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2018-06-19
Sui clandestini la Merkel lavora per noi
ANSA
È bastato fermare una nave, una nave soltanto, per far cadere il nuovo muro che divide l'Europa, quello che separa l'Italia dal resto del continente e ci costringe a tenere in casa nostra mezzo milione di clandestini. Fermare una nave, una nave soltanto, ha imposto all'Ue di sedersi al tavolo e trattare sui migranti. Per anni i presidenti del consiglio di turno, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, si erano affannati a cercare una soluzione, sollecitando vertici bilaterali e trilaterali, ma inutilmente. Ogni volta, nonostante fossero presentate in pompa magna, le adunate con i partner Ue si concludevano regolarmente con un flop. Basti dire che l'accordo per la distribuzione in Europa dei profughi ha consentito di distribuire negli altri Paesi solo poche decine di immigrati. Poi una settimana fa, messa da parte la montagna di chiacchiere e di cortesie, ecco arrivare un ministro dell'Interno che dalla sera alla mattina decide di parlar chiaro e di chiudere i porti alle navi delle Organizzazioni non governative, ossia di quelle associazioni che sotto le insegne delle missioni umanitarie da anni svolgono un servizio di taxi dalle coste africane a quelle italiane. È bastato questo, cioè impedire che una nave, una nave soltanto, attraccasse a Pozzallo o a Lampedusa o in un'altra delle decine di località prescelte dalle Ong per il loro traffico umano, e all'improvviso il clima è cambiato.
Oh, certo, quello di Matteo Salvini è stato un azzardo, perché sarebbe bastato un incidente, un bambino morto sulla nave, una tragedia come qualcuno fra gli intellettuali radical chic si è perfino augurato, e l'Italia si sarebbe immediatamente trovata sul banco degli imputati. Il nostro Paese ha accolto tutti, soprattutto chi non aveva diritto di essere accolto, ma se ci fosse stata una vittima mentre i porti erano chiusi alle navi delle Ong, su di noi si sarebbero rovesciate secchiate di accuse e avremmo rischiato l'isolamento internazionale. Ma il morto invocato da alcuni scrittori e segretamente desiderato da non pochi politici d'opposizione non c'è stato. L'Aquarius, una volta stoppata da Salvini, ha dovuto cambiare rotta e accogliere l'invito del premier spagnolo, un socialista in cerca di legittimità e fama, che per questo non si è fatto scappare l'occasione di finire sulla ribalta e presentarsi come la nuova sinistra europea quando di sinistra in Europa non c'è più traccia. Dopo alcuni giorni, la nave della discordia ha dunque attraccato a Valencia, tra balli e canti. Una festa, altro che tragedia come qualcuno aveva pronosticato e sperato. Tuttavia, più dei profughi (la cui richiesta d'asilo dovrà essere vagliata e che, nel caso non sia dimostrata la provenienza da Paesi in guerra, rischiano di essere rispediti in fretta a casa nonostante la gioiosa accoglienza) a essere contento per la conclusione della vicenda dovrebbe essere proprio Salvini. E non perché non ci sia stato alcun incidente, ma perché con il «dirottamento» dell'Aquarius verso Valencia, il meccanismo che ci vedeva costretti a subire gli sbarchi si è rotto.
Il ministro dell'Interno si è preso del fascista e pure gli insulti di Emmanuel Macron, un tipino fino che sperava di far parlare di sé come del pacificatore della Libia e del riformatore dell'Europa e invece si ritrova a fare il nano da giardino della moglie Brigitte. Tuttavia, nonostante gli strali e le aggressioni, Salvini da questa vicenda può trarre un bilancio positivo, perché è riuscito a imporre la propria linea, ovvero a costringere l'Ue a discutere della difesa dei propri confini.
