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2020-10-01
Il virus è fra i 5 stelle, panico in Senato
Marco Croatti e Francesco Mollame (Ansa)
Certo, con il parere sul Recovery fund da votare la prossima settimana, un Senato chiuso per Covid-19 grillino sarebbe un'eurobeffa. Ma in fondo, vista la profonda crisi che sta attraversando il Movimento 5 stelle, anche il fatto che i due senatori che hanno rischiato di far serrare i portoni di Palazzo Madama siano del partito di Beppe Grillo rende purtroppo assai bene l'idea di una stagione jellata. Per ora, una preoccupatissima Elisabetta Casellati ha deciso di andare avanti, mentre i deputati pentastellati si sottoponevano a tamponi e test sierologici. Il rischio di fare tutti quanti la figura dei calciatori di Serie A, tra i quali cresce ogni giorno il numero dei contagi, non piace a nessuno, ma anche sospendere l'attiva legislativa proprio nel mezzo di un autunno ricco di appuntamenti importanti è quello che un po' tutti vorrebbero evitare.
Per tutta la mattina sono stati fatti gli accertamenti imposti dai protocolli di sicurezza del Senato e la Casellati ha sospeso la convocazione delle Commissioni per consentire ai 5 stelle di fare i tamponi. In realtà, molti hanno sostenuto anche i testi sierologici, perché dei tamponi si fidano poco anche loro. Nel pomeriggio, Casellati ha spazzato via i dubbi: «Il Senato è aperto e non ho nessuna intenzione di chiudere. Non l'ho fatto neppure nel periodo più acuto della pandemia e sarebbe assurdo che succedesse adesso». E a riprova delle fiere intenzioni, ha subito convocato per le 9 e mezza di questa mattina la Conferenza dei capigruppo.
Va detto, comunque, che chi ha parlato con lei ieri a metà giornata, a cominciare dai grillini, l'ha definita «preoccupatissima». Perché questa è la classica situazione che «come fai sbagli». E per non sbagliare, ieri i grillini sono corsi a fare ogni tipo di test, dopo che hanno saputo che i colleghi Francesco Mollame e Marco Croatti erano positivi al coronavirus.
Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio, avrebbe dovuto iniziare l'esame del decreto Agosto, ma la riunione è saltata per permettergli di fare sia il tampone che il test del sangue.
Anche lui non avrebbe voluto fermare i lavori parlamentari per nulla al mondo. Chi è un vero recordman della prevenzione e della profilassi è il suo collega Elio Lannutti, che con il tampone di martedì pomeriggio ha messo a segno un invidiabile record: otto tamponi e due test sierologici. Che sia uno battagliero e con molta voglia di lavorare, del resto, è ampiamente noto. E mentre in Senato si procedeva alla sanificazione completa, filtravano i particolari sui due senatori positivi.
I questori di Palazzo Madama hanno dovuto fare un po' i poliziotti e alla fine di una rapida indagine hanno fatto sapere in una nota che Mollame «non frequenta i locali del Senato a far data dal 10 settembre».
Mentre di Croatti si sa che «ha avuto l'ultimo accesso agli stessi locali il giorno 24 settembre». Sulla base di queste informazioni, si è quindi proceduto a mappare tutti gli incontri possibili. Mollame aveva comunicato la propria condizione sanitaria lunedì, mentre la notizia di Croatti è stata diffusa solo ieri. Colpisce che entrambi avessero partecipato a un comizio in sostegno del candidato sindaco di Faenza (Ravenna) per le amministrative del 20-21 settembre. Ieri, molti grilini puntavano su questo elemento per spiegare la doppia positività dei colleghi. Croatti ha dato prova di massima trasparenza e ieri su Facebook ha raccontato della propria positività, e non solo. «Per correttezza nei confronti di tutti e per i giornalisti che proveranno a chiamarmi, vi informo che giovedì ho preso parte all'assemblea dei senatori del Movimento 5 stelle, munito di mascherina e nel rispetto del distanziamento sociale nei confronti dei presenti», ha scritto sui social. E poi ha raccontato che si è messo in quarantena da lunedì, invitando tutti i suoi seguaci ad avere «massima cautela, perché solo rispettando tutti insieme le indicazioni che ci vengono date potremo avere la meglio su questo virus». Invece il siciliano Mollame non ha partecipato all'ultima assise grillina di lunedì perché aveva già la febbre. «Non l'abbiamo visto manco in remoto», confermano i colleghi dell'Isola.
