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2024-09-18
Il volo da record di Joe Kittinger, dal Maine alla Liguria in pallone
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Joseph «Joe» Kittinger nei primi anni Ottanta
Tra la fitta vegetazione della Val Bormida, nelle vicinanze di Cairo Montenotte, un pallone aerostatico giaceva impigliato tra i rami. Nella navicella danneggiata dall’impatto c’era il pilota, un americano sulla sessantina circa. A poca distanza lo osservavano sbalorditi alcuni boscaioli, che avevano assistito all’atterraggio non esattamente delicato dell’aerostato improvvisamente apparso nel cielo dell’entroterra Ligure. Era il 18 settembre 1984.
Poco più tardi il rombo di un elicottero privato rompeva il silenzio dei boschi e atterrava a poca distanza dal luogo dell’impatto. Dal portellone usciva una donna, con una bottiglia in mano. La signora raggiungeva i resti del pallone aerostatico, gettandosi al collo del pilota in un abbraccio commosso per poi bagnarlo con un getto di champagne. Nessuno, tra gli esterrefatti astanti, si sarebbe immaginato cosa nascondesse quella scena totalmente surreale, né da dove venisse quel misterioso velivolo, sul cui involucro spiccava il nome: Rosy ‘O Grady-balloon of Peace (mongolfiera della Pace).
L’arcano emergerà poco dopo, dalle cronache di tutto il mondo. Quell’aerostato era il protagonista di un nuovo record mondiale, la traversata Atlantica in solitaria, portata a termine dopo un volo di 5.703 Km coperti in 86 ore dalle coste del Maine fino all’atterraggio di emergenza nell’entroterra savonese. Il pilota recordman era Joseph «Joe» Kittinger, una figura di spicco dell’Usaf, l’aeronautica militare degli Stati Uniti. La sua storia personale merita di essere raccontata a quarant’anni da quel record, soltanto l’ultimo in ordine cronologico tra le incredibili imprese della sua vita. La signora dello champagne era la sua futura moglie Sherry, arrivata su un elicottero messo a disposizione dal National Geographic e da un finanziatore canadese.
Joe Kittinger era nato nel 1928, troppo giovane per volare sui caccia della Seconda guerra mondiale e nei cieli di Corea. Appassionato del volo fin da adolescente, Kittinger riuscì ad arruolarsi in aviazione nel 1949 per essere in seguito assegnato in Germania nei primi anni Cinquanta, dove pilotò i vecchi P-51, per poi passare ai caccia a reazione. Nella sua carriera passò anche per la base di Vicenza, dove fu impegnato nell’addestramento dei piloti italiani sui jet di fabbricazione statunitense. E fu negli anni Cinquanta che iniziò anche la carriera di «recordman», quando incontrò il medico e fisiologo dell’Usaf John Stapp, impegnato nella ricerca sperimentale sulla resistenza del corpo umano alle accelerazioni e decelerazioni estreme, per poterle applicare poi nello sviluppo tecnologico in campo aeronautico. Kittinger vide, come pilota di servizio, l’esperimento della «rocket sled», la slitta-razzo che nel 1955 Stapp fece correre lungo un binario con a bordo un essere umano fino al record di velocità di 1.017 km/h. Negli anni seguenti, il medico dell’aeronautica coinvolse Joe Kittinger nel programma «Excelsior», che all’avvio degli anni Sessanta fece da base scientifica alle conquiste spaziali nella «Space race» che porterà la Nasa alla conquista della Luna circa un decennio più tardi. Kittinger fu scelto per il volo stratosferico a bordo dei palloni sonda, su cui il pilota dell’Usaf superò i 29mila metri di altitudine nel 1957. Due anni più tardi Kittinger fu protagonista di un lancio con il paracadute dalla stessa altezza e nel 1960, precisamente il 16 agosto, raggiunse il record mondiale di altezza quando si buttò dalla quota stratosferica di 31.333 metri raggiungendo durante i 4 minuti e mezzo di caduta la velocità di quasi 1.000 km/h. Il primato sarà superato solo nel 2012 dall’austriaco Felix Baumgartner, che scelse proprio Kittinger come consulente durante la fase preparatoria.