Non so se la soluzione discussa a Berlino fra Angela Merkel e Giuseppe Conte, ossia la costituzione di una sorta di guardia costiera europea, sia la soluzione giusta per il nostro Paese. Ma so che aver spaccato l'asse fra Francia e Germania, costringendo la cancelliera a occuparsi di profughi e respingimenti, è un risultato insperato. La lady di ferro tedesca ha mandato a gambe all'aria i piani di Macron, le discussioni sulle banche e sui regolamenti, non perché abbia a cuore i disagi del nostro Paese, ma perché la prima a rischiare di andare a gambe all'aria se non trova alla svelta una soluzione alle ondate di immigrati che si abbattono sul continente è lei. Il suo ministro dell'Interno, esponente della Csu bavarese, la pensa più come Salvini che come la cancelliera. E come il capo della Lega sembrano pensarla anche il premier viennese, oltre naturalmente a quello ungherese e il cosiddetto blocco di Visegrad. Oh, certo, i polacchi e gli altri governi dei Paesi dell'Est saranno pure egoisti e menefreghisti, e non avranno nessuna voglia di farsi carico dei nostri clandestini. Tuttavia, credo che comincino a rendersi conto che o difendono i confini d'Europa, a cominciare da quelli che si affacciano sul Mediterraneo, o prima o poi i clandestini arriveranno anche a casa loro. Questo più che un passo avanti è un'altra strada, ossia quella che con i governi precedenti non è mai stata imboccata. Si parla di centri d'accoglienza in Africa, di rimpatri, di respingimenti, forse anche di finanziare il contro esodo, cioè dell'operazione per rimandare a casa chi non ha diritto di piantare le tende da noi.
Sì, forse Salvini sarà stato brutale, ma se non avesse fermato una nave soltanto, minacciando di fare altrettanto con le altre, probabilmente nessuno ci avrebbe dato retta. Però, non ci prenda troppo gusto a essere brutale, perché se no rischia di esagerare e di passare dalla parte del torto. Sui rom ha ragione. Ma le schedature è meglio lasciarle perdere.
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Incalzata dal suo ministro dell'Interno, la cancelliera incontra il premier Giusepp Conte e annuncia un coordinamento Ue per fare i respingimenti ai confini meridionali. Niente prediche su conti e banche. Il presidente francese Emmanuel Macron resta isolato. È bastato fermare una nave, una nave soltanto, per far cadere il nuovo muro che divide l'Europa, quello che separa l'Italia dal resto del continente e ci costringe a tenere in casa nostra mezzo milione di clandestini. Fermare una nave, una nave soltanto, ha imposto all'Ue di sedersi al tavolo e trattare sui migranti. Per anni i presidenti del consiglio di turno, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, si erano affannati a cercare una soluzione, sollecitando vertici bilaterali e trilaterali, ma inutilmente. Ogni volta, nonostante fossero presentate in pompa magna, le adunate con i partner Ue si concludevano regolarmente con un flop. Basti dire che l'accordo per la distribuzione in Europa dei profughi ha consentito di distribuire negli altri Paesi solo poche decine di immigrati. Poi una settimana fa, messa da parte la montagna di chiacchiere e di cortesie, ecco arrivare un ministro dell'Interno che dalla sera alla mattina decide di parlar chiaro e di chiudere i porti alle navi delle Organizzazioni non governative, ossia di quelle associazioni che sotto le insegne delle missioni umanitarie da anni svolgono un servizio di taxi dalle coste africane a quelle italiane. È bastato questo, cioè impedire che una nave, una nave soltanto, attraccasse a Pozzallo o a Lampedusa o in un'altra delle decine di località prescelte dalle Ong per il loro traffico umano, e all'improvviso il clima è cambiato. Oh, certo, quello di Matteo Salvini è stato un azzardo, perché sarebbe bastato un incidente, un bambino morto sulla nave, una tragedia come qualcuno fra gli intellettuali radical chic si è perfino augurato, e l'Italia si sarebbe immediatamente trovata sul banco degli imputati. Il nostro Paese ha accolto tutti, soprattutto chi non aveva diritto di essere accolto, ma se ci fosse stata una vittima mentre i porti erano chiusi alle navi delle Ong, su di noi si sarebbero rovesciate secchiate di accuse e avremmo rischiato l'isolamento internazionale. Ma il morto invocato da alcuni scrittori e segretamente desiderato da non pochi politici d'opposizione non c'è stato. L'Aquarius, una volta stoppata da Salvini, ha dovuto cambiare rotta e accogliere l'invito del premier spagnolo, un socialista in cerca di legittimità e fama, che per questo non si è fatto scappare l'occasione di