Torna però a porsi con una certa insistenza il problema del funzionamento del Parlamento, visto che una seconda ondata di contagi è purtroppo nelle previsioni di molti, dopo la mezza tregua estiva. In Senato, la prossima settimana, si devono discutere e sfornare alcuni pareri importanti, trai quali spicca quello sul Recovery fund. E poi, inizierà la sessione di bilancio con la nota di aggiornamento al Def. Il costituzionalista del Pd, Stefano Ceccanti, da un lato è contento che il Senato non si sia fermato che mezza giornata, ma poi osserva che «sarebbe il caso di riprendere il dibattito sul lavoro a distanza del Parlamento, preparando decisioni opportune nel segno della prudenza e del dovere di funzionamento degli organi costituzionali». Anche il grillino Giuseppe Brescia ne approfitta per chiedere «passi avanti sul voto da remoto». Ma certo, dopo la passata venerazione per la piattaforma Rousseau, ci manca giusto l'introduzione della «democrazia in remoto» per toccare il fondo.
Tutti negativi nel Napoli. Ma sullo stop alla Serie A è guerra tra ministeri
«Sono tutti negativi i tamponi effettuati ieri al gruppo squadra della Sscn. I prossimi tamponi saranno effettuati domani pomeriggio. Forza Napoli sempre»: alle 15 e 36 di ieri pomeriggio, quando su twitter il Napoli annuncia il risultato negativo dei tamponi effettuati il giorno prima, tutto il calcio italiano tira un sospiro di sollievo.
La positività di ben 15 componenti del gruppo squadra del Genoa, che domenica scorsa ha affrontato gli azzurri di Rino Gattuso al San Paolo, rimediando una pesante sconfitta, ha fatto tremare non solo il Napoli, atteso domenica sera a Torino dalla Juventus per una partita che ha già il sapore della sfida-scudetto, ma l'intero mondo del pallone. La negatività ai tamponi dei calciatori e dei dirigenti del Napoli, va sottolineato, non consente di essere certi che l'incontro con il Genoa non abbia prodotto contagiati: l'incubazione del Covid può durare 4/5 giorni, e quindi oggi gli azzurri si sottoporranno a un secondo test, i cui risultati si conosceranno domani. Se tutto andrà bene, il big match di domenica sera a Torino si disputerà regolarmente. «Siamo moderatamente ottimisti», fanno sapere alla Verità fonti vicine alla dirigenza del Napoli, «anche se sappiamo che i test decisivi saranno quelli di domani (oggi, ndr) e quelli che verranno effettuati sabato. I calciatori hanno appreso dell'esito negativo del tampone durante l'allenamento, e la notizia li ha caricati ancora di più. Nessuno ha sintomi, stanno tutti bene, e questo ci rende ancora più fiduciosi, ma la cautela è d'obbligo. È bene che il calcio italiano sappia che episodi di questo genere potranno ancora verificarsi: occorre essere preparati ad affrontare queste criticità».
Più complicata la questione per quel che riguarda la partita Genoa-Torino, in programma sabato al Marassi: «Siamo tutti in quarantena. La Asl ci ha fermato», spiega a Radio Kiss Kiss il direttore sportivo rossoblu, Daniele Faggiano, «non possiamo giocare sabato contro il Torino anche con i 13 disponibili. Senza allenamenti dobbiamo rinviarla. La data si trova perché anche i granata non fanno le Coppe». Ieri i giocatori genoani negativi non si sono allenati: sono andati al campo di allenamento per fare il tampone senza scendere dalle auto e sono poi tornati a casa in attesa dei risultati. «La situazione dei giocatori negativi», fa sapere la Asl 3 di Genova, «va monitorata giorno per giorno perché essendo stati in contatto con i giocatori positivi possono positivizzarsi. Secondo il protocollo scritto dal ministero lo scorso giugno i giocatori negativi potranno allenarsi se verrà confermata la loro negatività».
Intanto, nel pallone ci finisce il governo. «I protocolli che abbiamo sottoscritto parlano chiaro», sentenzia ieri mattina il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, a Radio Capital, «il campionato di Serie A deve essere sospeso. Quando c'è un numero di positivi così alto, non si può che fermare il campionato. I positivi non sono in grado di giocare, e possono contagiare altre persone». Una dichiarazione che, se il governo giallorosso fosse una cosa seria, cadrebbe come una mannaia sul mondo del pallone. Ma i giallorossi, si sa, sono una truppa assai squinternata, e il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, poche ore dopo, definisce «avventate» le parole della Zampa: «Non ci sono le condizioni», sottolinea Spadafora, «per fermare il campionato di calcio».
