• Da oggi il Dsa può rimuovere i contenuti «fuorvianti»: una definizione aleatoria che potrà essere applicata arbitrariamente. Mentre a far scattare la tagliola non saranno le istituzioni, ma enti non interpellabili.
  • Norma approvata da tutti gli eurodeputatidi Fdi e Fi. La Lega unico partito contrario.

Lo speciale contiene due articoli.

Come sempre quando mette mano a dossier che toccano da vicino la vita dei cittadini, la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen finisce per stravolgere, o meglio capovolgere, i principi e valori cui dichiara di fare riferimento. Era già accaduto con i vaccini: secondo la presidente von der Leyen il green pass europeo doveva facilitare la libertà di movimento degli europei; in realtà, anche se non inizialmente concepito per limitarne la circolazione, è stato un tragico volano per chi – come Mario Draghi in Italia – lo ha usato per sopprimere legalmente le libertà di coloro che non avevano ottemperato all’obbligo di vaccinazione. Poi è arrivato il conflitto in Ucraina: «È una guerra per la nostra libertà», scongiurava Ursula, ma a distanza di un anno e mezzo gli europei non sono certo più liberi di prima, semmai più poveri per l’aumento dei costi delle materie prime. Il cerchio si chiude con l’entrata in vigore del Digital Services Act (Dsa), il regolamento Ue che da oggi disciplina la pubblicazione dei contenuti online concepito, in teoria, per tutelare l’utente, difendere la sua privacy e proteggerlo dalle attività commerciali invasive. «È una nuova era per la regolamentazione del digitale in Europa», aveva dichiarato il portavoce della Commissione europea annunciando il provvedimento e non aveva tutti i torti: il bazooka censorio approvato l’anno scorso al Parlamento europeo rivoluziona, in effetti, il concetto di libera informazione ma in senso restrittivo.

La cifra è quella del paternalismo di Stato democratico: essendo il cittadino giudicato incapace di discernere tra vero e falso, è stato affidato a un organismo sovranazionale, l’orwelliano «Comitato europeo per i servizi digitali», l’incarico di vigilare dall’alto delle sue competenze, che però non sono definite, se non in termini ampiamente generici. Sarà quest’ente, insieme con i suoi apparati, a filtrare il «vero» dal «falso» secondo un principio molto semplice: è «vero» soltanto ciò che le istituzioni decidono che sia.

A denunciare la legge bavaglio Ue non è stata soltanto la Lega, unico partito italiano a votare contro il provvedimento. Rob Roos, l’europarlamentare olandese che aveva inchiodato la rappresentante Pfizer Janine Small obbligandola ad ammettere che il vaccino non proteggeva dal contagio, ha pubblicato un tweet di fuoco: «La lotta contro la disinformazione è la più grande minaccia alla democrazia. Abbiamo bisogno della libertà di parola su ogni argomento, compresi quelli controversi, purché non sia illegale. È uno sviluppo pericoloso quando i governi iniziano a decidere cosa è vero e cosa non lo è». Non che questa sia una novità: da almeno tre anni i cittadini stanno sperimentando cosa rischia chi oppone «evidenze» – scientifiche, belliche o climatiche – diverse da quelle diramate dalle veline dei governi. Ciò che cambia, da oggi, è che la rimozione delle evidenze dissonanti è ormai legalizzata, anche attraverso la promozione della «crisi» come potere demiurgico che accelera il processo di censura. «La Commissione europea avrebbe voluto un potere quasi illimitato nel dichiarare lo stato di emergenza e nel richiedere alle piattaforme di adottare misure di mitigazione per controllare la libertà di espressione», aveva osservato, al momento del voto, la leghista Alessandra Basso, relatrice ombra del Dsa. Anche questo obiettivo è stato raggiunto: secondo il nuovo regolamento la stretta dovrà essere particolarmente efficace e «rapida» in caso di «crisi». Anzi, di «permacrisi», come è stata definita un anno fa dal direttore dell’Oms Europa Hans Kluge: la «crisi permanente» in cui sarebbe entrata l’Europa, non soltanto per colpa della pandemia ma anche «a causa della guerra» e degli immancabili «cambiamenti climatici». In caso di crisi (quindi sempre, ndr) la rimozione dovrà avvenire ancor più «rapidamente», per evitare che verità diverse da quelle ufficiali diventino virali grazie alla rete. Un’altra caratteristica preoccupante è l’aleatorietà del provvedimento: il Digital Services Act presenta molti problemi, a cominciare dall’utilizzo di clausole generali ambigue, che si prestano ad arbitrio interpretativo. Quale sarebbe l’informazione «affidabile» di cui parla il testo della nuova legge? Con quale criterio viene definita come tale? Chi stabilisce e con quali competenze – se non una vaga «indipendenza» genericamente descritta in un articolo del regolamento – che una notizia è vera o falsa? I rischi sistemici di disinformazione ufficiale sono altissimi.

L’eurobavaglio, infine, rappresenta un drastico passo avanti verso la totale deresponsabilizzazione delle istituzioni, che pur sono all’origine della legge: non sarà infatti la Commissione europea a rimuovere i contenuti, ma enti senza volto, organismi non direttamente raggiungibili dal cittadino punito. Non ci sarà alcun tribunale a discutere i reclami di chi ritiene di essere stato ingiustamente censurato ma un algoritmo, che sancisce la definitiva dematerializzazione del potere.

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