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2023-09-17
Kadyrov peggiora e Putin adesso trema: la polveriera cecena rischia di riesplodere
Ramzan Kadyrov (Ansa)
Continuano a rincorrersi le notizie sulle gravi condizioni di salute del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Secondo i servizi segreti occidentali il «macellaio di Grozny» è in coma, prossimo alla morte.
Un quadro verosimile, considerato che il fedelissimo di Vladimir Putin lotta contro una malattia ai reni da anni, aggravata dal vizio dell’alcol, contro la quale non sono servite né le cure ricevute in Russia, né quelle negli Emirati arabi. Kadyrov (46 anni) è insomma un condannato in attesa della sua fine. Per la quale ha pagato per primo il suo medico personale, Elkhan Suleimanov: secondo la Bild, infatti, il dottore è stato sepolto vivo, incolpato del forte deterioramento della salute del suo paziente e sospettato di aver cercato di avvelenarlo.
Ma la morte di Kadyrov sarà un cruccio anche per il presidente russo: il vuoto di potere lasciato dal dittatore ceceno potrà infatti causare il caos non solo nelle sue milizie, che combattono a fianco di Mosca in Ucraina, bensì in tutta l’area del Caucaso, tormentata fino al 2009 da conflitti e instabilità. Per capire l’importanza di Kadyrov e del suo regime islamico, bisogna tener presente la storia della Repubblica cecena: dopo la dissoluzione dell’Urss, la sua popolazione, prevalentemente musulmana, ha cercato di divenire indipendente dalla Russia, senza successo. Kadyrov, da nemico giurato di Mosca, alla fine delle seconda guerra cecena divenne il presidente della regione per mano di Putin, di cui divenne fedele alleato. Da allora le carriere dei due leader sono legate a doppio filo: lo zar può contare sul presidente ceceno per tenere a bada la repubblica ribelle e controllare l’intero Caucaso settentrionale, mentre Kadyrov mantiene il potere, amministra la Cecenia come un feudo personale, e gode di un’enorme ricchezza.
Personaggio controverso, spietato uomo della guerra, il ceceno è quindi per il Cremlino una garanzia di stabilità della zona, in cui ribolle il fondamentalismo islamico e le relative cellule terroristiche, rimaste sotto la cenere dopo anni di attentati sanguinosi in Russia (basti pensare all’attacco delle «vedove nere» al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002, in cui persero la vita 129 civili, e la strage alla scuola di Beslan del 2004, con 334 morti, oltre a diversi attacchi kamikaze in treni, metropolitane e aerei).
Senza Kadyrov, privo di eredi politici (come Putin) anche le sue milizie (i Kadyrovtsy) resteranno senza una figura di riferimento, nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Nella quale, più che la qualità dei combattenti ceceni, ha contribuito la quantità. A Euronews, Harold Chambers, analista del Caucaso settentrionale, aveva affermato che «i ceceni sono un sorta di esercito speciale di Vladimir Putin e Kadyrov che è un convinto sostenitore della guerra vuole ingraziarsi il favore del presidente russo». Esperti nelle operazioni di controinsurrezione in patria, hanno partecipato a combattimenti urbani a Mariupol, Sievierodonetsk e nel Donbass. Allo stesso tempo, la Russia ha utilizzato i ceceni fedeli al Cremlino per disciplinare e, secondo quanto riferito, persino giustiziare soldati dissenzienti, nonché per intimidire i civili in Ucraina. Spietati e implicati in torture, saccheggi, stupri e stragi di civili, la presenza dei miliziani ceceni sarebbe stata per molti esperti militari più che altro una grossa operazione di propaganda russa che ha mostrato, specie nei primi giorni del conflitto, l’arrivo in Ucraina «dei combattenti d’élite del Cremlino» al grido di «Allah akbar». Un grido che senza Kadyrov rischia di togliere il sonno a Putin.
Intanto, un altro timore prende forma a Washington: le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa verso l’Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace, avverte il Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia.
Novità anche sul fronte grano: l’Ucraina ha annunciato che due cargo stanno navigando nel Mar Nero in direzione dei suoi porti, per la prima volta dopo la scadenza, a luglio, dell’accordo con la Russia che permetteva di esportare le derrate ucraine malgrado l’invasione del Paese. Il ministro ucraino delle Infrastrutture, Oleksandr Kubrakov, ha spiegato che al «porto di Chernomorsk verranno caricate quasi 20.000 tonnellate di grano per l’Africa e l’Asia».
