
La Commissione europea ha approvato, due giorni fa, un regime italiano di aiuti di Stato da 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno da fonti rinnovabili destinato ai trasporti e all’industria. Denaro pubblico che finirà a sussidiare i produttori di idrogeno, senza che questo aiuto costituisca violazione del divieto di aiuti di Stato distorsivi della concorrenza. L’obiettivo è quello di incentivare, fino al 2029, la produzione di 200.000 tonnellate annue di idrogeno da fonti rinnovabili in Italia. Sarà ammissibile all’incentivo sia l’idrogeno prodotto tramite elettrolisi alimentata da elettricità rinnovabile sia quello ottenuto da fonti rinnovabili tramite processi biologici, bio-termochimici e termochimici.
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.






