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2020-05-19
Infamie e delazioni per fare carriera. «È pieno di magistrati affini ai boss»
Dino Petralia (Ansa)
Il mercato delle toghe è spietato e non si ferma alla politica, agli accordi fra correnti, agli sgambetti e ai sotterfugi. A volte per la battaglia per arrivare a ricoprire una postazione chiave si usa l'artiglieria pesante. E si tirano fuori parenti di magistrati noti alle Procure, congiunti mafiosi o papà con grane finanziarie.
Una chat tra il pm romano Luca Palamara e la consigliera di Corte d'appello a Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo (attualmente capo dei gip sempre a Reggio Calabria), esponente di Unicost e anche componente della giunta esecutiva centrale dell'Anm, sembra fotografare l'inquietante spaccato. Lo scambio di messaggi tra i due comincia il 24 giugno 2017 e si protrae fino alla vigilia dello scandalo scoperto dalla Procura di Perugia. L'ultimo vocale, infatti, è del 29 maggio 2019. Nell'arco dei due anni fitti di contatti i due portano avanti il progetto della Cotroneo per la copertura del posto da presidente di sezione nel tribunale reggino che si era appena liberato. Cotroneo, però, sente che la presenza di alcuni colleghi dello stesso distretto potrebbe sbarrarle la strada. E con un messaggio avverte Palamara: «So che Cappuccio e Tassone stanno facendo di tutto per infangarmi». Non solo. Nella guerra di posizionamento, sulla scacchiera di Reggio Calabria c'è un pezzo da 90: Dino Petralia, in quel momento procuratore generale e ora a capo del Dap, dove ha sostituito il dimissionario Francesco Basentini. E Petralia è un altro ostacolo che sembra frapporsi tra la Cotroneo e la sua ambizione. A poco più di un mese dal Plenum, Cotroneo racconta a Palamara un episodio che in questa vicenda sembra avere un suo peso specifico: «Petralia mi ha convocata», scrive la giudice calabrese, «per avvertirmi che ha comunicato al Csm, perché doveva, la vicenda sull'altro mio cugino, il secondo di cui ti avevo parlato. Dicendomi che era incontestabile la mia condotta. Era la seconda vicenda di parentela che doveva comunicare». E ancora: «Comunque, sostanzialmente, si tratta di due cugini, come ti avevo detto da subito». Cotroneo precisa che i fatti sono vecchi, che non ha nulla a che fare con i parenti, e che convive da sempre con questo problema. E mentre Palamara si accinge a risponderle che è nel bel mezzo di una tormenta di neve e che per questo motivo l'avrebbe richiamata più tardi, lei continua a sfogarsi: «Quanto mai tempestivi Petralia e company». E in un altro Whatsapp: «Non più di un mese fa Cappuccio mi aveva detto, “ma tu hai due cugini". Questi l'hanno fatto apposta». La giudice è ormai incontenibile: «Petralia avrà approfittato dell'arresto del fratello della collega per tirare anche me su suggerimento dei locali come Cappuccio, Gerardis e company... le vicende dei miei parenti sono state sempre conosciute dalla Procura, da Pignatone in avanti e anche prima». Palamara nel frattempo è tornato online ed è già pronto a sostenere con tutte le sue forze la collega: «Avranno pane per i loro denti». Lei prende coraggio: «Se non ci fossi tu mi farebbero a pezzi, tanto gli sto su cazzo».
Lo stratega Palamara sembra avere ben chiara la situazione ed è lapidario: «La risposta è un'altra, ci temono. E molto. Ma non hanno fatto bene i conti». Cotroneo, quindi, piangendosi addosso, introduce il tema dei mafiosi: «Ci sono tanti magistrati che qui hanno parenti e affini mafiosi e solo me hanno tirato fuori». Anche se Palamara le dice che ha tutto chiaro, lei continua: «C'è sempre di mezzo Gerardis, in ogni cosa che mi riguardi. E Petralia e Gerardis sono amici intimi». Palamara affila le armi: «Con lui saprò togliermi i sassi dalle scarpe».
