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2024-06-17
Israele bandito dall’expo della Difesa
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(Ansa)
Armi e diplomazia. Le forze di difesa israeliane (Idf) in una nota diffusa ieri mattina affermano che «effettueranno una pausa tattica dell’attività militare quotidiana nelle aree del sud della Striscia di Gaza per consentire la consegna degli aiuti umanitari ai palestinesi». L’Idf ha precisato che la pausa avrà luogo tutti i giorni tra le 8 e le 19 lungo una strada che porta dal valico di Kerem Shalom e poi a nord verso Khan Younis. «Questo è un ulteriore passo avanti negli sforzi di aiuto umanitario condotti dall’Idf e dal Cogat dall’inizio della guerra», affermano i militari. Una bella notizia se non fosse che fonti vicine a Yoav Gallant hanno rivelato al quotidiano Haaretz che il ministro della Difesa israeliano «non sapeva nulla della decisione dell’esercito di sospendere i combattimenti nell’area adiacente al corridoio umanitario di Gaza». Secondo queste fonti, «il governo non ha autorizzato la decisione», ma c’è di più perché secondo quanto riporta l’emittente Channel 13 il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante la riunione del consiglio dei ministri di ieri ha affermato: «Abbiamo un Paese con un esercito, non un esercito con un Paese. Per raggiungere l’eliminazione di Hamas, ho preso decisioni che non sempre sono accettate dai vertici militari».
L’Idf come riporta Haaretz respinge le critiche sulla sospensione dei combattimenti nei pressi del corridoio umanitario di Gaza, e anche l’affermazione secondo cui la classe politica non sarebbe stata informata della decisione. Ma la vera notizia stavolta non arriva dal campo di battaglia. Oggi si apre a Parigi «Eurosatory 2024», evento globale per la difesa e la sicurezza. Quest’anno non vedrà la partecipazione delle 74 aziende di Difesa israeliane escluse dopo il clamoroso intervento di un tribunale distrettuale francese (sollecitato anche da interventi di Ong pro Palestina) che ha ordinato l’esclusione dei rappresentanti israeliani. Eurosatory, una delle maggiori fiere di difesa e sicurezza a livello mondiale, si svolge biennalmente vicino al principale aeroporto internazionale di Parigi. L’edizione del 2024, che inizia oggi e termina il 21 giugno, aveva pianificato di ospitare 74 aziende israeliane, di cui circa 10 avrebbero esposto armi. Questo evento solitamente attira oltre 1.700 aziende e più di 60.000 partecipanti provenienti da 150 Paesi con relativo giro d’affari multimiliardario. Charles Beaudoin, presidente di Coges Event, organizzatore di Eurosatory, ha espresso preoccupazione per la sentenza della Corte in una lettera datata sabato scorso. Ha osservato che «la decisione della corte va oltre la direttiva iniziale del governo, vietando la presenza di rappresentanti di aziende israeliane». Beaudoin ha anche sottolineato che Coges «sta perseguendo le vie legali più rapide per impugnare la decisione», anche se per ora la sentenza verrà applicata.
A questo proposito il governo francese dovrebbe rilasciare una risposta formale alla sentenza della Corte, tuttavia, appare improbabile che scoppi un conflitto tra poteri dello Stato. Il divieto riguarda i dipendenti di aziende israeliane, indipendentemente dalla loro nazionalità, mentre permette solo agli israeliani impiegati da aziende non israeliane di partecipare all’evento. Tutto nasce da una direttiva del ministero della Difesa francese, emessa nel maggio scorso che vieta alle aziende israeliane della difesa di allestire stand alla fiera di Parigi. Il ministero ha citato le condizioni insostenibili create dalle operazioni in corso dall’Idf a Rafah come ragione principale di questo divieto. Evidente come quella parte di magistratura di sinistra e proPal francese ha gradito e molto l’assist di Emmanuel Macron per impedire agli israeliani di prendere parte a Eurosatory 2024. Evidente come il divieto metta a dura prova le relazioni economiche tra Francia e Israele. Il commercio nell’ambito della Difesa è una componente critica delle relazioni commerciali bilaterali e l’esclusione delle aziende israeliane da Eurosatory potrebbe portare a misure di ritorsione o a una riduzione della cooperazione in altri settori con enormi danni economici per entrambi i Paesi. E portare persino a una rottura diplomatica.
