True
2023-09-17
Kadyrov peggiora e Putin adesso trema: la polveriera cecena rischia di riesplodere
Ramzan Kadyrov (Ansa)
Continuano a rincorrersi le notizie sulle gravi condizioni di salute del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Secondo i servizi segreti occidentali il «macellaio di Grozny» è in coma, prossimo alla morte.
Un quadro verosimile, considerato che il fedelissimo di Vladimir Putin lotta contro una malattia ai reni da anni, aggravata dal vizio dell’alcol, contro la quale non sono servite né le cure ricevute in Russia, né quelle negli Emirati arabi. Kadyrov (46 anni) è insomma un condannato in attesa della sua fine. Per la quale ha pagato per primo il suo medico personale, Elkhan Suleimanov: secondo la Bild, infatti, il dottore è stato sepolto vivo, incolpato del forte deterioramento della salute del suo paziente e sospettato di aver cercato di avvelenarlo.
Ma la morte di Kadyrov sarà un cruccio anche per il presidente russo: il vuoto di potere lasciato dal dittatore ceceno potrà infatti causare il caos non solo nelle sue milizie, che combattono a fianco di Mosca in Ucraina, bensì in tutta l’area del Caucaso, tormentata fino al 2009 da conflitti e instabilità. Per capire l’importanza di Kadyrov e del suo regime islamico, bisogna tener presente la storia della Repubblica cecena: dopo la dissoluzione dell’Urss, la sua popolazione, prevalentemente musulmana, ha cercato di divenire indipendente dalla Russia, senza successo. Kadyrov, da nemico giurato di Mosca, alla fine delle seconda guerra cecena divenne il presidente della regione per mano di Putin, di cui divenne fedele alleato. Da allora le carriere dei due leader sono legate a doppio filo: lo zar può contare sul presidente ceceno per tenere a bada la repubblica ribelle e controllare l’intero Caucaso settentrionale, mentre Kadyrov mantiene il potere, amministra la Cecenia come un feudo personale, e gode di un’enorme ricchezza.
Personaggio controverso, spietato uomo della guerra, il ceceno è quindi per il Cremlino una garanzia di stabilità della zona, in cui ribolle il fondamentalismo islamico e le relative cellule terroristiche, rimaste sotto la cenere dopo anni di attentati sanguinosi in Russia (basti pensare all’attacco delle «vedove nere» al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002, in cui persero la vita 129 civili, e la strage alla scuola di Beslan del 2004, con 334 morti, oltre a diversi attacchi kamikaze in treni, metropolitane e aerei).
Senza Kadyrov, privo di eredi politici (come Putin) anche le sue milizie (i Kadyrovtsy) resteranno senza una figura di riferimento, nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Nella quale, più che la qualità dei combattenti ceceni, ha contribuito la quantità. A Euronews, Harold Chambers, analista del Caucaso settentrionale, aveva affermato che «i ceceni sono un sorta di esercito speciale di Vladimir Putin e Kadyrov che è un convinto sostenitore della guerra vuole ingraziarsi il favore del presidente russo». Esperti nelle operazioni di controinsurrezione in patria, hanno partecipato a combattimenti urbani a Mariupol, Sievierodonetsk e nel Donbass. Allo stesso tempo, la Russia ha utilizzato i ceceni fedeli al Cremlino per disciplinare e, secondo quanto riferito, persino giustiziare soldati dissenzienti, nonché per intimidire i civili in Ucraina. Spietati e implicati in torture, saccheggi, stupri e stragi di civili, la presenza dei miliziani ceceni sarebbe stata per molti esperti militari più che altro una grossa operazione di propaganda russa che ha mostrato, specie nei primi giorni del conflitto, l’arrivo in Ucraina «dei combattenti d’élite del Cremlino» al grido di «Allah akbar». Un grido che senza Kadyrov rischia di togliere il sonno a Putin.
Intanto, un altro timore prende forma a Washington: le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa verso l’Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace, avverte il Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia.
Novità anche sul fronte grano: l’Ucraina ha annunciato che due cargo stanno navigando nel Mar Nero in direzione dei suoi porti, per la prima volta dopo la scadenza, a luglio, dell’accordo con la Russia che permetteva di esportare le derrate ucraine malgrado l’invasione del Paese. Il ministro ucraino delle Infrastrutture, Oleksandr Kubrakov, ha spiegato che al «porto di Chernomorsk verranno caricate quasi 20.000 tonnellate di grano per l’Africa e l’Asia».