Di materiale Tommasina ne fornisce a iosa. Come quando riferisce a Palamara di una collega che ha «un padre pieno di reati fiscali». Poco dopo lui le chiede: «Sui reati fiscali del padre mi dai qualche elemento in più?». La battaglia al Plenum si avvicina. E Cotroneo comincia ad avere qualche problema di insonnia: «Stanotte ho passato l'inferno. Solo tu ce la puoi fare. Con la tua grandezza e il tuo acume». Palamara sa come renderla tranquilla: «Questa volta gli faccio male, te lo prometto». Lei gli ricorda «che Petralia è un vigliacco e se sente fiuto di Csm... mente». Cotroneo, invece, sente aria di complotto. Ritiene che Petralia e Gerardis si siano incontrati prima di inviare la nota sui suoi parenti. Tra le paure per un comunicato che la corrente di Area sembra muoverle contro e le presunte interferenze dei colleghi al Csm, il Plenum si avvicina. Palamara lavora sotto traccia e aggiorna la collega: «Tesoro, ho terrorizzato Ardituro (Antonio Ardituro, consigliere del Csm). Gli ho detto che sarò una belva e lui ha detto ricomponiamo tutto. Guai a chi ti tocca». Lei risponde con due smile che hanno i cuori al posto degli occhi.
L'11 gennaio tutto sembra essersi risolto. Alle 8 del mattino Palamara scrive: «Buongiorno tesoro, salutami Petralia». Cotroneo da quelle due parole ha capito tutto: «Sei pazzesco, sai tutto in tempo reale [...] ci vogliono le palle per certe situazioni». L'ufficialità arriva il 2 maggio: «Undici a nove». La linea dello stratega è passata. E con ben due voti di scarto.
Le toghe rosse accusano «La Verità»
Proprio nel giorno in cui gli atti dell'inchiesta di Perugia sono stati inviati dai pm umbri alla Procura generale della Cassazione e al ministero della Giustizia per le rispettive competenze in materia disciplinare, l'Anm si sveglia e, dopo gli scoop della Verità sulle chat imbarazzanti del pm Luca Palamara, ha diffuso un comunicato, firmato dalla giunta esecutiva centrale, con il quale ritiene di aver preso una posizione «netta e inflessibile».
«Negli ultimi giorni», si legge nella nota, «alcuni quotidiani hanno iniziato a pubblicare stralci di conversazioni e di chat Whatsapp dalla lettura delle quali emergono possibili violazioni di natura etica e deontologica e, in particolare, dell'articolo 10 del Codice etico, che fa divieto ai magistrati di servirsi del ruolo istituzionale o associativo per ottenere benefici o privilegi (il riferimento sembra anche ai biglietti per lo stadio che alcuni esponenti di Area cercavano gratuitamente, ndr) per sé o per altri o di influire impropriamente per ottenere promozioni, trasferimenti, assegnazioni di sede e incarichi di ogni natura cui aspirino». E siccome alcuni appartenenti all'Anm sono stati segnalati al collegio dei probiviri, l'associazione dei magistrati chiede copia dei documenti. Man mano che si va avanti con la lettura del comunicato le parole si fanno però sempre più cerchiobottiste. E se il riferimento alle intercettazioni di Palamara pubblicate un anno fa vengono definite «trame occulte», le chat di oggi diventano una «diffusa abitudine di rivolgersi ai consiglieri superiori o esponenti delle correnti per ottenere nomine, incarichi o trasferimenti». Aver rotto il silenzio, però, sembra già qualcosa. Domenica la corrente di Area, infastidita per quanto sta strabordando dal pentolone dell'inchiesta, è stata durissima. E se l'è presa con la Verità: «È in atto un attacco concentrico di una parte della stampa e di una parte della magistratura alla vigilia dell'inizio del processo e dei procedimenti disciplinari per i protagonisti delle tristi vicende dell'albergo Champagne. Un attacco anche al nostro gruppo ma, soprattutto, al cambiamento che è stato avviato in prassi e comportamenti all'interno del Csm dopo l'indignazione di maggio 2019». I resoconti di giudiziaria devono bruciare molto ad Area, che si è espressa così: «Si riportano stralci di atti giudiziari che rappresentano segmenti di fatti, che vengono poi completati e chiosati ad arte al fine di accreditare un malcostume diffuso a tutti i livelli della magistratura».
