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2023-09-17
Kadyrov peggiora e Putin adesso trema: la polveriera cecena rischia di riesplodere
Ramzan Kadyrov (Ansa)
Continuano a rincorrersi le notizie sulle gravi condizioni di salute del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Secondo i servizi segreti occidentali il «macellaio di Grozny» è in coma, prossimo alla morte.
Un quadro verosimile, considerato che il fedelissimo di Vladimir Putin lotta contro una malattia ai reni da anni, aggravata dal vizio dell’alcol, contro la quale non sono servite né le cure ricevute in Russia, né quelle negli Emirati arabi. Kadyrov (46 anni) è insomma un condannato in attesa della sua fine. Per la quale ha pagato per primo il suo medico personale, Elkhan Suleimanov: secondo la Bild, infatti, il dottore è stato sepolto vivo, incolpato del forte deterioramento della salute del suo paziente e sospettato di aver cercato di avvelenarlo.
Ma la morte di Kadyrov sarà un cruccio anche per il presidente russo: il vuoto di potere lasciato dal dittatore ceceno potrà infatti causare il caos non solo nelle sue milizie, che combattono a fianco di Mosca in Ucraina, bensì in tutta l’area del Caucaso, tormentata fino al 2009 da conflitti e instabilità. Per capire l’importanza di Kadyrov e del suo regime islamico, bisogna tener presente la storia della Repubblica cecena: dopo la dissoluzione dell’Urss, la sua popolazione, prevalentemente musulmana, ha cercato di divenire indipendente dalla Russia, senza successo. Kadyrov, da nemico giurato di Mosca, alla fine delle seconda guerra cecena divenne il presidente della regione per mano di Putin, di cui divenne fedele alleato. Da allora le carriere dei due leader sono legate a doppio filo: lo zar può contare sul presidente ceceno per tenere a bada la repubblica ribelle e controllare l’intero Caucaso settentrionale, mentre Kadyrov mantiene il potere, amministra la Cecenia come un feudo personale, e gode di un’enorme ricchezza.
Personaggio controverso, spietato uomo della guerra, il ceceno è quindi per il Cremlino una garanzia di stabilità della zona, in cui ribolle il fondamentalismo islamico e le relative cellule terroristiche, rimaste sotto la cenere dopo anni di attentati sanguinosi in Russia (basti pensare all’attacco delle «vedove nere» al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002, in cui persero la vita 129 civili, e la strage alla scuola di Beslan del 2004, con 334 morti, oltre a diversi attacchi kamikaze in treni, metropolitane e aerei).
Senza Kadyrov, privo di eredi politici (come Putin) anche le sue milizie (i Kadyrovtsy) resteranno senza una figura di riferimento, nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Nella quale, più che la qualità dei combattenti ceceni, ha contribuito la quantità. A Euronews, Harold Chambers, analista del Caucaso settentrionale, aveva affermato che «i ceceni sono un sorta di esercito speciale di Vladimir Putin e Kadyrov che è un convinto sostenitore della guerra vuole ingraziarsi il favore del presidente russo». Esperti nelle operazioni di controinsurrezione in patria, hanno partecipato a combattimenti urbani a Mariupol, Sievierodonetsk e nel Donbass. Allo stesso tempo, la Russia ha utilizzato i ceceni fedeli al Cremlino per disciplinare e, secondo quanto riferito, persino giustiziare soldati dissenzienti, nonché per intimidire i civili in Ucraina. Spietati e implicati in torture, saccheggi, stupri e stragi di civili, la presenza dei miliziani ceceni sarebbe stata per molti esperti militari più che altro una grossa operazione di propaganda russa che ha mostrato, specie nei primi giorni del conflitto, l’arrivo in Ucraina «dei combattenti d’élite del Cremlino» al grido di «Allah akbar». Un grido che senza Kadyrov rischia di togliere il sonno a Putin.
Intanto, un altro timore prende forma a Washington: le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa verso l’Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace, avverte il Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia.
Novità anche sul fronte grano: l’Ucraina ha annunciato che due cargo stanno navigando nel Mar Nero in direzione dei suoi porti, per la prima volta dopo la scadenza, a luglio, dell’accordo con la Russia che permetteva di esportare le derrate ucraine malgrado l’invasione del Paese. Il ministro ucraino delle Infrastrutture, Oleksandr Kubrakov, ha spiegato che al «porto di Chernomorsk verranno caricate quasi 20.000 tonnellate di grano per l’Africa e l’Asia».