finire sulla ribalta e presentarsi come la nuova sinistra europea quando di sinistra in Europa non c'è più traccia. Dopo alcuni giorni, la nave della discordia ha dunque attraccato a Valencia, tra balli e canti. Una festa, altro che tragedia come qualcuno aveva pronosticato e sperato. Tuttavia, più dei profughi (la cui richiesta d'asilo dovrà essere vagliata e che, nel caso non sia dimostrata la provenienza da Paesi in guerra, rischiano di essere rispediti in fretta a casa nonostante la gioiosa accoglienza) a essere contento per la conclusione della vicenda dovrebbe essere proprio Salvini. E non perché non ci sia stato alcun incidente, ma perché con il «dirottamento» dell'Aquarius verso Valencia, il meccanismo che ci vedeva costretti a subire gli sbarchi si è rotto. Il ministro dell'Interno si è preso del fascista e pure gli insulti di Emmanuel Macron, un tipino fino che sperava di far parlare di sé come del pacificatore della Libia e del riformatore dell'Europa e invece si ritrova a fare il nano da giardino della moglie Brigitte. Tuttavia, nonostante gli strali e le aggressioni, Salvini da questa vicenda può trarre un bilancio positivo, perché è riuscito a imporre la propria linea, ovvero a costringere l'Ue a discutere della difesa dei propri confini. Non so se la soluzione discussa a Berlino fra Angela Merkel e Giuseppe Conte, ossia la costituzione di una sorta di guardia costiera europea, sia la soluzione giusta per il nostro Paese. Ma so che aver spaccato l'asse fra Francia e Germania, costringendo la cancelliera a occuparsi di profughi e respingimenti, è un risultato insperato. La lady di ferro tedesca ha mandato a gambe all'aria i piani di Macron, le discussioni sulle banche e sui regolamenti, non perché abbia a cuore i disagi del nostro Paese, ma perché la prima a rischiare di andare a gambe all'aria se non trova alla svelta una soluzione alle ondate di immigrati che si abbattono sul continente è lei. Il suo ministro dell'Interno, esponente della Csu bavarese, la pensa più come Salvini che come la cancelliera. E come il capo della Lega sembrano pensarla anche il premier viennese, oltre naturalmente a quello ungherese e il cosiddetto blocco di Visegrad. Oh, certo, i polacchi e gli altri governi dei Paesi dell'Est saranno pure egoisti e menefreghisti, e non avranno nessuna voglia di farsi carico dei nostri clandestini. Tuttavia, credo che comincino a rendersi conto che o difendono i confini d'Europa, a cominciare da quelli che si affacciano sul Mediterraneo, o prima o poi i clandestini arriveranno anche a casa loro. Questo più che un passo avanti è un'altra strada, ossia quella che con i governi precedenti non è mai stata imboccata. Si parla di centri d'accoglienza in Africa, di rimpatri, di respingimenti, forse anche di finanziare il contro esodo, cioè dell'operazione per rimandare a casa chi non ha diritto di piantare le tende da noi. Sì, forse Salvini sarà stato brutale, ma se non avesse fermato una nave soltanto, minacciando di fare altrettanto con le altre, probabilmente nessuno ci avrebbe dato retta. Però, non ci prenda troppo gusto a essere brutale, perché se no rischia di esagerare e di passare dalla parte del torto. Sui rom ha ragione. Ma le schedature è meglio lasciarle perdere.
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La politica italiana perde uno dei grandi protagonisti degli ultimi decenni: Umberto Bossi è morto ieri a Varese. Fondatore nel 1984 della Lega Lombarda, con l’approdo tre anni dopo al Senato della Repubblica divenne per tutti il «Senatùr».
(Ansa)
Nelle critiche di Movimento 5 stelle e Pd, titolari per decreto del messaggio ai «gggiovani», si legge un’invidia stizzita per essere stati sorpassati in tromba dal premier; un’oretta di intervista nel «Pulp Podcast» di Fedez è considerata più urticante di un intervento di Ignazio La Russa sul 25 aprile. La sinistra ribolle, le girano i Melonez. E tutto questo ha un significato: il presidente del Consiglio ha fatto centro.
Era stata invitata come Elly Schlein e Giuseppe Conte per parlare di Iran e di referendum: ha risposto sì, mentre loro hanno risposto no o non hanno neppure degnato di una risposta la richiesta via mail. Con un salto di qualità organizzativo: sono stati Fedez e Mr. Marra (lo youtuber Davide Marra) a entrare a palazzo Chigi, dove è stato allestito lo studio con fondale damascato color viola a supporto dell’insegna fluo del video podcast. Un dettaglio non da poco che contribuisce alla legittimazione del più informale e moderno metodo di divulgazione (anche) politica: quello senza l’intermediazione dei giornalisti.