Le navi battono bandiera di Palau e i membri dell’equipaggio provengono da Turchia, Azerbaigian, Egitto e Ucraina. Lo stop delle esportazioni ucraine, dopo la scadenza dell’accordo con Putin, ha consolidato il dominio di Mosca sul mercato globale del grano, con l’inondazione del prodotto russo che ha dimezzato i prezzi del cereale. Allontanando, ancora una volta, le possibilità di un braccio di ferro senza compromessi con il Cremlino.
Iran, spari al corteo per Mahsa Amini
Proteste, scioperi, arresti. È stato tutt’altro che pacifico, in Iran, l’anniversario della scomparsa di Mahsa Amini, la giovane morta il 16 settembre dello scorso anno a seguito di tre giorni di coma dopo esser stata arrestata per aver indossato il velo in modo ritenuto allentato. Se infatti già nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano arrestato centinaia di persone in diverse regioni - accusandole di voler incitare la popolazione nell’anniversario della morte della Amini -, nella giornata di ieri la tensione è salita alle stelle.
A Teheran, dove sono apparsi graffiti e striscioni contro la Repubblica islamica, alcune fonti hanno riferito di spari da parte della polizia sui manifestanti radunati attorno a Piazza Azadi e sette prigioniere politiche hanno inscenato una protesta nel carcere di Evin. Molti negozi sono rimasti chiusi a Baneh, Kamyaran, Divandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui Mahsa era originaria, e gli arresti non si sono certo fermati. Basti dire che in mattinata è stato fermato perfino Amjad Amini, il padre della giovane commemorata, il quale dopo le proteste degli scorsi giorni era stato messo sotto sorveglianza con la richiesta di non partecipare ad alcuna cerimonia in memoria della figlia; le stesse strade che, dalla casa della famiglia, conducono verso il cimitero di Aichi - dov’è sepolta la ragazza - da qualche giorno risultavano «altamente militarizzate» allo scopo di scoraggiare ogni manifestazione, con anche gli alberghi chiusi ad ogni ospite esterno.
A quello che a molti era parso come un tentativo d’intimidazione da parte del regime, la famiglia di Masha aveva risposto col seguente comunicato: «Come ogni famiglia in lutto, noi, la famiglia Amini, ci riuniremo presso la tomba della nostra amata figlia Jina (Mahsa) Amini, nell’anniversario della sua morte, e stiamo celebrando cerimonie commemorative tradizionali e religiose». Di conseguenza, non appena l’uomo ha lasciato la sua abitazione, a Saqez, è stato arrestato; a leggere alcune ricostruzioni sarebbe praticamente stato prelevato sulla porta. Poche ore dopo è però stato rilasciato e ora sarebbe ai domiciliari.
L’intera vicenda è stata così riferita dalla Ong Iran human rights, con sede a Oslo, secondo la quale il padre di Masha «è stato arrestato questa mattina mentre lasciava la sua casa» e lì «è tornato poche ore dopo». Sempre secondo la Ong, Amjad Amini era già stato convocato per essere interrogato da varie agenzie di sicurezza almeno quattro volte nelle ultime settimane, e anche altri due membri della stati arrestati martedì scorso durante un raid delle forze di intelligence a Saqqez e sarebbero tutt’ora detenuti. Evidentemente nel regime guidato dal presidente Ebrahim Raisi è ancora viva ben la memoria dello scorso anno, quando le proteste furono furiose e furiosa fu soprattutto la repressione, tanto che, secondo l’agenzia dei diritti umani iraniani Hrana, vi furono 20.000 arresti e persero la vita 551 persone.
Di quegli eventi Mahsa Amini è divenuta poi il simbolo, e certamente a Teheran erano - e sono - molto forti i timori di una riproposizione degli stessi. Di qui le rigidissime misure di sicurezza, arrivate all’installazione di telecamere sul cimitero dov’è sepolta la giovane e, come si già diceva, all’arresto di suo padre. Un evento, quest’ultimo, che per quanto temporaneo ha colpito molto l’opinione pubblica internazionale, a partire dai dissidenti del regime rifugiati all’estero. Come il pianista Ramin Bahrami, esule in Germania, che ad Adnkronos si è detto «profondamente rattristato per l’accaduto». Secondo Bahrami, ciò che è avvenuto è di assoluta gravità ma «purtroppo non cambierà nulla» ai vertici della Repubblica islamica.
