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2024-09-18
Il volo da record di Joe Kittinger, dal Maine alla Liguria in pallone
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Joseph «Joe» Kittinger nei primi anni Ottanta
Tra la fitta vegetazione della Val Bormida, nelle vicinanze di Cairo Montenotte, un pallone aerostatico giaceva impigliato tra i rami. Nella navicella danneggiata dall’impatto c’era il pilota, un americano sulla sessantina circa. A poca distanza lo osservavano sbalorditi alcuni boscaioli, che avevano assistito all’atterraggio non esattamente delicato dell’aerostato improvvisamente apparso nel cielo dell’entroterra Ligure. Era il 18 settembre 1984.
Poco più tardi il rombo di un elicottero privato rompeva il silenzio dei boschi e atterrava a poca distanza dal luogo dell’impatto. Dal portellone usciva una donna, con una bottiglia in mano. La signora raggiungeva i resti del pallone aerostatico, gettandosi al collo del pilota in un abbraccio commosso per poi bagnarlo con un getto di champagne. Nessuno, tra gli esterrefatti astanti, si sarebbe immaginato cosa nascondesse quella scena totalmente surreale, né da dove venisse quel misterioso velivolo, sul cui involucro spiccava il nome: Rosy ‘O Grady-balloon of Peace (mongolfiera della Pace).
L’arcano emergerà poco dopo, dalle cronache di tutto il mondo. Quell’aerostato era il protagonista di un nuovo record mondiale, la traversata Atlantica in solitaria, portata a termine dopo un volo di 5.703 Km coperti in 86 ore dalle coste del Maine fino all’atterraggio di emergenza nell’entroterra savonese. Il pilota recordman era Joseph «Joe» Kittinger, una figura di spicco dell’Usaf, l’aeronautica militare degli Stati Uniti. La sua storia personale merita di essere raccontata a quarant’anni da quel record, soltanto l’ultimo in ordine cronologico tra le incredibili imprese della sua vita. La signora dello champagne era la sua futura moglie Sherry, arrivata su un elicottero messo a disposizione dal National Geographic e da un finanziatore canadese.
Joe Kittinger era nato nel 1928, troppo giovane per volare sui caccia della Seconda guerra mondiale e nei cieli di Corea. Appassionato del volo fin da adolescente, Kittinger riuscì ad arruolarsi in aviazione nel 1949 per essere in seguito assegnato in Germania nei primi anni Cinquanta, dove pilotò i vecchi P-51, per poi passare ai caccia a reazione. Nella sua carriera passò anche per la base di Vicenza, dove fu impegnato nell’addestramento dei piloti italiani sui jet di fabbricazione statunitense. E fu negli anni Cinquanta che iniziò anche la carriera di «recordman», quando incontrò il medico e fisiologo dell’Usaf John Stapp, impegnato nella ricerca sperimentale sulla resistenza del corpo umano alle accelerazioni e decelerazioni estreme, per poterle applicare poi nello sviluppo tecnologico in campo aeronautico. Kittinger vide, come pilota di servizio, l’esperimento della «rocket sled», la slitta-razzo che nel 1955 Stapp fece correre lungo un binario con a bordo un essere umano fino al record di velocità di 1.017 km/h. Negli anni seguenti, il medico dell’aeronautica coinvolse Joe Kittinger nel programma «Excelsior», che all’avvio degli anni Sessanta fece da base scientifica alle conquiste spaziali nella «Space race» che porterà la Nasa alla conquista della Luna circa un decennio più tardi. Kittinger fu scelto per il volo stratosferico a bordo dei palloni sonda, su cui il pilota dell’Usaf superò i 29mila metri di altitudine nel 1957. Due anni più tardi Kittinger fu protagonista di un lancio con il paracadute dalla stessa altezza e nel 1960, precisamente il 16 agosto, raggiunse il record mondiale di altezza quando si buttò dalla quota stratosferica di 31.333 metri raggiungendo durante i 4 minuti e mezzo di caduta la velocità di quasi 1.000 km/h. Il primato sarà superato solo nel 2012 dall’austriaco Felix Baumgartner, che scelse proprio Kittinger come consulente durante la fase preparatoria.