Tornato alla guida dei caccia, l’«uomo che cadde sulla terra», come lo chiamavano i media americani, prese parte alla guerra del Vietnam ai comandi prima dei vecchi A-26 e in seguito dei jet F-4 «Phantom» per un totale di tre turni nel 1963-64, 1966-67 e 1971-73. Durante l’ultimo «tour», l’11 maggio 1972, Kittinger fu abbattuto durante una missione dalla contraerea nordvietnamita, riuscendo fortunatamente ad eiettarsi dall’abitacolo. Catturato, fu portato ad Hanoi e rinchiuso nel carcere di Hoa Lo, chiamato dai prigionieri americani «Hanoi Hilton». Nella malsana prigione, la stessa dove fu detenuto il senatore repubblicano John McCain, Kittinger fu in grado di resistere a torture e interrogatori, oltre che alla durezza delle condizioni a cui gli «yankee» erano sottoposti. Fu liberato nell’ambito dell’operazione di scambio di prigionieri «Homecoming» il 28 marzo 1973, dopo 11 interminabili mesi di supplizio. Ritornato nell’Usaf, sarà congedato per anzianità di servizio nel 1978.
Da quella data, Joe Kittinger si dedicherà ai voli su palloni aerostatici, una sua vecchia passione. Nei primi anni Ottanta, il pilota e recordman rifiutò di tenere i piedi per terra e, a bordo del suo aerostato Rosy ‘O Grady fu protagonista di molte manifestazioni aeree organizzate dalla compagnia che portava lo stesso nome della mongolfiera, il Rosy ‘O Grady Flying Circus. L’attività negli air show era propedeutica all’ultimo, grande primato che Kittinger voleva conquistare: la traversata dell’Atlantico a bordo di un pallone aerostatico, in solitaria. L’occasione giunse grazie all’interessamento (ed al finanziamento) di un magnate canadese, Gaetan Croteau, il quale trovò un accordo con il National Geographic Magazine interessato al reportage sull’impresa, i cui precedenti erano stati drammatici e fallimentari ed avevano portato alla morte di tre dei quattro temerari che l’avevano tentata in precedenza. Il luogo del decollo, previsto nella tarda estate del 1984, fu fissato a Caribou, nel Maine. In attesa della finestra meteorologica ideale, Kittinger e il suo team studiarono le carte e le correnti, senza conoscere realmente dove i venti avrebbero potuto spingere la mongolfiera. Il Rosy ‘O Grady si staccò da terra il 14 settembre in direzione est, scomparendo alla vista della costa orientale degli Stati Uniti. Il volo fu impegnativo, soprattutto per il freddo pungente che fece congelare acqua e viveri e per l’isolamento durante il volo sopra una distesa di acqua e abissi che pareva infinita. Kittinger rimase molto provato soprattutto da un punto di vista psicofisico, dal momento che le condizioni del volo gli permisero di dormire solamente per 15 minuti ogni tanto. L’unico contatto che ebbe via radio con gli altri velivoli fu con un jet di linea della British Airways che, caso volle, portava a bordo il suo staff e la compagna Sherry verso l’Europa. Grazie a questa coincidenza, Joe riuscì a spezzare l’estrema solitudine del volo transoceanico. Kittinger vide le coste della Spagna il terzo giorno di volo, tuttavia decise di proseguire poiché se fosse atterrato in terra iberica non avrebbe battuto il record di distanza, stabilito dai tre piloti di aerostato Abruzzo, Anderson e Newman nel 1981 quando volarono per 4.184 km. attraversando il Pacifico dal Giappone alla California. Il pilota veterano del Vietnam sognava simbolicamente Mosca e la Piazza Rossa, mentre il Rosy ‘O Grady sorvolava silenzioso il Mediterraneo. A svegliare il pilota dalle fantasticherie fu il rapido esaurirsi della zavorra, mentre si avvicinava alla costa ligure e le Alpi si avvicinavano, assieme a nuvole cariche di tempesta. Fu così costretto a terminare la sua impresa lunga quattro interminabili giorni correndo uno dei rischi più grandi della sua incredibile carriera. Le alture savonesi presentavano ostacoli potenzialmente mortali, come le numerose linee ad alta tensione che alimentavano le fabbriche della Val Bormida. Il pilota del Rosy ‘O Grady chiuse gli occhi e riuscì ad evitare l’impatto fatale. Non fu in grado tuttavia di evitare