Nel 2023 lo scambio commerciale nel settore della difesa tra i due Paesi ha superato i 2 miliardi di euro
È iniziata questa mattina a Parigi Eurosatory 2024 evento commerciale globale per la difesa e la sicurezza che non vedrà la partecipazione delle 74 aziende di difesa israeliane escluse dopo il clamoroso intervento di un tribunale distrettuale francese che ha ordinato l'esclusione dei rappresentanti israeliani.
Eurosatory, una delle maggiori fiere di difesa e sicurezza a livello mondiale, si svolge biennalmente vicino al principale aeroporto internazionale di Parigi. L'edizione del 2024, che inizia oggi e termina il 21 giugno, aveva pianificato di ospitare 74 aziende israeliane, di cui circa 10 avrebbero esposto armi. Questo evento solitamente attira oltre 1.700 aziende e più di 60.000 partecipanti provenienti da 150 paesi con relativo giro d’affari multimiliardario. Charles Beaudoin, presidente di Coges Event, organizzatore di Eurosatory, ha espresso preoccupazione per la sentenza della corte in una lettera datata sabato scorso. Ha osservato che « la decisione della corte va oltre la direttiva iniziale del governo, vietando non solo la mostra, ma anche la presenza di rappresentanti di aziende israeliane». Beaudoin ha anche sottolineato che Coges «sta perseguendo le vie legali più rapide per impugnare la decisione», anche se per ora la sentenza verrà applicata. A questo proposito il governo francese dovrebbe rilasciare una risposta formale alla sentenza della corte tuttavia, appare improbabile che scoppi un conflitto tra poteri dello Stato. Il divieto riguarda i dipendenti di aziende israeliane, indipendentemente dalla loro nazionalità, mentre permette agli israeliani impiegati da aziende non israeliane di partecipare all'evento. Non esiste un divieto assoluto per gli israeliani che desiderano visitare la fiera.
Tutto nasce da una direttiva del ministero della Difesa francese, emessa nel maggio scorso che vieta alle aziende israeliane della difesa di allestire stand alla fiera di Parigi. Il ministero ha citato le condizioni insostenibili create dalle operazioni in corso delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) a Rafah come ragione principale di questo divieto. Evidente come quella parte di magistratura di sinistra e propal francese ha gradito e molto l’assist di Emmanuel Macron per impedire agli israeliani di prendere parte a Eurosatory 2024. Grazie al tribunale francese nei padiglioni espositivi, i dittatori africani potranno acquistare armamenti francesi per miliardi di euro cosi’ come rappresentanti e gli agenti iraniani per conto dell'Iran circoleranno liberamente ma Israele è stato bandito.
Il commercio di difesa è una componente critica delle relazioni commerciali bilaterali e l'esclusione delle aziende israeliane da Eurosatory potrebbe portare a misure di ritorsione o a una riduzione della cooperazione in altri settori con enormi danni economici per entrambi i Paesi. La decisione della Francia di escludere le aziende israeliane dall’evento secondo Yehuda Lahav, vicepresidente esecutivo del marketing delle Israel Aerospace Industries «è stata una sorpresa perché è associata a una narrazione sbagliata, che racconta la storia opposta alla realtà dato che il 7 ottobre la vittima siamo stati noi. Siamo stati attaccati e massacrati da organizzazioni terroristiche e abbiamo il diritto di difenderci». A Breaking Defense Yehuda Lahav ha poi dichiarato: «È stata una sorpresa, è stato spiacevole, non mi piace, ma come azienda cosi’ (come altre industrie israeliane) abbiamo 30 mostre in tutto il mondo ogni anno, quindi una mostra alla quale non partecipiamo non influenza certo il nostro business». In ogni caso l'esclusione di imprese israeliane da una rinomata fiera commerciale internazionale lancia un messaggio sfavorevole agli investitori e alle compagnie di tutto il mondo. Questo suscita inquietudini riguardo alla stabilità e alla prevedibilità dell'ambiente aziendale in Francia, disincentivando potenzialmente gli investimenti stranieri. Le imprese potrebbero considerare questa decisione come un precedente per future ingerenze politiche nelle attività economiche, portando a una diminuzione della fiducia degli investitori. Diverse aziende francesi operano in Israele, coprendo settori come la tecnologia, la difesa e le infrastrutture. Le tensioni derivanti dal divieto potrebbero causare ripercussioni economiche negative per queste aziende. Eventuali ritorsioni da parte di Israele o una riduzione delle opportunità di collaborazione potrebbero influenzare la redditività e la presenza delle imprese francesi nel mercato israeliano. Ora Israele cosa farà? Gerusalemme potrebbe adottare misure di ritorsione in risposta al divieto, aggravando ulteriormente le tensioni economiche. Queste contromisure potrebbero comprendere restrizioni per le aziende francesi operanti in Israele ad esempio Airbus,Thales e Alstom (solo per citarne alcune), aumenti delle tariffe sui prodotti francesi o una diminuzione della cooperazione nella difesa e in altri settori. Tali azioni potrebbero avere un impatto negativo sulle imprese francesi e sulle relazioni commerciali bilaterali in generale.