Le navi battono bandiera di Palau e i membri dell’equipaggio provengono da Turchia, Azerbaigian, Egitto e Ucraina. Lo stop delle esportazioni ucraine, dopo la scadenza dell’accordo con Putin, ha consolidato il dominio di Mosca sul mercato globale del grano, con l’inondazione del prodotto russo che ha dimezzato i prezzi del cereale. Allontanando, ancora una volta, le possibilità di un braccio di ferro senza compromessi con il Cremlino.
Iran, spari al corteo per Mahsa Amini
Proteste, scioperi, arresti. È stato tutt’altro che pacifico, in Iran, l’anniversario della scomparsa di Mahsa Amini, la giovane morta il 16 settembre dello scorso anno a seguito di tre giorni di coma dopo esser stata arrestata per aver indossato il velo in modo ritenuto allentato. Se infatti già nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano arrestato centinaia di persone in diverse regioni - accusandole di voler incitare la popolazione nell’anniversario della morte della Amini -, nella giornata di ieri la tensione è salita alle stelle.
A Teheran, dove sono apparsi graffiti e striscioni contro la Repubblica islamica, alcune fonti hanno riferito di spari da parte della polizia sui manifestanti radunati attorno a Piazza Azadi e sette prigioniere politiche hanno inscenato una protesta nel carcere di Evin. Molti negozi sono rimasti chiusi a Baneh, Kamyaran, Divandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui Mahsa era originaria, e gli arresti non si sono certo fermati. Basti dire che in mattinata è stato fermato perfino Amjad Amini, il padre della giovane commemorata, il quale dopo le proteste degli scorsi giorni era stato messo sotto sorveglianza con la richiesta di non partecipare ad alcuna cerimonia in memoria della figlia; le stesse strade che, dalla casa della famiglia, conducono verso il cimitero di Aichi - dov’è sepolta la ragazza - da qualche giorno risultavano «altamente militarizzate» allo scopo di scoraggiare ogni manifestazione, con anche gli alberghi chiusi ad ogni ospite esterno.
A quello che a molti era parso come un tentativo d’intimidazione da parte del regime, la famiglia di Masha aveva risposto col seguente comunicato: «Come ogni famiglia in lutto, noi, la famiglia Amini, ci riuniremo presso la tomba della nostra amata figlia Jina (Mahsa) Amini, nell’anniversario della sua morte, e stiamo celebrando cerimonie commemorative tradizionali e religiose». Di conseguenza, non appena l’uomo ha lasciato la sua abitazione, a Saqez, è stato arrestato; a leggere alcune ricostruzioni sarebbe praticamente stato prelevato sulla porta. Poche ore dopo è però stato rilasciato e ora sarebbe ai domiciliari.
L’intera vicenda è stata così riferita dalla Ong Iran human rights, con sede a Oslo, secondo la quale il padre di Masha «è stato arrestato questa mattina mentre lasciava la sua casa» e lì «è tornato poche ore dopo». Sempre secondo la Ong, Amjad Amini era già stato convocato per essere interrogato da varie agenzie di sicurezza almeno quattro volte nelle ultime settimane, e anche altri due membri della stati arrestati martedì scorso durante un raid delle forze di intelligence a Saqqez e sarebbero tutt’ora detenuti. Evidentemente nel regime guidato dal presidente Ebrahim Raisi è ancora viva ben la memoria dello scorso anno, quando le proteste furono furiose e furiosa fu soprattutto la repressione, tanto che, secondo l’agenzia dei diritti umani iraniani Hrana, vi furono 20.000 arresti e persero la vita 551 persone.
Di quegli eventi Mahsa Amini è divenuta poi il simbolo, e certamente a Teheran erano - e sono - molto forti i timori di una riproposizione degli stessi. Di qui le rigidissime misure di sicurezza, arrivate all’installazione di telecamere sul cimitero dov’è sepolta la giovane e, come si già diceva, all’arresto di suo padre. Un evento, quest’ultimo, che per quanto temporaneo ha colpito molto l’opinione pubblica internazionale, a partire dai dissidenti del regime rifugiati all’estero. Come il pianista Ramin Bahrami, esule in Germania, che ad Adnkronos si è detto «profondamente rattristato per l’accaduto». Secondo Bahrami, ciò che è avvenuto è di assoluta gravità ma «purtroppo non cambierà nulla» ai vertici della Repubblica islamica.
