True
2019-04-07
Incubo Libia: meno petrolio e più barconi
Ansa
Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi».
Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare».
E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi».
E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa.
Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron
L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà.
In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia?
Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni?
In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese.
In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove.
www.carlopelanda.com
Continua a leggereRiduci
Le truppe di Khalifa Haftar sono a 12 chilometri dal centro di Tripoli, Eni decide l'evacuazione del personale italiano. Il caos mette a rischio l'estrazione di idrocarburi. L'altro pericolo è un'escalation di partenze. Federpetroli: «Gheddafi jr può essere decisivo per la pace». Proteggere i nostri interessi vale un'intesa. Pure con Macron. Piaccia o no, Parigi appoggia il vero uomo forte. Che può tutelare il Cane a sei zampe. Lo speciale contiene due articoli. Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi». Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare». E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi». E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-libia-meno-petrolio-e-piu-barconi-2633897411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proteggere-i-nostri-interessi-vale-unintesa-pure-con-macron" data-post-id="2633897411" data-published-at="1779211926" data-use-pagination="False"> Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà. In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia? Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni? In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese. In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove. www.carlopelanda.com
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
Continua a leggereRiduci
Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
iStock
Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
Continua a leggereRiduci