Magistratura indipendente, la corrente dei moderati, la più penalizzata un anno fa dallo scandalo Csm e dal resoconto giornalistico in quel momento decisamente parziale sull'inchiesta, è stata la prima a scendere in campo, attaccando i progressisti proprio per le imbarazzanti telefonate con Palamara di alcuni dei loro esponenti. Si parla di una «nemesi storica» per chi «con un insopportabile moralismo di maniera» si è accanito «in modo feroce contro pochi individui»: «Per uno strano scherzo del destino, i protagonisti involontari dei nuovi dialoghi sono i Savonarola di un tempo: i duri e puri che gridavano il loro sdegno li vediamo arroccati nel bunker, si cimentano in sottili distinguo o in maldestri equilibrismi dialettici». In conclusione Mi chiede, «anziché sommari processi di piazza, un doveroso accertamento dei fatti e una ferma indicazione etica».
Altrettanto duro il comunicato (intitolato «Afrore di ipocrisia») dei componenti di Mi dentro al Cdc (il Comitato direttivo centrale) dell'associazione dei magistrati: «Il governo dell'Anm è nelle mani dei moralizzatori […], gli stessi che nel recente passato hanno auspicato che un nuovo umanesimo defibrillasse le moribonde coscienze dei protagonisti della giurisdizione». Però adesso, di fronte al nuovo scandalo, quel governo «con alla guida Area, tace, osserva, medita e non si scandalizza, non favella; eppure alcuni dei timonieri attuali si stracciarono le vesti nel mese di maggio 2019 a fronte di pubblicazioni di intercettazioni con protagonisti (in parte) diversi».
Tra questi conquista una menzione speciale Giuseppe Cascini, esponente di punta di Area, che un anno fa assimilò lo scandalo Csm a quello della P2. Un anno dopo i magistrati moderati gli rinfacciano quell'incauta presa di posizione e passano al contrattacco: «Chiediamo che la Giunta esecutiva centrale prenda chiara posizione sugli accadimenti recenti».
La prima commissione del Csm intanto ha annunciato di aver avviato la ricognizione complessiva degli atti per le iniziative in materia di incompatibilità ambientale. I nodi sembrano essere arrivati al pettine.
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Quando Tommasina Cotroneo, oggi capo dei gip reggini, puntava alla promozione, due rivali la screditarono presso il pg Dino Petralia: «Ha cugini mafiosi». Lei invocò Luca Palamara: «Qui tanti hanno amici nelle cosche. Aiutami, stratega».Area parla di «attacco concentrico» di stampa e avversari interni. Replica la corrente dei moderati: «Nemesi sugli ex duri e puri». E l'Anm minimizza le chat imbarazzanti.Lo speciale contiene due articoliIl mercato delle toghe è spietato e non si ferma alla politica, agli accordi fra correnti, agli sgambetti e ai sotterfugi. A volte per la battaglia per arrivare a ricoprire una postazione chiave si usa l'artiglieria pesante. E si tirano fuori parenti di magistrati noti alle Procure, congiunti mafiosi o papà con grane finanziarie. Una chat tra il pm romano Luca Palamara e la consigliera di Corte d'appello a Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo (attualmente capo dei gip sempre a Reggio Calabria), esponente di Unicost e anche componente della giunta esecutiva centrale dell'Anm, sembra fotografare l'inquietante spaccato. Lo scambio di messaggi tra i due comincia il 24 giugno 2017 e si protrae fino alla vigilia dello scandalo scoperto dalla Procura di Perugia. L'ultimo vocale, infatti, è del 29 maggio 2019. Nell'arco dei due anni fitti di contatti i due portano avanti il progetto della Cotroneo per la copertura del posto da presidente di sezione nel tribunale reggino che si era appena liberato. Cotroneo, però, sente che la presenza di alcuni colleghi dello stesso distretto potrebbe sbarrarle la strada. E con un messaggio avverte Palamara: «So che Cappuccio e Tassone stanno facendo di tutto per infangarmi». Non solo. Nella guerra di posizionamento, sulla scacchiera di Reggio Calabria c'è un pezzo da 90: Dino Petralia, in quel momento procuratore generale e ora a capo del Dap, dove ha sostituito il dimissionario Francesco Basentini. E Petralia è un altro ostacolo che sembra frapporsi tra la Cotroneo e la sua ambizione. A poco più di un mese dal Plenum, Cotroneo racconta a Palamara un episodio che in questa vicenda sembra avere un suo