Le navi battono bandiera di Palau e i membri dell’equipaggio provengono da Turchia, Azerbaigian, Egitto e Ucraina. Lo stop delle esportazioni ucraine, dopo la scadenza dell’accordo con Putin, ha consolidato il dominio di Mosca sul mercato globale del grano, con l’inondazione del prodotto russo che ha dimezzato i prezzi del cereale. Allontanando, ancora una volta, le possibilità di un braccio di ferro senza compromessi con il Cremlino.
Iran, spari al corteo per Mahsa Amini
Proteste, scioperi, arresti. È stato tutt’altro che pacifico, in Iran, l’anniversario della scomparsa di Mahsa Amini, la giovane morta il 16 settembre dello scorso anno a seguito di tre giorni di coma dopo esser stata arrestata per aver indossato il velo in modo ritenuto allentato. Se infatti già nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano arrestato centinaia di persone in diverse regioni - accusandole di voler incitare la popolazione nell’anniversario della morte della Amini -, nella giornata di ieri la tensione è salita alle stelle.
A Teheran, dove sono apparsi graffiti e striscioni contro la Repubblica islamica, alcune fonti hanno riferito di spari da parte della polizia sui manifestanti radunati attorno a Piazza Azadi e sette prigioniere politiche hanno inscenato una protesta nel carcere di Evin. Molti negozi sono rimasti chiusi a Baneh, Kamyaran, Divandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui Mahsa era originaria, e gli arresti non si sono certo fermati. Basti dire che in mattinata è stato fermato perfino Amjad Amini, il padre della giovane commemorata, il quale dopo le proteste degli scorsi giorni era stato messo sotto sorveglianza con la richiesta di non partecipare ad alcuna cerimonia in memoria della figlia; le stesse strade che, dalla casa della famiglia, conducono verso il cimitero di Aichi - dov’è sepolta la ragazza - da qualche giorno risultavano «altamente militarizzate» allo scopo di scoraggiare ogni manifestazione, con anche gli alberghi chiusi ad ogni ospite esterno.
A quello che a molti era parso come un tentativo d’intimidazione da parte del regime, la famiglia di Masha aveva risposto col seguente comunicato: «Come ogni famiglia in lutto, noi, la famiglia Amini, ci riuniremo presso la tomba della nostra amata figlia Jina (Mahsa) Amini, nell’anniversario della sua morte, e stiamo celebrando cerimonie commemorative tradizionali e religiose». Di conseguenza, non appena l’uomo ha lasciato la sua abitazione, a Saqez, è stato arrestato; a leggere alcune ricostruzioni sarebbe praticamente stato prelevato sulla porta. Poche ore dopo è però stato rilasciato e ora sarebbe ai domiciliari.
L’intera vicenda è stata così riferita dalla Ong Iran human rights, con sede a Oslo, secondo la quale il padre di Masha «è stato arrestato questa mattina mentre lasciava la sua casa» e lì «è tornato poche ore dopo». Sempre secondo la Ong, Amjad Amini era già stato convocato per essere interrogato da varie agenzie di sicurezza almeno quattro volte nelle ultime settimane, e anche altri due membri della stati arrestati martedì scorso durante un raid delle forze di intelligence a Saqqez e sarebbero tutt’ora detenuti. Evidentemente nel regime guidato dal presidente Ebrahim Raisi è ancora viva ben la memoria dello scorso anno, quando le proteste furono furiose e furiosa fu soprattutto la repressione, tanto che, secondo l’agenzia dei diritti umani iraniani Hrana, vi furono 20.000 arresti e persero la vita 551 persone.
Di quegli eventi Mahsa Amini è divenuta poi il simbolo, e certamente a Teheran erano - e sono - molto forti i timori di una riproposizione degli stessi. Di qui le rigidissime misure di sicurezza, arrivate all’installazione di telecamere sul cimitero dov’è sepolta la giovane e, come si già diceva, all’arresto di suo padre. Un evento, quest’ultimo, che per quanto temporaneo ha colpito molto l’opinione pubblica internazionale, a partire dai dissidenti del regime rifugiati all’estero. Come il pianista Ramin Bahrami, esule in Germania, che ad Adnkronos si è detto «profondamente rattristato per l’accaduto». Secondo Bahrami, ciò che è avvenuto è di assoluta gravità ma «purtroppo non cambierà nulla» ai vertici della Repubblica islamica.