Continua a leggereRiduci
Senza leader, l’area musulmana finirà nel caos. Sepolto vivo il suo medico. Gli Usa: «Pericolo furto delle armi per l’Ucraina».Iran, spari al corteo per Mahsa Amini. Arrestato il padre della ragazza a un anno dalla sua morte, mentre in piazza tornano le proteste contro il regime islamico. La polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti.Lo speciale contiene due articoli.Continuano a rincorrersi le notizie sulle gravi condizioni di salute del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Secondo i servizi segreti occidentali il «macellaio di Grozny» è in coma, prossimo alla morte. Un quadro verosimile, considerato che il fedelissimo di Vladimir Putin lotta contro una malattia ai reni da anni, aggravata dal vizio dell’alcol, contro la quale non sono servite né le cure ricevute in Russia, né quelle negli Emirati arabi. Kadyrov (46 anni) è insomma un condannato in attesa della sua fine. Per la quale ha pagato per primo il suo medico personale, Elkhan Suleimanov: secondo la Bild, infatti, il dottore è stato sepolto vivo, incolpato del forte deterioramento della salute del suo paziente e sospettato di aver cercato di avvelenarlo. Ma la morte di Kadyrov sarà un cruccio anche per il presidente russo: il vuoto di potere lasciato dal dittatore ceceno potrà infatti causare il caos non solo nelle sue milizie, che combattono a fianco di Mosca in Ucraina, bensì in tutta l’area del Caucaso, tormentata fino al 2009 da conflitti e instabilità. Per capire l’importanza di Kadyrov e del suo regime islamico, bisogna tener presente la storia della Repubblica cecena: dopo la dissoluzione dell’Urss, la sua popolazione, prevalentemente musulmana, ha cercato di divenire indipendente dalla Russia, senza successo. Kadyrov, da nemico giurato di Mosca, alla fine delle seconda guerra cecena divenne il presidente della regione per mano di Putin, di cui divenne fedele alleato. Da allora le carriere dei due leader sono legate a doppio filo: lo zar può contare sul presidente ceceno per tenere a bada la repubblica ribelle e controllare l’intero Caucaso settentrionale, mentre Kadyrov mantiene il potere, amministra la Cecenia come un feudo personale, e gode di un’enorme ricchezza. Personaggio controverso, spietato uomo della guerra, il ceceno è quindi per il Cremlino una garanzia di stabilità della zona, in cui ribolle il fondamentalismo islamico e le relative cellule terroristiche, rimaste sotto la cenere dopo anni di attentati sanguinosi in Russia (basti pensare all’attacco delle «vedove nere» al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002, in cui persero la vita 129 civili, e la strage alla scuola di Beslan del 2004, con 334 morti, oltre a diversi attacchi kamikaze in treni, metropolitane e aerei). Senza Kadyrov, privo di eredi politici (come Putin) anche le sue milizie (i Kadyrovtsy) resteranno senza una figura di riferimento, nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Nella quale, più che la qualità dei combattenti ceceni, ha contribuito la quantità. A Euronews, Harold Chambers, analista del Caucaso settentrionale, aveva affermato che «i ceceni sono un sorta di esercito speciale di Vladimir Putin e Kadyrov che è un convinto sostenitore della guerra vuole ingraziarsi il favore del presidente russo». Esperti nelle operazioni di controinsurrezione in patria, hanno partecipato a combattimenti urbani a Mariupol, Sievierodonetsk e nel Donbass. Allo stesso tempo, la Russia ha utilizzato i ceceni fedeli al Cremlino per disciplinare e, secondo quanto riferito, persino giustiziare soldati dissenzienti, nonché per intimidire i civili in Ucraina. Spietati e implicati in torture, saccheggi, stupri e stragi di civili, la presenza dei miliziani ceceni sarebbe stata per molti esperti militari più che altro una grossa operazione di propaganda russa che ha mostrato, specie nei primi giorni del conflitto, l’arrivo in Ucraina «dei combattenti d’élite del Cremlino» al grido di «Allah akbar». Un grido che senza Kadyrov rischia di togliere il sonno a Putin. Intanto, un altro timore prende forma a Washington: le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa verso l’Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace, avverte il Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia. Novità anche sul fronte grano: l’Ucraina ha annunciato che due cargo stanno navigando nel Mar Nero in direzione dei suoi porti, per la prima volta dopo la scadenza, a luglio, dell’accordo con la Russia che permetteva di esportare le derrate ucraine malgrado l’invasione del Paese. Il ministro ucraino delle Infrastrutture, Oleksandr Kubrakov, ha spiegato che al «porto di Chernomorsk verranno caricate quasi 20.000 tonnellate di grano per l’Africa e l’Asia».Le navi battono bandiera di Palau e i membri dell’equipaggio provengono da Turchia, Azerbaigian, Egitto e Ucraina. Lo stop delle esportazioni ucraine, dopo la scadenza dell’accordo con Putin, ha consolidato il dominio di Mosca sul mercato globale del grano, con l’inondazione del prodotto russo che ha dimezzato i prezzi del cereale. Allontanando, ancora una volta, le possibilità di un braccio di ferro senza compromessi con il Cremlino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kadyrov-peggiora-putin-trema-2665504303.