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2020-05-19
Infamie e delazioni per fare carriera. «È pieno di magistrati affini ai boss»
Dino Petralia (Ansa)
Il mercato delle toghe è spietato e non si ferma alla politica, agli accordi fra correnti, agli sgambetti e ai sotterfugi. A volte per la battaglia per arrivare a ricoprire una postazione chiave si usa l'artiglieria pesante. E si tirano fuori parenti di magistrati noti alle Procure, congiunti mafiosi o papà con grane finanziarie.
Una chat tra il pm romano Luca Palamara e la consigliera di Corte d'appello a Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo (attualmente capo dei gip sempre a Reggio Calabria), esponente di Unicost e anche componente della giunta esecutiva centrale dell'Anm, sembra fotografare l'inquietante spaccato. Lo scambio di messaggi tra i due comincia il 24 giugno 2017 e si protrae fino alla vigilia dello scandalo scoperto dalla Procura di Perugia. L'ultimo vocale, infatti, è del 29 maggio 2019. Nell'arco dei due anni fitti di contatti i due portano avanti il progetto della Cotroneo per la copertura del posto da presidente di sezione nel tribunale reggino che si era appena liberato. Cotroneo, però, sente che la presenza di alcuni colleghi dello stesso distretto potrebbe sbarrarle la strada. E con un messaggio avverte Palamara: «So che Cappuccio e Tassone stanno facendo di tutto per infangarmi». Non solo. Nella guerra di posizionamento, sulla scacchiera di Reggio Calabria c'è un pezzo da 90: Dino Petralia, in quel momento procuratore generale e ora a capo del Dap, dove ha sostituito il dimissionario Francesco Basentini. E Petralia è un altro ostacolo che sembra frapporsi tra la Cotroneo e la sua ambizione. A poco più di un mese dal Plenum, Cotroneo racconta a Palamara un episodio che in questa vicenda sembra avere un suo peso specifico: «Petralia mi ha convocata», scrive la giudice calabrese, «per avvertirmi che ha comunicato al Csm, perché doveva, la vicenda sull'altro mio cugino, il secondo di cui ti avevo parlato. Dicendomi che era incontestabile la mia condotta. Era la seconda vicenda di parentela che doveva comunicare». E ancora: «Comunque, sostanzialmente, si tratta di due cugini, come ti avevo detto da subito». Cotroneo precisa che i fatti sono vecchi, che non ha nulla a che fare con i parenti, e che convive da sempre con questo problema. E mentre Palamara si accinge a risponderle che è nel bel mezzo di una tormenta di neve e che per questo motivo l'avrebbe richiamata più tardi, lei continua a sfogarsi: «Quanto mai tempestivi Petralia e company». E in un altro Whatsapp: «Non più di un mese fa Cappuccio mi aveva detto, “ma tu hai due cugini". Questi l'hanno fatto apposta». La giudice è ormai incontenibile: «Petralia avrà approfittato dell'arresto del fratello della collega per tirare anche me su suggerimento dei locali come Cappuccio, Gerardis e company... le vicende dei miei parenti sono state sempre conosciute dalla Procura, da Pignatone in avanti e anche prima». Palamara nel frattempo è tornato online ed è già pronto a sostenere con tutte le sue forze la collega: «Avranno pane per i loro denti». Lei prende coraggio: «Se non ci fossi tu mi farebbero a pezzi, tanto gli sto su cazzo».
Lo stratega Palamara sembra avere ben chiara la situazione ed è lapidario: «La risposta è un'altra, ci temono. E molto. Ma non hanno fatto bene i conti». Cotroneo, quindi, piangendosi addosso, introduce il tema dei mafiosi: «Ci sono tanti magistrati che qui hanno parenti e affini mafiosi e solo me hanno tirato fuori». Anche se Palamara le dice che ha tutto chiaro, lei continua: «C'è sempre di mezzo Gerardis, in ogni cosa che mi riguardi. E Petralia e Gerardis sono amici intimi». Palamara affila le armi: «Con lui saprò togliermi i sassi dalle scarpe».