Tornato alla guida dei caccia, l’«uomo che cadde sulla terra», come lo chiamavano i media americani, prese parte alla guerra del Vietnam ai comandi prima dei vecchi A-26 e in seguito dei jet F-4 «Phantom» per un totale di tre turni nel 1963-64, 1966-67 e 1971-73. Durante l’ultimo «tour», l’11 maggio 1972, Kittinger fu abbattuto durante una missione dalla contraerea nordvietnamita, riuscendo fortunatamente ad eiettarsi dall’abitacolo. Catturato, fu portato ad Hanoi e rinchiuso nel carcere di Hoa Lo, chiamato dai prigionieri americani «Hanoi Hilton». Nella malsana prigione, la stessa dove fu detenuto il senatore repubblicano John McCain, Kittinger fu in grado di resistere a torture e interrogatori, oltre che alla durezza delle condizioni a cui gli «yankee» erano sottoposti. Fu liberato nell’ambito dell’operazione di scambio di prigionieri «Homecoming» il 28 marzo 1973, dopo 11 interminabili mesi di supplizio. Ritornato nell’Usaf, sarà congedato per anzianità di servizio nel 1978.
Da quella data, Joe Kittinger si dedicherà ai voli su palloni aerostatici, una sua vecchia passione. Nei primi anni Ottanta, il pilota e recordman rifiutò di tenere i piedi per terra e, a bordo del suo aerostato Rosy ‘O Grady fu protagonista di molte manifestazioni aeree organizzate dalla compagnia che portava lo stesso nome della mongolfiera, il Rosy ‘O Grady Flying Circus. L’attività negli air show era propedeutica all’ultimo, grande primato che Kittinger voleva conquistare: la traversata dell’Atlantico a bordo di un pallone aerostatico, in solitaria. L’occasione giunse grazie all’interessamento (ed al finanziamento) di un magnate canadese, Gaetan Croteau, il quale trovò un accordo con il National Geographic Magazine interessato al reportage sull’impresa, i cui precedenti erano stati drammatici e fallimentari ed avevano portato alla morte di tre dei quattro temerari che l’avevano tentata in precedenza. Il luogo del decollo, previsto nella tarda estate del 1984, fu fissato a Caribou, nel Maine. In attesa della finestra meteorologica ideale, Kittinger e il suo team studiarono le carte e le correnti, senza conoscere realmente dove i venti avrebbero potuto spingere la mongolfiera. Il Rosy ‘O Grady si staccò da terra il 14 settembre in direzione est, scomparendo alla vista della costa orientale degli Stati Uniti. Il volo fu impegnativo, soprattutto per il freddo pungente che fece congelare acqua e viveri e per l’isolamento durante il volo sopra una distesa di acqua e abissi che pareva infinita. Kittinger rimase molto provato soprattutto da un punto di vista psicofisico, dal momento che le condizioni del volo gli permisero di dormire solamente per 15 minuti ogni tanto. L’unico contatto che ebbe via radio con gli altri velivoli fu con un jet di linea della British Airways che, caso volle, portava a bordo il suo staff e la compagna Sherry verso l’Europa. Grazie a questa coincidenza, Joe riuscì a spezzare l’estrema solitudine del volo transoceanico. Kittinger vide le coste della Spagna il terzo giorno di volo, tuttavia decise di proseguire poiché se fosse atterrato in terra iberica non avrebbe battuto il record di distanza, stabilito dai tre piloti di aerostato Abruzzo, Anderson e Newman nel 1981 quando volarono per 4.184 km. attraversando il Pacifico dal Giappone alla California. Il pilota veterano del Vietnam sognava simbolicamente Mosca e la Piazza Rossa, mentre il Rosy ‘O Grady sorvolava silenzioso il Mediterraneo. A svegliare il pilota dalle fantasticherie fu il rapido esaurirsi della zavorra, mentre si avvicinava alla costa ligure e le Alpi si avvicinavano, assieme a nuvole cariche di tempesta. Fu così costretto a terminare la sua impresa lunga quattro interminabili giorni correndo uno dei rischi più grandi della sua incredibile carriera. Le alture savonesi presentavano ostacoli potenzialmente mortali, come