Altro aspetto non certo trascurabile è che il divieto imposto alle aziende israeliane impedisce lo scambio tecnologico e la collaborazione tra imprese israeliane e francesi. Le fiere della difesa sono fondamentali per la diffusione di nuove tecnologie e innovazioni. L'assenza di partecipazione israeliana implica che le aziende francesi e l'industria della difesa nel suo complesso perderanno potenziali progressi tecnologici e opportunità di cooperazione. L'impatto a lungo termine del divieto sul mercato potrebbe essere molto significativo. Vista l’ostilità francese le aziende di difesa israeliane potrebbero cercare nuovi mercati e partner alternativi, riducendo la loro dipendenza da fiere e da altre collaborazioni europee. Questo cambiamento potrebbe provocare un riallineamento delle dinamiche commerciali nel settore della difesa globale, con potenziali conseguenze economiche a lungo termine sia per le aziende israeliane che per quelle francesi. Quanto c’è in gioco? La Francia è il terzo partner commerciale più importante di Israele, dopo gli Stati Uniti e la Cina. I due paesi hanno relazioni economiche bilaterali forti e in crescita, caratterizzate da una cooperazione in settori come la ricerca e sviluppo, l'innovazione e l'imprenditorialità. Nel 2023, lo scambio commerciale tra Israele e Francia ha raggiunto un valore di 18,1 miliardi di euro, segnando un aumento del 6,7% rispetto all'anno precedente. Le esportazioni israeliane verso la Francia ammontano a 8,9 miliardi di euro, con un incremento del 10,5%. I principali prodotti esportati includono: Prodotti ad alta tecnologia (elettronica, difesa, medicale),prodotti agricoli (frutta, verdura, fiori), prodotti chimici e petrolchimici mentre le le importazioni israeliane dalla Francia ammontano a 9,2 miliardi di euro, con un aumento del 3,1%. I principali prodotti importati includono: Veicoli e ricambi auto, aerei e componenti aeronautici, prodotti farmaceutici e macchinari e apparecchiature industriali.
E quanto vale per i due Paesi l’interscambio nel settore Difesa? Nel 2023, lo scambio commerciale nel settore della difesa tra Israele e Francia ha raggiunto un valore di 2,3 miliardi di euro, con un incremento del 15% rispetto all'anno precedente. Le esportazioni israeliane di prodotti per la difesa verso la Francia ammontano a 2 miliardi di euro, con un aumento del 20%. I principali prodotti esportati includono: Sistemi missilistici, sistemi elettronici di guerra, veicoli blindati e sistemi aerei senza pilota (UAV). Mentre le importazioni israeliane di prodotti per la difesa dalla Francia ammontano a 0,3 miliardi di euro, con un incremento del 5%. I principali prodotti importati includono: Aerei da combattimento, elicotteri, navi da guerra armi e munizioni. La Francia è uno dei principali partner commerciali di Israele nel settore della difesa. I due paesi fino al divieto del Tribunale distrettuale collaboravano attivamente allo sviluppo di tecnologie militari avanzate senza dimenticare che partecipano congiuntamente a esercitazioni militari e operazioni di mantenimento della pace. Emmanuel Macron farebbe bene a intervenire per evitare che tutto questo si interrompa a causa dell’entrata a gamba tesa della magistratura francese in una questione che è solo ed unicamente politica.