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="iran-spari-al-corteo-per-mahsa-amini" data-post-id="2665504303" data-published-at="1694956821" data-use-pagination="False"> Iran, spari al corteo per Mahsa Amini Proteste, scioperi, arresti. È stato tutt’altro che pacifico, in Iran, l’anniversario della scomparsa di Mahsa Amini, la giovane morta il 16 settembre dello scorso anno a seguito di tre giorni di coma dopo esser stata arrestata per aver indossato il velo in modo ritenuto allentato. Se infatti già nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano arrestato centinaia di persone in diverse regioni - accusandole di voler incitare la popolazione nell’anniversario della morte della Amini -, nella giornata di ieri la tensione è salita alle stelle. A Teheran, dove sono apparsi graffiti e striscioni contro la Repubblica islamica, alcune fonti hanno riferito di spari da parte della polizia sui manifestanti radunati attorno a Piazza Azadi e sette prigioniere politiche hanno inscenato una protesta nel carcere di Evin. Molti negozi sono rimasti chiusi a Baneh, Kamyaran, Divandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui Mahsa era originaria, e gli arresti non si sono certo fermati. Basti dire che in mattinata è stato fermato perfino Amjad Amini, il padre della giovane commemorata, il quale dopo le proteste degli scorsi giorni era stato messo sotto sorveglianza con la richiesta di non partecipare ad alcuna cerimonia in memoria della figlia; le stesse strade che, dalla casa della famiglia, conducono verso il cimitero di Aichi - dov’è sepolta la ragazza - da qualche giorno risultavano «altamente militarizzate» allo scopo di scoraggiare ogni manifestazione, con anche gli alberghi chiusi ad ogni ospite esterno. A quello che a molti era parso come un tentativo d’intimidazione da parte del regime, la famiglia di Masha aveva risposto col seguente comunicato: «Come ogni famiglia in lutto, noi, la famiglia Amini, ci riuniremo presso la tomba della nostra amata figlia Jina (Mahsa) Amini, nell’anniversario della sua morte, e stiamo celebrando cerimonie commemorative tradizionali e religiose». Di conseguenza, non appena l’uomo ha lasciato la sua abitazione, a Saqez, è stato arrestato; a leggere alcune ricostruzioni sarebbe praticamente stato prelevato sulla porta. Poche ore dopo è però stato rilasciato e ora sarebbe ai domiciliari. L’intera vicenda è stata così riferita dalla Ong Iran human rights, con sede a Oslo, secondo la quale il padre di Masha «è stato arrestato questa mattina mentre lasciava la sua casa» e lì «è tornato poche ore dopo». Sempre secondo la Ong, Amjad Amini era già stato convocato per essere interrogato da varie agenzie di sicurezza almeno quattro volte nelle ultime settimane, e anche altri due membri della stati arrestati martedì scorso durante un raid delle forze di intelligence a Saqqez e sarebbero tutt’ora detenuti. Evidentemente nel regime guidato dal presidente Ebrahim Raisi è ancora viva ben la memoria dello scorso anno, quando le proteste furono furiose e furiosa fu soprattutto la repressione, tanto che, secondo l’agenzia dei diritti umani iraniani Hrana, vi furono 20.000 arresti e persero la vita 551 persone. Di quegli eventi Mahsa Amini è divenuta poi il simbolo, e certamente a Teheran erano - e sono - molto forti i timori di una riproposizione degli stessi. Di qui le rigidissime misure di sicurezza, arrivate all’installazione di telecamere sul cimitero dov’è sepolta la giovane e, come si già diceva, all’arresto di suo padre. Un evento, quest’ultimo, che per quanto temporaneo ha colpito molto l’opinione pubblica internazionale, a partire dai dissidenti del regime rifugiati all’estero. Come il pianista Ramin Bahrami, esule in Germania, che ad Adnkronos si è detto «profondamente rattristato per l’accaduto». Secondo Bahrami, ciò che è avvenuto è di assoluta gravità ma «purtroppo non cambierà nulla» ai vertici della Repubblica islamica.
Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
Continua a leggereRiduci
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
Continua a leggereRiduci
Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
Continua a leggereRiduci
Nicole Minetti (Getty Images)
Cioè, il presidente della Repubblica sarebbe stato tratto in inganno da qualcuno dentro al ministero della Giustizia, che gli avrebbe portato la pratica riguardante l’ex consigliere regionale lombardo di Forza Italia, nascondendo o ignorando alcuni aspetti della vita dell’igienista dentale. Ma le cose non stanno così. Il Quirinale non è stato buggerato da Carlo Nordio o dalla sua ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, come ora, con la collaborazione di gran parte di una stampa appecoronata, si cerca di far credere. Per il semplice motivo che la domanda di grazia non soltanto è stata inviata a Sergio Mattarella direttamente dallo studio legale che assiste Nicole Minetti, ma il 6 agosto dello scorso anno è stato il Colle a sollecitare il ministero ad aprire la pratica per valutare la grazia alla donna condannata per aver favorito la prostituzione. La nostra non è un’interpretazione: a parlare è la documentazione, a partire da quella che regola la concessione degli atti di clemenza da parte del presidente della Repubblica.
Cominciamo, dunque, dall’inizio di questa faccenda, la cui responsabilità si sta provando a scaricare su altri. Vent’anni fa, precisamente il 18 maggio del 2006, la Corte costituzionale, a cui si era appellato Carlo Azeglio Ciampi, chiarì che il potere di grazia non era condiviso con il ministro della Giustizia, ma era di esclusiva titolarità del capo dello Stato. Cioè competeva solo al presidente della Repubblica dire sì o no a una richiesta di clemenza e la sua decisione non era soggetta al vaglio del numero uno di via Arenula. Per effetto di questa sentenza, non soltanto il ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia, ma lo stesso giorno di 20 anni fa Giorgio Napolitano, subentrato a Ciampi, comunicò l’istituzione presso il Quirinale di un dipartimento per gli Affari dell’amministrazione della giustizia, direttamente competente per istruire e valutare le domande di cittadini condannati. Basta collegarsi al sito della presidenza della Repubblica per rendersi conto di quali funzioni svolga questo ufficio, che è diviso in quattro settori, uno dei quali esamina e istruisce le richieste di grazia o commutazione delle pene. A guidarlo è un consigliere di Cassazione, il dottor Enrico Gallucci, il quale dispone di tre collaboratori.
Chiarito il quadro normativo e il ruolo del Colle, torniamo a Nicole Minetti. Il 27 luglio dello scorso anno i legali dell’ex igienista dentale scrivono a Sergio Mattarella invocando la grazia per la loro assistita. A firmare è l’avvocato Antonella Calcaterra, dello studio Iusway di Milano. Il 6 agosto, cioè meno di dieci giorni dopo, weekend compreso, Enrico Gallucci, capo dell’ufficio Grazie, sollecita il ministero a istruire la pratica di clemenza in favore di Nicole Minetti. A volte l’iter delle domande è lungo, qualche volta anche un anno o due. Ma stranamente, nel caso dell’ex consigliere lombardo, tutto fila liscio e, soprattutto, spedito. Al punto che pochi mesi dopo, il 9 gennaio 2026, ossia a 166 giorni dalla data della presentazione della domanda, arriva il via libera della Procura generale della Corte d’Appello di Milano: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. E, un mese dopo, ecco il provvedimento di clemenza. In sei mesi e nonostante le ferie di mezzo, Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna ai servizi sociali. Nessuno dà notizia del provvedimento del capo dello Stato quando Mattarella firma. Però quando Mi manda Rai 3 rivela la notizia, dal Quirinale prima si rivendica la correttezza dell’operato del presidente («C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare. Purtroppo non posso rivelare dettagli perché c’è di mezzo la tutela di un minore… Ma sono sicuro che se sapesse le motivazioni condividerebbe», scrive l’11 aprile Giovanni Grasso, portavoce del Quirinale). Poi, quando Il Fatto quotidiano mette in dubbio che Nicole Minetti sia tornata sulla retta via e che non si occupi più di prostituzione, sul Colle si cade dalle nuvole e si dà la colpa al ministero, come se il Quirinale non c’entrasse nulla in questa storia, e accreditando l’idea che qualcuno abbia buggerato gli uffici di Sergio Mattarella.
Può darsi che qualcuno si sia approfittato del capo dello Stato, ma di certo non va cercato molto lontano dal Quirinale. E se i cronisti, invece di bendarsi gli occhi di fronte a ogni velina che plana dalla presidenza della Repubblica, si facessero qualche domanda, forse potrebbero scoprire perché la pratica della Minetti abbia viaggiato così spedita. E perché al Tribunale di Milano nessuno si sia chiesto se davvero la ex consigliere fosse diventato una via di mezzo tra Maria Goretti e Santa Caterina da Siena.
Continua a leggereRiduci