Di materiale Tommasina ne fornisce a iosa. Come quando riferisce a Palamara di una collega che ha «un padre pieno di reati fiscali». Poco dopo lui le chiede: «Sui reati fiscali del padre mi dai qualche elemento in più?». La battaglia al Plenum si avvicina. E Cotroneo comincia ad avere qualche problema di insonnia: «Stanotte ho passato l'inferno. Solo tu ce la puoi fare. Con la tua grandezza e il tuo acume». Palamara sa come renderla tranquilla: «Questa volta gli faccio male, te lo prometto». Lei gli ricorda «che Petralia è un vigliacco e se sente fiuto di Csm... mente». Cotroneo, invece, sente aria di complotto. Ritiene che Petralia e Gerardis si siano incontrati prima di inviare la nota sui suoi parenti. Tra le paure per un comunicato che la corrente di Area sembra muoverle contro e le presunte interferenze dei colleghi al Csm, il Plenum si avvicina. Palamara lavora sotto traccia e aggiorna la collega: «Tesoro, ho terrorizzato Ardituro (Antonio Ardituro, consigliere del Csm). Gli ho detto che sarò una belva e lui ha detto ricomponiamo tutto. Guai a chi ti tocca». Lei risponde con due smile che hanno i cuori al posto degli occhi.
L'11 gennaio tutto sembra essersi risolto. Alle 8 del mattino Palamara scrive: «Buongiorno tesoro, salutami Petralia». Cotroneo da quelle due parole ha capito tutto: «Sei pazzesco, sai tutto in tempo reale [...] ci vogliono le palle per certe situazioni». L'ufficialità arriva il 2 maggio: «Undici a nove». La linea dello stratega è passata. E con ben due voti di scarto.
Le toghe rosse accusano «La Verità»
Proprio nel giorno in cui gli atti dell'inchiesta di Perugia sono stati inviati dai pm umbri alla Procura generale della Cassazione e al ministero della Giustizia per le rispettive competenze in materia disciplinare, l'Anm si sveglia e, dopo gli scoop della Verità sulle chat imbarazzanti del pm Luca Palamara, ha diffuso un comunicato, firmato dalla giunta esecutiva centrale, con il quale ritiene di aver preso una posizione «netta e inflessibile».
«Negli ultimi giorni», si legge nella nota, «alcuni quotidiani hanno iniziato a pubblicare stralci di conversazioni e di chat Whatsapp dalla lettura delle quali emergono possibili violazioni di natura etica e deontologica e, in particolare, dell'articolo 10 del Codice etico, che fa divieto ai magistrati di servirsi del ruolo istituzionale o associativo per ottenere benefici o privilegi (il riferimento sembra anche ai biglietti per lo stadio che alcuni esponenti di Area cercavano gratuitamente, ndr) per sé o per altri o di influire impropriamente per ottenere promozioni, trasferimenti, assegnazioni di sede e incarichi di ogni natura cui aspirino». E siccome alcuni appartenenti all'Anm sono stati segnalati al collegio dei probiviri, l'associazione dei magistrati chiede copia dei documenti. Man mano che si va avanti con la lettura del comunicato le parole si fanno però sempre più cerchiobottiste. E se il riferimento alle intercettazioni di Palamara pubblicate un anno fa vengono definite «trame occulte», le chat di oggi diventano una «diffusa abitudine di rivolgersi ai consiglieri superiori o esponenti delle correnti per ottenere nomine, incarichi o trasferimenti». Aver rotto il silenzio, però, sembra già qualcosa. Domenica la corrente di Area, infastidita per quanto sta strabordando dal pentolone dell'inchiesta, è stata durissima. E se l'è presa con la Verità: «È in atto un attacco concentrico di una parte della stampa e di una parte della magistratura alla vigilia dell'inizio del processo e dei procedimenti disciplinari per i protagonisti delle tristi vicende dell'albergo Champagne. Un attacco anche al nostro gruppo ma, soprattutto, al cambiamento che è stato avviato in prassi e comportamenti all'interno del Csm dopo l'indignazione di maggio 2019». I resoconti di giudiziaria devono bruciare molto ad Area, che si è espressa così: «Si riportano stralci di atti giudiziari che rappresentano segmenti di fatti, che vengono poi completati e chiosati ad arte al fine di accreditare un malcostume diffuso a tutti i livelli della magistratura».