Le esportazioni israeliane della difesa nel 2023 hanno superato i 13 miliardi di dollari, un livello record per il terzo anno consecutivo; in crescita le vendite in Europa, che rappresentano il 35% del totale. Le difese aeree, i missili e i razzi israeliani sono i prodotti più ricercati.
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La corte di Parigi (su input del governo) ha vietato la presenza a Eurosatory di aziende e consulenti da Tel Aviv. Uno stop clamoroso che può rompere i rapporti tra i due Paesi.Nel 2023 lo scambio commerciale nel settore della difesa tra Israele e Francia ha raggiunto un valore di 2,3 miliardi di euro, con un incremento del 15% rispetto all'anno precedente.Lo speciale contiene due articoli.Armi e diplomazia. Le forze di difesa israeliane (Idf) in una nota diffusa ieri mattina affermano che «effettueranno una pausa tattica dell’attività militare quotidiana nelle aree del sud della Striscia di Gaza per consentire la consegna degli aiuti umanitari ai palestinesi». L’Idf ha precisato che la pausa avrà luogo tutti i giorni tra le 8 e le 19 lungo una strada che porta dal valico di Kerem Shalom e poi a nord verso Khan Younis. «Questo è un ulteriore passo avanti negli sforzi di aiuto umanitario condotti dall’Idf e dal Cogat dall’inizio della guerra», affermano i militari. Una bella notizia se non fosse che fonti vicine a Yoav Gallant hanno rivelato al quotidiano Haaretz che il ministro della Difesa israeliano «non sapeva nulla della decisione dell’esercito di sospendere i combattimenti nell’area adiacente al corridoio umanitario di Gaza». Secondo queste fonti, «il governo non ha autorizzato la decisione», ma c’è di più perché secondo quanto riporta l’emittente Channel 13 il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante la riunione del consiglio dei ministri di ieri ha affermato: «Abbiamo un Paese con un esercito, non un esercito con un Paese. Per raggiungere l’eliminazione di Hamas, ho preso decisioni che non sempre sono accettate dai vertici militari». L’Idf come riporta Haaretz respinge le critiche sulla sospensione dei combattimenti nei pressi del corridoio umanitario di Gaza, e anche l’affermazione secondo cui la classe politica non sarebbe stata informata della decisione. Ma la vera notizia stavolta non arriva dal campo di battaglia. Oggi si apre a Parigi «Eurosatory 2024», evento globale per la difesa e la sicurezza. Quest’anno non vedrà la partecipazione delle 74 aziende di Difesa israeliane escluse dopo il clamoroso intervento di un tribunale distrettuale francese (sollecitato anche da interventi di Ong pro Palestina) che ha ordinato l’esclusione dei rappresentanti israeliani. Eurosatory, una delle maggiori fiere di difesa e sicurezza a livello mondiale, si svolge biennalmente vicino al principale aeroporto internazionale di Parigi. L’edizione del 2024, che inizia oggi e termina il 21 giugno, aveva pianificato di ospitare 74 aziende israeliane, di cui circa 10 avrebbero esposto armi. Questo evento solitamente attira oltre 1.700 aziende e più di 60.000 partecipanti provenienti da 150 Paesi con relativo giro d’affari multimiliardario. Charles Beaudoin, presidente di Coges Event, organizzatore di Eurosatory, ha espresso preoccupazione per la sentenza della Corte in una lettera datata sabato scorso. Ha osservato che «la decisione della corte va oltre la direttiva iniziale del governo, vietando la presenza di rappresentanti di aziende israeliane». Beaudoin ha anche sottolineato che Coges «sta perseguendo le vie legali più rapide per impugnare la decisione», anche se per ora la sentenza verrà applicata. A questo proposito il governo francese dovrebbe rilasciare una risposta formale alla sentenza della Corte, tuttavia, appare improbabile che scoppi un conflitto tra poteri dello Stato. Il divieto riguarda i dipendenti di aziende israeliane, indipendentemente dalla loro nazionalità, mentre permette solo agli israeliani impiegati da aziende non israeliane di partecipare all’evento. Tutto nasce da una direttiva del ministero della Difesa francese, emessa nel maggio scorso che vieta alle aziende israeliane della difesa di allestire stand alla fiera di Parigi. Il ministero ha citato le condizioni insostenibili create dalle operazioni in corso dall’Idf a Rafah come ragione principale di questo divieto. Evidente come quella parte di magistratura di sinistra e proPal francese ha gradito e molto l’assist di Emmanuel Macron per impedire agli israeliani di prendere parte a Eurosatory 2024. Evidente come il divieto metta a dura prova le relazioni economiche tra Francia e Israele. Il commercio nell’ambito della Difesa è una componente critica delle relazioni commerciali bilaterali e l’esclusione delle aziende israeliane da Eurosatory potrebbe portare a misure di ritorsione o a una riduzione della cooperazione in altri settori con enormi danni economici per entrambi i Paesi. 