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2024-09-18
Il volo da record di Joe Kittinger, dal Maine alla Liguria in pallone
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Joseph «Joe» Kittinger nei primi anni Ottanta
Tra la fitta vegetazione della Val Bormida, nelle vicinanze di Cairo Montenotte, un pallone aerostatico giaceva impigliato tra i rami. Nella navicella danneggiata dall’impatto c’era il pilota, un americano sulla sessantina circa. A poca distanza lo osservavano sbalorditi alcuni boscaioli, che avevano assistito all’atterraggio non esattamente delicato dell’aerostato improvvisamente apparso nel cielo dell’entroterra Ligure. Era il 18 settembre 1984.
Poco più tardi il rombo di un elicottero privato rompeva il silenzio dei boschi e atterrava a poca distanza dal luogo dell’impatto. Dal portellone usciva una donna, con una bottiglia in mano. La signora raggiungeva i resti del pallone aerostatico, gettandosi al collo del pilota in un abbraccio commosso per poi bagnarlo con un getto di champagne. Nessuno, tra gli esterrefatti astanti, si sarebbe immaginato cosa nascondesse quella scena totalmente surreale, né da dove venisse quel misterioso velivolo, sul cui involucro spiccava il nome: Rosy ‘O Grady-balloon of Peace (mongolfiera della Pace).
L’arcano emergerà poco dopo, dalle cronache di tutto il mondo. Quell’aerostato era il protagonista di un nuovo record mondiale, la traversata Atlantica in solitaria, portata a termine dopo un volo di 5.703 Km coperti in 86 ore dalle coste del Maine fino all’atterraggio di emergenza nell’entroterra savonese. Il pilota recordman era Joseph «Joe» Kittinger, una figura di spicco dell’Usaf, l’aeronautica militare degli Stati Uniti. La sua storia personale merita di essere raccontata a quarant’anni da quel record, soltanto l’ultimo in ordine cronologico tra le incredibili imprese della sua vita. La signora dello champagne era la sua futura moglie Sherry, arrivata su un elicottero messo a disposizione dal National Geographic e da un finanziatore canadese.
Joe Kittinger era nato nel 1928, troppo giovane per volare sui caccia della Seconda guerra mondiale e nei cieli di Corea. Appassionato del volo fin da adolescente, Kittinger riuscì ad arruolarsi in aviazione nel 1949 per essere in seguito assegnato in Germania nei primi anni Cinquanta, dove pilotò i vecchi P-51, per poi passare ai caccia a reazione. Nella sua carriera passò anche per la base di Vicenza, dove fu impegnato nell’addestramento dei piloti italiani sui jet di fabbricazione statunitense. E fu negli anni Cinquanta che iniziò anche la carriera di «recordman», quando incontrò il medico e fisiologo dell’Usaf John Stapp, impegnato nella ricerca sperimentale sulla resistenza del corpo umano alle accelerazioni e decelerazioni estreme, per poterle applicare poi nello sviluppo tecnologico in campo aeronautico. Kittinger vide, come pilota di servizio, l’esperimento della «rocket sled», la slitta-razzo che nel 1955 Stapp fece correre lungo un binario con a bordo un essere umano fino al record di velocità di 1.017 km/h. Negli anni seguenti, il medico dell’aeronautica coinvolse Joe Kittinger nel programma «Excelsior», che all’avvio degli anni Sessanta fece da base scientifica alle conquiste spaziali nella «Space race» che porterà la Nasa alla conquista della Luna circa un decennio più tardi. Kittinger fu scelto per il volo stratosferico a bordo dei palloni sonda, su cui il pilota dell’Usaf superò i 29mila metri di altitudine nel 1957. Due anni più tardi Kittinger fu protagonista di un lancio con il paracadute dalla stessa altezza e nel 1960, precisamente il 16 agosto, raggiunse il record mondiale di altezza quando si buttò dalla quota stratosferica di 31.333 metri raggiungendo durante i 4 minuti e mezzo di caduta la velocità di quasi 1.000 km/h. Il primato sarà superato solo nel 2012 dall’austriaco Felix Baumgartner, che scelse proprio Kittinger come consulente durante la fase preparatoria.
