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2023-05-30
Israele: «Zero morti sotto i 50 anni solo per il virus»
Ansa
Zero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.
Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...
Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia.
Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele.
Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?
Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?
Bhattacharya: «Sto con DeSantis»
Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa.
Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya.
I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali.
L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta.
«DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni.
In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci».
Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
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Il ministero: «Non troviamo deceduti senza altre malattie». Dati in contrasto con quelli Istat. E che confermano l’inutilità del pass.Il docente di Stanford, censurato dopo le critiche ai diktat sanitari, appoggia la corsa elettorale del repubblicano. Tra i progetti, la riforma delle agenzie di salute pubblica.Lo speciale contiene due articoliZero morti. Non sono riusciti a trovare nemmeno un poveretto, tra i 18 e i 49 anni, che fosse stato stroncato dal Covid in assenza di altre patologie. È questo l’esito di una richiesta di accesso agli atti, presentata al ministero della Salute di Israele. Ovvero, il Paese che per primo si è lanciato nella vaccinazione di massa, accaparrandosi una cornucopia di dosi a mRna, grazie all’accordo in virtù del quale aveva praticamente regalato a Pfizer i dati sanitari dei suoi cittadini. Ecco cosa si legge, nella replica del dicastero: «Dei morti per coronavirus per i quali è stata condotta un’indagine epidemiologica e per i quali è stata fornita una risposta riguardo le malattie pregresse, ci sono stati zero morti di età compresa tra 18 e 49 anni senza alcuna malattia pregressa». Insomma, se la regola delle «comorbidità» già valeva per gli anziani, essa sembra davvero una legge ferrea per la fetta di popolazione più giovane: a rischiare per il Covid sono essenzialmente i fragili.Dopodiché, intendiamoci: il ministero israeliano non afferma che nessun under 50 sia morto solo a causa del Sars-Cov-2; ammette, però, che delle vittime che ha preso in esame, non ce n’era manco una che non soffrisse di almeno un’altra patologia. In effetti, le autorità dello Stato mediorientale, nel documento appena redatto, provano a correre ai ripari. E segnalano che le informazioni sullo stato di salute dei defunti sono solo «in parte disponibili» e che, comunque, il ministero non ha accesso alle cartelle mediche dei pazienti. Ma pensa un po’: per imporre il green pass, in mezzo mondo hanno inventato arzigogolati incroci di dati. Quando si tratta di vederci chiaro su decessi da Covid e - vieppiù - effetti avversi dei vaccini, all’improvviso le pubbliche amministrazioni balbettano: non sappiamo, non possiamo, non abbiamo riscontri...Il caso di Israele è interessante non tanto perché illustra un aspetto noto (che il coronavirus è un pericolo quasi esclusivamente per chi è già malato), ma per il confronto che consente di svolgere con l’Italia. A maggior ragione, visto che l’Istat ha da poco pubblicato il report sulle cause di morte nel primo anno di pandemia. Badate bene: nella nota a beneficio della stampa, l’ente di statistica ha certificato che per l’83% degli under 50 spirati nel 2020, in seguito a una diagnosi di Covid, quest’ultimo è stato davvero «la causa diretta del decesso». Spulciando la scheda con i numeri, però, scopriamo che oltre 73.000 vittime del Sars-Cov-2, indipendentemente dalla loro età, sono classificate come «virus identificato». Insomma, positive al tampone. Ve ne sono oltre 4.700, addirittura, per le quali il virus non è stato nemmeno identificato, ma che finiscono nel calderone dei morti di Covid. A esse, si aggiungono poco più di 11.000 dipartite per le quali il morbo cinese «è stato menzionato come concausa». Stando all’Istat, l’88% di tali infausti eventi è stato provocato in primis proprio dal coronavirus (la percentuale scende all’83%, come dicevamo, tra chi ha meno di 50 anni). Ciò significa una cosa: l’istituto, che si limita a registrare quanti dei trapassati erano infetti, si è poi affidato alle cartelle cliniche in base alle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, il Covid è stato la causa diretta del decesso. Ed è qui che diventa cruciale il paragone con Israele. Lungo le sponde del fiume Giordano, le autorità sanitarie non sono state capaci di individuare un solo morto under 50, positivo al tampone, che non avesse pure qualche altra malattia. Da noi, invece, otto su dieci sarebbbero stati uccisi direttamente dal virus arrivato dall’Oriente. I conti non tornano. Italiani e israeliani hanno una genetica diversa? Un quarantenne di Milano è più suscettibile al Covid di un coetaneo di Tel Aviv? O il fatto è che, alle nostre latitudini, abbiamo attribuito troppo sbrigativamente la gran parte delle dipartite al Sars-Cov-2, contribuendo a rimpinguare il bilancio dei morti «per» il Covid, rispetto alla conta dei morti «con» il Covid? O è Israele a essere stato disattento?Capirlo è utile. In primo luogo, perché all’Oms si parla di condividere dati e informazioni. Tuttavia, il punto di partenza è questo qua: ogni Paese porta avanti le diagnosi a modo suo. In secondo luogo, perché se avesse ragione Israele e non l’Italia, la realtà assesterebbe l’ennesima picconata al green pass. Nel Paese mediorientale un po’ meno che da noi, ma esso è stato l’equivalente di un obbligo vaccinale, benché qualcuno abbia provato a spacciarlo per una «spinta gentile». Se i giovani sani non morivano mai o quasi mai di Covid, come mai li hanno costretti a porgere il braccio? E a esporsi a reazioni avverse che potevano risparmiarsi?