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2019-04-07
Incubo Libia: meno petrolio e più barconi
Ansa
Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi».
Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare».
E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi».
E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa.
Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron
L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà.
In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia?
Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni?
In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese.
In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove.
www.carlopelanda.com
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Le truppe di Khalifa Haftar sono a 12 chilometri dal centro di Tripoli, Eni decide l'evacuazione del personale italiano. Il caos mette a rischio l'estrazione di idrocarburi. L'altro pericolo è un'escalation di partenze. Federpetroli: «Gheddafi jr può essere decisivo per la pace». Proteggere i nostri interessi vale un'intesa. Pure con Macron. Piaccia o no, Parigi appoggia il vero uomo forte. Che può tutelare il Cane a sei zampe. Lo speciale contiene due articoli. Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi». Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare». E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi». E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-libia-meno-petrolio-e-piu-barconi-2633897411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proteggere-i-nostri-interessi-vale-unintesa-pure-con-macron" data-post-id="2633897411" data-published-at="1767731622" data-use-pagination="False"> Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà. In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia? Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni? In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese. In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove. www.carlopelanda.com
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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