Ancora un'oretta e la Zampa si autosmentisce: «Non ho mai pensato che andasse sospeso il campionato», dice il sottosegretario alla Salute a La7, «penso che quei giocatori non possano giocare. Ha ragione mio nipote che mi dice sempre di non parlare di calcio. Il protocollo dice che i giocatori che risultano positivi non potranno giocare. Se si continua così è inevitabile che poi si sospenda tutto». Tanto per aumentare la confusione, arriva la presa di posizione di Paolo Sileri, viceministro della Salute: «In caso di più calciatori positivi va fatto un passo indietro», argomenta Sileri, «stabilizzare la situazione e ripartire. Se troviamo dieci giocatori positivi da una parte, cinque dall'altra, faccio fatica a pensare ad un campionato aperto». In attesa di un intervento del nipote di Sileri, il capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, mette il dito nella piaga: «L'ennesimo cortocircuito fatto di dichiarazioni e smentite sull'ipotesi di chiusura del campionato di calcio», attacca Lollobrigida, «certifica ancora una volta la completa inadeguatezza da parte del governo di gestire le criticità emerse in questi giorni dopo l'accertata positività al Covid di alcuni giocatori del Genoa. Paventare lo stop, come ha fatto oggi il sottosegretario alla Salute Zampa, per poi rettificare in modo precipitoso, come ha fatto il ministro dello Sport Spadafora, non fa che alimentare confusione». «Non mi sembra ci siano gli estremi per fermare il campionato di calcio», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini.
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Positivi Marco Croatti e Francesco Mollame, test a tutto il gruppo. Elisabetta Casellati assicura: «Nessuna intenzione di chiudere». Ma tra i giallorossi la tentazione della «democrazia da remoto» c'è. Stefano Ceccanti del Pd: «Riprendere il dibattito su lavoro a distanza del Parlamento».Calcio, tamponi negativi nel Napoli. Domani i risultati decisivi per i partenopei. Scontro tra Sandra Zampa (Salute) e Vincenzo Spadafora (Sport). La dem si incarta sul blocco del campionato. Il grillino: «Parole avventate».Lo speciale contiene due articoli.Certo, con il parere sul Recovery fund da votare la prossima settimana, un Senato chiuso per Covid-19 grillino sarebbe un'eurobeffa. Ma in fondo, vista la profonda crisi che sta attraversando il Movimento 5 stelle, anche il fatto che i due senatori che hanno rischiato di far serrare i portoni di Palazzo Madama siano del partito di Beppe Grillo rende purtroppo assai bene l'idea di una stagione jellata. Per ora, una preoccupatissima Elisabetta Casellati ha deciso di andare avanti, mentre i deputati pentastellati si sottoponevano a tamponi e test sierologici. Il rischio di fare tutti quanti la figura dei calciatori di Serie A, tra i quali cresce ogni giorno il numero dei contagi, non piace a nessuno, ma anche sospendere l'attiva legislativa proprio nel mezzo di un autunno ricco di appuntamenti importanti è quello che un po' tutti vorrebbero evitare. Per tutta la mattina sono stati fatti gli accertamenti imposti dai protocolli di sicurezza del Senato e la Casellati ha sospeso la convocazione delle Commissioni per consentire ai 5 stelle di fare i tamponi. In realtà, molti hanno sostenuto anche i testi sierologici, perché dei tamponi si fidano poco anche loro. Nel pomeriggio, Casellati ha spazzato via i dubbi: «Il Senato è aperto e non ho nessuna intenzione di chiudere. Non l'ho fatto neppure nel periodo più acuto della pandemia e sarebbe assurdo che succedesse adesso». E a riprova delle fiere intenzioni, ha subito convocato per le 9 e mezza di questa mattina la Conferenza dei capigruppo. Va detto, comunque, che chi ha parlato con lei ieri a metà giornata, a cominciare dai grillini, l'ha definita «preoccupatissima». Perché questa è la classica situazione che «come fai sbagli». E per non sbagliare, ieri i grillini sono corsi a fare ogni tipo di test, dopo che hanno saputo che i colleghi Francesco Mollame e Marco Croatti erano positivi al coronavirus.Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio, avrebbe dovuto iniziare l'esame del decreto Agosto, ma la riunione è saltata per permettergli di fare sia il tampone che il test del sangue. Anche lui non avrebbe voluto fermare i lavori parlamentari per nulla al mondo. Chi è un vero recordman della prevenzione e della profilassi è il suo collega Elio Lannutti, che con il tampone di martedì pomeriggio ha messo a segno un invidiabile record: otto tamponi e due test sierologici. Che sia uno battagliero e con molta voglia di lavorare, del resto, è ampiamente noto. E mentre in Senato si procedeva alla sanificazione completa, filtravano i particolari sui due senatori positivi. I questori di Palazzo Madama hanno dovuto fare un po' i poliziotti e alla fine di una rapida indagine hanno fatto sapere in una nota che Mollame «non frequenta i locali del Senato a far data dal 10 settembre». Mentre di Croatti si sa che «ha avuto l'ultimo accesso agli stessi locali il giorno 24 settembre». Sulla base di queste informazioni, si è quindi proceduto a mappare tutti gli incontri possibili. Mollame aveva comunicato la propria condizione sanitaria lunedì, mentre la notizia di Croatti è stata diffusa solo ieri. Colpisce che entrambi avessero partecipato a un comizio in sostegno del candidato sindaco di Faenza (Ravenna) per le amministrative del 20-21 settembre. Ieri, molti grilini puntavano su questo elemento per spiegare la doppia positività dei colleghi. Croatti ha dato prova di massima trasparenza e ieri su Facebook ha raccontato della propria positività, e non solo. «Per correttezza nei confronti di tutti e per i giornalisti che proveranno a chiamarmi, vi informo che giovedì ho preso parte all'assemblea dei senatori del Movimento 5 stelle, munito di mascherina e nel rispetto del distanziamento sociale nei confronti dei presenti», ha scritto sui social. E poi ha raccontato che si è messo in quarantena da lunedì, invitando tutti i suoi seguaci ad avere «massima cautela, perché solo rispettando tutti insieme le indicazioni che ci vengono date potremo avere la meglio su questo virus». Invece il siciliano Mollame non ha partecipato all'ultima assise grillina di lunedì perché aveva già la febbre. «Non l'abbiamo visto manco in remoto», confermano i colleghi dell'Isola. Torna però a porsi con una certa insistenza il problema del funzionamento del Parlamento, visto che una seconda ondata di contagi è purtroppo nelle previsioni di molti, dopo la mezza tregua estiva. In Senato, la prossima settimana, si devono discutere e sfornare alcuni pareri importanti, trai quali spicca quello sul Recovery fund. E poi, inizierà la sessione di bilancio con la nota di aggiornamento al Def. Il costituzionalista del Pd, Stefano Ceccanti, da un lato è contento che il Senato non si sia fermato che mezza giornata, ma poi osserva che «sarebbe il caso di riprendere il dibattito sul lavoro a distanza del Parlamento, preparando decisioni opportune nel segno della prudenza e del dovere di funzionamento degli organi costituzionali». Anche il grillino Giuseppe Brescia ne approfitta per chiedere «passi avanti sul voto da remoto». Ma certo, dopo la passata venerazione per la piattaforma Rousseau, ci manca giusto l'introduzione della «democrazia in remoto» per toccare il fondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infetti-due-grillini-panico-tra-i-senatori-2647872936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-negativi-nel-napoli-ma-sullo-stop-alla-serie-a-e-guerra-tra-ministeri" data-post-id="2647872936" data-published-at="1601500956" data-use-pagination="False"> Tutti negativi nel Napoli. Ma sullo stop alla Serie A è guerra tra ministeri «Sono tutti negativi i tamponi effettuati ieri al gruppo squadra della Sscn. I prossimi tamponi saranno effettuati domani pomeriggio. Forza Napoli sempre»: alle 15 e 36 di ieri pomeriggio, quando su twitter il Napoli annuncia il risultato negativo dei tamponi effettuati il giorno prima, tutto il calcio italiano tira un sospiro di sollievo. La positività di ben 15 componenti del gruppo squadra del Genoa, che domenica scorsa ha affrontato gli azzurri di Rino Gattuso al San Paolo, rimediando una pesante sconfitta, ha fatto tremare non solo il Napoli, atteso domenica sera a Torino dalla Juventus per una partita che ha già il sapore della sfida-scudetto, ma l'intero mondo del pallone. La negatività ai tamponi dei calciatori e dei dirigenti del Napoli, va sottolineato, non consente di essere certi che l'incontro con il Genoa non abbia prodotto contagiati: l'incubazione del Covid può