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2023-05-30
Israele: «Zero morti sotto i 50 anni solo per il virus»
Ansa
Zero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.
Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...
Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia.
Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele.
Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?
Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?
Bhattacharya: «Sto con DeSantis»
Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa.
Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya.
I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali.
L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta.
«DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni.
In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci».
Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
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Il ministero: «Non troviamo deceduti senza altre malattie». Dati in contrasto con quelli Istat. E che confermano l’inutilità del pass.Il docente di Stanford, censurato dopo le critiche ai diktat sanitari, appoggia la corsa elettorale del repubblicano. Tra i progetti, la riforma delle agenzie di salute pubblica.Lo speciale contiene due articoliZero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia. Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele. Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-zero-morti-sotto-i-50-anni-solo-per-il-virus-2660718419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bhattacharya-sto-con-desantis" data-post-id="2660718419" data-published-at="1685387962" data-use-pagination="False"> Bhattacharya: «Sto con DeSantis» Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa. Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya. I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali. L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta. «DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni. In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci». Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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