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2023-05-30
Israele: «Zero morti sotto i 50 anni solo per il virus»
Ansa
Zero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.
Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...
Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia.
Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele.
Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?
Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?
Bhattacharya: «Sto con DeSantis»
Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa.
Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya.
I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali.
L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta.
«DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni.
In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci».
Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
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Il ministero: «Non troviamo deceduti senza altre malattie». Dati in contrasto con quelli Istat. E che confermano l’inutilità del pass.Il docente di Stanford, censurato dopo le critiche ai diktat sanitari, appoggia la corsa elettorale del repubblicano. Tra i progetti, la riforma delle agenzie di salute pubblica.Lo speciale contiene due articoliZero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia. Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele. Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-zero-morti-sotto-i-50-anni-solo-per-il-virus-2660718419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bhattacharya-sto-con-desantis" data-post-id="2660718419" data-published-at="1685387962" data-use-pagination="False"> Bhattacharya: «Sto con DeSantis» Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa. Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya. I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali. L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta. «DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni. In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci». Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 30 aprile con Carlo Cambi
Il tutto in un contesto istituzionale profondamente cambiato dal 2006 e che ha portato, non a caso, a far sì che il dicastero di Via Arenula restasse solo «ministero della Giustizia» anche nella dizione ufficiale, avendo perso ogni competenza sui provvedimenti di grazia.
L’igienista dentale del San Raffaele, paracadutata nel 2010 al Pirellone con Forza Italia nel listino bloccato, è sempre stata di poche parole. Si è dimessa nel 2012, sull’onda dello scandalo Ruby, e di lei gli stessi compagni di partito ricordano solo, a parte l’avvenenza, il fatto che non parlava con i giornalisti ed era sempre marcata da un addetto stampa. Accusata dai pm milanesi di essere una sorta di «regista» del Bunga Bunga milanese di Silvio Berlusconi, in realtà non era certo l’unica figura di questo tipo, ma ha praticamente pagato per tutti. In due processi distinti, Minetti ha preso nel complesso tre anni e 11 mesi. Nel 2022 viene disposta l’esecuzione cumulata con misure alternative al carcere. Secondo il Fatto Quotidiano l’esecuzione non è mai cominciata: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali, e l’udienza per decidere era stata fissata a dicembre dello scorso anno. All’inizio del 2025, però, ha presentato la domanda di grazia che oggi è al centro dello scandalo.
In tutti questi anni, la Minetti ha mantenuto il suo tradizionale riserbo e non concede interviste. Con un’unica, sostanziale, eccezione. A metà settembre del 2024, sul mondadoriano Chi, allora diretto da Alfonso Signorini, esce un bel servizio fotografico che la ritrae per le strade di Milano con un bimbo. Il settimanale parla di una vita da «mamma di lusso», tra «Ibiza, Monte Carlo e New York» con «il suo fidanzato Giuseppe Cipriani». Nessun riferimento all’Uruguay, dove Cipriani ha una villa spettacolare e dove avviene l’adozione contestata.
La nuova Nicole in versione mamma premurosa è dunque sdoganata, fotografie alla mano. Il 27 luglio 2025, l’avvocato Antonella Calcaterra scrive al Quirinale, Ufficio Grazie, e chiede clemenza per la sua assistita. Nel giro di soli dieci giorni, il responsabile dell’ufficio, il magistrato Enrico Gallucci, gira la documentazione al ministero. Qui, per le verifiche di rito, possono servire anche uno o due anni. Invece per l’ex badante di Ruby Rubacuori bastano poche settimane. È come se il nome Minetti non dicesse più nulla, o dicesse troppo, e il 9 gennaio di quest’anno, dopo soli quattro mesi e con l’estate in mezzo, arriva anche il semaforo verde della Procura generale di Milano. Il provvedimento di clemenza viene firmato da Sergio Mattarella il 18 febbraio. E resta segreto. Pare perché essendoci di mezzo un minore non si volevano speculazioni. Sarà, ma intanto il sommergibile ha concluso la missione con successo. Minetti eviterà anche i lavori socialmente utili e continuerà la sua silenziosa esistenza.
Questa grazia fantasma non poteva che materializzarsi in un programma tv che si chiama Chi l’ha visto. Succede quasi due mesi dopo, a metà aprile, quando il conduttore del programma Rai, Federico Ruffo, annuncia sui social la grazia alla Minetti «per motivi umanitari». Nessuno obietta alcunché, perché il Colle ha sempre ragione, mentre il Fatto Quotidiano comincia a indagare sulla contestata adozione in Uruguay nella generale riprovazione dei giornaloni, in veste di Igienisti del Quirinale. Fino alla svolta di tre giorni fa: il Colle fa intendere di essere stato ingannato da qualche misteriosa entità e chiede un’indagine severa a Via Arenula. Così, gli stessi Igienisti del Quirinale cavalcano lo scandalo e lo girano interamente contro il governo di Giorgia Meloni.
E qui, la faccenda si fa un po’ più tecnica, ma non meno interessante. Chi decide veramente i provvedimenti individuali di clemenza? Il capo dello Stato, non c’è dubbio. Lo dice la Costituzione e lo spiega bene una sentenza della Consulta (la numero 200) del 2006, che afferma: «La titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica». In forza di questa sentenza, il vecchio ministero di Grazia e Giustizia è andato in soffitta e al Quirinale, da vent’anni, c’è un apposito ufficio, affidato al magistrato Gallucci. Che ieri, interpellato dal Foglio, non si è minimamente nascosto dietro un dito e ha detto: l’attività istruttoria spetta al ministero, «ma l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello Stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia». E così, da un lato le grazie le decide il capo dello Stato, ma la Costituzione sancisce sempre la sua irresponsabilità politica. Insomma, questa sentenza del 2006 è davvero un piccolo capolavoro.
Adesso, dopo lo scandalo, sono in corso tutte quelle «verifiche» e quelle «indagini accurate» che non sono state fatte di fronte a quel sommergibile inarrestabile. Alla fine, chissà che anche il regista Paolo Sorrentino non debba rimettere mano al suo film La Grazia. Sperando che il nuovo titolo non diventi La Trattativa.
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