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Senza leader, l’area musulmana finirà nel caos. Sepolto vivo il suo medico. Gli Usa: «Pericolo furto delle armi per l’Ucraina».Iran, spari al corteo per Mahsa Amini. Arrestato il padre della ragazza a un anno dalla sua morte, mentre in piazza tornano le proteste contro il regime islamico. La polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti.Lo speciale contiene due articoli.Continuano a rincorrersi le notizie sulle gravi condizioni di salute del leader ceceno Ramzan Kadyrov. Secondo i servizi segreti occidentali il «macellaio di Grozny» è in coma, prossimo alla morte. Un quadro verosimile, considerato che il fedelissimo di Vladimir Putin lotta contro una malattia ai reni da anni, aggravata dal vizio dell’alcol, contro la quale non sono servite né le cure ricevute in Russia, né quelle negli Emirati arabi. Kadyrov (46 anni) è insomma un condannato in attesa della sua fine. Per la quale ha pagato per primo il suo medico personale, Elkhan Suleimanov: secondo la Bild, infatti, il dottore è stato sepolto vivo, incolpato del forte deterioramento della salute del suo paziente e sospettato di aver cercato di avvelenarlo. Ma la morte di Kadyrov sarà un cruccio anche per il presidente russo: il vuoto di potere lasciato dal dittatore ceceno potrà infatti causare il caos non solo nelle sue milizie, che combattono a fianco di Mosca in Ucraina, bensì in tutta l’area del Caucaso, tormentata fino al 2009 da conflitti e instabilità. Per capire l’importanza di Kadyrov e del suo regime islamico, bisogna tener presente la storia della Repubblica cecena: dopo la dissoluzione dell’Urss, la sua popolazione, prevalentemente musulmana, ha cercato di divenire indipendente dalla Russia, senza successo. Kadyrov, da nemico giurato di Mosca, alla fine delle seconda guerra cecena divenne il presidente della regione per mano di Putin, di cui divenne fedele alleato. Da allora le carriere dei due leader sono legate a doppio filo: lo zar può contare sul presidente ceceno per tenere a bada la repubblica ribelle e controllare l’intero Caucaso settentrionale, mentre Kadyrov mantiene il potere, amministra la Cecenia come un feudo personale, e gode di un’enorme ricchezza. Personaggio controverso, spietato uomo della guerra, il ceceno è quindi per il Cremlino una garanzia di stabilità della zona, in cui ribolle il fondamentalismo islamico e le relative cellule terroristiche, rimaste sotto la cenere dopo anni di attentati sanguinosi in Russia (basti pensare all’attacco delle «vedove nere» al teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre 2002, in cui persero la vita 129 civili, e la strage alla scuola di Beslan del 2004, con 334 morti, oltre a diversi attacchi kamikaze in treni, metropolitane e aerei). Senza Kadyrov, privo di eredi politici (come Putin) anche le sue milizie (i Kadyrovtsy) resteranno senza una figura di riferimento, nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Nella quale, più che la qualità dei combattenti ceceni, ha contribuito la quantità. A Euronews, Harold Chambers, analista del Caucaso settentrionale, aveva affermato che «i ceceni sono un sorta di esercito speciale di Vladimir Putin e Kadyrov che è un convinto sostenitore della guerra vuole ingraziarsi il favore del presidente russo». Esperti nelle operazioni di controinsurrezione in patria, hanno partecipato a combattimenti urbani a Mariupol, Sievierodonetsk e nel Donbass. Allo stesso tempo, la Russia ha utilizzato i ceceni fedeli al Cremlino per disciplinare e, secondo quanto riferito, persino giustiziare soldati dissenzienti, nonché per intimidire i civili in Ucraina. Spietati e implicati in torture, saccheggi, stupri e stragi di civili, la presenza dei miliziani ceceni sarebbe stata per molti esperti militari più che altro una grossa operazione di propaganda russa che ha mostrato, specie nei primi giorni del conflitto, l’arrivo in Ucraina «dei combattenti d’élite del Cremlino» al grido di «Allah akbar». Un grido che senza Kadyrov rischia di togliere il sonno a Putin. Intanto, un altro timore prende forma a Washington: le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa verso l’Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute, perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace, avverte il Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia. Novità anche sul