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-zero-morti-sotto-i-50-anni-solo-per-il-virus-2660718419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bhattacharya-sto-con-desantis" data-post-id="2660718419" data-published-at="1685387962" data-use-pagination="False"> Bhattacharya: «Sto con DeSantis» Non è soltanto intorno a Covid, vaccini e clima che il governatore della Florida Ron DeSantis ha impostato la sua corsa alle presidenziali americane del 2024 ma, più in generale, sulla resistenza in nome della libera espressione, scientifica e non solo, che nell’America woke è ormai diventata una chimera, perché «è in atto una massiccia incursione nelle nostre libertà». E per mostrare agli americani e anche all’interno del partito Repubblicano quale sia la sua linea, ha arruolato nella sua squadra una figura molto scomoda in quel di Washington e Bethesda (sede del Nih, l’Istituto Superiore di Sanità statunitense): l’autorevole epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, docente di politiche sanitarie e uno dei più feroci critici delle restrizioni pandemiche imposte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden insieme con il suo ex consulente scientifico Anthony Fauci e la direttrice dimissionaria dei Cdc, Rochelle Walensky. Fiero oppositore dell’obbligo di mascherine e dei lockdown e strenuo difensore dell’apertura delle scuole in pandemia, Bhattacharya è uno dei tre coautori della Great Barrington Declaration, la dichiarazione che proponeva l’immunità di gregge come potenziale soluzione alla pandemia di Covid, che ha scatenato controversie all’interno delle comunità scientifiche perché percepita come potenziale deterrente alle vaccinazioni di massa. Il governatore ha annunciato la sua candidatura mercoledì scorso durante una trasmissione in diretta su Twitter organizzata dal proprietario della piattaforma social Elon Musk. Tra i pochi abilitati a parlare durante l’intervista, che è durata due ore e ha visto collegarsi 50.000 persone al minuto, c’era proprio il professor Bhattacharya. I due si sono incontrati alla fine dello scorso anno, quando Elon Musk aveva invitato lo scienziato al quartier generale di Twitter per visionare di persona quei «Twitter files» che mostravano che lui e tanti altri esperti erano stati censurati dai precedenti amministratori di Twitter per le loro posizioni di politica sanitaria sul Covid, fedeli all’evidenza scientifica ma non al governo americano. Ron DeSantis ha quindi coinvolto lo scienziato di Stanford nel Grand Jury da lui istituito per indagare sulle politiche vaccinali nazionali e sulla diffusione di affermazioni false e fuorvianti sull’efficacia dei vaccini. Il governatore ha quindi convocato Bhattacharya per proporgli di annunciare insieme la candidatura alle presidenziali. L’epidemiologo ha dichiarato che è stato «un onore assoluto» lavorare con DeSantis e ha elogiato il suo «coraggio intellettuale, mai visto in un politico» sulle questioni relative al Covid, esprimendo ampio sostegno alla lotta di DeSantis contro la chiusura delle scuole durante la pandemia. Bhattacharya ha quindi sostenuto il progetto del governatore di riformare le agenzie della salute pubblica federale, tra cui Cdc e il Nih, «affinché errori come il lockdown non si ripetano mai più in caso di future emergenze». L’epidemiologo ha evocato infine il ruolo del governo federale nel sopprimere la discussione scientifica: «Non sono soltanto le agenzie di sanità pubblica, ma anche altre agenzie governative ad aver censurato l’opinione degli americani», ha detto durante la diretta. «DeSantis insiste troppo sul Covid», ha accusato il sito Politico.com, tacciando il governatore della Florida di aver «costruito la sua reputazione» sulle restrizioni. In realtà, il raggio d’opposizione del governatore non si limita al Covid, ma include il dibattito sul clima («Ho sempre rifiutato la politicizzazione dei cambiamenti climatici»), l’insegnamento delle teorie gender-fluid nelle scuole - da lui tenacemente osteggiato - e tutti i temi cari all’establishment politically correct. Con la discesa in campo di Bhattacharya, DeSantis ha mandato un messaggio chiaro anche al suo rivale Donald Trump: «I veri leader - ha dichiarato il governatore - non subappaltano la loro leadership a burocrati sanitari come il dottor Fauci». Nel frattempo, la posizione del ministro della salute della Florida, John Ladapo, resta salda. Accusato di aver manipolato i dati per scoraggiare le vaccinazioni dei giovani maschi under 40, associandole a rischi significativi, Ladapo è stato riconfermato all’unanimità dai repubblicani per un secondo mandato nel Sunshine State.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.