le numerose linee ad alta tensione che alimentavano le fabbriche della Val Bormida. Il pilota del Rosy ‘O Grady chiuse gli occhi e riuscì ad evitare l’impatto fatale. Non fu in grado tuttavia di evitare il fitto bosco che gli si parò davanti nei dintorni dell’abitato di Cairo Montenotte. Il colpo fu duro, ma fortunatamente senza conseguenze, o quasi. Perché Joe, gettandosi dalla navicella impigliata tra i rami si ruppe una caviglia. Ma la gioia di aver battuto ben due record mondiali spense il dolore della frattura e, quasi pazzo di gioia, l’«uomo che cadde sulla terra» rise esausto di fronte agli increduli boscaioli che dalla Brianza si erano trasferiti a lavorare nella boscaglia savonese. Dopo i festeggiamenti con la compagna Sherry, l’elicottero lo trasferì momentaneamente all’ospedale di Nizza per le cure ortopediche. Joe non dimenticava però l’accoglienza degli italiani e volle dimostrare la sua gratitudine tornando a Cairo Montenotte due giorni dopo, per una serata di festeggiamenti con i boscaioli e con la cittadinanza in festa. Mentre si trovava nel luogo che aveva segnato il suo trionfo, ricevette una telefonata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Maxwell Rabb. Il diplomatico informava Kittinger dell’invito al Quirinale da parte del vecchio presidente, il savonese Sandro Pertini, che aveva deciso di conferire al recordman la medaglia al merito della Repubblica Italiana. Il viaggio di Kittinger in Italia, dopo km di trasvolata si concludeva con un primato, una medaglia al merito e un occhiolino sornione dell’«adorabile anziano presidente», come Kittinger descrisse Pertini nella sua autobiografia.
Il colonnello Joe Kittinger è scomparso a Orlando, Florida, il 9 dicembre 2022. Dal 9 settembre 2024 riposa nel cimitero di Arlington accanto agli eroi americani di tutti i tempi.
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Il 18 settembre 1984 un misterioso aerostato piombò in un bosco di Cairo Montenotte (Savona). Il suo pilota, che deteneva il record mondiale di altezza nel paracadutismo e fu prigioniero in Vietnam, volò per 86 ore in solitaria sopra l'Atlantico (5.703 km.). Tra la fitta vegetazione della Val Bormida, nelle vicinanze di Cairo Montenotte, un pallone aerostatico giaceva impigliato tra i rami. Nella navicella danneggiata dall’impatto c’era il pilota, un americano sulla sessantina circa. A poca distanza lo osservavano sbalorditi alcuni boscaioli, che avevano assistito all’atterraggio non esattamente delicato dell’aerostato improvvisamente apparso nel cielo dell’entroterra Ligure. Era il 18 settembre 1984. Poco più tardi il rombo di un elicottero privato rompeva il silenzio dei boschi e atterrava a poca distanza dal luogo dell’impatto. Dal portellone usciva una donna, con una bottiglia in mano. La signora raggiungeva i resti del pallone aerostatico, gettandosi al collo del pilota in un abbraccio commosso per poi bagnarlo con un getto di champagne. Nessuno, tra gli esterrefatti astanti, si sarebbe immaginato cosa nascondesse quella scena totalmente surreale, né da dove venisse quel misterioso velivolo, sul cui involucro spiccava il nome: Rosy ‘O Grady-balloon of Peace (mongolfiera della Pace). L’arcano emergerà poco dopo, dalle cronache di tutto il mondo. Quell’aerostato era il protagonista di un nuovo record mondiale, la traversata Atlantica in solitaria, portata a termine dopo un volo di 5.703 Km coperti in 86 ore dalle coste del Maine fino all’atterraggio di emergenza nell’entroterra savonese. Il pilota recordman era Joseph «Joe» Kittinger, una figura di spicco dell’Usaf, l’aeronautica militare degli Stati Uniti. La sua storia personale merita di essere raccontata a quarant’anni da quel record, soltanto l’ultimo in ordine cronologico tra le incredibili imprese della sua vita. La signora dello champagne era la sua futura moglie Sherry, arrivata