peso specifico: «Petralia mi ha convocata», scrive la giudice calabrese, «per avvertirmi che ha comunicato al Csm, perché doveva, la vicenda sull'altro mio cugino, il secondo di cui ti avevo parlato. Dicendomi che era incontestabile la mia condotta. Era la seconda vicenda di parentela che doveva comunicare». E ancora: «Comunque, sostanzialmente, si tratta di due cugini, come ti avevo detto da subito». Cotroneo precisa che i fatti sono vecchi, che non ha nulla a che fare con i parenti, e che convive da sempre con questo problema. E mentre Palamara si accinge a risponderle che è nel bel mezzo di una tormenta di neve e che per questo motivo l'avrebbe richiamata più tardi, lei continua a sfogarsi: «Quanto mai tempestivi Petralia e company». E in un altro Whatsapp: «Non più di un mese fa Cappuccio mi aveva detto, “ma tu hai due cugini". Questi l'hanno fatto apposta». La giudice è ormai incontenibile: «Petralia avrà approfittato dell'arresto del fratello della collega per tirare anche me su suggerimento dei locali come Cappuccio, Gerardis e company... le vicende dei miei parenti sono state sempre conosciute dalla Procura, da Pignatone in avanti e anche prima». Palamara nel frattempo è tornato online ed è già pronto a sostenere con tutte le sue forze la collega: «Avranno pane per i loro denti». Lei prende coraggio: «Se non ci fossi tu mi farebbero a pezzi, tanto gli sto su cazzo». Lo stratega Palamara sembra avere ben chiara la situazione ed è lapidario: «La risposta è un'altra, ci temono. E molto. Ma non hanno fatto bene i conti». Cotroneo, quindi, piangendosi addosso, introduce il tema dei mafiosi: «Ci sono tanti magistrati che qui hanno parenti e affini mafiosi e solo me hanno tirato fuori». Anche se Palamara le dice che ha tutto chiaro, lei continua: «C'è sempre di mezzo Gerardis, in ogni cosa che mi riguardi. E Petralia e Gerardis sono amici intimi». Palamara affila le armi: «Con lui saprò togliermi i sassi dalle scarpe». Di materiale Tommasina ne fornisce a iosa. Come quando riferisce a Palamara di una collega che ha «un padre pieno di reati fiscali». Poco dopo lui le chiede: «Sui reati fiscali del padre mi dai qualche elemento in più?». La battaglia al Plenum si avvicina. E Cotroneo comincia ad avere qualche problema di insonnia: «Stanotte ho passato l'inferno. Solo tu ce la puoi fare. Con la tua grandezza e il tuo acume». Palamara sa come renderla tranquilla: «Questa volta gli faccio male, te lo prometto». Lei gli ricorda «che Petralia è un vigliacco e se sente fiuto di Csm... mente». Cotroneo, invece, sente aria di complotto. Ritiene che Petralia e Gerardis si siano incontrati prima di inviare la nota sui suoi parenti. Tra le paure per un comunicato che la corrente di Area sembra muoverle contro e le presunte interferenze dei colleghi al Csm, il Plenum si avvicina. Palamara lavora sotto traccia e aggiorna la collega: «Tesoro, ho terrorizzato Ardituro (Antonio Ardituro, consigliere del Csm). Gli ho detto che sarò una belva e lui ha detto ricomponiamo tutto. Guai a chi ti tocca». Lei risponde con due smile che hanno i cuori al posto degli occhi. L'11 gennaio tutto sembra essersi risolto. Alle 8 del mattino Palamara scrive: «Buongiorno tesoro, salutami Petralia». Cotroneo da quelle due parole ha capito tutto: «Sei pazzesco, sai tutto in tempo reale [...] ci vogliono le palle per certe situazioni». L'ufficialità arriva il 2 maggio: «Undici a nove». La linea dello stratega è passata. E con ben due voti di scarto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infamie-e-delazioni-per-fare-carriera-e-pieno-di-magistrati-affini-ai-boss-2646028513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-toghe-rosse-accusano-la-verita" data-post-id="2646028513" data-published-at="1589838219" data-use-pagination="False"> Le toghe rosse accusano «La Verità» Proprio nel giorno in cui gli atti dell'inchiesta di Perugia sono stati inviati dai pm umbri alla Procura generale della Cassazione e al ministero della Giustizia per le rispettive competenze in materia disciplinare, l'Anm si sveglia e, dopo gli scoop della Verità sulle chat imbarazzanti del pm Luca Palamara, ha diffuso un comunicato, firmato dalla giunta esecutiva centrale, con il quale ritiene di aver preso una posizione «netta e inflessibile». «Negli