Per la sinistra è un formidabile schiaffo culturale, una retrocessione ai segnali di fumo mentre la comunicazione per chi ha meno di 40 anni ormai passa dai canali crossmediali. Oggi quotidiani, televisioni, comizi e pure propaganda social devono fare i conti con il mondo dei podcast e dei canali alternativi alla narrazione mainstream. Oggi quella che Hegel definì «la preghiera mattutina dell’uomo moderno» parlando dei giornali, è tutt’al più una smorfia, perché i cittadini si informano, verificano, approfondiscono facendo lo slalom fra i media tradizionali dopo la Waterloo della pandemia e la guerra in Ucraina rappresentata da immagini tratte dai videogiochi.
Meloni in podcast è un cambio di paradigma, qualcosa di mai visto in Italia semplicemente perché abbiamo dormito per un decennio. Nel 2016 Barack Obama si fece intervistare non dal New York Times ma da Buzzfeed, inaugurando la strada del futuro, percorsa anche da Joe Biden e da Donald Trump, che ha collezionato milioni di ascoltatori privilegiando come interlocutore il podcaster Joe Rogan mentre Kamala Harris occupava i teatri. Negli Stati Uniti i podcast politici di Tucker Carlson e Ben Shapiro su YouTube e Spotify hanno più abbonati di quelli delle grandi testate.
L’idea del salto di qualità meloniano è stata del coordinatore web e social media di palazzo Chigi, Tommaso Longobardi, che sottolinea: «Tutto questo con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato». Non banale il commento di Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nell’osservare stile vecchio e nuovo: «Sono due panorami e paesaggi mediatici completamente differenti. Non solo per i numeri ma anche dal punto di vista sociale, culturale e politico. Meloni ha fatto una mossa intelligente».
Il fonte del No ha perso un’occasione, l’opposizione si è fatta trovare addormentata, prigioniera degli slogan che piacciono alle redazioni. E la diffusione dell’intervista della premier, la sua parcellizzazioni in reel, la deflagrazione in mille rivoli su tutte le piattaforme social sta ottenendo un riscontro notevole. Meloni ha raggiunto un pubblico nuovo, moderno, estraneo al linguaggio tradizionale. Ieri il dato delle visualizzazioni su YouTube (mentre andavamo in stampa) aveva superato quota 700.000. La sua mossa del cavallo crea immediatamente un problema nuovo: l’anacronismo della par condicio nel mondo multimediale. Fu inventata da Oscar Luigi Scalfaro nel 1994 per imbavagliare Mediaset nell’era berlusconiana, diventò legge nel 2000. Ora è un calesse con le ruote quadrate che, come ha sottolineato ieri Maurizio Belpietro, necessita di pensionamento per evidenti limiti di età.
Meloni che spiega la separazione delle carriere («Quanti sono i casi in cui il giudice accoglie proposta pm? Per l’arresto 95%, per le intercettazioni 99%. O abbiamo pm infallibili oppure il giudice è condizionato»); Meloni che ribadisce un’ovvietà dimenticata («Non si va a votare su di me ma per migliorare la giustizia in Italia»); Meloni che sconfessa la ridicola deriva illiberale («In Europa 21 nazioni su 27 hanno la separazione delle carriere. Per una vita mi hanno detto che devo essere europeista e quando lo sono gridano alla deriva illiberale») fa un’operazione di verità che va oltre il pregiudizio.
In «Pulp Podcast» la premier demolisce anche le superficiali frottole di Alessandro Barbero: «Se io provassi a fare una legge come la descrive lui il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe. Queste tesi surreali sono una mancanza di rispetto nei confronti di Sergio Mattarella che questa riforma ha controfirmato». Tutto ciò mentre alcuni iscritti all’albo dei giornalisti bivaccano su Facebook da giorni e fanno propaganda per il No allo scopo di salvaguardare il loro rapporto privilegiato (e subalterno) con la casta dei pm. Hanno la tessera ma sono meno credibili di Fedez.
