2024-04-13
Dietro il sistema Emiliano spunta il baffo di D’Alema
Massimo D'Alema (Getty Images)
I gargoyle dem posti a guardia della roccaforte di Michele Emiliano si stanno sgretolando uno dopo l’altro. Due nomi in particolare hanno causato una deflagrazione tra i sostenitori del governatore pugliese. Il primo è quello di Filippo Caracciolo, finito nei guai da assessore all’Ambiente nel 2017 con l’accusa di aver pilotato una gara d’appalto in cambio di sostegno elettorale e solo un mese fa rinviato a giudizio. L’altro giorno si è dimesso, per le polemiche innescate dalle inchieste, da capogruppo del Pd in Consiglio regionale. Il secondo, invece, è quello di Michele Mazzarano, condannato nel 2022 in appello a 9 mesi di reclusione (pena sospesa) per corruzione elettorale, che dal gruppo del Pd si è autosospeso, per gli stessi motivi di Caracciolo. Quest’ultimo, barlettano molto legato al suo territorio, è arrivato a digerire perfino i rimbrotti della Corte dei conti sugli extra per l’autista pagato dal gruppo Pd a Emiliano e sulla sua fedeltà al governatore nessuno nella sinistra pugliese ha mai nutrito dubbi. Al congresso dem del 2013, quello che vedeva Matteo Renzi contrapposto a Gianni Cuperlo, inizialmente non nascose la voglia di mettere un freno al campione del fu Rottamatore, Fabrizio Ferrante, che tutti davano come capolista scontato. Massimo D’Alema, per tentare di neutralizzare Renzi, si schierò con Cuperlo e decise di guidare a Bari una delle tre liste che sosteneva il triestino (poi sconfitto). Alla fine qualcosa andò storto anche a Barletta e Caracciolo scelse i renziani, lasciando sbigottita la stampa locale, che la definì «una conversione al renzismo». Di certo sguazzava solo nell’area dalemiana, invece, Mazzarano, baffo alla D’Alema e un atteggiamento che sin da quando era un giovincello ricordava i modi di fare del lider Massimo. Ultimo segretario regionale dei Democratici di sinistra prima dello scioglimento del partito, si è poi barcamenato tra D’Alema ed Emiliano. Nel 2007, quando è nato il Partito democratico, è diventato il numero due, proprio durante la segreteria di Emiliano. Al suo quartier generale di Grottaglie era di casa il senatore Nicola Latorre, ovvero il braccio destro pugliese di Baffino. Prima che il suo nome finisse nei verbali della Procura di Bari perché Gianpaolo Tarantini lo indicava come beneficiario di tangenti, Mazzarano era responsabile organizzativo del partito. Proprio nel 2007, raccontarono le cronache, organizzò una cena, pagata da Tarantini, al ristorante barese la Pignata: vi parteciparono tra gli altri D’Alema ed Emiliano (che era sindaco di Bari). Alla fine l’accusa ricostruì che Tarantini aveva dato a Mazzarano 10.000 euro per il concerto di Eugenio Bennato all’evento di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra, ma l’ipotesi di reato si è prescritta nel 2015. Quello stesso anno però è saltato fuori un patto con l’imprenditore tarantino Emilio Pastore, che fornì a Mazzarano sostegno elettorale, mettendogli a disposizione un locale e garantendogli voti per le regionali in cambio di un posto di lavoro per ciascuno dei suoi due figli. E la sentenza è passata in giudicato. Insomma sotto le macerie del sistema Emiliano fumano anche quelle dalemiane. Molto gradito in quest’area è pure uno degli uomini che i fratelli Alfonso e Vincenzo Pisicchio, finiti ai domiciliari nell’ultima inchiesta della Procura di Bari, avevano compulsato per tentare (inutilmente) di far vincere una gara bandita da Aeroporti di Puglia a una delle società che promuovevano in cambio di assunzioni e sostegno elettorale: Alessandro Di Bello, all’epoca alla guida di InnovaPuglia, la partecipata regionale per la programmazione strategica a sostegno dell’innovazione, e ora ai vertici della campana Soresa, società che studia azioni finalizzate alla razionalizzazione della spesa sanitaria. Un manager legatissimo al governatore pugliese, il gemello, politicamente parlando, di Vincenzo De Luca. E con le radici nell’area dalemiana c’è anche un altro assessore citato negli atti dell’inchiesta (ma non indagato): Cosimo Borraccino. I Pisicchio si sarebbero rivolti anche a lui per far sbloccare un finanziamento europeo a una delle società dalle quali avrebbero ricevuto utilità. Le intercettazioni risalgono al 2019 e allora Borraccino era assessore allo Sviluppo economico, mentre ora è consigliere delegato di Emiliano. La sua vicinanza al governatore, quindi, è indiscussa. Ai tempi della costituente di Articolo uno, però, si era lasciato