il fitto bosco che gli si parò davanti nei dintorni dell’abitato di Cairo Montenotte. Il colpo fu duro, ma fortunatamente senza conseguenze, o quasi. Perché Joe, gettandosi dalla navicella impigliata tra i rami si ruppe una caviglia. Ma la gioia di aver battuto ben due record mondiali spense il dolore della frattura e, quasi pazzo di gioia, l’«uomo che cadde sulla terra» rise esausto di fronte agli increduli boscaioli che dalla Brianza si erano trasferiti a lavorare nella boscaglia savonese. Dopo i festeggiamenti con la compagna Sherry, l’elicottero lo trasferì momentaneamente all’ospedale di Nizza per le cure ortopediche. Joe non dimenticava però l’accoglienza degli italiani e volle dimostrare la sua gratitudine tornando a Cairo Montenotte due giorni dopo, per una serata di festeggiamenti con i boscaioli e con la cittadinanza in festa. Mentre si trovava nel luogo che aveva segnato il suo trionfo, ricevette una telefonata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Maxwell Rabb. Il diplomatico informava Kittinger dell’invito al Quirinale da parte del vecchio presidente, il savonese Sandro Pertini, che aveva deciso di conferire al recordman la medaglia al merito della Repubblica Italiana. Il viaggio di Kittinger in Italia, dopo km di trasvolata si concludeva con un primato, una medaglia al merito e un occhiolino sornione dell’«adorabile anziano presidente», come Kittinger descrisse Pertini nella sua autobiografia.
Il colonnello Joe Kittinger è scomparso a Orlando, Florida, il 9 dicembre 2022. Dal 9 settembre 2024 riposa nel cimitero di Arlington accanto agli eroi americani di tutti i tempi.
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Il 18 settembre 1984 un misterioso aerostato piombò in un bosco di Cairo Montenotte (Savona). Il suo pilota, che deteneva il record mondiale di altezza nel paracadutismo e fu prigioniero in Vietnam, volò per 86 ore in solitaria sopra l'Atlantico (5.703 km.). Tra la fitta vegetazione della Val Bormida, nelle vicinanze di Cairo Montenotte, un pallone aerostatico giaceva impigliato tra i rami. Nella navicella danneggiata dall’impatto c’era il pilota, un americano sulla sessantina circa. A poca distanza lo osservavano sbalorditi alcuni boscaioli, che avevano assistito all’atterraggio non esattamente delicato dell’aerostato improvvisamente apparso nel cielo dell’entroterra Ligure. Era il 18 settembre 1984. Poco più tardi il rombo di un elicottero privato rompeva il silenzio dei boschi e atterrava a poca distanza dal luogo dell’impatto. Dal portellone usciva una donna, con una bottiglia in mano. La signora raggiungeva i resti del pallone aerostatico, gettandosi al collo del pilota in un abbraccio commosso per poi bagnarlo con un getto di champagne. Nessuno, tra gli esterrefatti astanti, si sarebbe immaginato cosa nascondesse quella scena totalmente surreale, né da dove venisse quel misterioso velivolo, sul cui involucro spiccava il nome: Rosy ‘O Grady-balloon of Peace (mongolfiera della Pace). L’arcano emergerà poco dopo, dalle cronache di tutto il mondo. Quell’aerostato era il protagonista di un nuovo record mondiale, la traversata Atlantica in solitaria, portata a termine dopo un volo di 5.703 Km coperti in 86 ore dalle coste del Maine fino all’atterraggio di emergenza nell’entroterra savonese. Il pilota recordman era Joseph «Joe» Kittinger, una figura di spicco dell’Usaf, l’aeronautica militare degli Stati Uniti. La sua storia personale merita di essere raccontata a quarant’anni da quel record, soltanto l’ultimo in ordine cronologico tra le incredibili imprese della sua vita. La signora dello champagne era la sua futura moglie Sherry, arrivata su un elicottero messo a disposizione dal National Geographic e da un finanziatore canadese. Joe Kittinger era nato nel 1928, troppo giovane per volare sui caccia della Seconda guerra mondiale e nei cieli di Corea. Appassionato del volo fin da adolescente, Kittinger riuscì ad arruolarsi in aviazione nel 1949 per essere in seguito assegnato in Germania nei primi anni Cinquanta, dove pilotò i