Magistratura indipendente, la corrente dei moderati, la più penalizzata un anno fa dallo scandalo Csm e dal resoconto giornalistico in quel momento decisamente parziale sull'inchiesta, è stata la prima a scendere in campo, attaccando i progressisti proprio per le imbarazzanti telefonate con Palamara di alcuni dei loro esponenti. Si parla di una «nemesi storica» per chi «con un insopportabile moralismo di maniera» si è accanito «in modo feroce contro pochi individui»: «Per uno strano scherzo del destino, i protagonisti involontari dei nuovi dialoghi sono i Savonarola di un tempo: i duri e puri che gridavano il loro sdegno li vediamo arroccati nel bunker, si cimentano in sottili distinguo o in maldestri equilibrismi dialettici». In conclusione Mi chiede, «anziché sommari processi di piazza, un doveroso accertamento dei fatti e una ferma indicazione etica».
Altrettanto duro il comunicato (intitolato «Afrore di ipocrisia») dei componenti di Mi dentro al Cdc (il Comitato direttivo centrale) dell'associazione dei magistrati: «Il governo dell'Anm è nelle mani dei moralizzatori […], gli stessi che nel recente passato hanno auspicato che un nuovo umanesimo defibrillasse le moribonde coscienze dei protagonisti della giurisdizione». Però adesso, di fronte al nuovo scandalo, quel governo «con alla guida Area, tace, osserva, medita e non si scandalizza, non favella; eppure alcuni dei timonieri attuali si stracciarono le vesti nel mese di maggio 2019 a fronte di pubblicazioni di intercettazioni con protagonisti (in parte) diversi».
Tra questi conquista una menzione speciale Giuseppe Cascini, esponente di punta di Area, che un anno fa assimilò lo scandalo Csm a quello della P2. Un anno dopo i magistrati moderati gli rinfacciano quell'incauta presa di posizione e passano al contrattacco: «Chiediamo che la Giunta esecutiva centrale prenda chiara posizione sugli accadimenti recenti».
La prima commissione del Csm intanto ha annunciato di aver avviato la ricognizione complessiva degli atti per le iniziative in materia di incompatibilità ambientale. I nodi sembrano essere arrivati al pettine.
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Quando Tommasina Cotroneo, oggi capo dei gip reggini, puntava alla promozione, due rivali la screditarono presso il pg Dino Petralia: «Ha cugini mafiosi». Lei invocò Luca Palamara: «Qui tanti hanno amici nelle cosche. Aiutami, stratega».Area parla di «attacco concentrico» di stampa e avversari interni. Replica la corrente dei moderati: «Nemesi sugli ex duri e puri». E l'Anm minimizza le chat imbarazzanti.Lo speciale contiene due articoliIl mercato delle toghe è spietato e non si ferma alla politica, agli accordi fra correnti, agli sgambetti e ai sotterfugi. A volte per la battaglia per arrivare a ricoprire una postazione chiave si usa l'artiglieria pesante. E si tirano fuori parenti di magistrati noti alle Procure, congiunti mafiosi o papà con grane finanziarie. Una chat tra il pm romano Luca Palamara e la consigliera di Corte d'appello a Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo (attualmente capo dei gip sempre a Reggio Calabria), esponente di Unicost e anche componente della giunta esecutiva centrale dell'Anm, sembra fotografare l'inquietante spaccato. Lo scambio di messaggi tra i due comincia il 24 giugno 2017 e si protrae fino alla vigilia dello scandalo scoperto dalla Procura di Perugia. L'ultimo vocale, infatti, è del 29 maggio 2019. Nell'arco dei due anni fitti di contatti i due portano avanti il progetto della Cotroneo per la copertura del posto da presidente di sezione nel tribunale reggino che si era appena liberato. Cotroneo, però, sente che la presenza di alcuni colleghi dello stesso distretto potrebbe sbarrarle la strada. E con un messaggio avverte Palamara: «So che Cappuccio e Tassone stanno facendo di tutto per infangarmi». Non solo. Nella guerra di posizionamento, sulla scacchiera di Reggio Calabria c'è un pezzo da 90: Dino Petralia, in quel momento procuratore generale e ora a capo del Dap, dove ha sostituito il dimissionario Francesco Basentini. E Petralia è un altro ostacolo che sembra frapporsi tra la Cotroneo e la sua ambizione. A poco più di un mese dal Plenum, Cotroneo racconta a Palamara un episodio che in questa vicenda sembra avere un suo