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Le mosse del presidente americano paiono confuse e stanno indisponendo anche il mondo Maga. Chi gestisce davvero il conflitto è Netanyahu, e Trump insegue
Auguato Barbera (Imagoeconomica)
L’intervista all’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, già deputato di Pci e Pds, pubblicata ieri sulla Verità, ha scatenato un importante dibattito a pochi giorni dall’apertura delle urne per il referendum sulla giustizia.
Dalla politica arrivano parole di apprezzamento per i contenuti del colloquio del nostro giornale con l’ex presidente della Consulta: «Condividiamo le giuste parole di Augusto Barbera», commenta il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «in una intervista sulla Verità che ha individuato con grande lucidità il tema centrale di questa riforma. Un passaggio decisivo per ristabilire equilibrio e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. In questi anni abbiamo assistito a una crescente politicizzazione di una parte della magistratura, che ha finito per alterare il corretto funzionamento della nostra democrazia. L’ex presidente della Corte costituzionale ha richiamato anche il tema della cosiddetta Costituzione materiale, che rappresenta un punto centrale: quando l’interpretazione e le prassi si allontanano dal dettato costituzionale, fino a determinare una sorta di sistema parallelo, è evidente che si impone una riflessione seria e, soprattutto, un intervento che possa ristabilire gli equilibri. La Costituzione va difesa, ma anche aggiornata. Svecchiarla», aggiunge Gasparri, «non significa indebolirla, ma rafforzarla, rendendola capace di rispondere alle esigenze di un Paese profondamente cambiato».
Un riferimento a una considerazione di Barbera, che ieri, parlando alla Verità della Costituzione, ha affermato: «Nell’Assemblea costituente c’erano comunisti e socialisti da una parte e democristiani (molti dei quali ex fascisti) dall’altra, pressoché in equilibrio numerico; ciascuno temeva il 18 aprile dell’altro (la data delle elezioni vinte dalla Dc nel 1948, ndr). Crearono istituzioni volutamente deboli, ad esempio, introducendo due Camere con eguali poteri e con durata sfalsata di un anno oppure la necessità per il governo di ottenere la fiducia parlamentare fin dal momento dell’insediamento».
Sui contenuti dell’intervista interviene anche Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia e responsabile del dipartimento immigrazione del partito: «Una lunga intervista sulla Verità al professor Augusto Barbera, già presidente della Corte costituzionale», sottolinea la Kelany, «fa emergere un tema inquietante. Barbera parla senza mezzi termini della modifica della Costituzione materiale da parte di alcuni giudici per incidere sulle politiche migratorie di questo governo, in particolare in materia di Cpr in Albania e Ong. Che significa, in buona sostanza, che alcuni magistrati per motivi ideologici hanno interpretato le norme in modo da depotenziare, se non sovvertire, quanto stabilito dall’esecutivo e dal legislativo. Mentre da una parte questo governo manda migranti pericolosi in Albania per i rimpatri, dall’altra magistrati ideologizzati le tentano tutte per rimetterli in libertà. Noi abbiamo sempre sostenuto», aggiunge la Kelany, «che alcune decisioni su questi temi fossero abnormi e che non fossero coerenti con le leggi messe a terra dal governo e da questa maggioranza, ma oggi questo intervento qualificato ce lo conferma. È ora che una certa parte della magistratura politicizzata la smetta di utilizzare la propria funzione come grimaldello per sovvertire i principi democratici».
In questo caso il riferimento della Kelany è a un altro passaggio dell’intervista: «Ormai», ha detto Barbera alla Verità, «c’è chi punta a modificare la costituzione materiale attraverso l’interpretazione delle leggi, come fanno i giudici quando prendono decisioni contrarie a quelle del governo sullo sbarco delle Ong nei porti italiani o sui trasferimenti dei migranti clandestini nel Cpr albanese». «Barbera», dice alla Verità il leader di Azione, Carlo Calenda, «ha ribadito le ragione fattuali, politiche e morali per le quali occorre votare si alla riforma. La Costituzione prevede meccanismi di modifica e non possiamo, ogni volta, scegliere la strada del No perché non ci piace Meloni, Berlusconi o Renzi. Si parla della nostra carta fondativa. Diamogli l’attenzione che merita e scegliamo sulla base di un giudizio oggettivo serio e ponderato».
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