vecchi P-51, per poi passare ai caccia a reazione. Nella sua carriera passò anche per la base di Vicenza, dove fu impegnato nell’addestramento dei piloti italiani sui jet di fabbricazione statunitense. E fu negli anni Cinquanta che iniziò anche la carriera di «recordman», quando incontrò il medico e fisiologo dell’Usaf John Stapp, impegnato nella ricerca sperimentale sulla resistenza del corpo umano alle accelerazioni e decelerazioni estreme, per poterle applicare poi nello sviluppo tecnologico in campo aeronautico. Kittinger vide, come pilota di servizio, l’esperimento della «rocket sled», la slitta-razzo che nel 1955 Stapp fece correre lungo un binario con a bordo un essere umano fino al record di velocità di 1.017 km/h. Negli anni seguenti, il medico dell’aeronautica coinvolse Joe Kittinger nel programma «Excelsior», che all’avvio degli anni Sessanta fece da base scientifica alle conquiste spaziali nella «Space race» che porterà la Nasa alla conquista della Luna circa un decennio più tardi. Kittinger fu scelto per il volo stratosferico a bordo dei palloni sonda, su cui il pilota dell’Usaf superò i 29mila metri di altitudine nel 1957. Due anni più tardi Kittinger fu protagonista di un lancio con il paracadute dalla stessa altezza e nel 1960, precisamente il 16 agosto, raggiunse il record mondiale di altezza quando si buttò dalla quota stratosferica di 31.333 metri raggiungendo durante i 4 minuti e mezzo di caduta la velocità di quasi 1.000 km/h. Il primato sarà superato solo nel 2012 dall’austriaco Felix Baumgartner, che scelse proprio Kittinger come consulente durante la fase preparatoria. Tornato alla guida dei caccia, l’«uomo che cadde sulla terra», come lo chiamavano i media americani, prese parte alla guerra del Vietnam ai comandi prima dei vecchi A-26 e in seguito dei jet F-4 «Phantom» per un totale di tre turni nel 1963-64, 1966-67 e 1971-73. Durante l’ultimo «tour», l’11 maggio 1972, Kittinger fu abbattuto durante una missione dalla contraerea nordvietnamita, riuscendo fortunatamente ad eiettarsi dall’abitacolo. Catturato, fu portato ad Hanoi e rinchiuso nel carcere di Hoa Lo, chiamato dai prigionieri americani «Hanoi Hilton». Nella malsana prigione, la stessa dove fu detenuto il senatore repubblicano John McCain, Kittinger fu in grado di resistere a torture e interrogatori, oltre che alla durezza delle condizioni a cui gli «yankee» erano sottoposti. Fu liberato nell’ambito dell’operazione di scambio di prigionieri «Homecoming» il 28 marzo 1973, dopo 11 interminabili mesi di supplizio. Ritornato nell’Usaf, sarà congedato per anzianità di servizio nel 1978. Da quella data, Joe Kittinger si dedicherà ai voli su palloni aerostatici, una sua vecchia passione. Nei primi anni Ottanta, il pilota e recordman rifiutò di tenere i piedi per terra e, a bordo del suo aerostato Rosy ‘O Grady fu protagonista di molte manifestazioni aeree organizzate dalla compagnia che portava lo stesso nome della mongolfiera, il Rosy ‘O Grady Flying Circus. L’attività negli air show era propedeutica all’ultimo, grande primato che Kittinger voleva conquistare: la traversata dell’Atlantico a bordo di un pallone aerostatico, in solitaria. L’occasione giunse grazie all’interessamento (ed al finanziamento) di un magnate canadese, Gaetan Croteau, il quale trovò un accordo con il National Geographic Magazine interessato al reportage sull’impresa, i cui precedenti erano stati drammatici e fallimentari ed avevano portato alla morte di tre dei quattro temerari che l’avevano tentata in precedenza. Il luogo del decollo, previsto nella tarda estate del 1984, fu fissato a Caribou, nel Maine. In attesa della finestra meteorologica ideale, Kittinger e il suo team studiarono le carte e le correnti, senza conoscere realmente dove i venti avrebbero potuto spingere la mongolfiera. Il Rosy ‘O Grady si staccò da terra il 14 settembre in direzione est, scomparendo alla vista della costa orientale degli Stati Uniti. Il volo fu impegnativo, soprattutto per il freddo pungente che fece congelare acqua e viveri e per l’isolamento