telegram, il battaglione Azov ha dimostrato di essere tornato in campo. E fa sapere: «Stiamo lavorando in direzione Zaporizhzhia». Il reggimento speciale è stato ricostituito ed è di nuovo operativo nella regione di Lugansk. Il rappresentante della Guardia nazionale ucraina, colonnello Nikolai Urshalovich, lo ha confermato sul canale Rbc Ucraina. La ricostituita unità di guerra «ha cominciato le sue missioni di combattimento nell’area della foresta di Serebrianka», ha detto il colonnello. E ha aggiunto che i combattenti dell’Azov «mantengono brillantemente le loro linee e infliggono pesanti perdite al nemico in termini di uomini e di mezzi». Durante l’assedio di Mariupol il reggimento giocò un ruolo di primo piano nella difesa della città e mantenne la posizione nell’acciaieria di Azovstal per due mesi. L’assedio terminò quando un numero significativo di combattenti del reggimento, incluso il suo comandante, Denys Prokopenko, originario della Carelia e di etnia finnica, soprannominato Redis (ravanello), si arrese alle forze russe su ordine dell’alto comando ucraino. A settembre, i sopravvissuti all’inferno dell’Azovstal, compreso il comandante dell’Azov Prokopenko, sono stati inviati in Turchia come parte di uno scambio di prigionieri di guerra. Sarebbero dovuti rimanere lì fino alla fine della guerra, ma dopo 300 giorni (alcuni dei quali passati in una prigione russa e il resto in Turchia) cinque comandanti dell’Azov sono rientrati in ucraina a luglio insieme al presidente Volodymyr Zelensky dopo una visita ad Ankara. «Torniamo dalla Turchia e riportiamo a casa i nostri eroi», affermò Zelensky. La Russia accusò sia Kiev che Ankara di aver violato i termini dell’accordo. Prokopenko ha incontrato i combattenti del reggimento a metà luglio e l’ufficio stampa dell’Azov aveva fatto sapere che il battaglione sarebbe «tornato ai suoi doveri all’interno del reggimento». Si tratta di una brigata d’assalto, formazione della Guardia nazionale, con sede a Mariupol, nella regione costiera del Mar d’Azov, da cui deriva il suo nome. È stato fondato da paramilitari volontari nel maggio 2014 sotto il nome di Battaglione Azov, poi incorporato nella Guardia nazionale e ribattezzato Distaccamento operazioni speciali Azov, tra le polemiche sulla sua contiguità con gruppi di estrema destra e per la simbologia neo nazista. La dimensione del reggimento era stimata sui 2.500 combattenti nel 2017 e sui 900 nel 2022. La maggior parte dei volontari è di lingua russa e proviene da regioni ucraine di lingua russa. Sempre ieri un tribunale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) filorussa, riportano i media locali, ha condannato due prigionieri ex soldati del battaglione Azov a 24 anni di carcere. Pavlo Artemenko e Anton Romaniuk sono stati accusati di aver «bombardato edifici residenziali della Dpr durante la ritirata della primavera del 2022».
Continua a leggereRiduci
L’Ucraina ammette che non sarà in grado di difendersi con i caccia dopo l’estate a causa dei ritardi nell’addestramento dei piloti. La mancata fornitura rivela invece un freno del sostegno occidentale. Intanto, l’India ribadisce l’esclusione di Zelensky dal G20.Dopo la cattura a Mariupol e la liberazione, il battaglione Azov è dispiegato ora nel Lugansk.Lo speciale contiene due articoli.«È ovvio già ora che non saremo in grado di difendere l’Ucraina con gli F-16 questo autunno-inverno», ha ammesso ieri il portavoce dell’Aeronautica militare ucraina Yurii Ihnat. La versione ufficiale propagandata da Kiev punta su presunti ritardi nell’avvio della formazione dei piloti. Anche questa possibilità, però, sembra molto remota. È lo stesso Ihnat ad affermare che solo «nel prossimo futuro» i piloti ucraini «riceveranno addestramento all’interno dei Paesi membri della coalizione» Nato. Anche perché, sostiene, «speranze significative sono state riposte su questo velivolo». Kiev, però, probabilmente ha puntato sul cavallo sbagliato. Anche perché le dichiarazioni del portavoce dell’Aeronautica sembrano stridere con quelle del ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba: «Una volta che l’addestramento sarà terminato penso che i piloti ucraini torneranno e i jet arriveranno con loro». In realtà pare che l’addestramento non sia proprio cominciato. E non è detto che ci sarà. La mossa di Kuleba sembra un tentativo di rassicurare i suoi: «Lo dico in modo diplomatico, penso ci saranno presto buone notizie». Stando alla narrazione di Kuleba, in settimana il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe tenuto colloqui e riunioni «su base quotidiana» per spingere sulla fornitura dei