Tornato alla guida dei caccia, l’«uomo che cadde sulla terra», come lo chiamavano i media americani, prese parte alla guerra del Vietnam ai comandi prima dei vecchi A-26 e in seguito dei jet F-4 «Phantom» per un totale di tre turni nel 1963-64, 1966-67 e 1971-73. Durante l’ultimo «tour», l’11 maggio 1972, Kittinger fu abbattuto durante una missione dalla contraerea nordvietnamita, riuscendo fortunatamente ad eiettarsi dall’abitacolo. Catturato, fu portato ad Hanoi e rinchiuso nel carcere di Hoa Lo, chiamato dai prigionieri americani «Hanoi Hilton». Nella malsana prigione, la stessa dove fu detenuto il senatore repubblicano John McCain, Kittinger fu in grado di resistere a torture e interrogatori, oltre che alla durezza delle condizioni a cui gli «yankee» erano sottoposti. Fu liberato nell’ambito dell’operazione di scambio di prigionieri «Homecoming» il 28 marzo 1973, dopo 11 interminabili mesi di supplizio. Ritornato nell’Usaf, sarà congedato per anzianità di servizio nel 1978.
Da quella data, Joe Kittinger si dedicherà ai voli su palloni aerostatici, una sua vecchia passione. Nei primi anni Ottanta, il pilota e recordman rifiutò di tenere i piedi per terra e, a bordo del suo aerostato Rosy ‘O Grady fu protagonista di molte manifestazioni aeree organizzate dalla compagnia che portava lo stesso nome della mongolfiera, il Rosy ‘O Grady Flying Circus. L’attività negli air show era propedeutica all’ultimo, grande primato che Kittinger voleva conquistare: la traversata dell’Atlantico a bordo di un pallone aerostatico, in solitaria. L’occasione giunse grazie all’interessamento (ed al finanziamento) di un magnate canadese, Gaetan Croteau, il quale trovò un accordo con il National Geographic Magazine interessato al reportage sull’impresa, i cui precedenti erano stati drammatici e fallimentari ed avevano portato alla morte di tre dei quattro temerari che l’avevano tentata in precedenza. Il luogo del decollo, previsto nella tarda estate del 1984, fu fissato a Caribou, nel Maine. In attesa della finestra meteorologica ideale, Kittinger e il suo team studiarono le carte e le correnti, senza conoscere realmente dove i venti avrebbero potuto spingere la mongolfiera. Il Rosy ‘O Grady si staccò da terra il 14 settembre in direzione est, scomparendo alla vista della costa orientale degli Stati Uniti. Il volo fu impegnativo, soprattutto per il freddo pungente che fece congelare acqua e viveri e per l’isolamento durante il volo sopra una distesa di acqua e abissi che pareva infinita. Kittinger rimase molto provato soprattutto da un punto di vista psicofisico, dal momento che le condizioni del volo gli permisero di dormire solamente per 15 minuti ogni tanto. L’unico contatto che ebbe via radio con gli altri velivoli fu con un jet di linea della British Airways che, caso volle, portava a bordo il suo staff e la compagna Sherry verso l’Europa. Grazie a questa coincidenza, Joe riuscì a spezzare l’estrema solitudine del volo transoceanico. Kittinger vide le coste della Spagna il terzo giorno di volo, tuttavia decise di proseguire poiché se fosse atterrato in terra iberica non avrebbe battuto il record di distanza, stabilito dai tre piloti di aerostato Abruzzo, Anderson e Newman nel 1981 quando volarono per 4.184 km. attraversando il Pacifico dal Giappone alla California. Il pilota veterano del Vietnam sognava simbolicamente Mosca e la Piazza Rossa, mentre il Rosy ‘O Grady sorvolava silenzioso il Mediterraneo. A svegliare il pilota dalle fantasticherie fu il rapido esaurirsi della zavorra, mentre si avvicinava alla costa ligure e le Alpi si avvicinavano, assieme a nuvole cariche di tempesta. Fu così costretto a terminare la sua impresa lunga quattro interminabili giorni correndo uno dei rischi più grandi della sua incredibile carriera. Le alture savonesi presentavano ostacoli potenzialmente mortali, come le numerose linee ad alta