durante il volo sopra una distesa di acqua e abissi che pareva infinita. Kittinger rimase molto provato soprattutto da un punto di vista psicofisico, dal momento che le condizioni del volo gli permisero di dormire solamente per 15 minuti ogni tanto. L’unico contatto che ebbe via radio con gli altri velivoli fu con un jet di linea della British Airways che, caso volle, portava a bordo il suo staff e la compagna Sherry verso l’Europa. Grazie a questa coincidenza, Joe riuscì a spezzare l’estrema solitudine del volo transoceanico. Kittinger vide le coste della Spagna il terzo giorno di volo, tuttavia decise di proseguire poiché se fosse atterrato in terra iberica non avrebbe battuto il record di distanza, stabilito dai tre piloti di aerostato Abruzzo, Anderson e Newman nel 1981 quando volarono per 4.184 km. attraversando il Pacifico dal Giappone alla California. Il pilota veterano del Vietnam sognava simbolicamente Mosca e la Piazza Rossa, mentre il Rosy ‘O Grady sorvolava silenzioso il Mediterraneo. A svegliare il pilota dalle fantasticherie fu il rapido esaurirsi della zavorra, mentre si avvicinava alla costa ligure e le Alpi si avvicinavano, assieme a nuvole cariche di tempesta. Fu così costretto a terminare la sua impresa lunga quattro interminabili giorni correndo uno dei rischi più grandi della sua incredibile carriera. Le alture savonesi presentavano ostacoli potenzialmente mortali, come le numerose linee ad alta tensione che alimentavano le fabbriche della Val Bormida. Il pilota del Rosy ‘O Grady chiuse gli occhi e riuscì ad evitare l’impatto fatale. Non fu in grado tuttavia di evitare il fitto bosco che gli si parò davanti nei dintorni dell’abitato di Cairo Montenotte. Il colpo fu duro, ma fortunatamente senza conseguenze, o quasi. Perché Joe, gettandosi dalla navicella impigliata tra i rami si ruppe una caviglia. Ma la gioia di aver battuto ben due record mondiali spense il dolore della frattura e, quasi pazzo di gioia, l’«uomo che cadde sulla terra» rise esausto di fronte agli increduli boscaioli che dalla Brianza si erano trasferiti a lavorare nella boscaglia savonese. Dopo i festeggiamenti con la compagna Sherry, l’elicottero lo trasferì momentaneamente all’ospedale di Nizza per le cure ortopediche. Joe non dimenticava però l’accoglienza degli italiani e volle dimostrare la sua gratitudine tornando a Cairo Montenotte due giorni dopo, per una serata di festeggiamenti con i boscaioli e con la cittadinanza in festa. Mentre si trovava nel luogo che aveva segnato il suo trionfo, ricevette una telefonata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Maxwell Rabb. Il diplomatico informava Kittinger dell’invito al Quirinale da parte del vecchio presidente, il savonese Sandro Pertini, che aveva deciso di conferire al recordman la medaglia al merito della Repubblica Italiana. Il viaggio di Kittinger in Italia, dopo km di trasvolata si concludeva con un primato, una medaglia al merito e un occhiolino sornione dell’«adorabile anziano presidente», come Kittinger descrisse Pertini nella sua autobiografia. Il colonnello Joe Kittinger è scomparso a Orlando, Florida, il 9 dicembre 2022. Dal 9 settembre 2024 riposa nel cimitero di Arlington accanto agli eroi americani di tutti i tempi.
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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Nel riquadro, un fotogramma di un video che immortala le violenze dell’africano, trasmesso su Mediaset da Fuori dal coro
Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
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L'ingresso della 61a Biennale di Venezia (Ansa)
Domani potremmo svegliarci in un mondo nuovo, ancora più duro da affrontare. Un mondo peggiore. E non solo perché alla pompa di benzina o del diesel ci sveneremo come fossimo dal gioielliere. Ma anche questo conta nelle latitudini dove non si sente il fischio delle bombe. Diesel a tre euro, inflazione all’8% e poi vediamo chi avrà ancora voglia di andar dietro alle dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca.
