«Le “foglie morte” tracciano la via per scoprire la mia anima profonda»

La poesia è silenzio?
Valentina Calista (Roma, 1983) ha studiato, vissuto e lavorato in Inghilterra per svariati anni, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Italian studies alla University of Reading. Attualmente vive in un paesino di montagna nel Bresciano e insegna letteratura italiana alla International School Brescia. Scrive e compone musica cantautorale. Suoi testi sono usciti sulle pagine Italian Poetry Review (Columbia University, New York) e Gradiva (Stony Brook University). È autrice delle raccolte di poesie La vertigine dell’andatura, Carne Sacra, Juvenilia. Il tutto che m’inonda, L’abbraccio che manca al giorno (Finalista Premio Acqui Terme 2020).
È da poco uscita la sua nuova raccolta di poesie: Foglie morte. Dead leaves, my words. (Delta3 edizioni). Quali sono i temi portanti di queste nuove poesie?
«L’opera riprende il simbolo delle “foglie morte”, intese metaforicamente come “parole”, immagine già presente nella tradizione moderna e contemporanea della letteratura, da Whitman a Marquez. Il testo è arricchito da alcune mie fotografie digitali in bianco e nero a corredare il percorso poetico che attraversa tutto il libro: il viaggio, andata e ritorno, all’inferno. Una rielaborazione poetica di un viaggio interiore che è stato reinterpretato attraverso il topos letterario del viaggio agli inferi (catabasi e anabasi), in particolare quello che vide protagonisti Orfeo ed Euridice. All’interno dell’opera sono diversi i riferimenti letterari come quello, ad esempio, ad Italo Calvino e ai suoi Dialoghi con Leucò, a Dante, al Poema a fumetti di Dino Buzzati o ad Una stagione all’Inferno di Rimbaud. Poesie di abbandono, mancanza, di lontananza dall’oggetto del desiderio amoroso, di melanconia struggente, di accettazione del lasciare andare ciò che non può tornare. Quando si risale dall’abisso si assume una nuova forma, ci si riscopre diversi e anche il mondo che avevamo lasciato appare tale».
Recentemente ha dichiarato la sua gratitudine nei riguardi di una «poetessa guida» che ha avuto: Paola Malavasi (1965-2005), scomparsa prematuramente: «Ascoltiamo il silenzio come fosse il nostro vero nome» è uno dei suoi versi. È stata la sua insegnante al liceo, dove le fece conoscere la poesia di Alda Merini e la fucina dell’editore Pulcino Elefante di Alberto Casiraghy (o Casiraghi). Che cosa ricorda di quegli anni, di quella frequentazione, ci può parlare di un episodio per lei significativo?
«Di quegli anni ricordo un’adolescente in un momento di crescita molto difficile che trovò nella sua professoressa, Paola Malavasi, un punto di riferimento importante dal punto di vista relazionale e, soprattutto, un modello ed esempio da seguire, un faro, ecco. Fu la mia “poetessa guida”, come amo definirla. Molte domande non trovavano per me risposta alcuna e non riuscivo a trovare negli adulti di riferimento valide conferme ai miei dubbi, alle mie incertezze, risposte. Lei capì di me ben presto ciò che altri insegnanti e figure di riferimento, quali erano anche i miei genitori, non riuscivano a comprendere e a “trattare” poiché, probabilmente privi dei giusti mezzi, faticavano a relazionarsi con le necessità di sviluppo culturale, esperienziale ed esistenziale di quella ragazzina di quindici anni. Paola mi offrì la poesia, che già era in me presente, come mezzo di cura espressiva. Fu lei ad introdurmi alle edizioni Pulcino Elefante di Casiraghy per cui pubblicai Oltretutto (2008), corredata dagli ori di Luigi Mariani».
Precedentemente ha rivisto e ripubblicato una selezione delle poesie dei suoi anni giovanili, nel libro Juvenilia. Che cosa ha ri-scoperto di se stessa, della sua prima poesia, adesso che abita un’altra epoca della propria esistenza?
«Più che ri-scoperto ho avuto la chiara conferma che alcuni temi sono stati in me sempre presenti e nitidi se pur in forma giovanile. Tra questi il tema della ricerca spirituale, dell’abbandono, del vuoto d’amore e della ricerca di questo come esperienza di vita e percorso che porta ad una crescita interiore passando necessariamente dal distacco e dall’esperienza di solitudine che rafforza. Della mia prima poesia porto ancora con me il senso del sacro della vita, una dimensione “altra”, un momento di stasi spirituale in cui decodificare l’interiorità rendendola parole e, per questo, renderla momento divino dell’esistenza. Conservo lo sguardo puro del sacro sul mondo e quell’attrazione per l’antico, nostalgia di infinito che mai tornerà. Juvenilia ha un sottotitolo, Il tutto che m’inonda, perché questa immagine dell’inondazione rappresenta i miei venti, venticinque anni. Il sentirsi inondati dalla vita è una simbologia che ancora rimane in me, se pur negli anni e con l’esperienza ho imparato a porre delle barriere protettive tra me e “il tutto”, che pur continua nella sua incessante attività. Dopotutto, ci si può proteggere dalla vita?»
Sul suo sito si incappa in una traduzione che ha compilato di un poesia della premio Nobel Louise Glück, Notturno. Ci sono poeti italiani, o contemporanei, viventi, che sente affini e ama leggere e rileggere?
«Sì, dei poeti contemporanei italiani viventi ho sempre a portata di mano qualche libro di Mariangela Gualtieri o Chandra Livia Candiani, per me delle vere maestre, delle meravigliose compagne di viaggio. Tra quelli che non ci sono più, sempre contemporanei, Alda Merini mi ha accompagnato a lungo nel periodo degli studi universitari, insieme a David Maria Turoldo».
Ci lascia una sua poesia a cui tiene particolarmente?
«Salgo le scale della nostra casa / esco allo scoperto lascio i vestiti / le scarpe e le Altre. Sono aria sono / aria sparsa per il mio intorno e di più. / Seguo il volo di una gazza, io ladra / di particelle di vita fermentata. / Bevo dalla foglia ciò che finalmente / sono. Non Io ma io. / Esco allo scoperto lascio i libri e le sentenze / le lagnanti storie della monografia, i vestiti / della giustezza sociale che avevo cucito. / Nuda. Come presenza bellissima di neve / silenziosa come l’adorazione, come la sete».