peso specifico: «Petralia mi ha convocata», scrive la giudice calabrese, «per avvertirmi che ha comunicato al Csm, perché doveva, la vicenda sull'altro mio cugino, il secondo di cui ti avevo parlato. Dicendomi che era incontestabile la mia condotta. Era la seconda vicenda di parentela che doveva comunicare». E ancora: «Comunque, sostanzialmente, si tratta di due cugini, come ti avevo detto da subito». Cotroneo precisa che i fatti sono vecchi, che non ha nulla a che fare con i parenti, e che convive da sempre con questo problema. E mentre Palamara si accinge a risponderle che è nel bel mezzo di una tormenta di neve e che per questo motivo l'avrebbe richiamata più tardi, lei continua a sfogarsi: «Quanto mai tempestivi Petralia e company». E in un altro Whatsapp: «Non più di un mese fa Cappuccio mi aveva detto, “ma tu hai due cugini". Questi l'hanno fatto apposta». La giudice è ormai incontenibile: «Petralia avrà approfittato dell'arresto del fratello della collega per tirare anche me su suggerimento dei locali come Cappuccio, Gerardis e company... le vicende dei miei parenti sono state sempre conosciute dalla Procura, da Pignatone in avanti e anche prima». Palamara nel frattempo è tornato online ed è già pronto a sostenere con tutte le sue forze la collega: «Avranno pane per i loro denti». Lei prende coraggio: «Se non ci fossi tu mi farebbero a pezzi, tanto gli sto su cazzo». Lo stratega Palamara sembra avere ben chiara la situazione ed è lapidario: «La risposta è un'altra, ci temono. E molto. Ma non hanno fatto bene i conti». Cotroneo, quindi, piangendosi addosso, introduce il tema dei mafiosi: «Ci sono tanti magistrati che qui hanno parenti e affini mafiosi e solo me hanno tirato fuori». Anche se Palamara le dice che ha tutto chiaro, lei continua: «C'è sempre di mezzo Gerardis, in ogni cosa che mi riguardi. E Petralia e Gerardis sono amici intimi». Palamara affila le armi: «Con lui saprò togliermi i sassi dalle scarpe». Di materiale Tommasina ne fornisce a iosa. Come quando riferisce a Palamara di una collega che ha «un padre pieno di reati fiscali». Poco dopo lui le chiede: «Sui reati fiscali del padre mi dai qualche elemento in più?». La battaglia al Plenum si avvicina. E Cotroneo comincia ad avere qualche problema di insonnia: «Stanotte ho passato l'inferno. Solo tu ce la puoi fare. Con la tua grandezza e il tuo acume». Palamara sa come renderla tranquilla: «Questa volta gli faccio male, te lo prometto». Lei gli ricorda «che Petralia è un vigliacco e se sente fiuto di Csm... mente». Cotroneo, invece, sente aria di complotto. Ritiene che Petralia e Gerardis si siano incontrati prima di inviare la nota sui suoi parenti. Tra le paure per un comunicato che la corrente di Area sembra muoverle contro e le presunte interferenze dei colleghi al Csm, il Plenum si avvicina. Palamara lavora sotto traccia e aggiorna la collega: «Tesoro, ho terrorizzato Ardituro (Antonio Ardituro, consigliere del Csm). Gli ho detto che sarò una belva e lui ha detto ricomponiamo tutto. Guai a chi ti tocca». Lei risponde con due smile che hanno i cuori al posto degli occhi. L'11 gennaio tutto sembra essersi risolto. Alle 8 del mattino Palamara scrive: «Buongiorno tesoro, salutami Petralia». Cotroneo da quelle due parole ha capito tutto: «Sei pazzesco, sai tutto in tempo reale [...] ci vogliono le palle per certe situazioni». L'ufficialità arriva il 2 maggio: «Undici a nove». La linea dello stratega è passata. E con ben due voti di scarto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infamie-e-delazioni-per-fare-carriera-e-pieno-di-magistrati-affini-ai-boss-2646028513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-toghe-rosse-accusano-la-verita" data-post-id="2646028513" data-published-at="1589838219" data-use-pagination="False"> Le toghe rosse accusano «La Verità» Proprio nel giorno in cui gli atti dell'inchiesta di Perugia sono stati inviati dai pm umbri alla Procura generale della Cassazione e al ministero della Giustizia per le rispettive competenze in materia disciplinare, l'Anm si sveglia e, dopo gli scoop della Verità sulle chat imbarazzanti del pm Luca Palamara, ha diffuso un comunicato, firmato dalla giunta esecutiva centrale, con il quale ritiene di aver preso una posizione «netta e inflessibile». «Negli