trasportare probabilmente dalle fascinazioni della sua gioventù da militante dell’area comunista di Armando Cossutta e da consigliere regionale di Sinistra italiana accompagnò Baffino a Taranto per presentare la nuova piattaforma dalemiana, quella che poi ha partorito Roberto Speranza. Nel 2016 pure Borraccino si trovò in una brutta storia giudiziaria nella quale si ipotizzava la corruzione elettorale, ma al momento della contestazione, il reato risultò già prescritto e i pm mandarono in archivio il fascicolo. Stando alle ricostruzioni dell’epoca, Borraccino avrebbe organizzato colloqui con dei cittadini ai quali sarebbe stata prospettata la possibilità di un’assunzione in una società di vigilanza in cambio del voto. Una strategia che ricorda da vicino l’inchiesta sui Pisicchio. Che avevano addirittura delle liste dalle quali attingere. Le aziende che avrebbero aiutato nelle gare d’appalto si sospetta che avrebbero fatto girare dei soldi: «A fronte della promessa della dazione di 245.000 euro», scrivono gli inquirenti, «verosimilmente è stata consegnata a Vincenzo Pisicchio una somma inferiore, 156.000, il cui residuo, 65.000, è stato trovato durante una perquisizione in un sacco per i rifiuti sul balcone della cucina della sua abitazione». Ma anche dei regali (una Fiat 500, un iPhone, un tablet) e l’offerta dei banchetti per un evento politico di Alfonso e per la festa di laurea della figlia di Vincenzo. I due, però, oltre a ottenere dalle stesse società l’assunzione fittizia dei rispettivi figli, avrebbero fornito dei nominativi pescati in un lungo elenco contenente nome e cognome dei segnalati, titolo di studio, età, esperienze ed eventuale indicazione dell’appartenenza a categorie protette. «Alfonsino», si legge negli atti giudiziari, «ha deciso i candidati da far assumere, mentre Vincenzo, quale suo alter ego, si è esposto chiamando o preavvisando i candidati», che per rapporti di parentela o di militanza politica sarebbero stati riconducibili ai loro movimenti politici. Un abile lavoro di filiera che avrebbe ingrossato le file elettorali delle liste di Pisicchio. A sostegno di Emiliano.
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Il capogruppo Pd in consiglio regionale dimessosi l’altro ieri, il consigliere dem autosospeso, un ex assessore e un manager citati nell’ordinanza: ecco tutti i pezzi del cerchio magico dell’ex premier scossi dalle indagini.I gargoyle dem posti a guardia della roccaforte di Michele Emiliano si stanno sgretolando uno dopo l’altro. Due nomi in particolare hanno causato una deflagrazione tra i sostenitori del governatore pugliese. Il primo è quello di Filippo Caracciolo, finito nei guai da assessore all’Ambiente nel 2017 con l’accusa di aver pilotato una gara d’appalto in cambio di sostegno elettorale e solo un mese fa rinviato a giudizio. L’altro giorno si è dimesso, per le polemiche innescate dalle inchieste, da capogruppo del Pd in Consiglio regionale. Il secondo, invece, è quello di Michele Mazzarano, condannato nel 2022 in appello a 9 mesi di reclusione (pena sospesa) per corruzione elettorale, che dal gruppo del Pd si è autosospeso, per gli stessi motivi di Caracciolo. Quest’ultimo, barlettano molto legato al suo territorio, è arrivato a digerire perfino i rimbrotti della Corte dei conti sugli extra per l’autista pagato dal gruppo Pd a Emiliano e sulla sua fedeltà al governatore nessuno nella sinistra pugliese ha mai nutrito dubbi. Al congresso dem del 2013, quello che vedeva Matteo Renzi contrapposto a Gianni Cuperlo, inizialmente non nascose la voglia di mettere un freno al campione del fu Rottamatore, Fabrizio Ferrante, che tutti davano come capolista scontato. Massimo D’Alema, per tentare di neutralizzare Renzi, si schierò con Cuperlo e decise di guidare a Bari una delle tre liste che sosteneva il triestino (poi sconfitto). Alla fine qualcosa andò storto anche a Barletta e Caracciolo scelse i renziani, lasciando sbigottita la stampa locale, che la definì «una conversione al renzismo». Di certo sguazzava solo nell’area dalemiana, invece, Mazzarano, baffo alla D’Alema e un atteggiamento che sin da quando era un giovincello ricordava i modi di fare del lider Massimo. Ultimo segretario regionale dei Democratici di sinistra prima dello scioglimento del partito, si è poi barcamenato tra D’Alema ed Emiliano. Nel 2007, quando è nato il Partito democratico, è diventato il numero due, proprio durante la segreteria di Emiliano. Al suo quartier generale di Grottaglie era di casa il senatore Nicola Latorre, ovvero il braccio