
Lo facciamo per gli altri, in primo luogo per la Spagna. È questa la pietosa bugia con cui Giuseppe Conte si è presentato alle Camere per giustificare la capitolazione sul Mes, che prenderà corpo domani al Consiglio europeo. E non stupisce il fatto che, avendo scelto un argomento così fragile, il premier si sia sottratto al voto di una risoluzione: la sua maggioranza si sarebbe lacerata. E allora Palazzo Chigi ha preferito percorrere la strada del fatto compiuto. Il cedimento ci sarà, comunque infiocchettato, e anche i grillini non potranno fare altro che prenderne atto a posteriori.
A rendere la beffa ancora più amara, va segnalata la premessa di Conte sulla «necessità di coinvolgere appieno il Parlamento». Tanto voleva coinvolgerlo, che non l'ha fatto votare, proprio per avere mani libere e trattare con Bruxelles senza alcun mandato. E - inutile nascondersi dietro un dito - va purtroppo registrato il fatto che il Quirinale abbia assistito silente, e presumibilmente consenziente, a una scelta così grave.
Sul merito dell'ormai aricinoto «pacchetto» Ue, Conte ha ripetuto la consueta giaculatoria, citando, prima di venire al Mes, il piano Bei, il piano Sure, e l'ipotesi di un Recovery fund. E su quest'ultimo punto, quasi confessando, ha chiosato: «Sarà il tema centrale del Consiglio europeo». Con ciò ammettendo implicitamente che su tutto il resto il consenso di massima c'è già.
Quanto al Mes, Conte ha annotato che «si è alimentato un dibattito che rischia di dividere l'Italia in opposte tifoserie». Il premier ha aggiunto che «insieme ad altri otto Paesi, l'Italia ha lanciato una sfida ambiziosa all'Europa, invitandola a introdurre nuovi strumenti. Alcuni di questi Paesi hanno dichiarato da subito, penso alla Spagna, di essere interessati al Mes, purché non abbia le rigide condizionalità applicate in altre circostanze. Rifiutare la nuova linea di credito significherebbe fare un torto ai Paesi che intendono usufruirne». Così, in un mix tra gaffe e mezza bugia, Conte ha usato la Spagna come alibi e scudo.
Salvo però mettere le mani avanti. Infatti Conte, dopo aver evocato l'ipotesi che il cosiddetto Mes sanitario non abbia condizioni, ha poi dovuto aggiungere: «Per capire se effettivamente sarà così, bisognerà però attendere l'elaborazione dei documenti relativi ai termini di finanziamento. Mi attendo ulteriori chiare prese di posizione, e siamo disponibili a lavorare con i Paesi interessati a questa nuova linea di credito affinché, anche in sede regolamentare, non siano introdotte condizionalità, macro-economiche o più specifiche». E ancora: «Bisognerà valutare attentamente i dettagli dell'accordo. Solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, e quali, e solo allora potremo discutere se può essere o meno conforme all'interesse nazionale. Ritengo che questa discussione debba avvenire in modo pubblico, dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l'ultima parola». Insomma, quasi una graziosa concessione, quella di un voto parlamentare finale, dopo averne negato uno iniziale di indirizzo.
La dura realtà è che Conte ha già detto politicamente sì, ma senza aver ottenuto in cambio nulla di stringente in termini giuridici: il trattato Mes resta quello, il famigerato punto 16 della Dichiarazione dell'Eurogruppo anche, come pure il regolamento 472 del 2013 che consente aggravamenti successivi degli oneri imposti ai paesi. Tutte cose che il premier non è in grado di negare.
Peggio ancora: a Montecitorio un Conte con la voce a tratti tremante si è rifugiato in una formula anomala e irrituale, accennando a una fantomatica proposta italiana riservata. Curioso modo di procedere: tenere all'oscuro il Parlamento e chiedere un mandato al buio.
Durissima la Lega. Alla Camera, Riccardo Molinari ha insistito sulla strada maestra alternativa al Mes, e cioè gli acquisti di titoli da parte della Bce. Al Senato, Alberto Bagnai ha trafitto Conte sia politicamente («Nel suo piroettare da una maggioranza all'altra, il premier deve aver perso l'orientamento. Devo ricordargli che tutta la sua vecchia maggioranza e un pezzo dell'attuale sono contro il Mes. In che modo si sarebbe presentato indebolito in Ue?»), sia tecnicamente («Trasecolo: lei ha chiesto gli eurobond in cambio del Mes, cioè una cosa che non vuole il Nord Europa in cambio di una che non vuole il Sud»). Fino alla conclusione sferzante: «I Paesi del Nord metteranno in salvo i loro bilanci pubblici negando a noi questa possibilità e facendoci indebitare con il Mes. Il prezzo del tradimento è passato da trenta denari a trenta miliardi, quelli che vi preparate a chiedere». Altrettanto netta la leader di FdI Giorgia Meloni: «Com'è possibile che lei non dia contezza al Parlamento delle proposte che fa? A forza di frequentare i cinesi, si è convinto di avere i poteri di Xi Jinping?». Decisamente più sfumata la posizione di Mariastella Gelmini (Fi), che ha preannunciato «un approccio pragmatico» sul Mes.
Quanto alla maggioranza, da segnalare la surreale richiesta del Pd attraverso Andrea Marcucci: «Lavorare per cambiare il nome al Mes», forse non potendo cambiare nient'altro. Eurolirici i toni di Graziano Delrio, che ha definito il Mes un successo: «Abbiamo visto più Europa in questi venti giorni che in vent'anni».
E i grillini? A testimonianza del loro imbarazzo, al Senato lo zazzeruto Gianluca Perilli e alla Camera Davide Crippa si sono rifugiati in una formula debole e difensiva, limitandosi a dire che non abbiamo ancora firmato né attivato il Mes. Ancora per poco, però.