ultimi giorni», si legge nella nota, «alcuni quotidiani hanno iniziato a pubblicare stralci di conversazioni e di chat Whatsapp dalla lettura delle quali emergono possibili violazioni di natura etica e deontologica e, in particolare, dell'articolo 10 del Codice etico, che fa divieto ai magistrati di servirsi del ruolo istituzionale o associativo per ottenere benefici o privilegi (il riferimento sembra anche ai biglietti per lo stadio che alcuni esponenti di Area cercavano gratuitamente, ndr) per sé o per altri o di influire impropriamente per ottenere promozioni, trasferimenti, assegnazioni di sede e incarichi di ogni natura cui aspirino». E siccome alcuni appartenenti all'Anm sono stati segnalati al collegio dei probiviri, l'associazione dei magistrati chiede copia dei documenti. Man mano che si va avanti con la lettura del comunicato le parole si fanno però sempre più cerchiobottiste. E se il riferimento alle intercettazioni di Palamara pubblicate un anno fa vengono definite «trame occulte», le chat di oggi diventano una «diffusa abitudine di rivolgersi ai consiglieri superiori o esponenti delle correnti per ottenere nomine, incarichi o trasferimenti». Aver rotto il silenzio, però, sembra già qualcosa. Domenica la corrente di Area, infastidita per quanto sta strabordando dal pentolone dell'inchiesta, è stata durissima. E se l'è presa con la Verità: «È in atto un attacco concentrico di una parte della stampa e di una parte della magistratura alla vigilia dell'inizio del processo e dei procedimenti disciplinari per i protagonisti delle tristi vicende dell'albergo Champagne. Un attacco anche al nostro gruppo ma, soprattutto, al cambiamento che è stato avviato in prassi e comportamenti all'interno del Csm dopo l'indignazione di maggio 2019». I resoconti di giudiziaria devono bruciare molto ad Area, che si è espressa così: «Si riportano stralci di atti giudiziari che rappresentano segmenti di fatti, che vengono poi completati e chiosati ad arte al fine di accreditare un malcostume diffuso a tutti i livelli della magistratura». Magistratura indipendente, la corrente dei moderati, la più penalizzata un anno fa dallo scandalo Csm e dal resoconto giornalistico in quel momento decisamente parziale sull'inchiesta, è stata la prima a scendere in campo, attaccando i progressisti proprio per le imbarazzanti telefonate con Palamara di alcuni dei loro esponenti. Si parla di una «nemesi storica» per chi «con un insopportabile moralismo di maniera» si è accanito «in modo feroce contro pochi individui»: «Per uno strano scherzo del destino, i protagonisti involontari dei nuovi dialoghi sono i Savonarola di un tempo: i duri e puri che gridavano il loro sdegno li vediamo arroccati nel bunker, si cimentano in sottili distinguo o in maldestri equilibrismi dialettici». In conclusione Mi chiede, «anziché sommari processi di piazza, un doveroso accertamento dei fatti e una ferma indicazione etica». Altrettanto duro il comunicato (intitolato «Afrore di ipocrisia») dei componenti di Mi dentro al Cdc (il Comitato direttivo centrale) dell'associazione dei magistrati: «Il governo dell'Anm è nelle mani dei moralizzatori […], gli stessi che nel recente passato hanno auspicato che un nuovo umanesimo defibrillasse le moribonde coscienze dei protagonisti della giurisdizione». Però adesso, di fronte al nuovo scandalo, quel governo «con alla guida Area, tace, osserva, medita e non si scandalizza, non favella; eppure alcuni dei timonieri attuali si stracciarono le vesti nel mese di maggio 2019 a fronte di pubblicazioni di intercettazioni con protagonisti (in parte) diversi». Tra questi conquista una menzione speciale Giuseppe Cascini, esponente di punta di Area, che un anno fa assimilò lo scandalo Csm a quello della P2. Un anno dopo i magistrati moderati gli rinfacciano quell'incauta presa di posizione e passano al contrattacco: «Chiediamo che la Giunta esecutiva centrale prenda chiara posizione sugli accadimenti recenti». La prima commissione del Csm intanto ha annunciato di aver avviato la ricognizione complessiva degli atti per le iniziative in materia di incompatibilità ambientale. I nodi sembrano essere arrivati al pettine.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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