destro pugliese di Baffino. Prima che il suo nome finisse nei verbali della Procura di Bari perché Gianpaolo Tarantini lo indicava come beneficiario di tangenti, Mazzarano era responsabile organizzativo del partito. Proprio nel 2007, raccontarono le cronache, organizzò una cena, pagata da Tarantini, al ristorante barese la Pignata: vi parteciparono tra gli altri D’Alema ed Emiliano (che era sindaco di Bari). Alla fine l’accusa ricostruì che Tarantini aveva dato a Mazzarano 10.000 euro per il concerto di Eugenio Bennato all’evento di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra, ma l’ipotesi di reato si è prescritta nel 2015. Quello stesso anno però è saltato fuori un patto con l’imprenditore tarantino Emilio Pastore, che fornì a Mazzarano sostegno elettorale, mettendogli a disposizione un locale e garantendogli voti per le regionali in cambio di un posto di lavoro per ciascuno dei suoi due figli. E la sentenza è passata in giudicato. Insomma sotto le macerie del sistema Emiliano fumano anche quelle dalemiane. Molto gradito in quest’area è pure uno degli uomini che i fratelli Alfonso e Vincenzo Pisicchio, finiti ai domiciliari nell’ultima inchiesta della Procura di Bari, avevano compulsato per tentare (inutilmente) di far vincere una gara bandita da Aeroporti di Puglia a una delle società che promuovevano in cambio di assunzioni e sostegno elettorale: Alessandro Di Bello, all’epoca alla guida di InnovaPuglia, la partecipata regionale per la programmazione strategica a sostegno dell’innovazione, e ora ai vertici della campana Soresa, società che studia azioni finalizzate alla razionalizzazione della spesa sanitaria. Un manager legatissimo al governatore pugliese, il gemello, politicamente parlando, di Vincenzo De Luca. E con le radici nell’area dalemiana c’è anche un altro assessore citato negli atti dell’inchiesta (ma non indagato): Cosimo Borraccino. I Pisicchio si sarebbero rivolti anche a lui per far sbloccare un finanziamento europeo a una delle società dalle quali avrebbero ricevuto utilità. Le intercettazioni risalgono al 2019 e allora Borraccino era assessore allo Sviluppo economico, mentre ora è consigliere delegato di Emiliano. La sua vicinanza al governatore, quindi, è indiscussa. Ai tempi della costituente di Articolo uno, però, si era lasciato trasportare probabilmente dalle fascinazioni della sua gioventù da militante dell’area comunista di Armando Cossutta e da consigliere regionale di Sinistra italiana accompagnò Baffino a Taranto per presentare la nuova piattaforma dalemiana, quella che poi ha partorito Roberto Speranza. Nel 2016 pure Borraccino si trovò in una brutta storia giudiziaria nella quale si ipotizzava la corruzione elettorale, ma al momento della contestazione, il reato risultò già prescritto e i pm mandarono in archivio il fascicolo. Stando alle ricostruzioni dell’epoca, Borraccino avrebbe organizzato colloqui con dei cittadini ai quali sarebbe stata prospettata la possibilità di un’assunzione in una società di vigilanza in cambio del voto. Una strategia che ricorda da vicino l’inchiesta sui Pisicchio. Che avevano addirittura delle liste dalle quali attingere. Le aziende che avrebbero aiutato nelle gare d’appalto si sospetta che avrebbero fatto girare dei soldi: «A fronte della promessa della dazione di 245.000 euro», scrivono gli inquirenti, «verosimilmente è stata consegnata a Vincenzo Pisicchio una somma inferiore, 156.000, il cui residuo, 65.000, è stato trovato durante una perquisizione in un sacco per i rifiuti sul balcone della cucina della sua abitazione». Ma anche dei regali (una Fiat 500, un iPhone, un tablet) e l’offerta dei banchetti per un evento politico di Alfonso e per la festa di laurea della figlia di Vincenzo. I due, però, oltre a ottenere dalle stesse società l’assunzione fittizia dei rispettivi figli, avrebbero fornito dei nominativi pescati in un lungo elenco contenente nome e cognome dei segnalati, titolo di studio, età, esperienze ed eventuale indicazione dell’appartenenza a categorie protette. «Alfonsino», si legge negli atti giudiziari, «ha deciso i candidati da far assumere, mentre Vincenzo, quale suo alter ego, si è esposto chiamando o preavvisando i candidati», che per rapporti di parentela o di militanza politica sarebbero stati riconducibili ai loro movimenti politici. Un abile lavoro di filiera che avrebbe ingrossato le file elettorali delle liste di Pisicchio. A sostegno di Emiliano.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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