jet. In realtà, Stanley Brown, vicesegretario degli Affari militari del Dipartimento di Stato Usa, aveva già annunciato che ci sarebbero voluti mesi per sbloccare le procedure formali che avrebbero portato alle consegne. Stando alla versione statunitense le pratiche legate all’addestramento sono nelle mani di Danimarca e Olanda. Ma in realtà sembra che l’aria stia cambiando e che gli Usa si siano resi conto che non è il caso di continuare a sostenere in modo massiccio Kiev.D’altra parte, la mancata fornitura degli F-16 sembra essere un segnale preciso. Anche perché comincia ad affacciarsi in modo sempre più costante l’idea di un armistizio. Ieri anche la Repubblica ha sostenuto che «l’unica opzione teoricamente praticabile è quella di un cessate il fuoco sul modello coreano, che congeli le ostilità senza la rinuncia formale dell’Ucraina alla riconquista delle regioni invase». Nessuno, insomma, ritiene possibile continuare a oltranza la guerra contro Mosca. Un cambio di passo. Da Kiev sembrano comunque determinati ad andare avanti. Ieri hanno denunciato che le forze d’occupazione hanno portato illegalmente in Russia altri 450 bambini dall’Ucraina. Oleksiy Danilov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e influente collaboratore del presidente Zelensky, poi, ha dichiarato a Repubblica che gli ucraini non si fermeranno e che dai partner occidentali non ci sono state pressioni per un negoziato. Durante una conferenza in Norvegia, però, Stian Jenssen, capo staff del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, aveva ipotizzato uno scambio tra la rinuncia ai territori occupati e l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica, confermando così le voci sui tentativi di trovare una soluzione al conflitto. Jenssen, successivamente, si è scusato, ma non ha corretto il tiro: «Non avrei dovuto dirlo in quel modo. È stato un errore». E ha spiegato che il suo discorso «faceva parte di una discussione più ampia sui possibili scenari futuri in Ucraina». Appunto, trovare una soluzione. Un’idea che serpeggia anche in Francia. Ieri l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro: «Abbiamo rifiutato l’adesione di Ucraina e Georgia alla Nato, nonostante le forti pressioni americane. Non volevamo che Vladimir Putin scivolasse nella paranoia anti occidentale che è stata a lungo la tentazione dei leader russi. Il complesso di accerchiamento del Cremlino è una vecchia storia. Putin ha sbagliato. Quello che ha fatto è grave e si traduce in un fallimento. Ma una volta che l’hai detto, devi andare avanti e trovare una via d’uscita». Da Mosca il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha subito twittato: «Come ho detto in diverse occasioni, i politici europei del passato avevano una levatura maggiore di quelli odierni. Sarkozy, per esempio, che ha contribuito a risolvere il conflitto con la Georgia nel 2008 e non ha perso il suo buon senso». Medvedev ha sottolineato che l’ex presidente francese «ha detto che la Crimea è una parte storica della Russia e che l’Ucraina non ha posto nell’Ue. Dichiarazioni audaci e accurate. Si sente la differenza. Non è come pianificare invasioni incompetenti in Africa o fornire missili ai nazisti a Kiev». Ovviamente una risposta ucraina non poteva mancare. Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha subito accusato in modo pesante Sarkozy di portare avanti «una logica criminale» e di giustificare «le guerre d’aggressione della Russia». Prese di posizione che stanno contribuendo non poco all’isolamento di Kiev, esclusa dal G20 in programma il mese prossimo in India. Ieri dal ministero degli Esteri ucraino hanno fatto sapere di essere al lavoro per partecipare. Ma il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha confermato che l’Ucraina non è stata invitata. E sempre sul fronte diplomatico, Putin e il presidente iraniano Ebrahim Raisi, durante un colloquio telefonico, hanno discusso «la cooperazione negli affari internazionali», compresa l’aspirazione di Teheran di entrare nel gruppo di Paesi del Brics. Mentre la Bielorussia ha fatto sapere che «aiuterà sempre la Russia» ma se gli ucraini, ha spiegato il presidente Aleskandr Lukashenko, non varcheranno i confini bielorussi Minsk non entrerà in guerra contro Kiev.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-f-16-zelensky-2664015849.