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2019-04-07
Incubo Libia: meno petrolio e più barconi
Ansa
Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi».
Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare».
E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi».
E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa.
Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron
L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà.
In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia?
Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni?
In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese.
In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove.
www.carlopelanda.com
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Le truppe di Khalifa Haftar sono a 12 chilometri dal centro di Tripoli, Eni decide l'evacuazione del personale italiano. Il caos mette a rischio l'estrazione di idrocarburi. L'altro pericolo è un'escalation di partenze. Federpetroli: «Gheddafi jr può essere decisivo per la pace». Proteggere i nostri interessi vale un'intesa. Pure con Macron. Piaccia o no, Parigi appoggia il vero uomo forte. Che può tutelare il Cane a sei zampe. Lo speciale contiene due articoli. Per chi è pratico di Libia, l'avanzata del generale Khalifa Haftar verso Tripoli (le truppe sono a 12 chilometri dal centro della città) contro le milizie che difendono il premier Fayez al Serraj, come l'evacuazione del personale italiano dell'Eni dalla capitale, non sono altro che la conclusione di un processo di lento disimpegno dell'Italia iniziato nel lontano 2011 con la caduta di Muammar Gheddafi. La resa di Serraj rappresenterebbe una sconfitta pesante per il nostro Paese, costretto in questi anni ad appoggiare il governo di unità nazionale (Gna) anche per difendere la nostra produzione di petrolio, dal momento che una grossa percentuale di rifornimenti di idrocarburi per il Cane a sei zampe arriva da lì, con un impegno che va avanti ormai dal 1959. Basti pensare che nel solo 2017 la produzione era di 384.000 barili: quasi il 20% del totale. C'è poi un dettaglio da non trascurare. Quello che spaventa la nostra intelligence, come descritto anche nella relazione di quest'anno inviata al Parlamento, è che un'eccessiva instabilità della zona «possa danneggiare i nostri interessi energetici nazionali», mentre ci sono state evoluzioni del fenomeno jihadista nella zona con il conseguente rischio di ripresa di viaggi di migranti verso le nostre coste. Del resto, da anni Tripoli è al centro di scontri tra varie fazioni per il controllo «di traffici illeciti e per la gestione dei siti petroliferi». Ieri Eni ha dato rassicurazioni alle agenzie di stampa. «La situazione nei campi petroliferi è sotto controllo e stiamo monitorando l'evolversi della vicenda con molta attenzione», aggiungendo che «non ha personale attualmente presente a Tripoli». Eppure c'è preoccupazione. La prossima settimana potrebbe essere quella decisiva per il generale Haftar, che ha già annunciato di non volersi fermare. Gli scontri si consumano al momento a sud di Tripoli e a Jufra, tra le forze dell'esercito nazionale libico e quelle del generale, considerato vicino alla Francia di Emmanuel Macron e alla Russia. A nulla sembrano valere gli appelli del G7 e dell'Onu. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dalla ministeriale del G7 a Dinard, ha spiegato che continua a esistere una linea comune, condivisa anche con la Francia, sul fatto che «non vi sia soluzione militare al conflitto libico e che sia necessario procedere verso una transizione che porti a nuove elezioni». Haftar non sembra preoccuparsene. I capi delle diplomazie del G7 hanno anche ribadito il «pieno e coeso sostegno» al segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e all'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé. Ma sembrano parole di circostanza. Le Nazioni unite stanno cercando di aiutare i libici a superare lo stallo, ma gli ultimi due giorni non hanno portato a svolte particolari. Gli incontri di Parigi nel maggio 2018 e di Palermo a novembre sono ormai cartoline sbiadite. «C'è accordo fra tutti i partecipanti» ha comunque sottolineato Moavero «sull'analisi della situazione in Libia e sulla richiesta già fatta ieri sera di mettere fine ad operazioni militari che complicano lo scenario, mentre la soluzione non può che escludere ogni opzione militare». E mentre la Russia ha già annunciato di non appoggiare Haftar, e anzi il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ne avrebbe parlato direttamente con il generale, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno detto di contare sull'Italia. Caso vuole che proprio la scorsa settimana Washington abbia nominato come ambasciatore e plenipotenziario per la Libia Richard B. Norland, abituato a contesti complessi: alla fine degli anni Ottanta era a Mosca durante il crollo dell'Unione Sovietica e dieci anni fa in Afghanistan. «L'unico che potrebbe risolvere la situazione è Saif Af islam Gheddafi», spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli che tira in ballo il figlio del colonnello che sarà candidato alle elezioni presidenziali di quest'anno, come riportato da Africa Research Center. Nelle prossime settimane, Marsiglia parteciperà a una riunione alla Farnesina per fare il punto sulle nostre aziende impegnate in Libia, anche le più piccole, non solo Eni. «I nostri problemi riguardano le commesse che abbiamo ottenuto nel 2011 o prima. Per la situazione di caos hanno subito degli stop and go. Se un impianto resta fermo per un anno, poi le attrezzature vanno sostituite (problemi di sabbia o altri). Il tutto si traduce in un aumento di costi per penali e per le riparazioni. Un impianto che costa 40 milioni rischia di costare quattro volte tanto, ne abbiamo alcuni fermi dal 2009». Per Marsiglia «l'unico che può traghettare ancora la macchina Eni è solo Claudio Descalzi». E pensare che prima della rivoluzione del 2011 operavano in Libia oltre 100 aziende italiane, «impegnate nei settori delle costruzioni, ingegneristica, impiantistica industriale e servizi collegati al settore petrolifero», come riportato dal ministero degli Esteri. Oltre a Eni, si segnalavano Iveco, Saipem, Salini, Impregilo, AgustaWestland e molte altre. Dopo la liberazione è riuscito a rientrare il 70% di queste imprese, anche se alla fine del 2013 solo la metà era tornata operativa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-libia-meno-petrolio-e-piu-barconi-2633897411.