durare 4/5 giorni, e quindi oggi gli azzurri si sottoporranno a un secondo test, i cui risultati si conosceranno domani. Se tutto andrà bene, il big match di domenica sera a Torino si disputerà regolarmente. «Siamo moderatamente ottimisti», fanno sapere alla Verità fonti vicine alla dirigenza del Napoli, «anche se sappiamo che i test decisivi saranno quelli di domani (oggi, ndr) e quelli che verranno effettuati sabato. I calciatori hanno appreso dell'esito negativo del tampone durante l'allenamento, e la notizia li ha caricati ancora di più. Nessuno ha sintomi, stanno tutti bene, e questo ci rende ancora più fiduciosi, ma la cautela è d'obbligo. È bene che il calcio italiano sappia che episodi di questo genere potranno ancora verificarsi: occorre essere preparati ad affrontare queste criticità». Più complicata la questione per quel che riguarda la partita Genoa-Torino, in programma sabato al Marassi: «Siamo tutti in quarantena. La Asl ci ha fermato», spiega a Radio Kiss Kiss il direttore sportivo rossoblu, Daniele Faggiano, «non possiamo giocare sabato contro il Torino anche con i 13 disponibili. Senza allenamenti dobbiamo rinviarla. La data si trova perché anche i granata non fanno le Coppe». Ieri i giocatori genoani negativi non si sono allenati: sono andati al campo di allenamento per fare il tampone senza scendere dalle auto e sono poi tornati a casa in attesa dei risultati. «La situazione dei giocatori negativi», fa sapere la Asl 3 di Genova, «va monitorata giorno per giorno perché essendo stati in contatto con i giocatori positivi possono positivizzarsi. Secondo il protocollo scritto dal ministero lo scorso giugno i giocatori negativi potranno allenarsi se verrà confermata la loro negatività». Intanto, nel pallone ci finisce il governo. «I protocolli che abbiamo sottoscritto parlano chiaro», sentenzia ieri mattina il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, a Radio Capital, «il campionato di Serie A deve essere sospeso. Quando c'è un numero di positivi così alto, non si può che fermare il campionato. I positivi non sono in grado di giocare, e possono contagiare altre persone». Una dichiarazione che, se il governo giallorosso fosse una cosa seria, cadrebbe come una mannaia sul mondo del pallone. Ma i giallorossi, si sa, sono una truppa assai squinternata, e il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, poche ore dopo, definisce «avventate» le parole della Zampa: «Non ci sono le condizioni», sottolinea Spadafora, «per fermare il campionato di calcio». Ancora un'oretta e la Zampa si autosmentisce: «Non ho mai pensato che andasse sospeso il campionato», dice il sottosegretario alla Salute a La7, «penso che quei giocatori non possano giocare. Ha ragione mio nipote che mi dice sempre di non parlare di calcio. Il protocollo dice che i giocatori che risultano positivi non potranno giocare. Se si continua così è inevitabile che poi si sospenda tutto». Tanto per aumentare la confusione, arriva la presa di posizione di Paolo Sileri, viceministro della Salute: «In caso di più calciatori positivi va fatto un passo indietro», argomenta Sileri, «stabilizzare la situazione e ripartire. Se troviamo dieci giocatori positivi da una parte, cinque dall'altra, faccio fatica a pensare ad un campionato aperto». In attesa di un intervento del nipote di Sileri, il capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, mette il dito nella piaga: «L'ennesimo cortocircuito fatto di dichiarazioni e smentite sull'ipotesi di chiusura del campionato di calcio», attacca Lollobrigida, «certifica ancora una volta la completa inadeguatezza da parte del governo di gestire le criticità emerse in questi giorni dopo l'accertata positività al Covid di alcuni giocatori del Genoa. Paventare lo stop, come ha fatto oggi il sottosegretario alla Salute Zampa, per poi rettificare in modo precipitoso, come ha fatto il ministro dello Sport Spadafora, non fa che alimentare confusione». «Non mi sembra ci siano gli estremi per fermare il campionato di calcio», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini.
(IStock)
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
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Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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