tensione che alimentavano le fabbriche della Val Bormida. Il pilota del Rosy ‘O Grady chiuse gli occhi e riuscì ad evitare l’impatto fatale. Non fu in grado tuttavia di evitare il fitto bosco che gli si parò davanti nei dintorni dell’abitato di Cairo Montenotte. Il colpo fu duro, ma fortunatamente senza conseguenze, o quasi. Perché Joe, gettandosi dalla navicella impigliata tra i rami si ruppe una caviglia. Ma la gioia di aver battuto ben due record mondiali spense il dolore della frattura e, quasi pazzo di gioia, l’«uomo che cadde sulla terra» rise esausto di fronte agli increduli boscaioli che dalla Brianza si erano trasferiti a lavorare nella boscaglia savonese. Dopo i festeggiamenti con la compagna Sherry, l’elicottero lo trasferì momentaneamente all’ospedale di Nizza per le cure ortopediche. Joe non dimenticava però l’accoglienza degli italiani e volle dimostrare la sua gratitudine tornando a Cairo Montenotte due giorni dopo, per una serata di festeggiamenti con i boscaioli e con la cittadinanza in festa. Mentre si trovava nel luogo che aveva segnato il suo trionfo, ricevette una telefonata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Maxwell Rabb. Il diplomatico informava Kittinger dell’invito al Quirinale da parte del vecchio presidente, il savonese Sandro Pertini, che aveva deciso di conferire al recordman la medaglia al merito della Repubblica Italiana. Il viaggio di Kittinger in Italia, dopo km di trasvolata si concludeva con un primato, una medaglia al merito e un occhiolino sornione dell’«adorabile anziano presidente», come Kittinger descrisse Pertini nella sua autobiografia.
Il colonnello Joe Kittinger è scomparso a Orlando, Florida, il 9 dicembre 2022. Dal 9 settembre 2024 riposa nel cimitero di Arlington accanto agli eroi americani di tutti i tempi.
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Il 18 settembre 1984 un misterioso aerostato piombò in un bosco di Cairo Montenotte (Savona). Il suo pilota, che deteneva il record mondiale di altezza nel paracadutismo e fu prigioniero in Vietnam, volò per 86 ore in solitaria sopra l'Atlantico (5.703 km.). Tra la fitta vegetazione della Val Bormida, nelle vicinanze di Cairo Montenotte, un pallone aerostatico giaceva impigliato tra i rami. Nella navicella danneggiata dall’impatto c’era il pilota, un americano sulla sessantina circa. A poca distanza lo osservavano sbalorditi alcuni boscaioli, che avevano assistito all’atterraggio non esattamente delicato dell’aerostato improvvisamente apparso nel cielo dell’entroterra Ligure. Era il 18 settembre 1984. Poco più tardi il rombo di un elicottero privato rompeva il silenzio dei boschi e atterrava a poca distanza dal luogo dell’impatto. Dal portellone usciva una donna, con una bottiglia in mano. La signora raggiungeva i resti del pallone aerostatico, gettandosi al collo del pilota in un abbraccio commosso per poi bagnarlo con un getto di champagne. Nessuno, tra gli esterrefatti astanti, si sarebbe immaginato cosa nascondesse quella scena totalmente surreale, né da dove venisse quel misterioso velivolo, sul cui involucro spiccava il nome: Rosy ‘O Grady-balloon of Peace (mongolfiera della Pace). L’arcano emergerà poco dopo, dalle cronache di tutto il mondo. Quell’aerostato era il protagonista di un nuovo record mondiale, la traversata Atlantica in solitaria, portata a termine dopo un volo di 5.703 Km coperti in 86 ore dalle coste del Maine fino all’atterraggio di emergenza nell’entroterra savonese. Il pilota recordman era Joseph «Joe» Kittinger, una figura di spicco dell’Usaf, l’aeronautica militare degli Stati Uniti. La sua storia personale merita di essere raccontata a quarant’anni da quel record, soltanto l’ultimo in ordine cronologico tra le incredibili imprese della sua vita. La signora dello champagne era la sua futura moglie Sherry, arrivata su un elicottero messo a disposizione dal