In questo teatro globale delle assurdità, inoltre, non poteva mancare l’inutile e impalpabile Unione Europea, la quale non avendo parti in commedia si inventa posture morali. L’ultima ha messo nel mirino la Biennale di Venezia, colpevole di discostarsi dalla strategia europea contro Putin e quindi di aiutare la Russia. I fatti sono noti: per l’edizione di quest’anno, il presidente Pietrangelo Buttafuoco consentirà alla Russia di riaprire il proprio stand («proprio» nel senso che è di sua proprietà). Bestemmia! Come si permette questo Buttafuoco a sfidare la Ue? Si penta, si ravveda entro 30 giorni altrimenti da Bruxelles non arriveranno più soldi. Già, perché nel tempio del neoliberismo dove la moneta (l’euro) sostanzia le Istituzioni, non si conosce altra sintassi se non quella del soldo. Quindi: o fai come ti diciamo noi, oppure niente più soldi.
Purtroppo, al delirio della Commissione si aggiungerà l’ignavia del governo italiano, che già si è esposto contro la Biennale e contro il suo presidente attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, coperto da Palazzo Chigi. Come a dire: Roma e Bruxelles la pensano allo stesso modo e alla Russia non dobbiamo concedere nulla. Quindi bene farà la Ue a tagliare i finanziamenti.
Se però la politica si misura «a peso d’euro», suggerisco al governo di guardare i sondaggi più recenti laddove la gente si sta incazzando per… mancanza di euro in tasca. Insomma, la vita costa troppo, l’energia di più ancora. Pertanto se i prezzi si alzano perché gas e petrolio sono bloccati a Hormuz e perché la guerra di Trump e Netanyahu ha scombinato il mondo, il popolo non ha la minima intenzione di pagare le follie altrui e chiede concretezza: pensate agli italiani. Sarebbe l’abc di quel che un tempo - era la Prima repubblica di Mattei, di Moro, di Craxi, di Andreotti - si chiamava interesse nazionale e che oggi va sotto il termine «sovranismo». In poche parole, se agli italiani chiedeste «Volete più gas e petrolio russo?», la risposta sarebbe affermativa: vogliamo tutto il gas e tutto il petrolio possibile dalla Russia; oltre a quello che già abbiamo comprato in barba alle famose sanzioni. Stupiti? E perché mai? Lo scriviamo da tempo e anche ieri lo ha scritto il direttore Belpietro: l’Europa compra gas dalla Russia, anzi ha fatto la scorta! E con la Russia fanno affari anche diverse multinazionali e non mi sembra che gli amministratori delegati siano agli arresti. Poco ci manca invece che il povero Buttafuoco non sia messo al rogo, a Bruxelles come a Roma, per avere aperto le porte della Biennale alla Russia. Non si può, si deve pentire della scelta; altrimenti - come si diceva - niente soldi. Per come conosciamo Buttafuoco non farà marcia indietro, e bene fa perché da raffinato uomo di cultura sa che la Biennale deve tenere le porte aperte. Con la Russia, come con l’America, che ha attaccato Venezuela e Iran; con lo stesso Iran, che impicca oppositori senza pietà; con Israele, nel cui mito della Super-Sparta bombarda e compie stragi a Gaza, in Iran, in Libano, in Cisgiordania. Usa e Israele sono intoccabili?
Il consiglio che diamo all’Europa come a Palazzo Chigi è quello di restare coi piedi per terra, di preferire il reale con l’ideale. E il reale, cioè il popolo, ci invita a riprendere il dialogo con la Russia sull’energia. La Biennale può essere il ponte diplomatico, un ponte che la Ue vuole bombardare. Il governo che intende fare? I Cinquestelle hanno pronta una interrogazione che obbligherà il governo alla chiarezza prima del voto in Consiglio europeo di fine aprile. La Meloni autorizza Giuli nel delegittimare Buttafuoco? E la Lega, oltre alle dichiarazioni di rito, sarà coerente? Alla fine deciderà Bruxelles o Palazzo Chigi?
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