su un elicottero messo a disposizione dal National Geographic e da un finanziatore canadese. Joe Kittinger era nato nel 1928, troppo giovane per volare sui caccia della Seconda guerra mondiale e nei cieli di Corea. Appassionato del volo fin da adolescente, Kittinger riuscì ad arruolarsi in aviazione nel 1949 per essere in seguito assegnato in Germania nei primi anni Cinquanta, dove pilotò i vecchi P-51, per poi passare ai caccia a reazione. Nella sua carriera passò anche per la base di Vicenza, dove fu impegnato nell’addestramento dei piloti italiani sui jet di fabbricazione statunitense. E fu negli anni Cinquanta che iniziò anche la carriera di «recordman», quando incontrò il medico e fisiologo dell’Usaf John Stapp, impegnato nella ricerca sperimentale sulla resistenza del corpo umano alle accelerazioni e decelerazioni estreme, per poterle applicare poi nello sviluppo tecnologico in campo aeronautico. Kittinger vide, come pilota di servizio, l’esperimento della «rocket sled», la slitta-razzo che nel 1955 Stapp fece correre lungo un binario con a bordo un essere umano fino al record di velocità di 1.017 km/h. Negli anni seguenti, il medico dell’aeronautica coinvolse Joe Kittinger nel programma «Excelsior», che all’avvio degli anni Sessanta fece da base scientifica alle conquiste spaziali nella «Space race» che porterà la Nasa alla conquista della Luna circa un decennio più tardi. Kittinger fu scelto per il volo stratosferico a bordo dei palloni sonda, su cui il pilota dell’Usaf superò i 29mila metri di altitudine nel 1957. Due anni più tardi Kittinger fu protagonista di un lancio con il paracadute dalla stessa altezza e nel 1960, precisamente il 16 agosto, raggiunse il record mondiale di altezza quando si buttò dalla quota stratosferica di 31.333 metri raggiungendo durante i 4 minuti e mezzo di caduta la velocità di quasi 1.000 km/h. Il primato sarà superato solo nel 2012 dall’austriaco Felix Baumgartner, che scelse proprio Kittinger come consulente durante la fase preparatoria. Tornato alla guida dei caccia, l’«uomo che cadde sulla terra», come lo chiamavano i media americani, prese parte alla guerra del Vietnam ai comandi prima dei vecchi A-26 e in seguito dei jet F-4 «Phantom» per un totale di tre turni nel 1963-64, 1966-67 e 1971-73. Durante l’ultimo «tour», l’11 maggio 1972, Kittinger fu abbattuto durante una missione dalla contraerea nordvietnamita, riuscendo fortunatamente ad eiettarsi dall’abitacolo. Catturato, fu portato ad Hanoi e rinchiuso nel carcere di Hoa Lo, chiamato dai prigionieri americani «Hanoi Hilton». Nella malsana prigione, la stessa dove fu detenuto il senatore repubblicano John McCain, Kittinger fu in grado di resistere a torture e interrogatori, oltre che alla durezza delle condizioni a cui gli «yankee» erano sottoposti. Fu liberato nell’ambito dell’operazione di scambio di prigionieri «Homecoming» il 28 marzo 1973, dopo 11 interminabili mesi di supplizio. Ritornato nell’Usaf, sarà congedato per anzianità di servizio nel 1978. Da quella data, Joe Kittinger si dedicherà ai voli su palloni aerostatici, una sua vecchia passione. Nei primi anni Ottanta, il pilota e recordman rifiutò di tenere i piedi per terra e, a bordo del suo aerostato Rosy ‘O Grady fu protagonista di molte manifestazioni aeree organizzate dalla compagnia che portava lo stesso nome della mongolfiera, il Rosy ‘O Grady Flying Circus. L’attività negli air show era propedeutica all’ultimo, grande primato che Kittinger voleva conquistare: la traversata dell’Atlantico a bordo di un pallone aerostatico, in solitaria. L’occasione giunse grazie all’interessamento (ed al finanziamento) di un magnate canadese, Gaetan Croteau, il quale trovò un accordo con il National Geographic Magazine interessato al reportage sull’impresa, i cui precedenti erano stati drammatici e fallimentari ed avevano