National Geographic e da un finanziatore canadese. Joe Kittinger era nato nel 1928, troppo giovane per volare sui caccia della Seconda guerra mondiale e nei cieli di Corea. Appassionato del volo fin da adolescente, Kittinger riuscì ad arruolarsi in aviazione nel 1949 per essere in seguito assegnato in Germania nei primi anni Cinquanta, dove pilotò i vecchi P-51, per poi passare ai caccia a reazione. Nella sua carriera passò anche per la base di Vicenza, dove fu impegnato nell’addestramento dei piloti italiani sui jet di fabbricazione statunitense. E fu negli anni Cinquanta che iniziò anche la carriera di «recordman», quando incontrò il medico e fisiologo dell’Usaf John Stapp, impegnato nella ricerca sperimentale sulla resistenza del corpo umano alle accelerazioni e decelerazioni estreme, per poterle applicare poi nello sviluppo tecnologico in campo aeronautico. Kittinger vide, come pilota di servizio, l’esperimento della «rocket sled», la slitta-razzo che nel 1955 Stapp fece correre lungo un binario con a bordo un essere umano fino al record di velocità di 1.017 km/h. Negli anni seguenti, il medico dell’aeronautica coinvolse Joe Kittinger nel programma «Excelsior», che all’avvio degli anni Sessanta fece da base scientifica alle conquiste spaziali nella «Space race» che porterà la Nasa alla conquista della Luna circa un decennio più tardi. Kittinger fu scelto per il volo stratosferico a bordo dei palloni sonda, su cui il pilota dell’Usaf superò i 29mila metri di altitudine nel 1957. Due anni più tardi Kittinger fu protagonista di un lancio con il paracadute dalla stessa altezza e nel 1960, precisamente il 16 agosto, raggiunse il record mondiale di altezza quando si buttò dalla quota stratosferica di 31.333 metri raggiungendo durante i 4 minuti e mezzo di caduta la velocità di quasi 1.000 km/h. Il primato sarà superato solo nel 2012 dall’austriaco Felix Baumgartner, che scelse proprio Kittinger come consulente durante la fase preparatoria. Tornato alla guida dei caccia, l’«uomo che cadde sulla terra», come lo chiamavano i media americani, prese parte alla guerra del Vietnam ai comandi prima dei vecchi A-26 e in seguito dei jet F-4 «Phantom» per un totale di tre turni nel 1963-64, 1966-67 e 1971-73. Durante l’ultimo «tour», l’11 maggio 1972, Kittinger fu abbattuto durante una missione dalla contraerea nordvietnamita, riuscendo fortunatamente ad eiettarsi dall’abitacolo. Catturato, fu portato ad Hanoi e rinchiuso nel carcere di Hoa Lo, chiamato dai prigionieri americani «Hanoi Hilton». Nella malsana prigione, la stessa dove fu detenuto il senatore repubblicano John McCain, Kittinger fu in grado di resistere a torture e interrogatori, oltre che alla durezza delle condizioni a cui gli «yankee» erano sottoposti. Fu liberato nell’ambito dell’operazione di scambio di prigionieri «Homecoming» il 28 marzo 1973, dopo 11 interminabili mesi di supplizio. Ritornato nell’Usaf, sarà congedato per anzianità di servizio nel 1978. Da quella data, Joe Kittinger si dedicherà ai voli su palloni aerostatici, una sua vecchia passione. Nei primi anni Ottanta, il pilota e recordman rifiutò di tenere i piedi per terra e, a bordo del suo aerostato Rosy ‘O Grady fu protagonista di molte manifestazioni aeree organizzate dalla compagnia che portava lo stesso nome della mongolfiera, il Rosy ‘O Grady Flying Circus. L’attività negli air show era propedeutica all’ultimo, grande primato che Kittinger voleva conquistare: la traversata dell’Atlantico a bordo di un pallone aerostatico, in solitaria. L’occasione giunse grazie all’interessamento (ed al finanziamento) di un magnate canadese, Gaetan Croteau, il quale trovò un accordo con il National Geographic Magazine interessato al reportage sull’impresa, i cui precedenti erano stati drammatici e fallimentari ed avevano portato alla morte di tre dei quattro temerari che l’avevano tentata in precedenza. Il