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proteggere-i-nostri-interessi-vale-unintesa-pure-con-macron" data-post-id="2633897411" data-published-at="1780206496" data-use-pagination="False"> Proteggere i nostri interessi vale un’intesa. Pure con Macron L'Italia sta sostenendo un governo in Libia che è militarmente sconfitto dalle forze che vogliono sostituirlo. Tale situazione suggerisce di adattare la definizione dell'interesse nazionale alla realtà. In Libia, oltre all'ovvio accesso commerciale, dobbiamo difendere: a) il rifornimento di petrolio e gas; b) la posizione dell'Eni; c) il controllo delle coste affinché da lì non partano migranti gestiti da bande criminali; d) la sicurezza nazionale contro insediamenti islamisti. Per tali scopi sarebbe utile che si formasse celermente un governo libico con capacità di monopolio della violenza e interesse ad avere buoni rapporti commerciali e politici con il vicinato. Roma dovrebbe appoggiare chiunque sia in grado di assicurare tale esito. Ma ancora sostiene il perdente governo di Fayez al Sarraj a Tripoli contro il vincente leader della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale pure sta rallentando l'avanzata per ragioni diplomatiche. Il primo è affiliato all'islam politico - al governo in Turchia, Tunisia, ecc. - mentre il secondo ha accordi con Francia, Egitto e Federazione russa. Roma teme che la Francia voglia ridurre il peso dell'Eni in Libia e pertanto ne contrasta l'influenza. Inoltre, probabilmente, ha paura che un Serraj abbandonato violi gli accordi fatti dal governo Gentiloni, poi rinnovati, di controllo delle coste in cambio di sostegno e soldi, inviando un'ondata di migranti che metterebbe in difficoltà l'Italia. Ma tali motivi non sembrano sufficienti per giustificare l'appoggio italiano a un perdente, che tra l'altro ricatta l'Italia. Sarebbe più razionale, infatti, accordarsi con la Francia per mantenere le posizioni dell'Eni in cambio del via libera a un governo di Haftar che chiuda la questione e che controlli la costa. C'è un interesse nella regione che impedisce a Roma di fare un compromesso con Parigi, condiviso con Egitto e Russia? Da sempre Roma contrasta l'influenza francese nel Mediterraneo e viceversa. Ma interessa all'Italia stare in frizione con la Francia, in una sorta di guerra tra poveri? L'Algeria è in subbuglio e l'Africa Nordoccidentale francofona è sempre più penetrata dalla Cina, per altro attore silenzioso anche in Libia, nell'Algeria stessa e costruttore di un mega impianto per la costruzione di auto in Tunisia. Infatti il costo dell'influenza francese nel Mediterraneo e nell'Africa settentrionale tende ad eccedere le sue capacità nazionali. Parigi, inoltre, ha appena investito risorse notevoli per allargare la base navale di Gibuti allo scopo di contenere la presenza cinese - una mega base a Gibuti stessa - nel Corno d'Africa per il controllo della rotta verso Suez (anche il Giappone ha fatto nell'area una base navale piccolina, ma è la prima esterna dal 1945 e ciò ha un significato strategico chiaro di un mondo che si sta dividendo tra America e Cina). All'Italia conviene contrapporsi alla Francia oppure negoziare un accordo conveniente proprio perché Parigi è in difficoltà e si sta riavvicinando all'America per avere aiuto? All'Italia (e all'Eni) conviene migliorare i rapporti con l'Egitto non contrastando la sua strategia sulla Libia o mantenere tensioni? In generale, conviene all'Italia prendere posizioni di frizione nel Mediterraneo e nell'Africa islamica o, poiché potenza commerciale globale, limitare all'essenziale la presenza in un'area poco profittevole e caotica, lasciando fare ad altri il lavoro sporco e costoso di tenere in ordine l'area stessa, scambiando convergenza con business, come da decenni fa la Germania? Fino a che Roma non riequilibrerà la mossa filocinese fatta da poco, è meglio non si ingaggi in frizioni perché l'America è pronta a darle una punizione. Ma prevale la considerazione che l'Italia abbia più interesse nel prendere posizione in Africa meridionale e nell'Europa orientale, nonché Asia centrale, dove la Francia ha minima influenza e Russia e America vorranno contenere l'influenza cinese. In conclusione, l'Italia dovrebbe: a) ridurre l'attenzione sul caso libico all'essenziale, favorendo un potere locale che con la forza, e non con ridicole elezioni o fesserie Onu, tenga sotto controllo circa 180 clan armati; b) accordarsi con la Francia, antipatica e arrogante che sia, affinché ci metta soldi e soldati per tenere in ordine un'area che creerebbe guai all'Italia; c) concentrare la sua presenza diplomatica e di mercato in aree promettenti del globo, rinnovando l'alleanza con l'America, stringendo i rapporti con il Giappone e con le nazioni balcaniche, in consultazione con la Russia, entro una rafforzata lealtà Nato. Meno ci ingaggiamo nel Mediterraneo - Adriatico, Ionio, Tirreno interno (pieni di gas e petrolio) e Suez a parte - lasciando ai francesi la gestione delle rogne, monetizzando la non interferenza, e meglio sarà per noi: il business è altrove. www.carlopelanda.com
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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