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L'edizione del 2024, che inizia oggi e termina il 21 giugno, aveva pianificato di ospitare 74 aziende israeliane, di cui circa 10 avrebbero esposto armi. Questo evento solitamente attira oltre 1.700 aziende e più di 60.000 partecipanti provenienti da 150 paesi con relativo giro d’affari multimiliardario. Charles Beaudoin, presidente di Coges Event, organizzatore di Eurosatory, ha espresso preoccupazione per la sentenza della corte in una lettera datata sabato scorso. Ha osservato che « la decisione della corte va oltre la direttiva iniziale del governo, vietando non solo la mostra, ma anche la presenza di rappresentanti di aziende israeliane». Beaudoin ha anche sottolineato che Coges «sta perseguendo le vie legali più rapide per impugnare la decisione», anche se per ora la sentenza verrà applicata. A questo proposito il governo francese dovrebbe rilasciare una risposta formale alla sentenza della corte tuttavia, appare improbabile che scoppi un conflitto tra poteri dello Stato. Il divieto riguarda i dipendenti di aziende israeliane, indipendentemente dalla loro nazionalità, mentre permette agli israeliani impiegati da aziende non israeliane di partecipare all'evento. Non esiste un divieto assoluto per gli israeliani che desiderano visitare la fiera.Tutto nasce da una direttiva del ministero della Difesa francese, emessa nel maggio scorso che vieta alle aziende israeliane della difesa di allestire stand alla fiera di Parigi. Il ministero ha citato le condizioni insostenibili create dalle operazioni in corso delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) a Rafah come ragione principale di questo divieto. Evidente come quella parte di magistratura di sinistra e propal francese ha gradito e molto l’assist di Emmanuel Macron per impedire agli israeliani di prendere parte a Eurosatory 2024. Grazie al tribunale francese nei padiglioni espositivi, i dittatori africani potranno acquistare armamenti francesi per miliardi di euro cosi’ come rappresentanti e gli agenti iraniani per conto dell'Iran circoleranno liberamente ma Israele è stato bandito.Il commercio di difesa è una componente critica delle relazioni commerciali bilaterali e l'esclusione delle aziende israeliane da Eurosatory potrebbe portare a misure di ritorsione o a una riduzione della cooperazione in altri settori con enormi danni economici per entrambi i Paesi. La decisione della Francia di escludere le aziende israeliane dall’evento secondo Yehuda Lahav, vicepresidente esecutivo del marketing delle Israel Aerospace Industries «è stata una sorpresa perché è associata a una narrazione sbagliata, che racconta la storia opposta alla realtà dato che il 7 ottobre la vittima siamo stati noi. Siamo stati attaccati e massacrati da organizzazioni terroristiche e abbiamo il diritto di difenderci». A Breaking Defense Yehuda Lahav ha poi dichiarato: «È stata una sorpresa, è stato spiacevole, non mi piace, ma come azienda cosi’ (come altre industrie israeliane) abbiamo 30 mostre in tutto il mondo ogni anno, quindi una mostra alla quale non partecipiamo non influenza certo il nostro business». In ogni caso l'esclusione di imprese israeliane da una rinomata fiera commerciale internazionale lancia un messaggio sfavorevole agli investitori e alle compagnie di tutto il mondo. Questo suscita inquietudini riguardo alla stabilità e alla prevedibilità dell'ambiente aziendale in Francia, disincentivando potenzialmente gli investimenti stranieri. Le imprese potrebbero considerare questa decisione come un precedente per future ingerenze politiche nelle attività economiche, portando a una diminuzione della fiducia degli investitori. Diverse aziende francesi operano in Israele, coprendo settori come la tecnologia, la difesa e le infrastrutture. Le tensioni derivanti dal divieto potrebbero causare ripercussioni economiche negative