luogo del decollo, previsto nella tarda estate del 1984, fu fissato a Caribou, nel Maine. In attesa della finestra meteorologica ideale, Kittinger e il suo team studiarono le carte e le correnti, senza conoscere realmente dove i venti avrebbero potuto spingere la mongolfiera. Il Rosy ‘O Grady si staccò da terra il 14 settembre in direzione est, scomparendo alla vista della costa orientale degli Stati Uniti. Il volo fu impegnativo, soprattutto per il freddo pungente che fece congelare acqua e viveri e per l’isolamento durante il volo sopra una distesa di acqua e abissi che pareva infinita. Kittinger rimase molto provato soprattutto da un punto di vista psicofisico, dal momento che le condizioni del volo gli permisero di dormire solamente per 15 minuti ogni tanto. L’unico contatto che ebbe via radio con gli altri velivoli fu con un jet di linea della British Airways che, caso volle, portava a bordo il suo staff e la compagna Sherry verso l’Europa. Grazie a questa coincidenza, Joe riuscì a spezzare l’estrema solitudine del volo transoceanico. Kittinger vide le coste della Spagna il terzo giorno di volo, tuttavia decise di proseguire poiché se fosse atterrato in terra iberica non avrebbe battuto il record di distanza, stabilito dai tre piloti di aerostato Abruzzo, Anderson e Newman nel 1981 quando volarono per 4.184 km. attraversando il Pacifico dal Giappone alla California. Il pilota veterano del Vietnam sognava simbolicamente Mosca e la Piazza Rossa, mentre il Rosy ‘O Grady sorvolava silenzioso il Mediterraneo. A svegliare il pilota dalle fantasticherie fu il rapido esaurirsi della zavorra, mentre si avvicinava alla costa ligure e le Alpi si avvicinavano, assieme a nuvole cariche di tempesta. Fu così costretto a terminare la sua impresa lunga quattro interminabili giorni correndo uno dei rischi più grandi della sua incredibile carriera. Le alture savonesi presentavano ostacoli potenzialmente mortali, come le numerose linee ad alta tensione che alimentavano le fabbriche della Val Bormida. Il pilota del Rosy ‘O Grady chiuse gli occhi e riuscì ad evitare l’impatto fatale. Non fu in grado tuttavia di evitare il fitto bosco che gli si parò davanti nei dintorni dell’abitato di Cairo Montenotte. Il colpo fu duro, ma fortunatamente senza conseguenze, o quasi. Perché Joe, gettandosi dalla navicella impigliata tra i rami si ruppe una caviglia. Ma la gioia di aver battuto ben due record mondiali spense il dolore della frattura e, quasi pazzo di gioia, l’«uomo che cadde sulla terra» rise esausto di fronte agli increduli boscaioli che dalla Brianza si erano trasferiti a lavorare nella boscaglia savonese. Dopo i festeggiamenti con la compagna Sherry, l’elicottero lo trasferì momentaneamente all’ospedale di Nizza per le cure ortopediche. Joe non dimenticava però l’accoglienza degli italiani e volle dimostrare la sua gratitudine tornando a Cairo Montenotte due giorni dopo, per una serata di festeggiamenti con i boscaioli e con la cittadinanza in festa. Mentre si trovava nel luogo che aveva segnato il suo trionfo, ricevette una telefonata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Maxwell Rabb. Il diplomatico informava Kittinger dell’invito al Quirinale da parte del vecchio presidente, il savonese Sandro Pertini, che aveva deciso di conferire al recordman la medaglia al merito della Repubblica Italiana. Il viaggio di Kittinger in Italia, dopo km di trasvolata si concludeva con un primato, una medaglia al merito e un occhiolino sornione dell’«adorabile anziano presidente», come Kittinger descrisse Pertini nella sua autobiografia. Il colonnello Joe Kittinger è scomparso a Orlando, Florida, il 9 dicembre 2022. Dal 9 settembre 2024 riposa nel cimitero di Arlington accanto agli eroi americani di tutti i tempi.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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