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2023-05-30
Israele: «Zero morti sotto i 50 anni solo per il virus»
Ansa
Zero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.
Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...
Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia.
Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele.
Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?
Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?
Bhattacharya: «Sto con DeSantis»
Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa.
Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya.
I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali.
L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta.
«DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni.
In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci».
Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
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Il ministero: «Non troviamo deceduti senza altre malattie». Dati in contrasto con quelli Istat. E che confermano l’inutilità del pass.Il docente di Stanford, censurato dopo le critiche ai diktat sanitari, appoggia la corsa elettorale del repubblicano. Tra i progetti, la riforma delle agenzie di salute pubblica.Lo speciale contiene due articoliZero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia. Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele. Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? 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E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa. Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya. I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali. L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta. «DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni. In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci». Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nelle stesse ore in cui Milano e Cortina accendevano i riflettori olimpici, Macron si trovava a Nuuk per inaugurare il nuovo consolato francese in Groenlandia. Si tratta di un avamposto diplomatico di dimensioni ridotte, con pochi funzionari e competenze limitate, ma caricato dall’Eliseo di un forte significato politico. La presenza francese, ha spiegato il nuovo console Jean-Noël Poirier, serve a ribadire l’impegno di Parigi a tutela della sovranità e dell’integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia. «Abbiamo una linea rossa chiara: non faremo nulla che non sia in piena sintonia con ciò che vogliono i nostri amici danesi», ha affermato Poirier con solenne sicumera transalpina.
Quello che, formalmente, potrebbe sembrare un atto di ordinaria amministrazione diplomatica, nella sostanza vuole essere un gesto ad alta densità simbolica. Secondo Bloomberg, che ha fornito un’interessante lettura della vicenda, il peso dell’operazione è piuttosto modesto: un consolato minuscolo non sposta gli equilibri della sicurezza artica, ma consente tutt’al più alla Francia di segnalare la propria presenza in una regione divenuta cruciale nello scontro tra potenze. Sull’Artico, com’è noto, si sono posati da tempo gli occhi di Russia, Cina e, soprattutto, degli Stati Uniti, tornati a rivendicare apertamente la Groenlandia come tassello strategico della propria sicurezza. La sortita di Macron a trombe spiegate appare più teatro che sostanza. Una bandierina piantata nel ghiaccio per accreditarsi come protagonista europeo, senza però impegnarsi troppo sul piano operativo.
Leggermente diverso, ma speculare, è il caso del Canada che, al pari della Francia, ha deciso di aprire un suo consolato a Nuuk. Ottawa, però, si muove con maggiore cautela rispetto all’elefante francese nella cristalleria artica, dato che, al contrario di Parigi, è perfettamente consapevole della propria vulnerabilità nei confronti di Washington e dei rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Anche qui, tuttavia, il messaggio politico conta più delle dimensioni dell’avamposto: riaffermare interessi artici trascurati per decenni e farsi trovare al tavolo quando si discuterà del futuro della regione. Oltre a sollevare dubbi sulla reale efficacia della sua mossa antitrumpiana, Macron ha finito anche per fare un evidente sgarbo a Roma, preferendo i ghiacci della Groenlandia ai riflettori olimpici di Milano-Cortina. E qui non può non tornare alla mente l’incidente accaduto alle Olimpiadi di Parigi, quando l’Italia non fece mancare la propria presenza, ma con Sergio Mattarella abbandonato sotto il diluvio senza nemmeno un ombrello: simbolo di un’accoglienza maldestra da parte del distratto anfitrione transalpino. Ieri come allora, insomma, tra le (velleitarie) ambizioni geopolitiche dell’Eliseo e il galateo diplomatico nei confronti dei «cugini» italiani sembra essersi creata una crepa che neppure i ghiacci eterni riescono più a nascondere.
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Ma chi è l’uomo che l’ha picchiata e, soprattutto, che cosa ha scatenato la sua furia nei confronti di una donna che non conosceva e che ha incrociato per caso? E qui viene la prima risposta disarmante, quella che fa capire come lo Stato, con la sua burocrazia e la sua democrazia, sia incapace di prevenire fenomeni come quello accaduto a San Lorenzo. L’aggressore è un tunisino di 22 anni, clandestino in Italia e già noto per altri episodi di violenza. Secondo i racconti delle persone del quartiere, si aggirerebbe nei paraggi da novembre scorso. Sporco, sempre arrabbiato, con un bastone in mano, avrebbe già aggredito altre tre donne prima di quella a cui lunedì ha rotto il naso. Le violenze scatterebbero sempre senza apparente motivo e senza che le vittime conoscano il loro aggressore. Prima della mamma in bicicletta, a essere colpite sono state due operatrici dell’Ama, l’azienda municipalizzata di Roma, e perfino una ragazzina di 12 anni. Anche loro prese a pugni per strada e una delle tre ha dovuto ricorrere all’assistenza del Pronto soccorso.
Fin qui la cronaca di una violenza improvvisa e ingiustificata, che però già restituisce l’immagine di una zona della capitale dove le persone non possono circolare tranquille senza il timore di essere picchiate. Ma il peggio viene in seguito, ovvero dopo che le forze dell’ordine hanno identificato il tunisino e lo hanno denunciato per lesioni aggravate. Gli agenti hanno scoperto che l’uomo aveva un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi gli era stato revocato e alla decisione lui si era opposto con un ricorso, come ormai fanno tutti, dato che a ogni straniero lo Stato assicura il gratuito patrocinio, ovvero l’avvocato pagato con i soldi pubblici. Ci sono legali specializzati, che spesso neppure conoscono il loro cliente, ma che per alcune migliaia di euro sono disposti a difenderlo e a impedire prima della fine delle procedure che questo sia espulso.
Infatti, l’aggressore delle donne di San Lorenzo, una volta identificato e denunciato è stato rimesso in libertà, perché non si può fare altro. Grazie alla magistratura, ma anche alle leggi che i raffinati giuristi del Colle correggono in versione garantista, in attesa dell’esito del ricorso non lo si può espellere né rinchiudere in un centro per il rimpatrio. Risultato, il picchiatore continua ad aggirarsi nel quartiere, con la possibilità di aggredire altre persone. In seguito agli accertamenti delle forze dell’ordine, si sa che il clandestino è già stato sottoposto a trattamenti sanitari per disturbi di natura psichica (anche dopo il pugno in faccia è stato portato in ospedale per un Tso) e se ne sono occupati i servizi sociali, offrendo assistenza e ospitalità, ma il tunisino ha sempre rifiutato. Così, dopo l’ultima aggressione, lo si è rivisto a San Lorenzo, in un bar della zona. Probabilmente pronto a colpire altre donne.
Vi sembra una storia incredibile? No, è una vicenda di ordinaria follia. Ma il matto non è solo il tunisino che picchia chi incontra, ma pure chi non comprende che dobbiamo farla finita con l’accoglienza a ogni costo e contro il buon senso. Nel decreto sicurezza il governo ha abolito l’automatismo che regala a tutti gli stranieri il gratuito patrocinio. L’opposizione, ovviamente, è contraria. Se ci sarà ancora qualcuno in giro che picchia le persone o, come nel caso della povera Aurora Livoli, le violenta e le uccide, sapete con chi prendervela.
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