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Senza leader, l’area musulmana finirà nel caos. Sepolto vivo il suo medico. Gli Usa: «Pericolo furto delle armi per l’Ucraina».Iran, spari al corteo per Mahsa Amini. Arrestato il padre della ragazza a un anno dalla sua morte, mentre in piazza tornano le proteste contro il regime islamico. La polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti.Lo speciale contiene due articoli.Continuano a rincorrersi le notizie sulle gravi condizioni di salute del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Secondo i servizi segreti occidentali il «macellaio di Grozny» è in coma, prossimo alla morte. Un quadro verosimile, considerato che il fedelissimo di Vladimir Putin lotta contro una malattia ai reni da anni, aggravata dal vizio dell’alcol, contro la quale non sono servite né le cure ricevute in Russia, né quelle negli Emirati arabi. Kadyrov (46 anni) è insomma un condannato in attesa della sua fine. Per la quale ha pagato per primo il suo medico personale, Elkhan Suleimanov: secondo la Bild, infatti, il dottore è stato sepolto vivo, incolpato del forte deterioramento della salute del suo paziente e sospettato di aver cercato di avvelenarlo. Ma la morte di Kadyrov sarà un cruccio anche per il presidente russo: il vuoto di potere lasciato dal dittatore ceceno potrà infatti causare il caos non solo nelle sue milizie, che combattono a fianco di Mosca in Ucraina, bensì in tutta l’area del Caucaso, tormentata fino al 2009 da conflitti e instabilità. Per capire l’importanza di Kadyrov e del suo regime islamico, bisogna tener presente la storia della Repubblica cecena: dopo la dissoluzione dell’Urss, la sua popolazione, prevalentemente musulmana, ha cercato di divenire indipendente dalla Russia, senza successo. Kadyrov, da nemico giurato di Mosca, alla fine delle seconda guerra cecena divenne il presidente della regione per mano di Putin, di cui divenne fedele alleato. Da allora le carriere dei due leader sono legate a doppio filo: lo zar può contare sul presidente ceceno per tenere a bada la repubblica ribelle e controllare l’intero Caucaso settentrionale, mentre Kadyrov mantiene il potere, amministra la Cecenia come un feudo personale, e gode di un’enorme ricchezza. Personaggio controverso, spietato uomo della guerra, il ceceno è quindi per il Cremlino una garanzia di stabilità della zona, in cui ribolle il fondamentalismo islamico e le relative cellule terroristiche, rimaste sotto la cenere dopo anni di attentati sanguinosi in Russia (basti pensare all’attacco delle «vedove nere» al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002, in cui persero la vita 129 civili, e la strage alla scuola di Beslan del 2004, con 334 morti, oltre a diversi attacchi kamikaze in treni, metropolitane e aerei). Senza Kadyrov, privo di eredi politici (come Putin) anche le sue milizie (i Kadyrovtsy) resteranno senza una figura di riferimento, nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Nella quale, più che la qualità dei combattenti ceceni, ha contribuito la quantità. A Euronews, Harold Chambers, analista del Caucaso settentrionale, aveva affermato che «i ceceni sono un sorta di esercito speciale di Vladimir Putin e Kadyrov che è un convinto sostenitore della guerra vuole ingraziarsi il favore del presidente russo». Esperti nelle operazioni di controinsurrezione in patria, hanno partecipato a combattimenti urbani a Mariupol, Sievierodonetsk e nel Donbass. Allo stesso tempo, la Russia ha utilizzato i ceceni fedeli al Cremlino per disciplinare e, secondo quanto riferito, persino giustiziare soldati dissenzienti, nonché per intimidire i civili in Ucraina. Spietati e implicati in torture, saccheggi, stupri e stragi di civili, la presenza dei miliziani ceceni sarebbe stata per molti esperti militari più che altro una grossa operazione di propaganda russa che ha mostrato, specie nei primi giorni del conflitto, l’arrivo in Ucraina «dei combattenti d’élite del Cremlino» al grido di «Allah akbar». Un grido che senza Kadyrov rischia di togliere il sonno a Putin. Intanto, un altro timore prende forma a Washington: le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa verso l’Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace, avverte il Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia. Novità anche