portato alla morte di tre dei quattro temerari che l’avevano tentata in precedenza. Il luogo del decollo, previsto nella tarda estate del 1984, fu fissato a Caribou, nel Maine. In attesa della finestra meteorologica ideale, Kittinger e il suo team studiarono le carte e le correnti, senza conoscere realmente dove i venti avrebbero potuto spingere la mongolfiera. Il Rosy ‘O Grady si staccò da terra il 14 settembre in direzione est, scomparendo alla vista della costa orientale degli Stati Uniti. Il volo fu impegnativo, soprattutto per il freddo pungente che fece congelare acqua e viveri e per l’isolamento durante il volo sopra una distesa di acqua e abissi che pareva infinita. Kittinger rimase molto provato soprattutto da un punto di vista psicofisico, dal momento che le condizioni del volo gli permisero di dormire solamente per 15 minuti ogni tanto. L’unico contatto che ebbe via radio con gli altri velivoli fu con un jet di linea della British Airways che, caso volle, portava a bordo il suo staff e la compagna Sherry verso l’Europa. Grazie a questa coincidenza, Joe riuscì a spezzare l’estrema solitudine del volo transoceanico. Kittinger vide le coste della Spagna il terzo giorno di volo, tuttavia decise di proseguire poiché se fosse atterrato in terra iberica non avrebbe battuto il record di distanza, stabilito dai tre piloti di aerostato Abruzzo, Anderson e Newman nel 1981 quando volarono per 4.184 km. attraversando il Pacifico dal Giappone alla California. Il pilota veterano del Vietnam sognava simbolicamente Mosca e la Piazza Rossa, mentre il Rosy ‘O Grady sorvolava silenzioso il Mediterraneo. A svegliare il pilota dalle fantasticherie fu il rapido esaurirsi della zavorra, mentre si avvicinava alla costa ligure e le Alpi si avvicinavano, assieme a nuvole cariche di tempesta. Fu così costretto a terminare la sua impresa lunga quattro interminabili giorni correndo uno dei rischi più grandi della sua incredibile carriera. Le alture savonesi presentavano ostacoli potenzialmente mortali, come le numerose linee ad alta tensione che alimentavano le fabbriche della Val Bormida. Il pilota del Rosy ‘O Grady chiuse gli occhi e riuscì ad evitare l’impatto fatale. Non fu in grado tuttavia di evitare il fitto bosco che gli si parò davanti nei dintorni dell’abitato di Cairo Montenotte. Il colpo fu duro, ma fortunatamente senza conseguenze, o quasi. Perché Joe, gettandosi dalla navicella impigliata tra i rami si ruppe una caviglia. Ma la gioia di aver battuto ben due record mondiali spense il dolore della frattura e, quasi pazzo di gioia, l’«uomo che cadde sulla terra» rise esausto di fronte agli increduli boscaioli che dalla Brianza si erano trasferiti a lavorare nella boscaglia savonese. Dopo i festeggiamenti con la compagna Sherry, l’elicottero lo trasferì momentaneamente all’ospedale di Nizza per le cure ortopediche. Joe non dimenticava però l’accoglienza degli italiani e volle dimostrare la sua gratitudine tornando a Cairo Montenotte due giorni dopo, per una serata di festeggiamenti con i boscaioli e con la cittadinanza in festa. Mentre si trovava nel luogo che aveva segnato il suo trionfo, ricevette una telefonata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Maxwell Rabb. Il diplomatico informava Kittinger dell’invito al Quirinale da parte del vecchio presidente, il savonese Sandro Pertini, che aveva deciso di conferire al recordman la medaglia al merito della Repubblica Italiana. Il viaggio di Kittinger in Italia, dopo km di trasvolata si concludeva con un primato, una medaglia al merito e un occhiolino sornione dell’«adorabile anziano presidente», come Kittinger descrisse Pertini nella sua autobiografia. Il colonnello Joe Kittinger è scomparso a Orlando, Florida, il 9 dicembre 2022. Dal 9 settembre 2024 riposa nel cimitero di Arlington accanto agli eroi americani di tutti i tempi.
Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
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Vladimir Putin (Ansa)
Rispondere a questa domanda è complesso. Sebbene la Russia sia effettivamente all’offensiva da diverso tempo, l’intensità e l’efficacia delle sue azioni militari sono molto variabili e incostanti, e le linee difensive ucraine non sono affatto crollate. La Russia non ha ottenuto ancora gli obiettivi che si era prefissata: il controllo totale del Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del Paese, che si risolverebbe nel cambio di regime e nell’identificazione di un nuovo leader ucraino più vicino agli interessi di Mosca. Conseguentemente, è decisamente difficile sostenere che Vladimir Putin stia vincendo o abbia raggiunto i suoi scopi: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il risultato ottenuto è che Kiev si è molto avvicinata all’Europa; puntava a fermare l’espansione della Nato, mentre Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza successivamente al suo attacco. In ogni caso, il dato incontrovertibile è che il conflitto continua, e probabilmente sarà proprio il fattore tempo l’elemento chiave a determinarne le sorti. Per quanto tempo il Cremlino sarà disposto e soprattutto sarà in grado di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità? Difficile pronosticarlo, anche se non bisogna mai sottovalutare la pazienza e la resilienza russa. Inoltre, gli europei continuano a non mettere nel conto che la Russia dispone di un arsenale nucleare imponente, che ovviamente ci auguriamo tutti non venga mai utilizzato.
E nell’altro campo, per quanto tempo l’Ucraina sarà capace di resistere? Ma soprattutto, per quanto ancora i Paesi occidentali potranno e vorranno sostenerla? Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha recentemente formalizzato la sua proposta di concedere all’Ucraina una «membership associata» all’Ue. L’obiettivo dovrebbe essere quello di accelerare l’integrazione di fatto mentre sono in corso i negoziati con la Russia. Secondo il cancelliere, sarebbe una tappa verso la piena adesione. Ma dietro al pragmatismo di questa mossa si nasconde una pericolosa trappola: si creerebbe una sorta di «sala d’attesa» dove tenere gli ucraini ancora a lungo, forse per sempre. Nella Ue manca assolutamente la volontà politica comune necessaria per affrontare i problemi legati all’adesione dell’Ucraina. La «membership associata» proposta da Merz assomiglia a un’adesione fittizia, come i villaggi di cartapesta fatti costruire dal principe Grigorij Potemkin per Caterina II di Russia. La verità è che l’Ucraina rappresenta un serio problema, e forse anche un pericolo per l’Ue, perché è considerata da molti come troppo grande, pericolosa o corrotta per essere ammessa nel consesso europeo. Alcuni affermano addirittura che con l’adesione ci troveremmo con un milione di ex combattenti, capaci di maneggiare le armi, liberi di circolare nell’Ue: preoccupazioni o accuse che possono sembrare eccessive o infondate, ma di fatto riflettono le percezioni in alcune capitali. In ogni caso nessun leader sembra essere disposto a rischiare per far entrare l’Ucraina, stante l’ostilità più o meno accentuate delle opinioni pubbliche.
Ma c’è un secondo e più grande problema: la Ue sclerotizzata non è capace di riformarsi per procedere a un nuovo grande allargamento. Ventidue anni dopo la riunificazione con i Paesi dell’ex blocco di Varsavia e 13 anni dopo l’ultima adesione della Croazia, la domanda rimane sempre la stessa: l’Ue è in grado di mantenere le sue promesse di integrazione e armonizzazione per un efficace allargamento?
A tutto ciò bisogna aggiungere che la geopolitica mondiale è in continuo movimento. Alcuni osservatori informati sostengono che nel recente vertice a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump il leader cinese abbia ribadito che non è possibile immaginare che la Russia perda la guerra. Non a caso subito dopo ha ricevuto, in pompa magna, proprio il leader russo Vladimir Putin. L’Europa, oltre che Kiev, è avvertita. Per cui sarebbe consigliabile che i soloni di Bruxelles accogliessero le disponibilità russe per l’apertura di un negoziato invece di prendere tempo nella ricerca di un negoziatore, e usassero nello stesso tempo più cautela nell’affermare che Volodymyr Zelensky stia vincendo la guerra, perché corrono il rischio molto alto di cadere semplicemente in una illusione ottica.
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Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
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Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
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