fronte grano: l’Ucraina ha annunciato che due cargo stanno navigando nel Mar Nero in direzione dei suoi porti, per la prima volta dopo la scadenza, a luglio, dell’accordo con la Russia che permetteva di esportare le derrate ucraine malgrado l’invasione del Paese. Il ministro ucraino delle Infrastrutture, Oleksandr Kubrakov, ha spiegato che al «porto di Chernomorsk verranno caricate quasi 20.000 tonnellate di grano per l’Africa e l’Asia».Le navi battono bandiera di Palau e i membri dell’equipaggio provengono da Turchia, Azerbaigian, Egitto e Ucraina. Lo stop delle esportazioni ucraine, dopo la scadenza dell’accordo con Putin, ha consolidato il dominio di Mosca sul mercato globale del grano, con l’inondazione del prodotto russo che ha dimezzato i prezzi del cereale. 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Se infatti già nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano arrestato centinaia di persone in diverse regioni - accusandole di voler incitare la popolazione nell’anniversario della morte della Amini -, nella giornata di ieri la tensione è salita alle stelle. A Teheran, dove sono apparsi graffiti e striscioni contro la Repubblica islamica, alcune fonti hanno riferito di spari da parte della polizia sui manifestanti radunati attorno a Piazza Azadi e sette prigioniere politiche hanno inscenato una protesta nel carcere di Evin. Molti negozi sono rimasti chiusi a Baneh, Kamyaran, Divandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui Mahsa era originaria, e gli arresti non si sono certo fermati. Basti dire che in mattinata è stato fermato perfino Amjad Amini, il padre della giovane commemorata, il quale dopo le proteste degli scorsi giorni era stato messo sotto sorveglianza con la richiesta di non partecipare ad alcuna cerimonia in memoria della figlia; le stesse strade che, dalla casa della famiglia, conducono verso il cimitero di Aichi - dov’è sepolta la ragazza - da qualche giorno risultavano «altamente militarizzate» allo scopo di scoraggiare ogni manifestazione, con anche gli alberghi chiusi ad ogni ospite esterno. A quello che a molti era parso come un tentativo d’intimidazione da parte del regime, la famiglia di Masha aveva risposto col seguente comunicato: «Come ogni famiglia in lutto, noi, la famiglia Amini, ci riuniremo presso la tomba della nostra amata figlia Jina (Mahsa) Amini, nell’anniversario della sua morte, e stiamo celebrando cerimonie commemorative tradizionali e religiose». Di conseguenza, non appena l’uomo ha lasciato la sua abitazione, a Saqez, è stato arrestato; a leggere alcune ricostruzioni sarebbe praticamente stato prelevato sulla porta. Poche ore dopo è però stato rilasciato e ora sarebbe ai domiciliari. L’intera vicenda è stata così riferita dalla Ong Iran human rights, con sede a Oslo, secondo la quale il padre di Masha «è stato arrestato questa mattina mentre lasciava la sua casa» e lì «è tornato poche ore dopo». Sempre secondo la Ong, Amjad Amini era già stato convocato per essere interrogato da varie agenzie di sicurezza almeno quattro volte nelle ultime settimane, e anche altri due membri della stati arrestati martedì scorso durante un raid delle forze di intelligence a Saqqez e sarebbero tutt’ora detenuti. Evidentemente nel regime guidato dal presidente Ebrahim Raisi è ancora viva ben la memoria dello scorso anno, quando le proteste furono furiose e furiosa fu soprattutto la repressione, tanto che, secondo l’agenzia dei diritti umani iraniani Hrana, vi furono 20.000 arresti e persero la vita 551 persone. Di quegli eventi Mahsa Amini è divenuta poi il simbolo, e certamente a Teheran erano - e sono - molto forti i timori di una riproposizione degli stessi. Di qui le rigidissime misure di sicurezza, arrivate all’installazione di telecamere sul cimitero dov’è sepolta la giovane e, come si già diceva, all’arresto di suo padre. Un evento, quest’ultimo, che per quanto temporaneo ha colpito molto l’opinione pubblica internazionale, a partire dai dissidenti del regime rifugiati all’estero. Come il pianista Ramin Bahrami, esule in Germania, che ad Adnkronos si è detto «profondamente rattristato per l’accaduto». Secondo Bahrami, ciò che è avvenuto è di assoluta gravità ma «purtroppo non cambierà nulla» ai vertici della Repubblica islamica.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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