sul fronte grano: l’Ucraina ha annunciato che due cargo stanno navigando nel Mar Nero in direzione dei suoi porti, per la prima volta dopo la scadenza, a luglio, dell’accordo con la Russia che permetteva di esportare le derrate ucraine malgrado l’invasione del Paese. Il ministro ucraino delle Infrastrutture, Oleksandr Kubrakov, ha spiegato che al «porto di Chernomorsk verranno caricate quasi 20.000 tonnellate di grano per l’Africa e l’Asia».Le navi battono bandiera di Palau e i membri dell’equipaggio provengono da Turchia, Azerbaigian, Egitto e Ucraina. Lo stop delle esportazioni ucraine, dopo la scadenza dell’accordo con Putin, ha consolidato il dominio di Mosca sul mercato globale del grano, con l’inondazione del prodotto russo che ha dimezzato i prezzi del cereale. 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Se infatti già nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano arrestato centinaia di persone in diverse regioni - accusandole di voler incitare la popolazione nell’anniversario della morte della Amini -, nella giornata di ieri la tensione è salita alle stelle. A Teheran, dove sono apparsi graffiti e striscioni contro la Repubblica islamica, alcune fonti hanno riferito di spari da parte della polizia sui manifestanti radunati attorno a Piazza Azadi e sette prigioniere politiche hanno inscenato una protesta nel carcere di Evin. Molti negozi sono rimasti chiusi a Baneh, Kamyaran, Divandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui Mahsa era originaria, e gli arresti non si sono certo fermati. Basti dire che in mattinata è stato fermato perfino Amjad Amini, il padre della giovane commemorata, il quale dopo le proteste degli scorsi giorni era stato messo sotto sorveglianza con la richiesta di non partecipare ad alcuna cerimonia in memoria della figlia; le stesse strade che, dalla casa della famiglia, conducono verso il cimitero di Aichi - dov’è sepolta la ragazza - da qualche giorno risultavano «altamente militarizzate» allo scopo di scoraggiare ogni manifestazione, con anche gli alberghi chiusi ad ogni ospite esterno. A quello che a molti era parso come un tentativo d’intimidazione da parte del regime, la famiglia di Masha aveva risposto col seguente comunicato: «Come ogni famiglia in lutto, noi, la famiglia Amini, ci riuniremo presso la tomba della nostra amata figlia Jina (Mahsa) Amini, nell’anniversario della sua morte, e stiamo celebrando cerimonie commemorative tradizionali e religiose». Di conseguenza, non appena l’uomo ha lasciato la sua abitazione, a Saqez, è stato arrestato; a leggere alcune ricostruzioni sarebbe praticamente stato prelevato sulla porta. Poche ore dopo è però stato rilasciato e ora sarebbe ai domiciliari. L’intera vicenda è stata così riferita dalla Ong Iran human rights, con sede a Oslo, secondo la quale il padre di Masha «è stato arrestato questa mattina mentre lasciava la sua casa» e lì «è tornato poche ore dopo». Sempre secondo la Ong, Amjad Amini era già stato convocato per essere interrogato da varie agenzie di sicurezza almeno quattro volte nelle ultime settimane, e anche altri due membri della stati arrestati martedì scorso durante un raid delle forze di intelligence a Saqqez e sarebbero tutt’ora detenuti. Evidentemente nel regime guidato dal presidente Ebrahim Raisi è ancora viva ben la memoria dello scorso anno, quando le proteste furono furiose e furiosa fu soprattutto la repressione, tanto che, secondo l’agenzia dei diritti umani iraniani Hrana, vi furono 20.000 arresti e persero la vita 551 persone. Di quegli eventi Mahsa Amini è divenuta poi il simbolo, e certamente a Teheran erano - e sono - molto forti i timori di una riproposizione degli stessi. Di qui le rigidissime misure di sicurezza, arrivate all’installazione di telecamere sul cimitero dov’è sepolta la giovane e, come si già diceva, all’arresto di suo padre. Un evento, quest’ultimo, che per quanto temporaneo ha colpito molto l’opinione pubblica internazionale, a partire dai dissidenti del regime rifugiati all’estero. Come il pianista Ramin Bahrami, esule in Germania, che ad Adnkronos si è detto «profondamente rattristato per l’accaduto». Secondo Bahrami, ciò che è avvenuto è di assoluta gravità ma «purtroppo non cambierà nulla» ai vertici della Repubblica islamica.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».