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2019-04-07
Incubo Libia: meno petrolio e più barconi
Ansa
Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi».
Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare».
E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi».
E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa.
Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron
L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà.
In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia?
Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni?
In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese.
In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove.
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Le truppe di Khalifa Haftar sono a 12 chilometri dal centro di Tripoli, Eni decide l'evacuazione del personale italiano. Il caos mette a rischio l'estrazione di idrocarburi. L'altro pericolo è un'escalation di partenze. Federpetroli: «Gheddafi jr può essere decisivo per la pace». Proteggere i nostri interessi vale un'intesa. Pure con Macron. Piaccia o no, Parigi appoggia il vero uomo forte. Che può tutelare il Cane a sei zampe. Lo speciale contiene due articoli. Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi». Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare». E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi». E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-libia-meno-petrolio-e-piu-barconi-2633897411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proteggere-i-nostri-interessi-vale-unintesa-pure-con-macron" data-post-id="2633897411" data-published-at="1779433599" data-use-pagination="False"> Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà. In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia? Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni? In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese. In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove. www.carlopelanda.com
Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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