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-battaglione-azov-torna-al-fronte-gia-inflitte-perdite-al-nemico" data-post-id="2664015849" data-published-at="1692304883" data-use-pagination="False"> Il battaglione Azov torna al fronte: «Già inflitte perdite al nemico» Con la foto di un veicolo da combattimento dell’esercito russo distrutto pubblicata sul canale Telegram, il battaglione Azov ha dimostrato di essere tornato in campo. E fa sapere: «Stiamo lavorando in direzione Zaporizhzhia». Il reggimento speciale è stato ricostituito ed è di nuovo operativo nella regione di Lugansk. Il rappresentante della Guardia nazionale ucraina, colonnello Nikolai Urshalovich, lo ha confermato sul canale Rbc Ucraina. La ricostituita unità di guerra «ha cominciato le sue missioni di combattimento nell’area della foresta di Serebrianka», ha detto il colonnello. E ha aggiunto che i combattenti dell’Azov «mantengono brillantemente le loro linee e infliggono pesanti perdite al nemico in termini di uomini e di mezzi». Durante l’assedio di Mariupol il reggimento giocò un ruolo di primo piano nella difesa della città e mantenne la posizione nell’acciaieria di Azovstal per due mesi. L’assedio terminò quando un numero significativo di combattenti del reggimento, incluso il suo comandante, Denys Prokopenko, originario della Carelia e di etnia finnica, soprannominato Redis (ravanello), si arrese alle forze russe su ordine dell’alto comando ucraino. A settembre, i sopravvissuti all’inferno dell’Azovstal, compreso il comandante dell’Azov Prokopenko, sono stati inviati in Turchia come parte di uno scambio di prigionieri di guerra. Sarebbero dovuti rimanere lì fino alla fine della guerra, ma dopo 300 giorni (alcuni dei quali passati in una prigione russa e il resto in Turchia) cinque comandanti dell’Azov sono rientrati in ucraina a luglio insieme al presidente Volodymyr Zelensky dopo una visita ad Ankara. «Torniamo dalla Turchia e riportiamo a casa i nostri eroi», affermò Zelensky. La Russia accusò sia Kiev che Ankara di aver violato i termini dell’accordo. Prokopenko ha incontrato i combattenti del reggimento a metà luglio e l’ufficio stampa dell’Azov aveva fatto sapere che il battaglione sarebbe «tornato ai suoi doveri all’interno del reggimento». Si tratta di una brigata d’assalto, formazione della Guardia nazionale, con sede a Mariupol, nella regione costiera del Mar d’Azov, da cui deriva il suo nome. È stato fondato da paramilitari volontari nel maggio 2014 sotto il nome di Battaglione Azov, poi incorporato nella Guardia nazionale e ribattezzato Distaccamento operazioni speciali Azov, tra le polemiche sulla sua contiguità con gruppi di estrema destra e per la simbologia neo nazista. La dimensione del reggimento era stimata sui 2.500 combattenti nel 2017 e sui 900 nel 2022. La maggior parte dei volontari è di lingua russa e proviene da regioni ucraine di lingua russa. Sempre ieri un tribunale dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) filorussa, riportano i media locali, ha condannato due prigionieri ex soldati del battaglione Azov a 24 anni di carcere. Pavlo Artemenko e Anton Romaniuk sono stati accusati di aver «bombardato edifici residenziali della Dpr durante la ritirata della primavera del 2022».
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.
Ettore Prandini (Imagoeconomica)
Presidente Prandini, allora è il Mercosur o è il Marcosur?
«Non c’è alcun dubbio: è il Marcosur! La Germania è tornata a dettare legge in Europa e Ursula von der Leyen esegue pedissequamente gli ordini e tutela gli interessi di Berlino. I tedeschi hanno una loro idea dello sviluppo dell’Europa, vogliono dettare le loro regole a tutti. Un esempio incontrovertibile è che la Germania non vuole la reciprocità, non la vuole su ciò che esporta e nell’accordo del Mercosur non c’è la reciprocità, senza la quale quell’accordo diventa un boomerang per le imprese agricole, ma io credo anche per molte altre imprese europee e soprattutto per i cittadini. Speriamo in un sussulto del Parlamento che ponga freno a questa deriva e si renda conto che viene esautorato».
A darle ragione c’è il ricorso che la Polonia vuole presentare e le mozioni di sfiducia dei francesi contro la Von der Leyen che vuole evitare la ratifica dall’Eurocamera. Vede un deficit di democrazia e di democrazia alimentare in Europa?
«Sulla democrazia alimentare ci siamo spesi con ogni forza: senza sovranità alimentare non c’è la possibilità di un accesso al cibo uguale per tutti, ma quanto sta accadendo sull’accordo è paradossale. Il Parlamento, che è il livello più alto di democrazia in Europa, viene esautorato da un organismo come la Commissione che non è eletto direttamente. La presidente ha eroso la centralità del Parlamento e impone con una estremizzazione dei suoi comportamenti e il sostegno di una struttura burocratica cosa deve decidere l’Eurocamera. Per noi è inaccettabile».