per queste aziende. Eventuali ritorsioni da parte di Israele o una riduzione delle opportunità di collaborazione potrebbero influenzare la redditività e la presenza delle imprese francesi nel mercato israeliano. Ora Israele cosa farà? Gerusalemme potrebbe adottare misure di ritorsione in risposta al divieto, aggravando ulteriormente le tensioni economiche. Queste contromisure potrebbero comprendere restrizioni per le aziende francesi operanti in Israele ad esempio Airbus,Thales e Alstom (solo per citarne alcune), aumenti delle tariffe sui prodotti francesi o una diminuzione della cooperazione nella difesa e in altri settori. Tali azioni potrebbero avere un impatto negativo sulle imprese francesi e sulle relazioni commerciali bilaterali in generale. Altro aspetto non certo trascurabile è che il divieto imposto alle aziende israeliane impedisce lo scambio tecnologico e la collaborazione tra imprese israeliane e francesi. Le fiere della difesa sono fondamentali per la diffusione di nuove tecnologie e innovazioni. L'assenza di partecipazione israeliana implica che le aziende francesi e l'industria della difesa nel suo complesso perderanno potenziali progressi tecnologici e opportunità di cooperazione. L'impatto a lungo termine del divieto sul mercato potrebbe essere molto significativo. Vista l’ostilità francese le aziende di difesa israeliane potrebbero cercare nuovi mercati e partner alternativi, riducendo la loro dipendenza da fiere e da altre collaborazioni europee. Questo cambiamento potrebbe provocare un riallineamento delle dinamiche commerciali nel settore della difesa globale, con potenziali conseguenze economiche a lungo termine sia per le aziende israeliane che per quelle francesi. Quanto c’è in gioco? La Francia è il terzo partner commerciale più importante di Israele, dopo gli Stati Uniti e la Cina. I due paesi hanno relazioni economiche bilaterali forti e in crescita, caratterizzate da una cooperazione in settori come la ricerca e sviluppo, l'innovazione e l'imprenditorialità. Nel 2023, lo scambio commerciale tra Israele e Francia ha raggiunto un valore di 18,1 miliardi di euro, segnando un aumento del 6,7% rispetto all'anno precedente. Le esportazioni israeliane verso la Francia ammontano a 8,9 miliardi di euro, con un incremento del 10,5%. I principali prodotti esportati includono: Prodotti ad alta tecnologia (elettronica, difesa, medicale),prodotti agricoli (frutta, verdura, fiori), prodotti chimici e petrolchimici mentre le le importazioni israeliane dalla Francia ammontano a 9,2 miliardi di euro, con un aumento del 3,1%. I principali prodotti importati includono: Veicoli e ricambi auto, aerei e componenti aeronautici, prodotti farmaceutici e macchinari e apparecchiature industriali.E quanto vale per i due Paesi l’interscambio nel settore Difesa? Nel 2023, lo scambio commerciale nel settore della difesa tra Israele e Francia ha raggiunto un valore di 2,3 miliardi di euro, con un incremento del 15% rispetto all'anno precedente. Le esportazioni israeliane di prodotti per la difesa verso la Francia ammontano a 2 miliardi di euro, con un aumento del 20%. I principali prodotti esportati includono: Sistemi missilistici, sistemi elettronici di guerra, veicoli blindati e sistemi aerei senza pilota (UAV). Mentre le importazioni israeliane di prodotti per la difesa dalla Francia ammontano a 0,3 miliardi di euro, con un incremento del 5%. I principali prodotti importati includono: Aerei da combattimento, elicotteri, navi da guerra armi e munizioni. La Francia è uno dei principali partner commerciali di Israele nel settore della difesa. I due paesi fino al divieto del Tribunale distrettuale collaboravano attivamente allo sviluppo di tecnologie militari avanzate senza dimenticare che partecipano congiuntamente a esercitazioni militari e operazioni di mantenimento della pace. Emmanuel Macron farebbe bene a intervenire per evitare che tutto questo si interrompa a causa dell’entrata a gamba tesa della magistratura francese in una questione che è solo ed unicamente politica.Le esportazioni israeliane della difesa nel 2023 hanno superato i 13 miliardi di dollari, un livello record per il terzo anno consecutivo; in crescita le vendite in Europa, che rappresentano il 35% del totale. Le difese aeree, i missili e i razzi israeliani sono i prodotti più ricercati.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.