ultimi giorni», si legge nella nota, «alcuni quotidiani hanno iniziato a pubblicare stralci di conversazioni e di chat Whatsapp dalla lettura delle quali emergono possibili violazioni di natura etica e deontologica e, in particolare, dell'articolo 10 del Codice etico, che fa divieto ai magistrati di servirsi del ruolo istituzionale o associativo per ottenere benefici o privilegi (il riferimento sembra anche ai biglietti per lo stadio che alcuni esponenti di Area cercavano gratuitamente, ndr) per sé o per altri o di influire impropriamente per ottenere promozioni, trasferimenti, assegnazioni di sede e incarichi di ogni natura cui aspirino». E siccome alcuni appartenenti all'Anm sono stati segnalati al collegio dei probiviri, l'associazione dei magistrati chiede copia dei documenti. Man mano che si va avanti con la lettura del comunicato le parole si fanno però sempre più cerchiobottiste. E se il riferimento alle intercettazioni di Palamara pubblicate un anno fa vengono definite «trame occulte», le chat di oggi diventano una «diffusa abitudine di rivolgersi ai consiglieri superiori o esponenti delle correnti per ottenere nomine, incarichi o trasferimenti». Aver rotto il silenzio, però, sembra già qualcosa. Domenica la corrente di Area, infastidita per quanto sta strabordando dal pentolone dell'inchiesta, è stata durissima. E se l'è presa con la Verità: «È in atto un attacco concentrico di una parte della stampa e di una parte della magistratura alla vigilia dell'inizio del processo e dei procedimenti disciplinari per i protagonisti delle tristi vicende dell'albergo Champagne. Un attacco anche al nostro gruppo ma, soprattutto, al cambiamento che è stato avviato in prassi e comportamenti all'interno del Csm dopo l'indignazione di maggio 2019». I resoconti di giudiziaria devono bruciare molto ad Area, che si è espressa così: «Si riportano stralci di atti giudiziari che rappresentano segmenti di fatti, che vengono poi completati e chiosati ad arte al fine di accreditare un malcostume diffuso a tutti i livelli della magistratura». Magistratura indipendente, la corrente dei moderati, la più penalizzata un anno fa dallo scandalo Csm e dal resoconto giornalistico in quel momento decisamente parziale sull'inchiesta, è stata la prima a scendere in campo, attaccando i progressisti proprio per le imbarazzanti telefonate con Palamara di alcuni dei loro esponenti. Si parla di una «nemesi storica» per chi «con un insopportabile moralismo di maniera» si è accanito «in modo feroce contro pochi individui»: «Per uno strano scherzo del destino, i protagonisti involontari dei nuovi dialoghi sono i Savonarola di un tempo: i duri e puri che gridavano il loro sdegno li vediamo arroccati nel bunker, si cimentano in sottili distinguo o in maldestri equilibrismi dialettici». In conclusione Mi chiede, «anziché sommari processi di piazza, un doveroso accertamento dei fatti e una ferma indicazione etica». Altrettanto duro il comunicato (intitolato «Afrore di ipocrisia») dei componenti di Mi dentro al Cdc (il Comitato direttivo centrale) dell'associazione dei magistrati: «Il governo dell'Anm è nelle mani dei moralizzatori […], gli stessi che nel recente passato hanno auspicato che un nuovo umanesimo defibrillasse le moribonde coscienze dei protagonisti della giurisdizione». Però adesso, di fronte al nuovo scandalo, quel governo «con alla guida Area, tace, osserva, medita e non si scandalizza, non favella; eppure alcuni dei timonieri attuali si stracciarono le vesti nel mese di maggio 2019 a fronte di pubblicazioni di intercettazioni con protagonisti (in parte) diversi». Tra questi conquista una menzione speciale Giuseppe Cascini, esponente di punta di Area, che un anno fa assimilò lo scandalo Csm a quello della P2. Un anno dopo i magistrati moderati gli rinfacciano quell'incauta presa di posizione e passano al contrattacco: «Chiediamo che la Giunta esecutiva centrale prenda chiara posizione sugli accadimenti recenti». La prima commissione del Csm intanto ha annunciato di aver avviato la ricognizione complessiva degli atti per le iniziative in materia di incompatibilità ambientale. I nodi sembrano essere arrivati al pettine.
Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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