In cosa risiede la «pericolosità» del Mercosur?
«È di tutta evidenza che già in queste ore si moltiplicano le pressioni per fare accordi con l’India, con il Vietnam secondo le convenienze della Germania e che l’agricoltura viene usata come merce di scambio. L’agricoltura in Europa ha perso la sua centralità a favore di altri interessi».
Sì, però vi hanno dato dei soldi in più…
«E dove sono questi soldi in più? Abbiamo semplicemente recuperato il taglio di 92 miliardi che la Von der Leyen aveva deciso. 45 miliardi sono contributi agricoli, gli altri li abbiamo recuperati facendo in modo che i fondi per lo sviluppo rurale vadano tutti alle aziende agricole. Ma non c’è stato dato un euro in più. E questo mentre tutto il mondo dagli Usa alla Cina sta triplicando gli investimenti in agricoltura, il che testimonia l’assoluta miopia della Von der Leyen. Grazie al nostro governo, all’impegno dei ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani e alla pressione esercitata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni siamo riusciti a recuperare un miliardo in più per l’Italia nella prossima Pac. Ma non c’entra nulla col Mercosur, non può essere una compensazione: senza reciprocità, senza clausole di salvaguardia quell’accordo resta deleterio».
Per quali ragioni?
«Se non si mette la reciprocità domani con l’India, piuttosto che con il Vietnam sarà lo stesso schema: per vendere ciò che interessa ad alcuni si penalizza l’agricoltura. E non mi convince chi dice che alcune filiere ne traggono vantaggio. Ci danno qualcosa da una parte per toglierci tutto il resto. Lo abbiamo già sperimentato col Ceta: la filiera cerealicola è in ginocchio e i canadesi fanno arrivare il grano senza condizioni, succederà così anche col Mercosur».
Ha a che fare col fatto che la nostra è un’agricoltura polifunzionale?
«Anche, ma il tema è un altro: è la reciprocità. Come posso stare sul mercato se è consentito importare in Europa prodotti coltivati con fertilizzanti, diserbanti, fitofarmaci vietatissimi da noi? Com’è possibile far entrare merce che viene coltivata con standard ambientali, di benessere animale ed etici distantissimi dai nostri? Se i vincoli europei fossero applicati a un’azienda agricola del Mercosur fallirebbe in un giorno. Lo sanno a Bruxelles che lì possono andare in farmacia senza nessun vincolo a comprare antibiotici e ormoni che accelerano l’accrescimento degli animali, sostanze che da noi sono giustamente vietatissime e che però i consumatori si ritrovano nel piatto? Come si difende la filiera della carne rossa, del pollame da questo attacco? E come tutelo la filiera del riso se sfruttando i bambini, perché pesano meno e non distruggono le piante, si usano per spargere veleni chimici sulle coltivazioni? È di questo che stiamo parlando. Poi mi dicono, ma il vino ha vantaggio e mi raccontano che col Mercosur si mitiga l’italian sounding. A parte che è tutto da vedere, ma una volta azzerata l’agricoltura che ce ne facciamo? Il sistema agroalimentare produce la prima voce di esportazione dell’Europa e proprio questo sistema è messo a rischio e usato come merce di scambio. È incomprensibile».
Ci saranno i controlli?
«Siamo convinti che i brasiliani faranno andare gli europei a controllare le loro produzioni? Se mi dite dove danno questo film di fantascienza lo vado a vedere. È per questo che noi insistiamo per avere in Italia l’autorità delle dogane europee. Siamo il Paese all’avanguardia nei controlli sanitari e di qualità. Siamo in un continente che oggi controlla appena il 3% delle merci che importa! Meglio di noi fa anche l’Africa. E qui sta un altro paradosso: loro continueranno a fare controlli severissimi sulle nostre merci che importano, come hanno sempre fatto per costituire un’artificiosa barriera doganale».
Voi andate a protestare a Strasburgo, siete sicuri che la gente vi segua?
«Sì e lo vediamo tutti i giorni: i cittadini ci chiedono controlli sulla qualità e la salubrità dei prodotti. Appena ieri il ministro della Sanità ha posto il problema della sostenibilità del sistema di assistenza e cura. Sappiamo tutti che è da ciò che mangiamo che inizia e si rafforza la tutela della nostra salute. E tutti sanno che i prodotti della nostra agricoltura sono i più sani e i più controllati. Quando ci battiamo per le nostre aziende agricole ci battiamo anche per la salute dei cittadini. E gli italiani lo sanno».
Continua a leggereRiduci